“La Grotta ritrovata del Principe”…

"Meraviglioso dettaglio di un mosaico della parete della grotta". Foto di Emiliano Beri.

Era prassi consolidata nei giardini privati delle ville patrizie di costruire grotte artificiali e ninfei con giochi d’acqua e fontane.

I nobili le commissionavano, ad imitazione delle antiche domus romane, per trascorrervi qualche momento di sollievo al riparo dalla calura estiva o per immergersi in solitaria lettura accompagnati dal bucolico scorrere delle acque. Spesso le nobildonne vi si per intrattenevano con le dame di compagnia mentre si dedicavano ai loro passa tempo preferiti.

A questa moda di costruire caverne artificiali ebbe gran successo ed è per questo che se ne possono ammirare ancora diversi esemplari: quella di Villa Pallavicini a Pegli, di Palazzo Lomellino in Via Garibaldi o quella di Palazzo Balbi Senarega, decorata quest’ultima con statue in stucco, marmi e conchiglie.

Di certo la più celebre rimane però quella del giardino settentrionale della Villa del Principe (Palazzo Doria), realizzata da Galeazzo Alessi a metà del Cinquecento..

Citata addirittura dal Vasari nell’elenco delle opere del capitolo sulla vita dell’Alessi risulta essere oltre che la più antica grotta genovese, senza dubbio la più spettacolare e affascinante, con una vicenda assai travagliata da raccontare.

Venne infatti commissionata a metà ‘500 al celebre architetto perugino da un certo “Capitan Lercaro”, membro di una famiglia di luogotenenti di Andrea Doria, i Doria Galleani, che abitavano nella vicina – e perduta – villa del Gigante proprio nei pressi del luogo dove dal 1566 sorgeva l’omonima statua dell’ammiraglio.

La villa e il terreno con relativa grotta vennero acquistati nel 1603 da Giovanni Andrea Doria ed entrarono così a far parte del parco della Villa del Principe.

Ma a causa del progressivo inurbamento della sovrastante collina nei secoli passati fu dimenticata e trascurata. Già lo storico ottocentesco Federico Alizeri ne denunciava allibito il degrado, descrivendola come deposito di fascine dei contadini della zona.

Ad inizio Novecento fu addirittura trasformata nella cantina di un condominio, danneggiata poi  durante un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, fu riscoperta negli anni Ottanta (1984) grazie alla determinazione del prof. Lauro Magnani. Questi, nella speranza che esistesse ancora e conoscendo la sua ubicazione originale, prima di trovarla, girò il nuovo quartiere sorto in quell’area alla disperata ricerca d’informazioni, finché ottenne notizie e riscontri da un’ignara condomina proprietaria, senza saperlo, della secolare grotta nascosta nella sua cantina.

Lo studioso si adoperò perché le istituzioni si attivassero per salvaguardare quell’incredibile patrimonio storico e artistico non riuscendo, a causa della mancanza di fondi e del disinteresse della burocrazia, nel suo nobile intento.

“L’ingresso alla grotta inglobato nel palazzo”. Foto di Emiliano Beri.
“L’ingresso alla grotta”. Foto di Emiliano Beri.
“Particolari delle decorazioni della volta”. Foto di Emiliano Beri.
“Ancora dettagli della copertura”. Foto di Emiliano Beri.
“Spettacolari rappresentazioni marine”. Foto di Emiliano Beri.

Chi la dura la vince e per fortuna il professore salvò il tesoro convincendo nel 1999 la famiglia Doria Pamphilj ad acquisire l’appartamento a cui era legata la proprietà della cantina-grotta che oggi è visitabile, previa prenotazione, nell’ambito dei percorsi guidati del Palazzo del Principe.
Dietro al Miramare varcato un piccolo cortile si apre davanti alla favolosa grotta: pianta ottagonale, pavimento in marmi policromi. Alle pareti non c’ è limite alla fantasia dei mosaici polimaterici, con cui si realizzano temi classici: cristalli, coralli, tessere di maiolica colorate e migliaia di conchiglie di ogni forma e tipologia. Non c’ è uno spazio liscio, intorno. Le figurazioni del Nilo, del Tevere, come vecchi dal cui otre sgorgano le acque. L’intera superficie della grotta, tranne i pavimenti rivestiti di marmo, è incastonata di decorazioni in conchiglie, coralli, tessere di maiolica, ciottoli, cristalli e frammenti di stalattiti naturali: un mosaico composto in più materiali di eccezionale ricchezza, che riesce a mescolare natura ed artificio donando all’intera grotta un aspetto acquatico. Sul fondo, si apre la grotta naturale, con stalattiti e stalagmiti dove dal 1550 sgorga ancora l’acqua, attinta chissà dove, e canalizzata, chissà come, fino a qui. Originalmente, sulle figure di coralli e pietre scendevano rivoli d’ acqua che tintinnavano. Adesso l’effetto è perduto. Il vano è chiuso, in alto, da una cupola a spicchi: sono rappresentate figure mitologiche legate a Nettuno (rappresentazione metaforica di Andrea Doria).

“Brani di mosaico”. Foto di Emiliano Beri.
“Decorazioni marittime”. Foto di Emiliano Beri.
“Figure mitologiche”. Foto di Emiliano Beri.

Questo anche perché l’acqua, nella grotta, scorre davvero sulla superficie della profonda nicchia aperta sul lato di fronte all’ingresso, mentre anticamente stilava dall’alto nei bacini posti sotto le varie nicchie minori. Tutti gli episodi rappresentati sulle pareti della grotta sono di soggetto e ambientazione marina: Polifemo sullo scoglio, Galatea sulla conchiglia trainata dai delfini, il rapimento di Europa, Nettuno sul cocchio, Perseo mentre uccide il mostro marino che minaccia Andromeda, Peleo e Teti e il rapimento di Deianira.

Un mondo meraviglioso in cui i gli eroi qui rappresentati come direbbe Platone  …” se uscissero dalla caverna e vedessero le cose alla luce del sole si renderebbero conto di aver vissuto in un mondo di apparenze”.
(Il mito della caverna)

“La caverna naturale da cui sgorgava l’acqua”. Foto di Emiliano Beri.
“Mosaici e decorazioni”. Foto di Emiliano Beri.
“Brani di scene mitologiche”. Foto di Emiliano Beri.

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