In quella che fu un tempo una delle tre chiese a ricoprire il ruolo di cattedrale, il presepe ha una collocazione di assoluto prestigio dall’incomparabile impatto scenografico. In San Siro infatti il presepe si trova sull’altare della cappella dei Lomellini della Natività sotto un quadro d’eccezione.
Tale dipinto intitolato Nascita di Gesù è appunto opera di Cristoforo Roncalli, pittore vissuto tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento, a tutti noto come il Pomarancio.
Raffaele Soprani in proposito, nella sua “Vite de’ pittori, scultori e architetti genovesi”, racconta che questo raffinato artista, incaricato dal committente il marchese Vincenzo Giustiniani, era originario di un borgo toscano chiamato delle Pomarance e che proprio da questa località trasse il suo evocativo pseudonimo.
La grotta e il borgo marinaro. Foto di Anna Armenise.
Il presepe dipinto dal Pomarancio è un autentico capolavoro di grazia: angeli e putti, sospesi nel cielo, annunciano la venuta di Gesù e assistono alla Sua nascita. L’immagine della Sacra Famiglia è avvolta da una luce salvifica che ne esalta la sacralità e la dolcezza.
La cappella impreziosita dagli splendidi intarsi di Giuseppe Carlone presenta un altare arricchito da materiali preziosi quali corniola, ametista, diaspro rosso e lapislazzuli; alla base della grande Croce si trova un calvario in pirite, mentre due magnifici angeli sostengono l’altare con elegante leggerezza.
Il presepe tradizionale invece, sebbene novecentesco e dunque di fattura relativamente recente, risulta nella sua semplicità perfettamente armonico e piacevole.
Il presepe sembra sorretto dagli angeli dell’altare. Foto di Anna Armenise.
I personaggi si muovono nella scena indaffarati nelle proprie attività quotidiane mentre il flusso dei pastori si dirige verso la povera grotta della Sacra Famiglia.
Sotto la protezione della Lanterna Porta Soprana funge da imponente accesso alla città che non è però quella, con l’eccezione della riconoscibile chiesa di San Matteo, medievale. Bensì un tipico borgo marinaro con le casette colorate a tinte pastello. Sulle torri di Porta Soprana sventolano orgogliose le bandiere di San Giorgio.
La Lanterna, Porta Soprana e la chiesa di San Matteo. Foto di Anna Armenise.
In Copertina. il Presepe di San Siro e la Natività di Gesù del Pomarancio. Foto di Anna Armenise.
Questo presepe non va confuso con il famoso presepe meccanizzato di Crevari che, purtroppo, da almeno tre anni non viene più allestito.
“Si tratta invece di un presepe di famiglia -a raccontare è Caterina Lazzaro- composto da pezzi raccolti nel corso degli anni o realizzati da noi, che ha trovato una collocazione più adeguata all’interno della chiesa, soprattutto per ragioni di spazio.
Scene di quotidiana vita di campagna.
Mestieri
Abbiamo voluto rappresentare il borgo di Crevari, in particolare il rione Fontana, da cui ha origine la famiglia di mio marito, con l’aggiunta del Mulino di Crevari, luogo in cui egli è nato”.
Ecco che allora il borgo si popola di personaggi: l’oste con la brocca, la donna intenta a preparare le rostie (castagne sul fuoco), il pollivendolo. Pane, frutta, verdura e salumi fanno bella mostra di se.
Molto originale in particolare la scena dei Cristezanti (portatori di Cristi processionali) che portano in processione l’immancabile Cristo Moro. La chiesetta poi che ospita il presepe è molto antica: il suo nucleo originario risale addirittura al 1200. Dalla sommità della collina su cui è ubicata, si gode di un panorama che abbraccia l’intera città.
In Copertina. il celebre mulino sul mare di Crevari. Tutte le foto sono di Caterina Lazzaro.
Il panorama che si gode dall’alto.La chiesetta di Sant’AntonioI Cristezamti.
Dentro la vecchia stufa di ghisa, il crepitio del fuoco rompe il silenzio ovattato della neve. Fuori, la bianca dama scende soffice dal cielo, posa il suo mantello su prati e monti, e ogni tanto qualche raffica impaziente scuote la porta come un ospite che non vuole aspettare. “Fa freddo certo, ma almeno qui al Casùn abbiamo di che scaldarci e, grazie ai contadini qui intorno, qualcosa da mettere sotto i denti. In altri rifugi non sempre sarà così. Alle radici del Ramaceto, nei pressi di Lorsica, questa è la nostra casa: un rifugio di fumo, legna e neve”.
Il Casun du Stecca dal nome del contadino che lo aveva offerto ai Partigiani.
Il partigiano Gino Bonicelli, Tuo Badoglin, ricordava così: “So solo che a Cichero c’erano Bisagno, Bini, Dente, Moro, Croce. Insomma trovai i Partigiani.“
“A quanto mi risulta, nel settembre del ’43 erano tre i primi nuclei della Resistenza ligure: uno nella zona di Voltaggio, uno sulle pendici del monte Antola, e uno a Castello, minuscola frazione di Favale di Malvaro. Tre scintille in una regione che si stava scurendo“.
“Io arrivai – a parlare è Bisagno – ai primi di dicembre, dopo aver abbandonato la caserma di Caperana. A quel tempo ero un ufficiale (sottotenente) del Genio e, prima di salire in montagna, avevo nascosto nel castello di Chiavari una cinquantina di fucili. Sapevo che presto ci sarebbero serviti.”
A sinistra Stecca, a destra Bisagno alla guida della motocicletta. Foto tratte dal volume “Una città nella resistenza” di Carlo Brizzolari, Valenti editore.
È lì che Aldo Gastaldi diventa Bisagno?
“Si, come il torrente che bagna la mia città, io sognavo di irrorare le coscienze dei miei compagni. Io volevo insegnare loro a combattere non i Fascisti, ma il loro metodo, e laddove possibile cercavo di risparmiare delle vite ed evitare inutili rappresaglie o esecuzioni sommarie. Prima di tutto ero un cattolico e come tale volevo comportarmi.
Un torrente, sì: ostinato, limpido, indifferente ai colori delle sponde. Forse anche per questo, pur essendo democristiano, ottenne rispetto e fiducia persino tra la dominante componente rossa. Ma lui sorvolava, era al di sopra di ogni etichetta.
“Non so… io cercai sempre di essere da esempio e stimolo. Per questo elaborai delle ferree regole comportamentali che tutti dovevano rispettare, a prescindere dal ruolo e grado. Quello che è passato alla storia come il famoso Codice Cichero.”
E così nacque quel codice che sapeva di montagna e di dignità: – obbedire in combattimento, discutere poi in assemblea; – il capo eletto dai compagni, primo nel pericolo, ultimo nel cibo e nel vestiario; – ai contadini si chiede, non si prende; e se possibile si paga; – non si importunano le donne; – non si bestemmia.
Regole semplici e severe come un sentiero d’inverno. Ma anche così, non sempre la sua voce fu abbastanza.
“Ricordo che, il giorno successivo al massacro della Benedicta, lo sdegno aveva offuscato le coscienze e limitato la nostra visione. Molti partigiani volevano uccidere tutti i prigionieri fascisti e tedeschi. Insomma: occhio per occhio, dente per dente.”
Si dice che fosse un uomo tutto d’un pezzo, un blocco di integrità temprato come acciaio. Lo prova quell’episodio alla Scoffera: sul piazzale dove erano stati fucilati Agudo e i suoi tre compagni, alcuni vollero appendere i cadaveri di tre soldati tedeschi.
“Mi ero opposto dichiarando che, fin tanto che ero io il comandante, la mia formazione non si sarebbe macchiata, alla maniera dei tedeschi, di tanta infamia.”
La sua autorità era già grande, e nessuno parlò più di vendetta. Neppure dopo che i fascisti fucilarono Severino.
Il comandante Bisagno.
Ma la faccenda dell’arruolamento del Vestone come si è svolta?
“I tedeschi avevano dato il compito al battaglione Monterosa di presidiare la Val Trebbia: uno a Torriglia, uno a Bobbio e il terzo – il Vestone – a Gorreto. I partigiani catturarono il maggiore Paroldo e il suo attendente Cattani, così iniziarono le trattative per lo scambio con due partigiani.
Ero convinto che la crisi degli alpini fosse stata provocata unicamente dalla convinzione che l’Italia per la quale valeva combattere era quella dei partigiani.
Non potevo rinunciare a un estremo tentativo: un’azione spericolata di cui volevo incaricarmi in prima persona, per non mettere a repentaglio i compagni.
Sarei sceso a Torriglia e, nella confusione provocata dall’afflusso dei due battaglioni, avrei tentato di stabilire un contatto con Paroldo. Per tre giorni non riuscii a comunicare con il comando; poi, il quarto, convocai il commissario a Costa Maggio, una località nei pressi di Montebruno, in una piccola osteria a picco sul Trebbia.
Là il maggiore Paroldo e il suo aiutante Ebner si accordarono con noi perché la notte stessa il battaglione al completo, con armi e carriaggi, raggiungesse Gorreto unendosi alle nostre formazioni.”
La radio alleata, quella notte, aveva una voce più limpida:
“Stamane 4 novembre, nell’anniversario dell’armistizio che nella Grande Guerra l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico, il maggiore Paroldo col suo battaglione alpino Vestone è passato nelle file della Divisione garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quella Italia che combatte sui nostri monti per la libertà. Il comando della Sesta zona operativa saluta gli alpini del Vestone e plaude al loro gesto e alla ritrovata fraternità nel nome dell’Italia.”
Il busto di Aldo Gastaldi in Piazza Corvetto a Genova.
“Sono sempre stato molto critico nei confronti del mio operato ma questa è una di quelle iniziative di cui vado veramente fiero”.
E di Genova libera cosa ricorda?
“Tra il 23 e il 24 aprile tutte le formazioni la Pinan Cichero, la Severino, la Balilla, la Jori e la Coduri strinsero il cerchio e calarono su Genova a liberarla dal nemico, prima ancora che arrivassero in soccorso gli alleati. Ricordo gli spari ma anche la gente che si riversava in strada ballando e cantando dalla gioia”.
Lassù, tra i monti, cantando le antiche canzoni alpine, i gruppi della Cichero presero infine congedo: il Fuoco, il Guerra, il Forca, il Bellucci, il Mandorli… Ogni formazione si sciolse come neve al primo sole.
Ne restò una sola: il Vestone. Erano alpini venuti da lontano – Bergamo, Brescia, Trentino – ma ai partigiani si erano legati come fratelli. E Bisagno, fedele alla parola data, li accompagnò uno a uno verso le loro case, verso le famiglie che li attendevano da un inverno troppo lungo.
“A Desenzano, sulle rive tranquille del Garda, il comandante della Cichero – ormai solo – riprende la via di Genova. Sul tetto della cabina del camion, dove ha voluto sistemarsi insieme al fido Barbera e a Donno, canta piano una canzone partigiana, come per tenere accesa un’ultima brace di quel fuoco che aveva guidato tanti uomini“.
“se libero uno muore, non importa di morir..”
La strada scorre sotto le ruote, un nastro sottile che lega il presente al dovere compiuto. Poi un colpo di freno, un brusco scarto, una maledetta strisciata sull’asfalto. In un attimo il canto si spezza, il vento si ferma, la corsa si compie. E anche Bisagno se ne va.
Non tra le grida della battaglia, non nell’ombra di un bosco né sulle cime che aveva governato: se ne va sulla via del ritorno, con la canzone ancora sulle labbra, come chi ha dato tutto ciò che aveva da dare.
Il monumento a Bisagno in località Fasce.
Se ne va appena assolto il grande compito, lasciando dietro di sé il silenzio denso che segue gli atti irrepetibili. E quel silenzio, ancora oggi, sembra il passo di un uomo che continua a camminare accanto a noi.
Grazie Comandante… grazie di tutto.
In Copertina un bel primo piano di Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno. Definito da Giovanni Serbandini “Bini” Primo Partigiano d’Italia. Definizione poi più volte ripresa da Paolo Emilio Taviani, Ferruccio Parri e Sandro Pertini.
Genova gli ha dedicato una strada proprio davanti alla Casa dello Studente (simbolo della barbarie nazifascista), un monumento in località Fasce, una statua con lapide in via XII Ottobre, tra piazza Corvetto e il Parco dell’Acquasola, nel centro cittadino. Sempre a Genova un Istituto Tecnico Industriale porta il suo nome.
La Casa dello studente in Corso Gastaldi a Genova. Teatro di indicibili orrori delle SS e dei Fascisti contro i Partigiani.
Una stele commemorativa in marmo con busto bronzeo si trova nei giardini della stazione di Chiavari.
Il 24 aprile 2005 i resti mortali di Aldo Gastaldi sono stati traslati dal Campo di Trento e Trieste al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, dove riposano i genovesi più illustri. Nel 2009 Aldo Gastaldi è stato inserito nell’agenda pastorale liturgica di servizio e di memoria della Diocesi di Genova e annoverato tra coloro che hanno onorato la Chiesa genovese nel XX secolo. Nel 2019 il cardinale Bagnasco ne ha avviato la pratica di beatificazione. Nello stesso anno sorge a Genova l’istituto di istruzione superiore A. Gastaldi-G. C. Abba come unificazione di due istituti (A. Gastaldi, industriale, anni ’50 – G. C. Abba, polo chimico di Genova, 1925).
Note: i brani in corsivo sono liberamente tratti dal testo “La Repubbica di Torriglia” di G.B. Canepa. Fratelli Frilli editori.
Per non fomentare inutili polemiche mi sono attenuto alla vulgata ufficiale ma per dovere di cronaca segnalo che nel 2015 il libro “Bisagno” di Marco Gandolfo da cui è tratto l’omonimo documentario ha riportato diverse testimonianze dirette di compagni d’armi, di lotta partigiana, amici e parenti del Gastaldi, secondo le quali prende nuovamente corpo la tesi dell’omicidio dovuta all’avversione dell’eroe al movimento comunista e alle sue pratiche violente definite dallo stesso Gastaldi fasciste.
Sono un figlio dei caruggi. Là dove la luce fatica a entrare e il mare arriva come un respiro caldo tra le case. È lì, in via San Bernardo al n. 30, che nacqui il 5 settembre 1827.
Portavo in me due anime: quella elegante e nobile dei marchesi Zoagli, da mia madre, e quella temprata dal sale e dal vento di mio padre, marinaio diventato ammiraglio. Due sangui diversi, due destini. Io, invece, ero soltanto un ragazzo ribelle che non sapeva stare fermo.
A sinistra oratorio di San Bernardo. A destra la casa natale
Alle Scuole Pie dei Padri Scolopi imparai la disciplina, la grammatica, il latino. e imparai anche che nulla può ingabbiare un cuore quando decide di correre. All’università frequentai i corsi di legge e filosofia e qui venni a contatto con i membri della Carboneria genovese. Le poesie erano la mia fuga, la mia tregua, il mio modo di respirare. Scrivevo per calmare il tumulto che avevo dentro.
Targa della dimora in Largo Sanguineti.
Mi trasferii con la mia famiglia nei presso di San Lorenzo, nel Palazzo Senarega Zoagli in Largo G. A. Sanguineti 11.
Recita così la lapide apposta sul prospetto:
“Dava il Sangue alla Patria / Ai Secoli il Canto / Goffredo Mameli / che in Queste case / ebbe (cancellato) Dimora / 1827 – 1849 / La Democrazia Genovese Poneva / il 30 Luglio 1876”.
Poi venne il 1847 e Genova il 10 dicembre celebrò il centounesimo anniversario della cacciata degli Austriaci. Vennero trentamila patrioti da ogni parte d’Italia. In quell’occasione, sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Loreto, venne per la prima volta eseguito dalla Filamornica sestrese, il futuro Inno nazionale. E io, con il tricolore alzato come una fiamma, mi trovai in testa al corteo. Dicono che fossi uno che cercava solo il disordine, un piantagrane. No. Io cercavo l’Italia. Quell’Italia che ancora non c’era, ma che io già vedevo.
Avevo vent’anni quando scrissi il Canto degli Italiani. Il mio amico Michele Novaro con la sua musica gli diede voce. Lo chiamate Inno di Mameli, lo cantate in occasione delle vittorie sportive o degli eventi ufficiali. Oppure “Fratelli d’Italia!”. Lo stesso nome -mi dicono- dell’attuale partito di maggioranza con il quale però non ha molti valori in comune. Per noi era un giuramento d’amore, di fedeltà, di sangue. “Siam pronti alla morte”. Io lo ero davvero.
Le scale e il sagrato del Santuario di Nostra Signora di Loreto. Foto di Leti Gagge.
Quando seppi infatti che Nino Bixio combatteva a Milano, non ci pensai: andai, insieme a trecento volontari. E Garibaldi mi promosse di grado, una fiducia troppo grande per un ragazzo così giovane. Che orgoglio, divenni capitano! Ma io volevo essere all’altezza di quel sogno. Anche quando i moti fallirono, il fuoco non si spense. Pippo — Mazzini — mi chiese di scrivere l’Inno Militare, e Verdi lo musicò. Dirigevo Il Diario del Popolo, dalle pagine del mio giornale accendevo speranze a ogni parola.
Poi, nel febbraio del ’49, sembrò che tutto potesse finalmente diventare reale. La Repubblica Romana: il triumvirato di Saffi, Armellini e Mazzini al quale scrissi io stesso di mio pugno quel famoso dispaccio:
«Roma! Repubblica! Venite!» E venimmo. E combattemmo. Come leoni, come fratelli, come italiani.
La targa della scalinata di accesso al Santuario.
Sul Gianicolo, però, il destino decise per me. Una fucilata alla gamba. Un dolore caldo, feroce. I compagni mi soccorsero e mi portarono all’ospizio di Trinità dei Monti: li ricordo ancora mentre correvano, sento ancora le voci concitate, il fragore delle bombarde, le grida mentre non mi lasciavano cadere. La gangrena avanzava. Bertani e Bixio decisero l’amputazione. Era tardi. L’infezione mi prese piano, come una notte che non finisce.
“Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso Non ha vent’anni ancora Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso..” avrebbe cantato un altro poeta (De André) di fronte ad una crudele e prematura scomparsa.
«Alle 7 e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849 spirava in Roma all’ospedale della Trinità de’ Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli.»
Nino Bixio.
Avevo quasi ventidue anni. Mi coprirono con il tricolore. Il mio primo amore. Il mio ultimo abbraccio.
Non rimpiango nulla. Ho amato la mia patria con la ferocia e la dolcezza di un ragazzo che non ha paura di morire. Ho scritto parole che non erano canzoni, ma desideri. Ho creduto in un’Italia libera, unita, migliore. E anche se il mio corpo è caduto giovane, la mia voce… la mia voce canta ancora.
Dentro ogni “Fratelli d’Italia”. Dentro ogni cuore che sogna un paese più giusto.
Io sono Goffredo Mameli. E la mia vita, breve e ardente, è stato tutto ciò che avevo. E tutto ciò che potevo dare.
«Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.»
Genova gli ha dedicato un monumento commemorativo nel cimitero Monumentale di Staglieno, una strada nel quartiere di Castelletto, una galleria in Albaro alcune scuole e una Società sportiva natatoria a Voltri.
Il ricordo di una vittoria non lenisce la ferita di un esilio.
Nonostante Piazza San Matteo sia la sua roccaforte, Lamba Doria si presenta all’incontro scortato da due armigeri. Indossa una sopravveste scura bordata di velluto cremisi, colore dei Doria, e sotto intravedo la cotta di maglia che ancora porta con naturalezza, quasi fosse un’estensione del suo corpo. La cintura, larga e decorata da fibbie in rame brunito, sostiene un pugnale dal manico d’osso, più cerimoniale che da combattimento. Gli armigeri, con corazze lucide e l’insegna della famiglia sul petto, si arrestano a pochi passi da noi. Lamba li congeda con un perentorio gesto della mano: un comando rapido, abituato all’obbedienza immediata.
La chiesa di San Matte nell’omonima piazza. Foto di Stefano Eloggi.
La piazza è silenziosa, incastonata fra le facciate striate di marmo bianco e nero dei palazzi dei Doria. L’aria del tardo pomeriggio sa di mare e di pietra antica. Mi avvicino con fare rispettoso, mentre Lamba mi invita a seguirlo nel chiostro della chiesa.
Il pozzo nel chiostro di San Matteo. Foto di Leti Gagge.
Onorato di conoscerla, ammiraglio. Grato che abbia accettato il mio invito.
Lui annuisce appena, la barba brizzolata che si muove appena al suo respiro. Lo accompagno sotto le arcate del chiostro aspettando il momento giusto per rompere quell’imbarazzante silenzio.
«Come è iniziato -esordisco- il suo rapporto con il mare?»
«In casa nostra si impara prima a navigare che a camminare» risponde deciso. «Mio fratello Oberto fu grande esempio: Capitano del Popolo e vittorioso, con Benedetto Zaccaria, alla Meloria nel 1284. Una vittoria che spezzò il dominio marittimo di Pisa. Anche gli altri miei fratelli onorarono il Casato: Nicolò, anch’egli in mare; Jacopo, annalista della Repubblica. La rotta era già tracciata. Non potevo sottrarmi.»
«E quale è stata la sua rotta?»
«Nel 1268, appena maggiorenne, mio padre Pietro mi inviò in Oriente. Commerciai allume, pellami, grano. Navigai tra Caffa, Trebisonda e Costantinopoli, città splendida e inquieta. Al mio ritorno ricevetti terreni e la gestione di una ferriera a Quiliano… ma la terra mi stava stretta: il mare mi chiamava.»
Si interrompe, osservando le arcate del chiostro come fossero alberi maestri che svettano nel vento.
Il colonnato del chiostro. Foto di Leti Gagge.
«Nel 1284, sotto l’ammiraglio Enrico De Mari, affrontammo i pisani al largo di Cagliari: alla Tavolara li travolgemmo. Quella vittoria in qualità di capitano accrebbe il mio prestigio. Quando Oberto si ritirò, presi in mano gli affari di famiglia e divenni podestà di Ventimiglia, poi di Albenga e infine di Asti. Lasciai ai miei figli i commerci e la gestione delle proprietà».
«Non temeva che i suoi figli non fossero all’altezza?»
«Feci con loro ciò che mio padre fece con me. Non tutti gli investimenti furono saggi: Tedisio ad esempio finanziò “il folle volo” l’impresa dei fratelli Vivaldi, … e sparirono nell’Oceano, oltre le Colonne d’Ercole. Ma chi commercia e chi naviga deve accettare l’incertezza. Fa parte del mestiere».
«E Genova?»
Il nome sembra scuotergli un ricordo doloroso. Mentre fruga nella sua memoria sembra rivivere quei momenti, quelle emozioni. Si ferma e mi fa cenno di sedermi accanto a lui sul muretto.
«Nel 1297 fui nominato Capitano del Popolo. Genova era un alveare in fermento: ricca, potente, eppure eternamente in guerra con Pisa e Venezia. Fu così che nel 1298 guidai la flotta contro la Serenissima per il dominio dell’Oriente: colonie, mercati, trattati… tutto era in gioco.»
«Cosa ricorda di quella battaglia?»
Il 7 settembre settanta navi genovesi affrontarono una flotta veneziana ancor più grande. Le fonti annotano ben 85. Il giorno dopo la battaglia infuriò al largo dell’isola dalmata di Curzola. I veneti ebbero la meglio all’inizio, ma li accerchiai, li spinsi verso la costa. In poche ore la superba armata di San Marco era spezzata: decine di galee affondate, altre catturate.»
Un’ombra attraversa il suo volto. Fra uomini di mare il rispetto è a prescindere dal vessillo che si difende.
«Catturai anche il loro comandante, l’ammiraglio Andrea Dandolo. Marinaio e uomo di grande valore. Non sopportò l’onta e si tolse la vita. Quella stessa vita che perse in quella battaglia anche mio figlio Ottaviano. Il mare toglie, il mare da».
«E Marco Polo? Lo fece prigioniero lei?»
«Marco Polo il mercante dalmata, intende? Fosse stato per me, sarebbe stato dato in pasto ai pesci. Ma era ricco, influente. Lo rinchiudemmo nelle segrete di Palazzo San Giorgio. Da lì, si dice, nacque il suo libro.»
Sulla sinistra la parte medievale del Palazzo San Giorgio nelle cui celle venne rinchiuso Marco Polo. Sulla destra gli ormai millenari portici di Sottoripa. Foto di Leti Gagge.
«Immagino grandi celebrazioni al suo ritorno…»
«Non volevo essere da meno di Oberto. E non lo fui. La Repubblica mi accolse con ogni onore e mi donò lo splendido palazzo che vede affacciarsi su questa piazza.»
Palazzo Lamba Doria. Foto di Antonio Corrado.
Lamba fu inoltre nominato ammiraglio del Sacro Romano Impero, al comando della flotta Imperiale con 40 galere personali per conto dell’imperatore Arrigo VII ed ebbe pure l’onore di comandare anche la flotta Reale Aragonese per conto del Re Giacomo d’Aragona.
Poi il tono cambia. All’orgoglio per i successi ottenuti, si contrappone l’amarezza per le delusioni patite.
«Ma gli onori durarono poco. Genova era lacerata: Rampini (guelfi) e Mascherati (ghibellini), alleanze che cambiavano al mutare del vento. Gli Spinola, un tempo miei compagni d’armi, mi tradirono. A Busalla presero me e i miei figli. Fui liberato solo pagando un riscatto enorme. Con i guelfi al potere mi rifugiai a Savona, dove trascorsi, lontano dalla mia città, gli ultimi anni… amareggiato. Avevo portato a Genova la gloria di Curzola, ma i genovesi se ne erano presto dimenticati»
Sic transit gloria mundi
Rimane in silenzio mentre il sole cala e il chiostro si tinge d’oro.
Lamba oggi riposa in un sarcofago romano, da lui stesso portato come bottino di guerra dall’Oriente, incastonato nella facciata di San Matteo.
Lamba, nelle vesti di un guerriero romano, nella Loggia degli Eroi.
Quando mi congedo, il chiostro è immerso nella penombra. Lamba si volta un’ultima volta verso la chiesa, appoggiando la mano sull’ardesia. «Il mare non ricorda i nomi,» mormora. «Ma non dimentica mai chi lo ha sfidato.»
Poi si allontana, il rumore dei suoi passi che si perde tra le colonne, come il profilo lontano di una vela che scompare oltre l’orizzonte.
«e meser Lanba Doria fe capitanio e armiraio, nobel e de gram coraio e d’onor como lo de.»
(italiano) «e Messer Lamba Doria fu capitano e ammiraglio, nobile e di gran coraggio e d’onore come lo è [un uomo d’onore].»
(Anonnimo Zeneize, De vitoria facta per Januenses contra Venetos […], 1300 ca.
In Copertina: Lamba Doria ritratto da Gioacchino Assereto 1633-35.
Il Presepe artistico degli Amici del Presepe di Begato vi invita a un emozionante viaggio nel tempo, immergendovi nel cuore della Val Polcevera. In questa cornice ricca di fascino e storia, il presepe si anima con figuranti in costumi d’epoca, trasportandovi in un’epoca preindustriale di bucolica bellezza. Le statuine, autentici tesori risalenti ai secoli XVII-XX, sono state magistralmente restaurate dal Laboratorio Regionale di Restauro dell’Istituto Prof. Civico Duchessa di Galliera, conferendo nuova vita a un patrimonio di rara suggestione. Un’esperienza unica, dove arte, storia e tradizione si fondono in un racconto senza tempo.
Scorci di vita domestica.
Dal 25 dicembre 2020 al 2 febbraio 2021, il Presepe artistico degli Amici del Presepe di Begato vi aspetta per un’esperienza che unisce arte, tradizione e magia natalizia. Ogni pomeriggio, dalle 15:00 alle 18:00, potrete immergervi nella suggestiva atmosfera di un capolavoro senza tempo. Dopo il 7 gennaio e fino al 3 febbraio, le visite saranno aperte ogni sabato e domenica, sempre nello stesso orario.
La Natività.
Ma c’è di più: questo capolavoro racconta anche una storia di dedizione e restauro. Il 16 marzo 2014, la Parrocchia di Santa Caterina di Begato ha avviato un importante progetto di recupero, affidando al Laboratorio di Restauro della Regione Liguria il compito di intervenire sulle preziose statuine del presepe, con l’approvazione della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria.
Scene di vita di campagna.
Organizzato con cura dagli Amici del Presepe di Begato e realizzato grazie al supporto della Confraternita di Nostra Signora del Rosario e della Parrocchia di Santa Caterina V.M. di Begato, sotto la direzione di Elio Mangini, questo evento è un appuntamento imperdibile per riscoprire il della tradizione natalizia. L’ingresso gratuito rende questa esperienza accessibile a tutti, per farvi vivere la magia del Natale come mai prima d’ora.
Gli esperti del Laboratorio hanno analizzato accuratamente ogni statuina e selezionato sette pezzi di maggiore rilievo per un restauro dettagliato. A seguito di una relazione approfondita sullo stato delle opere e del progetto di recupero, la Parrocchia ha ottenuto il nulla osta dalla Soprintendenza, in conformità con il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Questo intervento ha restituito al presepe la sua straordinaria bellezza, rendendolo un simbolo ancora più prezioso del patrimonio artistico e religioso della Liguria.
Oratorio della Chiesa N.S. Rosario P.za Don Mantero, adiacente alla Chiesa Parrocchiale di S. Caterina V.M. Begato – capolinea AMT 272
Le origini del presepe di Crevari risalgono al 1958 : in quel periodo iniziarono a essere costruiti i premi meccanismi che avevano lo scopo di riprodurre i mestieri della vita contadina. i primi personaggi meccanizzati vennero costruiti usando gli omini del calcetto. Negli anni ’70 poi visto il successo si decise per un’ampliamento della struttura e anche introdurre nuove tecniche di costruzione.
Lo spazio di circa 200 metri quadri in cui storicamente veniva allestito il presepe era un tempo il salone della parrocchia che, visto l’inaspettato successo, solo dopo il 1970 è stato interamente dedicato alla tradizione natalizia.
Parte del Presepe esposta a Tursi.
La caratteristica che ha reso celebre il presepe di Crevari è proprio la suggestiva ambientazione: dal lago alle colline, dalle tipiche creuze alle montagne innevate con tanto di effetti speciali che creano l’effetto “nevicata”, fino ad arrivare al temporale che, con effetti sonori e visivi, sembra quasi reale, con tanto di tuoni, fulmini e saette.
Oltre ai personaggi della tradizione spiccano i rappresentanti dei mestieri di una volta. Lungo il ruscello intorno al quale si sviluppa la vita del borgo ecco comparire la massaia che preparala cena, il contadino che munge la vacca, il calzolaio che ripara le scarpe, il pastore che governa le pecore, muratori al lavoro e uomini che giocano a carte.
Nel corso degli anni, con cura e passione, i volontari del paese hanno dedicato le loro energie a costruire, migliorare e rinnovare il presepe, allestendo nuove ambientazioni o semplicemente ridipingendo le statuine, rigorosamente a mano.
Casa padronale.
Quest’anno, causa problematiche di ordine tecnico, il presepe non è fruibile nella sua sede solita ma potrà essere comunque parzialmente ammirabile nell’atrio di palazzo Tursi, dove sono stati collocati alcuni moduli con i meccanismi storici tanto apprezzati negli anni e resi funzionanti grazie al supporto del Comune di Genova.
Lavori di restauro di una casa contadina.
Scene di vita lavorativa e domestica quotidiana.
«In queste settimane – dice l’assessore alle Tradizioni cittadine Paola Bordilli – abbiamo lavorato insieme alla Curia e alla parrocchia di Sant’Eugenio per cercare di comprendere e di risolvere alcune problematiche tecniche del presepe di Crevari. Abbiamo deciso, così, di portare alcuni moduli a palazzo Tursi, completi dei loro meccanismi storici, affinché genovesi e turisti possano ammirare questo pezzi”.
Ci diamo appuntamento ai piedi della creuza che da Nervi s’arrampica lenta verso le alture di Sant’Ilario. L’aria del mattino è intrisa di sale, e la brezza porta fin quassù l’odore vivo di legno bagnato e acque salmastre di porto. Sotto le scarpe i ciottoli umidi scricchiolano, mentre l’uomo che sto aspettando avanza con passo sorprendentemente agile. La sua figura è talmente imponente che per un istante mi toglie la luce del sole.
«Signor Pagano, ma… quanto è alto?»
Si ferma, si raddrizza e sorride con orgoglio. «Un metro e novanta per centoventi chili di muscoli.»
«Non stupisce che mi scelsero per interpretare Maciste. Era il 1914, recitai in Cabiria di D’Annunzio. Poi arrivarono altri film… e per più di dieci anni fui una star del cinema muto.»
Si volta verso il mare, come se da quelle onde risalisse un ricordo lontano. «E subito già nel 1915 Eugenio Baroni mi volle come modello per il monumento dei Mille a Quarto. Mi fece posare nei panni di Garibaldi.»
Il monumento dei Mille di Quarto con in testa Garibaldi.
Il racconto scorre naturale, e allora gli chiedo: «E negli anni successivi?»
Lui inspira profondamente, come per incamerare memoria. «Diventai, insieme a Primo Carnera (peso massimo campione del mondo di pugilato), il simbolo del superuomo italiano. Il Fascismo mi idolatrò, mi prese come emblema dell’italiano forte, invincibile. Maciste non era più solo al cinema: era diventato un mito nazionale.»
Locandina con Maciste. Versione latina dell’Ercole greco.
Per un istante nei suoi occhi appare una scintilla di soddisfazione, quasi infantile.
«E poi?»
La scintilla si spegne. «Poi arrivò l’artrite reumatoide. Lenta… spietata. Mi divorava le articolazioni un giorno alla volta. Alla fine dovetti ritirarmi. E su una sedia a rotelle, al regime, non servivo più. Così fui dimenticato.»
Ancora Maciste.
Il vento sembra fermarsi assieme a lui. Allora provo a riportarlo ai ricordi che ancora gli scaldano il cuore.
«Ma da dove veniva tutta quella forza?»
La sua risata rimbalza tra gli ulivi. «Dal Dna dei miei vecchi, forse. E dalla vita dura. Ogni mattina scendevo a piedi fino al porto e macinavo chilometri su chilometri a passo svelto.»
Gli occhi gli brillano: sta tornando con la mente a quella Genova viva, brulicante.
«Il porto allora era un mondo intero. Un frastuono continuo: martelli, carrucole, casse che battevano a terra, cavalli che nitrivano. Le navi a vapore sputavano fumo denso, nero come la pece, e le sirene ululavano all’alba.»
«Alle banchine erano attraccati decine di piroscafi che i camalli scaricavano con grande lena. Certo c’erano delle gru ma il grosso del lavoro era svolto a braccia: legname, tessuti, cereali e presso il Porto Franco anche caffè, cacao e spezie di ogni sorta. La merce regina in quell’aria fuligginosa era il carbone che a fine turno ci dipingeva il volto come minatori gallesi.»
Si concede un sorriso nostalgico. «Gli odori… ah, quelli non li scordi più. Catrame caldo, legno delle banchine, corde intrise d’acqua salata, pesce fresco e sudore. Era un miscuglio che ti restava addosso, nella pelle e nei vestiti.»
“In quell’aria carica di sale e gonfia di odori” avrebbe cantato mezzo secolo secolo più tardi De André.
«Lì facevo a gara con Penco a chi sollevava più sacchi.»
Foto di gruppo del 1910: il terzo seduto, partendo da sinistra con la maglietta scura è Bartolomeo. Il terzo in piedi da sinistra con baffi è il campione di sollevamento pesi Penco.
«E chi vinceva?»
Allarga le braccia, come dire: è evidente. «Io, quasi sempre. E Cescu era campione italiano di pesi.»
«A pranzo si andava da Nina, in Sottoripa.» Gli si illumina il volto. «Appena aprivi la porta ti veniva incontro l’odore del minestrone: basilico, cavolo, patate… Io ne mangiavo pignàtte (pentole) intere. E mezzo litro di rosso e un chilo e mezzo di pane non mi bastavano ancora.»
La luce del pomeriggio scivola morbida tra le chiome degli ulivi. «La sera ripercorrevo il cammino a ritroso. A volte a piedi, a volte appeso a un carro. Arrivavo in cima a questa creuza che ero sfatto.»
Ricordo un gustoso aneddoto che mi ha riportato anni fa la signora Marsano:
«Mi hanno raccontato che una volta ha spostato una Topolino… con dentro una coppietta.»
Scoppia a ridere. «Eh sì. Quelli si fermavano sempre davanti al cimitero di S. Ilario e mi impedivano il passaggio. Una sera ero più nervoso del solito: ho sollevato la macchina con loro dentro e l’ho messa sul muretto. Due ruote per lato.»
Poi passo alla storia più famosa, quella che mio nonno mi raccontava ogni mattina quando mi accompagnava a scuola alle elementari dell’Embriaco e che è rimasta impressa nella mia memoria come l’avventura di un super eroe.
La strada che sale sulla sinistra è Via Fieschi. Sullo sfondo si intravvedono cupola e campanili della Basilica di Carignano.
«E il carro di via Fieschi? Quello che avrebbe trainato da solo?»
Si raddrizza, il torace si gonfia come allora. «Aveva piovuto. La salita era “scuggente” (scivolosa). Un cavallo scivolò, il carro si ribaltò, una ruota si ruppe. Tutto fermo. Nessuno sapeva come muoversi.»
Lui socchiude gli occhi, come per rivivere il momento. «Mi tolsi la giacca e arrotolai le maniche della camicia. Sollevai il carro con tutto il carico, imbracciai le stanghe e lo trascinai su fino alla Basilica di Carignano. La gente… non credeva ai propri occhi.»
«Quando non lavoravo, stavo all’osteria.» Il tono si fa affettuoso. «Mi piaceva la compagnia. Ogni tanto, beh… facevo vedere che Maciste esisteva anche fuori dal cinema. Una volta, per scommessa, sollevai il bancone usando solo denti e collo.»
Il sole scivola dietro il Promontorio di Portofino, tingendo di oro e rame i tetti di Genova. La creuza sotto di noi è bagnata, i ciottoli luccicano come specchi d’acqua. Ogni passo produce un piccolo scroscio, che ricorda il rumore dei passi nelle pozzanghere del porto: sirene, catrame caldo, corde che sbattono e il sordo muggito dei cavalli, tutto un mondo che improvvisamente riaffiora nitido alla memoria.
La collina di S. Ilario con la sua chiesa e sullo sfondo il Promontorio di Portofino.
Pagano si ferma. Il vento gli increspa i capelli grigi, accarezza la barba incolta di qualche giorno. Si volta verso il mare: le onde luccicano come pezzi di vetro, e l’odore salmastro mescolato a terra e rosmarino gli arriva dritto al naso.
«Sa qual è la verità?» La sua voce è profonda, calma, carica di tutta la vita che ha vissuto. «La forza… non è nei muscoli. È ciò che ti tiene in piedi quando il mondo ti dimentica, quando nessuno ti guarda e rimani solo con te stesso»
Annuisco, ma sento lo stesso brivido che deve aver provato chi, decenni fa, lo vide sollevare un carro da solo.
Si volta verso di me e sorride, quel sorriso che è insieme bambino e gigante. Poi piega leggermente le ginocchia e riprende il passo, come un uomo che conosce ogni curva della collina. Io lo seguo, e ogni suo passo fa tremare appena il selciato, come un’eco lontana di battiti forti, di sfide vinte e sudate, di leggende vissute.
All’orizzonte un gabbiano vola basso sul mare mentre Pagano si ferma ancora, allunga le braccia, quasi a misurare il cielo, la collina, il porto e tutto quello che è stato.
«Ora andiamo… prima che faccia buio. E’ facile inciampare, non vorrei che ci facessimo del male»
Scendiamo lentamente. La sua ombra si allunga sul selciato, gigante e fragile insieme, mescolando il mito con l’uomo. E nel silenzio che segue, tra il vento che muove le fronde degli ulivi e il rumore lontano delle onde che si infrangono, capisco che alcuni uomini non muoiono mai davvero: restano nei ricordi, nei racconti, nella memoria dei luoghi che hanno attraversato e nelle storie che fanno vibrare ancora chi li incontra.
Bartolomeo si ferma un’ultima volta, guarda il tramonto e sospira. E io, in quell’istante, vedo Maciste non sullo schermo, ma davanti a me: un gigante reale, umano, indimenticabile.
In Copertina: un elegante Bartolomeo Pagano.
Genova gli ha intitolato una via, una traversa di Via del Commercio, nel quartiere di Nervi.
Lo aspetto impaziente ai piedi della scalinata che conduce al suo portone di Corso Dogali n. 5. L’aria è tagliente, profuma di pietra umida e di vento salmastro: l’odore delle mattine genovesi che sembrano scolpite più che vissute.
Montale si presenta impeccabile nel suo elegante doppio petto grigio, con l’immancabile Borsalino che trattiene sul capo con una mano per difenderlo dalle raffiche di vento. Ha il passo lento e misurato, quasi assorto. Quando comincia a scendere, percepisco il rumore secco e incerto dei suoi tacchi sulla scala: un suono che mi raddrizza la schiena e mi fa trattenere il respiro.
Gli vado incontro e lo prendo sottobraccio, proprio come nella sua celebre poesia:
«Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue».
La casa natale con relativa targa in Corso Dogali n. 5.
Sono imbarazzato: non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un monumento della letteratura. Mi sento goffo, fuori posto, come se stessi violando un territorio sacro.
— Professore — esordisco — come è iniziata la sua passione per la scrittura?
Lui sospira, appena, come chi richiama alla mente anni lontani.
«A causa della mia cagionevole salute mio padre mi iscrisse all’Istituto Tecnico di Ragioneria. Secondo lui il Vittorio Emanuele sarebbe stato più funzionale al mio benessere. In realtà voleva assicurarsi un valido ragioniere per la sua ditta di prodotti chimici. Ma io, in uno scagno chiuso fra quattro pareti a fare i conti senza vedere il mare, non mi ci vedevo proprio. Così non perdevo occasione per ampliare i miei orizzonti: fuggivo in biblioteca. Da autodidatta, i miei compagni di avventura divennero Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, D’Annunzio, ma anche anche Rousseau, Proust Baudelaire, Valery, Mann, Rainer Maria Rilke e Mallarmé.
Assistevo inoltre alle lezioni private di filosofia di mia sorella Marianna e mi appassionai a Schopenhauer, Kierkegaard, Heidegger e Nietzsche.
Corso Dogali nel 1904
Nel 1917, poco più che ventenne, i miei sogni si sgretolarono sotto i colpi dei mortai della Grande Guerra. Lì imparai che il dolore può diventare una stanza permanente nella memoria.»
Un silenzio breve cade fra noi, e in quel silenzio mi sembra di sentire il peso di anni che non ho vissuto.
È a Monterosso, dove passa le estati con la famiglia, che Eugenio elabora la sua prima poetica, quella che con Ossi di seppia lo renderà immortale.
La villa liberty a Monterosso che lui chiamava la Pagoda giallognola o Villa delle due palme. Foto tratta dal sito delle Cinqueterre.
«Volevo esprimere tutto il mio male di vivere e l’incapacità di dare un senso all’esistenza. La Liguria, così scarna, rude, essenziale, è stata il palcoscenico ideale: scavata nella pietra, aggrappata agli scogli, in continua tensione verso il mare, perennemente insoddisfatta.»
«Felicità raggiunta, si cammina per te su fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che s’incrina; e dunque non ti tocchi chi più t’ama…»
La sua voce si spegne appena sulla citazione. Il discorso si fa tetro e — mi maledico per non essermi saputo trattenere — tento goffamente di alleggerire.
— Però a Monterosso c’era anche pieno di formose valchirie teutoniche a dare un senso a tutto questo incerto vagare…
Appena lo dico, vorrei riprendermi le parole. Mi fulmina con uno sguardo sprezzante. Basta quello per farmi sentire sciocco.
Dal 2015 alle Cinqueterre è stato istituito il parco letterario a Eugenio Montale. Un percorso nei suoi luoghi e fra i suoi versi. Foto tratta dal sito delle Cinqueterre.
Tossisco, imbarazzato, poi riprendo il filo.
— E… cosa ha significato per lei il Fascismo?
Lui si ferma un istante, come per scegliere con cura le parole.
«Ho subito intuito che si sarebbe stagliato all’orizzonte un futuro plumbeo e nefasto. Così, nel 1925, ho firmato il manifesto antifascista di Benedetto Croce. Ma, oltre alla politica, c’era la mia inquietudine personale. Nel 1929 cercai ristoro trasferendomi a Firenze, la patria dei miei amici di gioventù, che leggevo con ardore e meraviglia. Qui conobbi Gadda e Vittorini.
Inizialmente i gerarchi non badarono a me; dieci anni più tardi, quando ormai avevo una certa notorietà, mi imposero di entrare nel Partito. Mi rifiutai e loro, per tutta risposta, mi lasciarono diciotto mesi senza stipendio, poi mi licenziarono dal Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux.»
Abbassa lo sguardo, come se rivedesse i caruggidella sua infanzia.
«Genova la amavo alla follia… “Quando io venni al mondo Genova era una delle più belle e tipiche città italiane…”»
Mentre cita se stesso, ha un tono diverso: più caldo, più intimo. Forse casa è una ferita che brucia e consola insieme.
Lessi “Pianissimo” di Camillo Sbarbaro, per me fu un maestro e la sua opera una e vera e propria illuminazione. Grazie a lui frequentai anche Quasimodo.
«Ma Genova mi stava troppo stretta, troppo indaffarata nei suoi commerci. Non c’era spazio per i miei versi. Avevo bisogno di immergermi in una nuova realtà e come se non bastasse faticavo anche ad arrivare alla fine del mese.»
«Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!»
«Così, nel 1948, fu la volta di Milano, la città del lavoro. Lì trovai impiego al Corriere della Sera, occupandomi di musica e continuando a scrivere.
Nel 1975 mi giunse inaspettata una lettera da Stoccolma: il Premio Nobel. “Per la sua poetica distinta..” — la motivazione era questa. Mi sono sempre chiesto — ride amaro — se quei vichinghi avessero mai letto davvero una mia poesia.»
12 Dicembre 1975 Montale posa per la foto di rito alla cerimonia dei Premi Nobel di Stoccolma.
«Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida…»
La sua voce si fa più bassa, quasi un soffio.
Il tempo è volato. L’aria si è fatta più fredda e trasparente, come se il mondo avesse deciso di imitare i suoi versi. Ora è giunta l’ora di rientrare.
Lo accompagno sulle scale. In “quell’aria di vetro” si stringe nel cappotto: con una mano si solleva il bavero, con l’altra trattiene il cappello perché il vento non glielo strappi via.
Poi si allontana, un’ombra elegante contro la luce bianca del mattino, «zitto tra gli uomini col suo segreto».
Io resto fermo un istante, ad ascoltare il suo passo che si dissolve. E capisco che certe presenze svaniscono così: lasciando nell’aria un tremito, un segno che non si può spiegare.
Genova lo ha omaggiato con la targa commemorativa sulla sua casa natale, un Auditorium sull’omonimo Largo e una scuola (Nuovo IPC).
Un secco e nitido rumore metallico di bocciata interrompe il brusio dei presenti attorno ai giocatori. Gilberto Govi sorride sornione, soddisfatto della sua giocata. Poi saluta gli amici con un cenno, si infila la giacca e inizia con me una lunga passeggiata per le stradine di Carignano. Eh si perché, da grande amante del giuoco delle bocce, era socio praticante della bocciofila Andrea Doria.
Però -sia ben chiaro- io alla Doria ci andavo per stare con gli amici e tirare alle bocce, ma sono sempre stato genoano, non facciamo confusione!
Immagine che ritrae Govi in tribuna stampa al Luigi Ferraris di Genova. Tratta dalla storia del Genoa di Renzo Bidone.
– Gilberto, com’è nato il suo amore per la recitazione? «Eh, caro mio, la colpa è di mio zio Torquato! A Bologna mi portava sempre al teatro delle marionette. Mi affascinavano le battute, i personaggi, ma anche i costumi: mi piaceva disegnarli, cucirli… insomma, dare vita a quelle figure di legno.»
– E infatti lei ottenne un diploma di disegno, giusto? «Proprio così! Mi diplomai all’Accademia Ligustica di Belle Arti e fui assunto come disegnatore alle Officine Elettriche Genovesi. Ma, come si dice…» – sorride – «‘Fatti coraggio!’, e io me ne feci: il teatro era troppo forte dentro di me.»
– Come arrivò al palcoscenico?
Mentre ero lì a Banchi, tanto che non c’era niente da fare,e mi prendevo due o tre raggi… scherzi a parte..
Govi nei panni di Pignasecca protagonista della celebre commedia “Pignasecca e Pignaverde” di E. Valentinetti.
«Entrai nella compagnia dell’Accademia Filodrammatica Italiana. All’inizio recitavo in un italiano perfetto, senza una parola di dialetto. Ma sentivo che mancava qualcosa… quella musicalità, quella verità che solo il nostro genovese sa dare.»
– E fu lì che conobbe Rina Gaioni? «Sì, alla sede di Genova, nel 1911. Si chiamava Caterina Franchi, ma tutti la conoscevano come Rina Gaioni. Fu l’inizio di un sodalizio artistico e affettivo che durò tutta la vita. Insieme formammo una piccola compagnia di dilettanti appassionati di Bacigalupo e delle sue spassose commedie dialettali.»
Rina e Gilberto Govi nei panni dei loro due personaggi forse più famosi: Giggia e Steva gli indimenticabili protagonisti dei “Maneggi per maritare una figlia” scritta nel 1880da Niccolò Bacigalupo.
– E l’Accademia come prese questa svolta dialettale? «Male, molto male! Nel 1916 mi dissero: “O smetti con il dialetto, o ti espelliamo.”» Fa una pausa, poi aggiunge con il suo inconfondibile sorriso: «E io risposi: ‘Finirà Gigia, non so come, ma finirà!’… e infatti finì: fondai la Compagnia Dialettale Genovese!»
– Una scelta coraggiosa. «Coraggiosa e fortunata! Trenta anni dopo, quelli dell’Accademia mi scrissero per chiedermi scusa e mi nominarono socio onorario. ‘Facciamoci coraggio e andiamo avanti’, dissi allora. E avanti andai.»
– Il successo arrivò presto. «Sì, nel 1923 a Milano, con “Manezzi pe majâ na figgia”. Da lì in poi fu un crescendo. Ma la vera emozione fu la tournée in Sud America: teatri gremiti da Buenos Aires a Montevideo. Migliaia di liguri e italiani emigrati venivano a sentir parlare la loro lingua, a ridere e piangere con me.»
“Appena sbarcato ebbi la sensazione di non giungere in terra straniera e tutto mi sembrò familiare, dalle persone alle cose, dai costumi alla lingua. Eppure lo spagnolo fu rare volte parlato in mia presenza perché tutti venivano da me col mio dialetto sulle labbra, tanto i vecchi emigranti quanto i loro figli, i quali, se azzardavano al principio qualche frase italiana contorta e stentata, finicsno col parlare il dialetto dei loro padri, meravigliandomi per certe tipiche espressioni che qui già sono in disuso”.
Locandine che ricordano la trionfale tournée del 1926 in Sudamerica.
– E il pubblico la ricorda ancora oggi. «Forse perché non recitavo: vivevo. Le battute nascevano così, sul momento, come quando dicevo: ‘Cosa vuoi che ti dica?’ o ‘Sempre avanti!’… Non erano solo parole, erano il modo di essere dei genovesi: concreti, ironici, testardi, ma con il cuore grande.»
Camminiamo ancora un po’. Govi si ferma davanti al mare e, con quello sguardo furbo e malinconico che tutti conoscevano, dice piano: «Bravo Giovannino che è venuto in campagna con le braghe dell’anno passato!» Ride. Poi si sistema la giacca.
“Gassetta e pomello” pronuncia con lo sguardo furbetto che di lato scruta la mia divertita reazione.
«Vede, la vita è tutta lì: trovare il sorriso anche nelle braghe dell’anno scorso.»
Gioviale battuta attribuita a Govi durante una partita a carte fra amici per sottolineare la propria sfortuna.
Le sue battute sono per sempre impresse nel nostro immaginario e il solo pensiero è sufficiente per strapparci un sorriso. Ma è la sua inimitabile mimica, i tempi, le pause, il gioco di sguardi sono queste le caratteristiche che lo hanno reso un vero e proprio simbolo per noi genovesi. Capace come nessun altro di incarnare la nostra indole.
Le sue battute sono per sempre impresse nel nostro immaginario e il solo pensiero è sufficiente per strapparci un sorriso. Ma è la sua inimitabile mimica, i tempi, le pause, il gioco di sguardi sono queste le caratteristiche che lo hanno reso un vero e proprio simbolo per noi genovesi. Capace come nessun altro di incarnare la nostra indole.
“Essere riuscito a far amare il dialetto genovese, questo è il mio vanto.”
Traduzione in genovese di Lorenzo Bottero e Carla Lauro.
Na botta secca da paì scinn-a metallica a ferma o borboggio de a gente in giô a-o zêugo de bocce. O Gilberto Govi o fa ‘n sorîzo sodisfæto pe a seu zûgata. Dappêo o saluta i amixi co ‘n segno, o se infia o giacchè e asemme se mescemmo pe ‘na lunga pasegiâta in te stradinn-e de Caignan. E scì perché o l’è inamoòu de o zêugo de bocce e o l’è stæto socio de a Bocciofila Andrea Doia. O me dixe: ma seggie ben ciæo che mi a-a Doia g’anavo pe sta con i amixi a tià de bocce, mi son de longo stæto genoano , no femmo confuxion! Mi ghe diggo: scia sente ‘n pò sciô Gilberto, comme a l’è nascìûa a seu passion pe o Tiatro ? Eh, cao mæ , a l’è culpa de mæ barba TORQUATO. Quande eo a Bologna o me portava de longo a vedde e marionette .Me piaxevan e battûe e i personaggi, sorvetùtto o gùsto de disegnà e fâ di costummi e daghe vitta a quelle figûe de legno. Ghe diggo: allôa scia s’è aciappòu ‘n diploma da disegnatô, vea ? Proprio coscì, in te l’Academia Ligustica de Belle Arti e poi m’an pescòu e Officinn-e Elettriche Zeneixi. Ma comme se dixe , con o fatorizo, me son dito: fatte coraggio e mi me n’ho fæto. O Tiatro o me giâva de longo in ta mæ testa. Ma comme scia l’è arrivòu in te töe de o palcoscenico ? Quqnde eo a Banchi, tanto ghe no gh’ea ninte da fa e me aciapavo trei raggi … schersci a parte, son intròu in ta Compagnia filodramatica italiann-a. In prinçipio reçitavo in perfetta lengua e manco ‘na poula in dialetto. Però me sentia che me amancava quarcosa… quella mùxica, quella veitè che solo o nostro zeneize o sa da. E l’è stæto lì che scia l’ha conosciou a sciâ Rina Gaioni?
Scì, in ta sede de Zena, in to millenoveçentounze: a se ciamava Catæn Franchi ma tutti ghe dixevan a sciâ Rina Gaioni . E l’è stæto o prinçipio de ‘n sodalizio de arte e de cheu e che o l’è duòu tutta ‘na vitta. In duî emmo fondou ‘na Compagnia de dilettanti apascionè de o Bacigalupo e de seu divertenti comedie dialettalii Ma l’Academia comme a l’à piggiou ‘sto nêuvo giô ? A l’à piggià mâliscimo, tanto che l’è vêo che in to millenoveçentosezze a m’à dito “ o ti a cianti co-o dialetto o te cacemmo feua ! ” O Govi o sta scilensioso ‘n momento, poi o l’azonze co-o seu inconfondibile sorîzo: e mi g’ ho dito a-a Giggia che a finià, no so comme, ma a finià. E infæti a l’è finia che ho fondòu a Compagnia Dialettale Zeneize.. Na scelta coragiôsa, no ? Coragiôsa e afortunà, trent’anni doppo quelli de l’Academia m’han scrîto pe domandame scûsa e m’han fæto socio onorario. Fémmose coraggio e andemmo avanti, me son dito, e son andaeto avanti . O socesso o l’è arivou fito ? Scì, in to millenoveçentovintitrei a Milan co-a comedia “ I manezzi pe maià ‘na figgia”. Dappêo o l’è staeto ‘n gran botto. Ma a vêa emoscion a l’è vegnûa in te a tournè in Sud America, co-i Tiatri de longo pin da Buenos Aires a-a Montevideo. Dove miggiæ de Liguri e Italien emigré vegnivan a sentì o seu lengua, a rîe e a cianze con mi. Comme semmo sbarché ho avuo a sensaçion de no ese in tæra straniera e tutto me paiva famigliare, a partì da a gente finn-a a- e cose, dai costummi a-a lengua. Anche se o spagnollo l’emmo parlòu pochiscimo in mæ presenza perché tutti vegnivan da mi co-a lengua de o mæ parlà, e tanto dai vêgi emigranti quante da i seu figgieu che da subito çercavan de dime quarcosa ma in catîo e scciappin italian e finivan da parlà in dialetto di seu pué e mi arestavo mâveggiou de senti espresciuin che finn-a da noiatri no se adêuviavan ciù. E ancon alôa o publico o se aregordava ?. Sci, foscia perché no reçitavo: viveivo. E battûe sciortivan coscì, in sciô momento, comme quande “ cose ti veu che te digghe”o de longo avanti !”. No ean solo parolle, ean i moddi de ese di zeneixi, concreti ironici, testuin ma da ‘n grande cheu. Caminemmo ancon ‘n pö, ma o Govi o se ferma davanti a-o mâ e co-o seu euggio da fuin scin malinconico, che tutti conoscevan, e o dixe cianin “ e bravo Giovannino che è venuto in campagna con le braghe dell’anno passato. E o rîe, e poi o se dà recatto a-o giacchè. “ Gassetta e pomello” o prononçia, e o m’agueita pe vedde a mæ divertia reaçion. Scia vedde, a vitta a l’è tutta lì: trovà da rîanche in te braghe de l’anno passou. E seu batûe son de longo ciantè in to nostro imaginaio e basta pensaghe pe strepate ‘n sorîzo. A seu inimitabile mimica , i seu tempi comici, e seu pause e o seu zêugo de euggi:: son queste e cöse che o caraterizan e l’han reiso un veo e proprio scinbolo de noiatri zeneixi. E bón comme nisciùn âtro a incarnase in ta nostra indole. E êse riuscîo a fâ vuei ben a-o nostro dialetto. Scritto in Grafîa Oficiâ
Genova gli ha dedicato (insieme alla moglie) il teatro di Bolzaneto, i giardini sopra il depuratore di Punta Vagno in Corso Italia e una scuola nel quartiere di Quezzi. Govi è sepolto all’interno del Cimitero monumentale di Staglieno.