In ottemperanza all’ articolo 21 del TFUE e alla Direttiva2004/38/CE che consentono la libera circolazione e il soggiorno senza controlli alle frontiere interne (Trattato di Schengen) del foresto.
Informo, al fine di identificare il longobardo durante il suo soggiorno sul nostro territorio, la cittadinanza di quanto segue:
Decalogo per identificare il milanese sulle spiagge liguri
La “È” aperta è il suo marchio di fabbrica. Lo riconosci prima ancora di vederlo: “Bèllo!”, “Vèro!”, “Pèsca!”. L’eco arriva fino alla battigia e i peli del tuo avambraccio si rizzano immediatamente in segno di allerta
Mette “il” davanti a ogni nome proprio. “Il Marco”, “la Silvia”, “il Giovanni”. Persino Nettuno, se fosse milanese, diventerebbe “il Nettuno”.
Indossa le immancabili scarpette acquatiche. Per affrontare tre sassolini è equipaggiato come un incursore della Marina della XMAS.
Pianta l’ombrellone trivellando la spiaggia. Non lo infila: apre un cantiere. Se avesse un trapano a percussione lo userebbe senza esitazione.
Si cambia il costume dopo ogni bagno. Ore 10: costume n.1. Ore 11: costume n.2. Ore 12: costume asciutto “per stare comodi”.
Ha una paura atavica delle meduse. Ne avvista una a cinquanta metri e lancia l’allarme generale, trasformando un innocuo bagno in un’evacuazione di massa.
È convinto che il vero pesto sia senza aglio. Lo dice con assoluta sicurezza, ignorando gli sguardi sconvolti dei liguri presenti.
Arriva in spiaggia con un carico da spedizione himalayana. Carrellino, zaini, frigo, tre borse, soup, gonfiabili, racchettoni e viveri per una settimana
Chiede ogni cinque minuti: “Ma il mare oggi è freddino?” (naturalmente con la E aperta). Anche quando l’acqua è a 27 gradi.
Occupa il posto all’alba… ma entra in acqua solo dopo un lungo studio delle condizioni. Osserva onde, vento, temperatura e fondale come un oceanografo per poi bagnarsi solo fino alle ginocchia.
Non capisce perché la spiaggia sia fatta di sassi. Dopo dieci minuti di permanenza pronuncia la fatidica frase: “Ma scusa… non potevano mettere un po’ di sabbia?” Come se bastasse una riunione del Comune per risolvere milioni di anni di geologia.
Ogni estate il mare si diverte con i bagnanti. Tutto accade in un attimo. Sei appena uscito dall’acqua e lasci le ciabatte sul bagnasciuga. Oppure ne sfili una per scuotere la sabbia. All’improvviso arriva un’onda un po’ più vivace delle altre. La schiuma avvolge la ciabatta e, prima ancora che tu possa reagire, la trascina via. Per qualche secondo pensi che sia facile recuperarla. Corri nell’acqua, allunghi una mano, fai un passo, poi un altro. La vedi galleggiare a pochi metri da te, sembra quasi aspettarti. Ma è solo un’illusione. Una corrente dispettosa la fa ruotare, un’altra onda la spinge più lontano e, ogni volta che credi di averla raggiunta, il mare la strappa via ancora. Le correnti la spingono lontano, o magari le acque l’hanno già affondata. Bastano pochi secondi di esitazione, una reazione appena in ritardo, e il mare ha già deciso. La ciabatta danza tra le onde, si allontana sempre di più fino a diventare un piccolo puntino colorato. Alla fine ti arrendi. Rimani sulla riva con una ciabatta sola, mentre osservi impotente il mare che sembra sorridere del suo piccolo scherzo. Molti credono che le ciabatte perdute finiscano semplicemente sul fondo o vengano trascinate chissà dove dalla corrente.
Ma il mare non le ruba. Quando cala la notte e la luna accende d’argento la superficie dell’acqua, i delfini iniziano il loro lavoro. Nuotano tra gli scogli e le praterie di posidonia, esplorano il fondale e recuperano con delicatezza ogni ciabatta perduta. La loro destinazione è un luogo nascosto: la Secca di Punta Manara, tra Riva Trigoso e Sestri Levante. Qui, in una conca riparata dove i raggi del sole filtrano come in una cattedrale sommersa, hanno costruito il più curioso monumento del mare: il santuario delle Ciabatte. Non è un posto triste, tutt’altro. Ogni ciabatta viene sistemata con cura su rocce levigate, tra conchiglie, gorgonie e ciuffi di posidonia. Alcune sono appoggiate come piccoli monumenti, altre sembrano danzare sospinte dalla corrente. Ognuna custodisce un ricordo. C’è la piccola infradito rosa con un brillantino, sfuggita a una bambina mentre rincorreva le onde. C’è quella con i colori del Brasile, persa da un turista durante una vacanza indimenticabile. C’è una vecchia ciabatta blu, consumata dal sole, che forse ha accompagnato decine di estati, fedele il suo padrone. I delfini non giudicano. Per loro ogni ciabatta racconta una storia fatta di risate, castelli di sabbia, primi amori, corse sulla battigia e tramonti sul mare. Così, anno dopo anno, il santuario cresce in silenzio, visitato soltanto dai pesci curiosi, dai polpi e dalle stelle marine, mentre i delfini continuano a custodirlo come un piccolo museo dei ricordi dell’estate. E se un giorno, facendo snorkeling alla Secca di Punta Manara, ti sembrerà di scorgere una ciabatta che ondeggia tra i coralli… non stupirti. Forse hai appena sfiorato uno dei segreti più teneri e misteriosi del mare. O forse un delfino, sorridendo, ti sta semplicemente dando il benvenuto.
Mi è capitato circa due mesi fa di subire un piccolo intervento chirurgico per il quale mi è stata prescritta l’ormai introvabile Amuchina Med. Disinfettante che si può per fortuna riprodurre a casa con 20 parti di soluzione fisiologica per ogni parte di amuchina pura.
La necessità di preparare artigianalmente il medicamento me ne ha riportato alla memoria – che te lo dico a fare come direbbe Al Pacino in Donnie Brasco – la genovesità.
Amuchina infatti che accompagna la vita degli italiani da quasi un secolo, attraversando epidemie, emergenze sanitarie e cambiamenti sociali senza mai perdere il proprio ruolo di alleato quotidiano dell’igiene e della sicurezza, si diffonde industriamente da Genova.
Se durante la pandemia di Covid-19 il suo nome è diventato familiare a tutti, la sua storia affonda in realtà le radici molto più lontano, negli anni Trenta, quando nasce come risposta alla lotta contro la tubercolosi. L’idea prende forma grazie all’ingegno del pugliese Oronzio De Nora, che nel 1923 brevetta una soluzione a base di ipoclorito di sodio capace di eliminare virus, batteri, funghi e spore senza danneggiare superfici e tessuti.
Il nome fu suggerito dal padre di De Nora, che lo derivò dal greco antico amukos (che significa “senza ferita” o “che protegge dalle ferite.
Ma è soprattutto a Genova che il marchio lega una parte fondamentale della propria identità: proprio nel capoluogo ligure inizia infatti in quegli anni la produzione industriale di Amuchina. Genova diventa così il cuore operativo di un prodotto destinato a entrare nella storia della sanità italiana. Qui, nel 1939, il gruppo Eridania acquisisce il marchio e ne sviluppa ulteriormente ricerca, sperimentazione e processi produttivi, contribuendo a trasformare Amuchina da innovazione chimica a presidio sanitario di riferimento. È una Genova industriale, dinamica e proiettata verso il futuro quella che accompagna la crescita del logo, rendendolo simbolo di affidabilità e progresso scientifico. Negli anni successivi Amuchina consolida il proprio ruolo negli ospedali, nella cura delle ferite e nella disinfezione delle apparecchiature mediche, fino a diventare protagonista anche nelle case degli italiani. Durante l’epidemia di colera degli anni ’80, il prodotto conosce una diffusione senza precedenti, soprattutto per la disinfezione di frutta e verdura, entrando definitivamente nell’immaginario collettivo. Da laboratorio nato per affrontare la tubercolosi a simbolo nazionale della prevenzione, la storia di Amuchina è anche una storia italiana fatta di ricerca, industria e resilienza. E in questo percorso, Genova non è solo una città di produzione: è il luogo dove un’intuizione scientifica si è trasformata in un marchio destinato a diventare parte della memoria collettiva quotidiana del Paese.
In Copertina: pubblicità di amuchina nel porto di Genova. Immagine tratta dal sito di amuchina.
In via XII Ottobre, lungo la salita verso i Giardini Giovanni Paolo II, si nasconde un piccolo angolo di Cuba nel cuore di Genova. Qui un piccolo busto in altorilievo rende omaggio a José Martí (1853-1895), poeta, intellettuale e padre dell’indipendenza cubana, che seppe infiammare un popolo con la forza delle sue idee e delle sue parole. Accanto al monumento, una lapide dimenticata coperta dalle frasche riporta i versi della sua celebre “Cultivo una rosa blanca” liberamente tradotti da Edoardo Sanguineti, in un suggestivo incontro tra la cultura cubana e quella genovese.
A titolo di cronaca nel 1963 i versi del patriota cubano vennero tradotti e musicati anche da Sergio Endrigo nel brano “La rosa bianca”.
La targa sottostante indica la direzione e la distanza che separa questo busto dal monumento dedicato a José Martí, situato nella Piazza della Rivoluzione dell’Avana, a Cuba.
Cultivo una rosa blanca en julio como en enero para el amigo sincero que me da su mano franca.
Y para el cruel que me arranca el corazón con que vivo, cardo ni ortiga cultivo; cultivo la rosa blanca.
Imitazione da José Martí Coltivo una rosa bianca, in luglio come in gennaio, per il mio amico fraterno che tende la mano fedele: e per chi mi strappa, crudele, il cuore con cui rimango, non coltivo ortica né fango: coltivo la rosa bianca.
Edoardo Sanguineti.
La rosa bianca simboleggia l’amore più puro, pace e fratellanza; il poeta rifiuta odio e vendetta, scegliendo il perdono come risposta al male.
Pochi e potenti versi per il più alto degli insegnamenti!
Bisogna sempre sbirciare dentro ai portoni dei palazzi genovesi. Spesso custodiscono scrigni di sorprendente bellezza. È questo il caso ad esempio del portale di salita Santa Caterina n. 3 dove si trova il palazzo di Tommaso Spinola, noto anche, dal nome dei successivi proprietari, come Spinola Pallavicino e Pessagno.
Fu edificato nel XVI sec. dal celebre architetto Giovan Battista Castello detto il Bergamasco che avrebbe utilizzato come modello un disegno di Raffaello.
La dimora storica venne iscritta nel 1664 nel terzo bussolo (quello meno prestigioso) del sistema dei Rolli, come idonea ad ospitare nobili e personaggi di basso rango. Fa tuttavia parte dei 42 palazzi dichiarati patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 2006.
Il portale, attribuito ai maestri Giacomo Ponzello e Pompeo Bianchi, si presenta con paraste rastremate con erme femminili vestite di rigide corazze.
Al centro dell’architrave domina una maschera femminile fra due triglifi a mensola. Il timpano curvo spezzato invece converge in due scenografiche spirali che ornano lo stemma nobiliare.
Poco visibili dal piano strada invece gli ultimi due piani in facciata e l’ammezzato sottotetto che sono arricchiti da decorazioni a stucco di Andrea da Corona. Gli interni sono impreziositi da affreschi di Andrea Semino nel salone nobile e di Luca Cambiaso in un salotto attiguo.
Andromeda ignuda. Opera attribuita ad Ottavio Semino. Foto dell’autore.
Il committente di tale sfarzo fu Luca Negrone, il secondo proprietario, che rinnovò lo stile del suo edificio sui modelli dei lussuosi palazzi Imperiale di Campetto e Lomellini di via Garibaldi 7 realizzati anch’essi dal Bergamasco.
Andromeda attende Perseo liberatore.
Ed ecco dunque scene favolose dove si susseguono personaggi fantastici, maschere mostruose, erme a armate e divinità varie, figure che uniscono zampe artigliate, code di pesce, ali di uccello e volti femminili, con evidenti riferimenti magici e alchemici ispirati dall’ermetismo rinascimentale.
Tuttavia sbirciando dal portone si nota l’atrio chiuso da vetrate dove sono visibili alcuni affreschi sulle volte e sulla rampa dello scalone.
L’atrio con l’accesso protetto da vetrate. Foto dell’autore.
Nell’atrio in particolare è visibile l’affresco con Andromeda ignuda legata alla rupe mentre nella volta sopra l’ingresso della scala, Andromeda che accoglie Perseo liberatore. Secondo altri esperti invece la donna legata alla rupe anziché Andromeda sarebbe Angelica raffigurata nella volta mentre attende Ruggiero liberatore.
In copertina: il portone di palazzo Tommaso Spinola in salita Santa Caterina n. 3. Foto dell’autore.
Certo, per quelli della mia generazione, fa strano che la lavagna su cui erano scritte le lezioni scolastiche oggi sia un oggetto obsoleto e dimenticato. Soppiantata dalle più moderne tecnologie la lavagna sembra provenire da un lontanissimo passato dove lo stridio del gesso e i polverosi cancellini infeltriti sono solo uno sbiadito ricordo.
Eppure Lavagna paese e lavagna ardesia su cui scrivere rappresentano una perfetta metonimia.
Una simbiosi che ha il significato netto delle cose antiche, di quelle parole che il mare ripete per secoli fino a consumarle appena, senza cancellarle davvero. Qui nella località affacciata sul golfo del Tigullio tutto infatti conduce all’ardesia. L’ardesia è nelle colline della Fontanabuona che guardano il mare da cui è estratta, nelle cave aperte come ferite scure dentro la montagna, nei tetti lucidi dopo la pioggia, nelle strade che trattengono l’ombra anche d’estate. È una pietra elegante e severa, capace di spezzarsi in lastre sottili come fogli. Una pietra che sembra nata per custodire segni e, perché no, sogni. Da questi luoghi sospesi nel tempo questa pietra non poteva non prendere il nome del suo naturale sbocco in mare, il borgo di Lavagna. Prima di essere un oggetto scolastico, la lavagna era infatti ardesia: superficie nera pronta ad accogliere parole, conti, mappe, errori e pensieri. Il gesso correva sulla pietra lasciando linee bianche rapide, luminose come scie di sale sul porto. E ogni volta tutto poteva essere cancellato, ricominciato. Come l’onda del mare sulle spiagge che scrive una nuova storia e subito dopo la cancella. C’è qualcosa di straordinario in questo legame: una città che offre il proprio nome alla materia stessa della scrittura. Non alla scrittura eterna scolpita nel marmo, ma a quella viva, quotidiana, mutevole. La scrittura che insegna, prova, sbaglia, ricomincia. L’ardesia di Lavagna non serviva soltanto a coprire tetti o costruire tavoli: serviva a trattenere il pensiero umano, anche solo per un istante. E allora il paese sembra diventare qualcosa di più di un luogo sul mare ligure. Diventa una gigantesca lavagna affacciata sull’acqua, dove il tempo ha continuato a scrivere per secoli. La pioggia lascia riflessi argentei sulle pietre nere. Il vento passa tra i vicoli come una mano che cancella lentamente il gesso. Le cave brillano al tramonto di una luce metallica, quasi blu. Perfino il mare, certe sere, assume il colore scuro dell’ardesia e sembra volerti inghiottire. Tutto sembra ricordare la stessa idea: che alcune pietre non servono solo a costruire case. Servono a conservare memoria. E forse è proprio questo il segreto nascosto nel nome Lavagna: la convinzione antica che ogni parola lasciata sulla pietra, anche la più fragile, continui a vivere molto più a lungo di chi l’ha scritta.
In copertina: lavagna sul mare. Immagine elaborata con la IA.
Per quelli della mia generazione “Ci vediamo a Deffe” era una certezza, un luogo a tutti noto e inconfondibile. Eppure non è stato sempre così infatti la piazza per eccellenza dei genovesi come la vediamo noi oggi è frutto di una geniale visione a cavallo fra Otto e Novecento. Il punto di incontro tra il glorioso passato della Repubblica marinara con il suo labirintico centro storico e la città del futuro- per quei tempi moderna- che stava sorgendo con l’edificazione dell’elegante via XX Settembre.
Come era Piazza De Ferrari prima che iniziassero i lavori. La foto è datata tra il 1893 e il 1896 perchè si riconosce il ristorante Labò aperto nel 1892 e si intuisce la delimitazione sulla sinistra del monumento a Garibaldi del 1893. La didascalia originale della cartolina recita piazzza San Domenico ma è errata poichè la piazza mutò nome nel 1875.
Piazza De Ferrari è il cuore pulsante di Genova, uno spazio in cui storia, vita quotidiana e identità cittadina si intrecciano. Da sempre teatro di incontri, celebrazioni e momenti collettivi, dai festeggiamenti calcistici alle grandi manifestazioni, la piazza rappresenta il simbolo più riconoscibile della città. In origine era un modesto slargo, piazza San Domenico, dominato dall’omonima chiesa centro del potere domenicano in città, poi demolita nell’Ottocento per lasciare spazio al Teatro Carlo Felice.
Teatro Carlo Felice con il suo elegante pronao sormontato dall’ottocentesca statua del Genio dell’Armonia di Giuseppe Gaggini. In primo piano la statua equestre di Garibaldi. Foto di Stefano Eloggi.
Con i grandi interventi urbanistici successivi al Congresso di Vienna (1814/15), che sancì il passaggio della Repubblica Ligure al Regno di Sardegna, la zona venne completamente ridisegnata, con lo sbancamento addirittura del colle di S. Andrea, trasformandosi in un moderno snodo urbano e culturale. Tra Ottocento e Novecento la piazza si amplia, si definisce e assume la propria identità: nascono arterie fondamentali come Via XX Settembre e sorgono edifici monumentali come il Palazzo della Nuova Borsa che, progettata in stile eclettico da Dario Carbone, è stata attiva fino al 1996.
Palazzo della Nuova Borsa chen nel 1912 prese il posto di quella storica della Loggia di Banchi. Foto di Stefano Eloggi.
Nel 1936 viene aggiunta la grande fontana centrale, donata dal banchiere Piaggio e progettata dll’architetto Crosa Vergagni, destinata a diventare il suo emblema visivo e uno dei simboli della città. La Seconda guerra mondiale segna una frattura profonda: il teatro progettato da Carlo Barabino viene quasi distrutto e la piazza è teatro degli scontri della Liberazione del 1945, episodio unico per la resa delle truppe tedesche ai partigiani, e di quelli del 1960 per impedire il congresso nazionale del Movimento Sociale in città.
Il Palazzo del Credito Italiano edificato nel 1914 dall’Ing Giuseppe Tallero. Foto di Stefano Eloggi.
Nel dopoguerra continua a essere luogo di partecipazione civile, fino ai fatti legati al G8 di Genova. I restauri tra anni ’90 e Duemila ne restituiscono eleganza e centralità, con ampie aree pedonali e una rinnovata valorizzazione degli spazi.
A rendere unica la piazza è anche la straordinaria cornice architettonica. Il Palazzo Ducale, antica sede del potere oligarchico cittadino, oggi ospita mostre ed eventi culturali, mentre edifici storici come il Palazzo Doria De Fornari e il Palazzo Agostino Spinola (noto anche come Doria De Ferrari) raccontano la stagione delle grandi famiglie aristocratiche.
Sulla piazza si affaccia il prospetto laterale del Palazzo Ducale. Foto di Anna Armenise.
La lapide che ricorda il generale nizzardo Massena comandante della piazza di Genova durante l’assedio austro inglese del 1800. Foto di Roberto Crisci.
Accanto a queste testimonianze del passato convivono edifici legati alla modernità della città. Il Palazzo del Credito Italiano, con la sua architettura solida ed elegante, richiama il ruolo finanziario della piazza nei primi del Novecento, mentre il Palazzo della Regione Liguria rappresenta, un tempo sede della Società di Navigazione Italia, oggi il centro amministrativo della regione. Il Teatro Carlo Felice, con il suo maestoso pronao neoclassico, è il fulcro culturale della piazza: distrutto durante la guerra e ricostruito nel tardo Novecento, continua a essere uno dei principali teatri italiani.
Palazzo della Regione.
Di fronte si staglia la statua equestre di Giuseppe Garibaldi, opera di Augusto Rivalta, che imprime alla piazza un forte valore simbolico legato al Risorgimento. Sul lato opposto, il Palazzo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti custodisce la tradizione culturale della città, mentre al centro la scenografica Fontana di Piazza De Ferrari, con i suoi giochi d’acqua, dona movimento e armonia all’intero spazio.
Sulla sinistra dietro la fontana l’accademia Ligustica di Belle Arti. Foto di Stefano Eloggi.
Palazzo Giulio Pallavicini. Dal 1899 al 1989 fu sede delquotidiano il Secolo XIX.
Palazzo Doria De Fornari.
“È il centro della città. Il punto zero delle carte. Da qui si misura quanto gli altri siano distanti da noi, nello stesso luogo ove si realizzano gli incontri quotidiani. Arrivare dalle più lontane valli, scendere dai mezzi o dalle nobili strade della Circonvallazione, o salire dai fascinosi caruggi e incontrarsi qui, vestiti da domenica, è un rito che si rinnova da sempre, e poi partire abbracciati verso angoli amici. Vede più baci De Ferrari della Stazione Principe.
Parlare di piazza De Ferrari a Genova è come cercare il centro di un cerchio giocando ai p. greco come nelle formule matematiche. Nelle distanze chilometriche con le grandi città è lo zero. Si comincia a contare da questo punto per accorgersi, che attorno, come onde del mare, si allarga il mondo. Mentre per i genovesi è il centro indiscusso della mezza grande città che è Genova”.
Tra i protagonisti di quei giorni decisivi ci fu anche Lilio Giannecchini, “Toscano”, vicecomandante della brigata Oreste della divisione Pinan Cichero. Uomo dal carattere schietto e deciso, come suggeriva il suo nome di battaglia scelto in onore della sua terra d’origine, fu tra coloro che vissero in prima linea uno dei momenti più delicati della fine della guerra. Quando venne firmata la resa, il generale tedesco Günther Meinhold e il partigiano Toscano si trovarono faccia a faccia. In quell’istante sospeso tra la fine della violenza e l’inizio di qualcosa di nuovo, accadde qualcosa di inatteso, quasi disarmante nella sua semplicità. Il generale disse: “devo purtroppo uccidere il mio pastore tedesco perché non me lo posso portare a casa”. Parole che, in mezzo alla distruzione e alla morte, rivelavano una fragilità profondamente umana. Il Toscano non esitò a rispondere: “non si preoccupi, lo terrò io e lo terrò bene”.
L’articolo originale da cui ho tratto il mio breve racconto.
Meinhold accettò, ringraziando con formalità. Ma quel gesto, piccolo solo in apparenza, rimase inciso nella memoria di entrambi. Anni dopo, con il pretesto di rivedere il cane, il generale tornò a Genova in abiti civili, accompagnato dalla famiglia. Cercò proprio quell’uomo che, pur vincitore, lo aveva trattato con rispetto. Quando lo incontrò, chiese dell’animale, poi lo abbracciò e disse: “noi due siamo stati due uomini giusti”. In quella frase c’era tutto: il riconoscimento reciproco, la consapevolezza di aver scelto la dignità invece della vendetta. E non era retorica. In quei giorni i tedeschi, ormai accerchiati, avevano minacciato bombardamenti e stragi se non fosse stato loro consentito di lasciare la città armati. I partigiani rifiutarono con fermezza, ma evitarono azioni che potessero trasformare Genova in un inferno. Meinhold comprese che insistere avrebbe significato un massacro inutile, senza via d’uscita per i suoi uomini. Ordinò quindi la resa, ponendo una sola condizione: essere consegnato agli Alleati quando questi fossero arrivati in città. Intanto, il 25 aprile, Toscano insieme al suo comandante Gino Tasso, detto “Tigre”, percorse le valli Scrivia e Polcevera fermandosi in ogni forno, chiedendo di triplicare la produzione di pane. Non per i vincitori, ma per i prigionieri. In mezzo alla barbarie, gesti come quello del cane – e del pane – raccontano una verità più profonda: anche nella guerra più dura, c’è spazio per riconoscersi uomini.
Liberamente tratto dal racconto di Vito Cosola su Quattropagine, giornalino della Val Borbera, del 4 aprile 2025.
Ringrazio Nadia Tasso, figlia del Comandante Tigre, per avermi segnalato questa particolare testimonianza.
In copertina: immagine di fantasia creata con Gemini IA.
Innumerevoli sono gli aneddoti che circondano la figura leggendaria di Nicolò Paganini.
Dal presunto e fantasioso patto con il diavolo concepito per giustificare, a detta dei suoi invidiosi rivali, il suo smisurato talento, al celebre “Paganini non ripete”, pronunciato -si racconta- davanti al re d’Italia, gli episodi legati al grande violinista hanno contribuito a costruirne il mito.
Come quella volta nel 1831 quando, durante il suo trionfale soggiorno parigino, Paganini regalò al mondo una delle sue stoccate più memorabili. Si racconta che un violinista francese – impeccabile, elegante, perfettamente “accademico” – si esibisse davanti a lui con l’evidente speranza di strappare un elogio. Tecnica ineccepibile, certo, ma priva di quella scintilla capace di incendiare l’ascoltatore. Al termine, con un sorriso sottile e letale, dopo aver improvvisato egli stesso alcuni virtuosismi, il Maestro pronunciò il suo verdetto: «Qui si suona a Parigi; così si suona in Paradiso!» Una frase che è insieme complimento e demolizione. Paganini tracciava una linea netta tra la perfezione terrestre, ordinata, studiata, impeccabile e quella dimensione superiore, quasi ultraterrena, dove la musica smette di essere esercizio e diventa folgorazione. E in quell’istante Parigi, pur capitale del violino, sembrò ridursi a semplice anticamera dell’eternità.
Eppure esiste una storia forse meno nota che riesce a raccontare il vero Paganini: l’uomo dietro il personaggio, capace di smentire la leggenda e di rivelare, dietro il genio, una sorprendente umanità.
Nel 1834 Niccolò Paganini commissionò al compositore francese Hector Berlioz un brano per valorizzare la sua nuova viola Stradivari acquistata un paio d’anni prima a Londra.
Si aspettava un concerto virtuosistico; ricevette invece “Harold en Italie”, una sinfonia con viola obbligata, più contemplativa che brillante. Deluso, Paganini rifiutò l’opera: «Io taccio troppo a lungo: bisogna che io suoni sempre.» Ma nel 1838, riascoltandola, cambiò radicalmente giudizio. Colpito dalla sua forza poetica -ispirata a George Gordon Byron – riconobbe il genio di Berlioz e gli donò 20.000 franchi. Da un’incomprensione nacque così uno dei capolavori del Romanticismo certificato da queste righe in cui Paganini, oltre ai soldi, riconosce al francese il suo stesso talento paragonandolo addirittura a Beethoven.
In Copertina: Lettera di Paganini a Hector Berlioz (Parigi, 16 febbraio 1838).
Purtroppo dal momento della sua installazione il monumento ha subito diversi atti vandalici.
L’opera ha infatti suscitato aspre polemiche, in particolare da parte dell’Anpi, per la rappresentazione in divisa coloniale fascista.
Io ritengo invece che questo monumento omaggi un grande genovese fondatore di un marchio storico e che come tale vada rispettato a prescindere dalla propria fede e convinzione politica.
La statua realizzata dello scultore Ettore Gambioli raffigura Giorgio Parodi in piedi, appoggiato all’ala di un aereo, mentre legge un foglio trovato all’interno di un libro. Ogni dettaglio della rappresentazione è carico di valore simbolico e racconta una vita intensa, sospesa tra volo, servizio e impresa. L’ala richiama la sua grande passione per l’aviazione: Parodi fu infatti tra i fondatori dell’Aeroclub genovese, istruttore di volo e aviatore sportivo di successo. L’uniforme militare sottolinea invece il suo lungo impegno nelle Forze Armate, iniziato nel 1916 come volontario nella Regia Marina e proseguito, dal 1929, nella Regia Aeronautica, senza interruzioni fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Pur non essendo un militare di carriera, rimase sempre “a disposizione”, incarnando uno spirito di servizio che lo accompagnò per ben 27 anni. Sul bavero spiccano le stellette, simbolo dell’appartenenza militare e, più in profondità, dell’identità nazionale, legate allo “Stellone” d’Italia e tutt’oggi presenti nell’emblema della Repubblica. I sei nastrini sul taschino ricordano le sue decorazioni al valore, tra cui una per aver salvato i compagni nonostante una grave ferita che gli costò un occhio e pose fine alla sua attività di volo. Sopra di essi campeggia l’aquila dei piloti, divenuta anche il celebre simbolo della Moto Guzzi. Il foglio che Parodi sta leggendo è la lettera del 1919 con cui il padre gli annunciava il sostegno economico al progetto motociclistico che, insieme a Carlo Guzzi, avrebbe dato vita alla futura “normale”. Quel documento rappresenta l’origine dell’avventura imprenditoriale e il forte legame familiare dei Parodi. Uomo schivo e poco incline alla ribalta, Giorgio scelse di non dare il proprio nome all’azienda e di adottare l’aquila in ricordo dell’amico aviatore Giovanni Ravelli. In coerenza con questo carattere, l’opera non include alcun riferimento diretto alla motocicletta, a differenza del monumento dedicato a Guzzi: un’assenza voluta, che diventa essa stessa racconto. Il volto, ispirato alle immagini della sua maturità, suggerisce il trascorrere del tempo e la densità delle esperienze vissute. Collocata su un belvedere che domina Piazza della Vittoria, dove l’azienda ebbe uno dei suoi uffici, la statua guarda altrove: come Parodi, sempre proiettato in avanti, con discrezione.
In Copertina: il monumento di Giorgio Parodi sul belvedere delle Mura delle Cappuccine. Foto dal web.