Il Bambino e il Presidente…

Intervista immaginaria a Sandro Pertini tra le rotative de il “Lavoro”.

Nel 1977 avevo sei anni e frequentavo la prima elementare della scuola elementare Guglielmo Embriaco. Fu grazie alla nostra maestra Marisa Varnier e al papà di una mia compagna di classe — il giornalista Paolo Saletti dello storico quotidiano genovese Il Lavoro — che la nostra scolaresca varcò il portone in Salita Di Negro 7.

​Oggi ci sono uffici e un silenzio composto. nel secolo scorso c’era un alveare in fermento: il boato delle rotative, il battere delle macchine da scrivere e quell’inconfondibile profumo d’inchiostro che a Genova sapeva di libertà.

L’ingresso di Salita Di Negro 7. Dal 2009 al 2013 ha ospitato il Museo del Genoa. Foto da wikipedia.

​L’obiettivo della gita era scoprire come nascesse una notizia e come si realizzasse un vero giornale.

Quello che nessuno poteva prevedere era la sorpresa che ci attendeva tra i rulli della tipografia: Sandro Pertini in persona. Storico direttore del quotidiano, l’allora Deputato era passato a salutare i vecchi colleghi e, vedendoci così piccoli, decise di farci da Cicerone.

​Mentre ci aggiravamo tra i banconi e le stanze della redazione io rimasi folgorato da quel signore anziano dalla voce profonda. La pipa stretta tra le dita, gli occhiali spessi, il calore di un nonno forte e battagliero che mi ricordava in tutto e per tutto il mio. Meno di un anno dopo quell’autunno, quell’uomo sarebbe salito al Quirinale, diventando il Presidente più amato di sempre: il Presidente Partigiano.

​Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza da quel giorno, mi ritrovo a passeggiare vicino a Salita Di Negro. Se chiudo gli occhi, il traffico sfuma e torna il battito ritmico delle linotype. Il nastro del tempo si riavvolge: prendo il taccuino da adulto, mi avvicino a Sandro Pertini in quella stessa redazione carica di fumo, e gli pongo le domande che il bambino di allora teneva custodite inconsapevolmente nella tasca del grembiulino nero.

​«Presidente — mi permetta di chiamarla così, anche se qui lei è ancora “il Direttore” —, 49 anni fa ero un bambino di sei anni che la guardava dal basso verso l’alto insieme ai suoi ignari compagni di classe. Partiamo dalle sue radici: com’è cominciata l’avventura dell’uomo Sandro Pertini?»

​Sandro Pertini: (Fa una boccata di pipa)

«Tra le colline di Stella, dove sono nato nel 1896, e le trincee dell’Isonzo dove ho combattuto durante la Grande Guerra. Ma Genova è stata la mia vera palestra: qui mi sono laureato nel 1923 e tra questi caruggi è nato il mio amore per la giustizia sociale e per il Partito Socialista.»

Un giovane Pertini studente di Giurisprudenza a Genova nel 1920. Foto da Wikipedia.

«Nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti segnò la sua svolta.»

​Sandro Pertini: (Si fa cupo)

«Fu la mia via di Damasco. Quando lo uccisero per aver denunciato le violenze fasciste, andai subito a iscrivermi al partito chiedendo la tessera di Matteotti. Promisi a me stesso che avrei dedicato la vita alla sua battaglia per la libertà.»

​«Poi vennero l’esilio, il carcere e l’incontro con Antonio Gramsci al confino.»

​Sandro Pertini:

«In Francia ho fatto di tutto per vivere: il muratore, il lavatore di auto, persino il manovale! Poi il rientro clandestino, l’arresto e il carcere. Con Gramsci ci incontrammo a Turi e Ponza: eravamo divisi sul piano tattico, ma uniti da una dignità incrollabile. Quando mia madre chiedeva la grazia a Mussolini per salvarmi, la rimproverai duramente e rifiutai: la mia dignità non era in vendita.»

Nel 1927 muratore a Nizza..

​«Nel 1945, alla guida del CLNAI, le toccò la decisione più dura: la condanna di Mussolini.»

​Sandro Pertini: (Sguardo fermo)

«Mi assunsi la piena responsabilità politica dell’esecuzione. Non fu vendetta, ma un atto storico ineludibile per punire chi aveva distrutto l’Italia con la dittatura e le leggi razziali, e far nascere la Repubblica.»

26 aprile 1945. Comizio di Pertini in una Milano appena liberata.

​«E l’anno dopo, il 1946: la Costituente, l’amnistia Togliatti e persino quella famosa rapina sul Passo del Bracco, ironia della sorte, proprio nella sua amata Liguria…»

​Sandro Pertini: (Sorride ironico)

«Sul Bracco mi fermarono i briganti all’alba e mi rubarono tutto: orologio, vestiti e ventimila lire! Pensai: “A brigante, brigante e mezzo!”. Ma il ’46 fu soprattutto l’anno della Costituzione e del doloroso strappo sull’amnistia Togliatti: capivo la necessità di pacificazione, ma mi opposi con tutto me stesso a quel colpo di spugna che perdonò troppi torturatori fascisti.»

​«Da socialista libertario, qual è stato il suo giudizio su Stalin, ma anche sui rapporti con Tito e Craxi?»

​Sandro Pertini: (Sbatte la pipa sul palmo, severo)

Su Stalin nessun compromesso: un dittatore spietato che ha tradito il socialismo con i Gulag e il terrore. Come uomo politico l’ho sempre stimato ma, una volta venuto a conoscenza delle atrocità commesse, mi ha profondamente deluso. Con Tito invece ci fu intesa antifascista, ma pretesi sempre il rispetto della verità sulle foibe. E con Craxi… Bettino è un innovatore di grande intelligenza, ma il mio è il socialismo morale di Turati e Matteotti, lontano dal potere per il potere.»

«In fondo lei ha incarnato alla lettera la celebre massima “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere” — che tutti attribuiscono erroneamente a Voltaire, ma che fu coniata nel 1906 dalla sua biografa Evelyn Beatrice Hall. Per lei la libertà di pensiero e di dissenso è sempre stata sacra.»

Sandro Pertini: (Scuote l’indice con il suo tipico gesto energico)

«Sacra e inviolabile! Un uomo non è libero se non può dire quello che pensa, anche e soprattutto quando la sua opinione va contro la corrente o contro il potere. Tranne ovviamente il fascismo: perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine»

​«Ricordando Genova per il giugno 1960, mi sono sempre chiesto per quale squadra battesse davvero il suo cuore?»

​Sandro Pertini: (Gli brillano gli occhi)

«Nel ’60 a Piazza della Vittoria dimostrammo che la Costituzione si difende anche con i denti contro i provocatori! E sul calcio, a chiunque me lo domandi apertamente, rispondo: “Da giovane mi piaceva il Genoa Club, ma ora la mia squadra è solo una: la Nazionale. Viva l’Italia!”.»

Discorsr di Pertini in Piazza della Vittoria a Genova nel giugno 1960.

​«E se il destino un giorno la portasse al Quirinale, o a giocare a scopone scientifico sull’aereo presidenziale dopo un Mondiale vinto?»

​Sandro Pertini: (Ride di cuore)

«Al Quirinale rifiuterei di abitare, rimanendo nella mia soffitta a Roma, accanto a mia moglie che mi detta la lista della spesa come ad un marito e cittadino qualunque: i palazzi dorati isolano dalla gente! E se nello scopone dovessi sbagliare mossa calando un sette al posto di un asso, me la prenderei prima con il mio compagno, per poi ammettere con onestà lo sbaglio davanti a Zoff!»

La celebre partita a scopone al rientro sull’aereo presidenziale: Zoff e Pertini contro Causio.e Bearzot.

​«Quale insegnamento vorrebbe consegnare a quel bambino di sei anni che la incontrò in prima elementare?»

​Sandro Pertini: (Posandomi una mano affettuosa sulla spalla)

«Gli direi una cosa semplice: “La libertà senza la giustizia sociale è una conquista fragile, che si risolve per i più in una nuova forma di oppressione”. Gli direi di non perdere mai la meraviglia negli occhi, di non aver paura di dire la verità e di schierarsi sempre, senza esitare, dalla parte dei più deboli. Ora però basta con i ricordi: andiamo a vedere la prima pagina di domani, che le notizie non aspettano nessuno!»

Pertini e la sua immancabile pipa.

Sandro Pertini si gira, rimette la pipa tra i denti e sparisce tra le linotype in festa. Il boato delle rotative sfuma lentamente nel rumore del traffico di oggi. In Salita Di Negro 7 non ci sono più i rulli né l’odore di inchiostro fresco, ma quel bambino diventato adulto cammina ancora a testa alta, con il taccuino in tasca, per raccontare Genova e le sue storie come quel giornalista che non è riuscito a diventare e la mano stretta a una bussola morale che non smetterà mai di segnare la strada.

Staglieno, l’altra Genova… seconda parte.

​Dall’Angelo di David Beckham al mito di Faber: le icone e i capolavori della necropoli

​Salendo le imponenti scalinate dai porticati inferiori verso i quelli Superiori, il cammino ci porta di fronte al capolavoro forse più conosciuto di Staglieno: l’Angelo della Tomba Oneto, scolpito nel 1882 da Giulio Monteverde. Dimentica le figure rassicuranti della tradizione: questo è un angelo androgino, teso, dallo sguardo inquietante e magnetico. Incarna una Morte sensuale, inevitabile e bellissima. La sua fama ha attraversato i secoli e i confini: ai giorni nostri persino David Beckham, celebre calciatore inglese di qualche anno fa, (anche se dubito ne conoscesse la storia) se l’è fatta tatuare sul fianco, a riprova di come il desiderio genovese di pietrificare l’emozione sia diventato un’icona pop globale.

L’angelo della Tomba Oneto.

​Ma Staglieno non è solo la vetrina dell’alta società. Sempre lungo i porticati si incontra il monumento forse più amato dai genovesi: la tomba di Caterina Campodonico, la nostra Paisana. Caterina vendeva ciambelle e rèste (corone di nocciole) nei santuari liguri. Con i soldi risparmiati soldo su soldo in una vita di stenti, ingaggiò lo scultore Lorenzo Orengo per rivendicare il proprio diritto all’eternità. Voleva un monumento maestoso come quello dei ricchi. Orengo la scolpì con precisione maniacale: le mani segnate dal lavoro che stringono la collana di nocciole, il grembiule di pizzo, lo scialle sulle spalle e un’epigrafe in dialetto che rivendica con orgoglio di non dover dire grazie a nessuno. In fondo, la Paisana ha sconfitto il tempo proprio come i nobili che voleva emulare.

La Tomba di Caterina Campodonico.

​Poco distante si svela la carica simbolista della Tomba Celle (Il Dramma Eterno, 1893, di Michele Sansebastiano), con il contrasto struggente tra la giovinezza della Vita e l’abbraccio della Morte velata.

Tomba Celle.

​Lasciando i porticati per arrampicarsi verso monte, ci si addentra nell’ombra del Boschetto dei Mille. Tra i lecci e la macchia mediterranea si scorge il Mausoleo di Giuseppe Mazzini, austero tempio dorico dove l’eroe risorgimentale riposa accanto ai suoi compagni d’armi come Nino Bixio e Stefano Canzio e Michele Novaro autore quest’ultimo delle musiche del Canto degli Italiani.

Tomba di Giuseppe Mazzini.

E nel silenzio del Cimitero Protestante, riposa anche Constance Mary Lloyd, la moglie di Oscar Wilde, morta a Genova nel 1898.

Tomba di Constance Lloyd.

​In questa immensa città di pietra trova posto tuttavia la memoria più recente della città. Al Campo 22, in una cappella essenziale, la tomba di Fabrizio De André è meta ininterrotta di un pellegrinaggio fatto di fiori, plettri, biglietti e versi di canzoni lasciati da generazioni di sognatori.

La Tomba di De André.

Poco distante riposa l’ironia genovese di Gilberto Govi, padre del teatro dialettale, insieme alle voci della grande letteratura come Camillo Sbarbaro ed Edoardo Sanguineti.

La Tomba di Gilberto Govi e di Rina Gaioni, moglie e spalla teatrale del comico.

​Sotto queste gallerie si incrociano le mani dei più grandi maestri dello scalpello: da Santo Varni a Giovanni Scanzi, da Eugenio Baroni a Leonardo Bistolfi, da Giacomo Rivalta a Giovanni Battista Villa, da Giacomo Moreno a Lorenzo Orengo, da Giulio Monteverde a Ettore Sclavi e Santo Saccomanno e mi scuso con tutti gli altri che -per ragioni di spazio- ho tralasciato.

Numerose anche le sepolture illustri fra le quali oltre agli architetti stessi e ai pionieri del Genoa CFC, si segnalano il capitano Enrico D’Albertis, il pasticcere Pietro Romanengo, il poeta Edoardo Sanguineti, la scrittrice Fernanda Pivano, il partigiano Fedor Poletaev, l’armatore Raffaele Rubattino, il patriota Anton Giulio Barrili, lo scenografo Luzzati e Ferruccio Parri, il primo presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e Aldo Gastaldi, il comandante primo partigiano d’Italia, Bisagno.

​Alla fine del viaggio si comprende perché Staglieno sia molto più di un cimitero. È il tentativo monumentale di una città di sfidare l’oscurità con il bello. Una passeggiata tra le sue gallerie ci ricorda che, sebbene il nostro passaggio su questa terra sia breve, c’è stato un momento in cui Genova ha preteso che persino il marmo imparasse a parlare e a ricordare.

In Copertina: porticato di levante. Settore A dove è situata la toma Oneto dell’Angelo Nocchiero.

Staglieno, l’altra Genova… prima parte.

Dagli apprezzamenti di Mark Twain ai Joy Division: il marmo e l’illusione dell’eternità

​Tra i fianchi verdi della Val Bisagno e il grigio solenne della pietra, Staglieno non è semplicemente un cimitero. È una città nella città, un doppio speculare di marmo dove la Genova dell’Ottocento e del Novecento ha deciso di raccontarsi per sempre, senza filtri e con quell’orgoglio un po’ schivo che ci portiamo dentro.

​In questo luogo maestoso, il marmo prova a fermare il quotidiano e a sfidare il tempo. Sotto i suoi porticati si avverte chiaramente la condizione profonda dell’uomo: quell’ostinata, toccante e forse vana pretesa di custodire traccia del nostro passaggio su questa terra. Scolpire la pietra, curare il pizzo di un abito o lo sguardo di un congiunto diventa l’unico modo per opporsi all’oblio, il tentativo disperato di conquistarsi una memoria eterna prima che il silenzio inghiotta ogni cosa.

​Non è un caso che una schiera di visitatori illustri sia rimasta folgorata da questo teatro dell’esistenza. Mark Twain, dopo averlo visitato nel 1867, scrisse nel suo Innocenti all’estero:

​”L’ultima visita che abbiamo fatto è stata al cimitero pubblico, ed è una delle cose più memorabili che abbiamo visto… È un luogo grandioso, una città di marmo incastonata tra le colline. Se fosse mio, preferirei stare qui piuttosto che in molti luoghi dei vivi.”

​Nel 1893 fu perfino l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Principessa Sissi, a camminare in incognito tra queste gallerie: devastata dal dolore, cercava tra gli scultori genovesi l’ispirazione e il maestro giusto per realizzare il monumento funebre del figlio Rodolfo, tragicamente scomparso a Mayerling. Prima di lei, Friedrich Nietzsche nel 1880 ne era rimasto ipnotizzato durante le sue passeggiate genovesi, e più tardi Ernest Hemingway e Guy de Maupassant ne celebrarono la bellezza cupa e grandiosa.

​Tutto nasce nel 1835 da un’idea di Carlo Barabino, l’architetto che ha disegnato la Genova moderna, compreso il Teatro Carlo Felice. Il destino però ci mise lo zampino: Barabino morì nello stesso anno causa epidemia di colera e a prendere le redini fu il suo allievo Giovanni Battista Resasco. Fu infatti quest’ultimo a immaginare quell’imponente scenografia neoclassica che vediamo oggi, una necropoli pensata come uno specchio della città dei vivi.

​Ci sono i Porticati Inferiori e Superiori, la zona monumentale dove la ricca borghesia genovese faceva a gara per immortalare il proprio status; il Boschetto dei Mille, immerso nel verde e dedicato ai patrioti risirgimentali; e le Sezioni Acattoliche (Protestante e Israelitica), testimonianza di una Genova storicamente cosmopolita e aperta al mondo.

Più in alto, tra i viali scoscesi del Boschetto Irregolare, si nascondono anche storie di straziante e pura umanità: è qui che si trova la tomba di Italino Iacomelli, il “bimbo col cerchio”. Ucciso nel 1925 a soli cinque anni da un uomo colto da improvvisa follia ai giardini di Carbonara, il piccolo è immortalato nella scultura “Le mani della follia” di Adolfo Lucarini mentre corre felice dietro al suo giocattolo, ignaro delle due mani di pietra che dalla terra stanno per ghermirlo. Una tragedia di fronte alla quale il padre dimostrò uno straordinario gesto di compassione, chiedendo cure per l’aggressore invece dell’odio, lasciando alla scultura il compito di custodire per sempre l’innocenza del figlio.

la Tomba del bambino che rincorre il suo cerchio.
Tomba Appiani.

Varcata la soglia e addentrandosi nella penombra del Porticato Inferiore (Settore A), il cammino comincia subito di fronte a uno dei monumenti più celebri: la Tomba Appiani. Scolpita nel 1910 da Demetrio Paernio, mostra la famiglia stretta attorno al letto di morte del caro. La resa anatomica e dei drappeggi è così drammatica che nel 1980 il fotografo Bernard Pierre Wolff la scelse per la copertina di Closer, l’album capolavoro dei Joy Division di Ian Curtis. E a pochi passi, al Portico Trasversale, la Tomba Ribaudo (opera di Onorato Toso) finì sempre sulla copertina di un altro brano immortale della band inglese: Love Will Tear Us Apart.

Tomba Carpaneto. L’Angelo Nocchiero.

Proseguendo lungo le gallerie del Porticato Inferiore lato levante, la passeggiata si addentra nel cuore del Realismo Borghese, dove la materia sembra perdere peso. Sulla Tomba Carpaneto (1886, di Giovanni Scanzi), un giovane angelo in piedi sulla barca raccoglie e chiude le vele, metafora dell’esistenza umana giunta alla conclusione del proprio viaggio. Alla base la celebre citazione manzoniana tratta dai Promessi Sposi: “Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero si fido”.

Poco più avanti, la Tomba Gnecco (1882, di Antonio Rota) racconta lo straziante lutto familiare con un’immagine a più livelli: accanto ai due ragazzini che pregano un angelo indica loro la via verso l’alto dove si trova la madre la cui anima è raffigurata mentre ascende al cielo. Ad attenderla quattro cherubini che rappresentano gli altri quattro figli morti precedentemente.

Tomba Gnecco.

Sul lato opposto ecco la straordinaria Tomba Badaracco (1875, di Giovanni Battista Cevasco) che racconta il dolore del lutto con una nitidezza quasi fotografica: qui una vedova in abiti d’epoca, avvolta in un pizzo di marmo incredibilmente leggero, è colta nel gesto intimo e struggente di bussare alla porta di bronzo del sepolcro, proprio sotto una clessidra alata che ricorda lo scorrere inesorabile del tempo.

Tomba Badaracco.

​Pochi metri oltre, il linguaggio del Realismo cede il passo alle inquietudini e alla sensualità del Simbolismo con la celebre Tomba Ribaudo (1910, opera dello scultore Giulio Monteverde). Qui un magnifico Angelo della Morte alato appare abbandonato e reclinato sul sarcofago ornato di motivi e geroglifici neo-egizi: un’immagine drammatica, sensuale e moderna dell’Oltrepasso, destinata a diventare una delle icone più celebri e fotografate dell’intera necropoli.

Tomba Ribaudo.

(Continua nella seconda parte…)

In Copertina: il cimitero Monumentale di Staglieno.

Il Passo dei Bracconieri e dei Briganti

​Sembra un gioco di parole, ma dietro il nome del Passo del Bracco c’è una storia vera… e decisamente movimentata.

​Tra queste curve, in realtà, il brigantaggio non era una novità ma una piaga che durava da secoli. Da tempo immemore infatti il valico, 615–621 m s.l.m. è stato, per chi voleva evitare il viaggio in mare, un passaggio stretto, tortuoso e isolato tra Genova e La Spezia: il terreno di caccia ideale per i banditi di ogni epoca.

Passo del Bracco. Foto dell’autore.
Vegetazione e curve. Foto dell’autore.

​Nel secondo dopoguerra il fenomeno visse una vera e propria riacutizzazione. Alcuni bracconieri della zona capirono che fermare e rapinare i viaggiatori era decisamente più redditizio della caccia, e quattro bande in particolare — Manzo, Tullio, Pisa e i fratelli Rossi — arrivarono a seminare il terrore, costringendo le forze dell’ordine a scortare intere colonne di auto e corriere.

​Questi banditi non guardavano davvero in faccia a nessuno.

​Ne sa qualcosa Sandro Pertini: il 30 maggio 1946, il futuro Presidente della Repubblica, venne bloccato mentre attraversava il valico in auto. I briganti non si fecero troppi problemi e lo alleggerirono di tutto ciò che aveva con sé: contanti, la valigia, un orologio d’oro e persino la sua pistola.

​Qualche anno più tardi, nell’aprile del 1957, il volto della strada stava pian piano cambiando, ma la guardia restava comunque altissima. Quando Grace Kelly e il principe Ranieri di Monaco attraversarono il Bracco a bordo della loro Rolls-Royce diretti a Roma, una celebre fotografia li immortalò durante una sosta nei pressi del bivio tra Mattarana e Ziona. Accanto a loro, vigile e a brevissima distanza, spicca un motociclista della Polizia Stradale. Un’immagine emblematica che racconta meglio di mille parole come, da queste parti, persino i principi di Monaco dovessero viaggiare con la scorta al seguito.

Grace Kelly e Ranieri III sul Bracco (1957) — Ph. Mario De Biasi / Mondadori Portfolio via Getty Images

​Oggi il vecchio tracciato è diventato il regno di motociclisti, ciclisti e automobilisti in cerca di curve e panorami, oltre a rimanere la via d’uscita fondamentale quando le gallerie tra Sestri Levante e Deiva Marina vengono chiuse.

Scorcio di Moneglia lungo la strada del Passo del Bracco. Foto dell’autore.

​ La prossima volta che vi godrete questa salita, pensate a chi passava di qui nel corso dei secoli: più che alla bellezza del paesaggio, doveva stare molto attento a guardarsi le spalle!

In copertina: Passo del Bracco. Foto dell’autore.

“Genova e Milano: quando una mano non bastò

Genova e Milano non si sono mai amate alla follia. Ma c’è stato un tempo in cui la Superba diede una mano alla città della Madonnina.
E non è un modo di dire.
Nel 1245, durante il conflitto contro Federico II di Svevia e suo figlio Enzo, Genova mandò in aiuto dei milanesi i suoi temutissimi balestrieri.
La guerra, però, presentò loro un conto terribile: almeno quattrocento tornarono a Genova mutilati della mano sinistra e dell’occhio destro. La Repubblica non li abbandonò e assegnò loro una pensione vitalizia.
Milano aveva dunque chiesto una mano a Genova.
E qualcuno, quella mano, la perse davvero.
Ma i rapporti tra le due città erano destinati a diventare decisamente più complicati.
Milano era la grande potenza dell’entroterra e aveva un problema piuttosto evidente:
non aveva il mare.
Genova, invece, aveva un porto strategico, navi, equipaggi, ammiragli e mercanti e una rete commerciale che si estendeva in tutto il Mediterraneo.
Per la città della Madonnina, dunque, Genova era una preziosa porta sul mare.
Per la Superba, invece, Milano rappresentava uno dei principali mercati e fiere dell’Italia settentrionale.
Insomma, si servivano l’una dell’altra.
Finché Milano non cominciò a pensare che quella porta sul mare sarebbe stato meglio controllarla.
Nel Trecento i Visconti entrarono infatti nelle lotte politiche genovesi, appoggiando alcune delle grandi famiglie cittadine e arrivando anche all’intervento militare. Nel 1353 Giovanni Visconti assunse il controllo di Genova, inaugurando una fase di dominio milanese che, tra alterne vicende, sarebbe tornata più volte nel corso del secolo successivo.
E i genovesi, evidentemente, non erano proprio entusiasti della situazione.
Lo racconta bene un curioso episodio del 1476.
Francesco Marchese, ambasciatore genovese alla corte di Gian Galeazzo Maria Sforza, dovendo protestare contro il progetto di ingrandire la fortezza del Castelletto, si vide rimandare l’incontro con il duca.
Per tutta risposta gli fece recapitare un vaso di basilico.
Quando il duca, stupito, ne chiese il motivo, l’ambasciatore avrebbe risposto con una frase diventata celebre:
«La natura dei genovesi, signor duca, è simile al basilico: maneggiato dolcemente profuma, maneggiato aspramente puzza e genera scorpioni».
Insomma, ai milanesi Genova poteva anche servire.
Ma era meglio non stuzzicarla troppo.
Perché un conto è commerciare con Milano.
Un altro è avere Milano che vuole decidere cosa succede a casa tua.
Da allora Genova e Milano continuarono a incrociare i propri destini tra alleanze, commerci, guerre e ambizioni.
Milano aveva bisogno del mare.
Genova aveva bisogno dei mercati milanesi.
Ma quando Milano provò a mettere le mani su Genova, la faccenda cambiò.
Perché la Superba poteva anche dare una mano.
Ma guai a stringerla troppo.
Del resto, lo aveva già spiegato bene quell’ambasciatore genovese con un vaso di basilico.
E forse, dopo sette secoli, Genova e Milano continuano semplicemente a non aver ancora deciso chi debba dare una mano all’altra.

In copertina: Balestrieri genovesi all’assedio di Gerusalemme, affresco del 1624 di Lazzaro Tavarone, Palazzo Cattaneo-Adorno, Genova.

Operaçion «Tutti a câ!»: A Riconquista da Liguria

Per tre lunghi mesi estivi la Liguria era rimasta occupata. Le truppe franco-piemontesi a ponente e austro-lombarde a levante si erano impadronite delle Due Riviere e dell’entroterra, fino a quando arrivò finalmente settembre inoltrato.

​Con la riapertura delle scuole e il richiamo degli uffici, le forze d’occupazione cominciarono a smobilitare verso le città d’origine. I Liguri, fiutata la debolezza del nemico in ritirata, sferrarono cosi il colpo di grazia.

​Per ordine del CLL (comitato ligure di liberazione) diramato dalla capitale Genova scattò l’Insurrezione generale: il segnale luminoso partito dalla Lanterna raggiunse ogni angolo della regione.

​Lungo la costa i ribelli applicarono la tattica del monolite: sguardi impassibili, saracinesche abbassate e l’arma letale del «Finita» pronunciato a bruciapelo, senza speranza di prosecuzione di un qualunque ulteriore dialogo.

A Ponente i coltivatori bloccarono i tornanti coi trattori, a Levante i pescatori usarono i gozzi e i leudi per scortare gli occupanti al largo, mentre nell’entroterra la brigata di boscaioli e fungaioli presidiò i valichi.

​L’avanzata fu favorita dalle forze della natura: forti piogge, torrenti ingrossati e nebbiolina artificiale creata ad arte per suscitare nel turista la nostalgia di casa.

​Le ultime guarnigioni austro-lombarde sulle spiagge vennero travolte dalle prime trombe marine settembrine. Tra i vortici d’acqua all’orizzonte e la scoperta che il parcheggio costava comunque 3,50 € all’ora, gli occupanti fuggirono in rotta scomposta e disordinata.

​I franco-piemontesi tentarono tuttavia la ritirata sulle alture. Un vecchio ligure indicò alla colonna in fuga una traccia tra i rovi: «Andate dritti, di là si taglia per l’autostrada». Non era vero: era un sentiero cieco negli ulivi. Dopo sei ore di marcia al buio sotto i fulmini, gli invasori si arresero pur di farsi riaccompagnare al casello.

​Arrivò così il giorno della Liberazione che si celebra, secondo la tradizione, la seconda domenica di settembre con canti, balli e bicchierate.

​La Croce di San Giorgio tornò a sventolare su ogni borgo. Le spiagge vennero riconquistate, i boschi. allo spuntare dei primi porcini, tornarono ai legittimi proprietari e i carruggi furono nuovamente sgombri.

​Il ligure si affacciò alla scogliera, guardò la riva vuota, osservò le trombe marine sfaldarsi e mormorò: «Belin… se ne sono andati tutti. Di nuovo tutto nostro».

​Poi incrociò le braccia e concluse: «Certo che ora che non c’è più nessuno ci si annoia. E con ‘ste trombe marine fa pure fresco».

​La Liguria era finalmente libera. E i Liguri avevano riconquistato il loro bene più prezioso: il sacro monopolio del mugugno.

In copertina: spiaggia di Deiva Marina. Foto originale di Pasquale Alfano rielaborata con copilot.

Il giorno che non ha notte

Di un esorcismo. E di un’enigmatica profezia.
Nell’anno del Signore 1778, un abate polceverasco di nome Bartolomeo Maggiolo divenne oggetto delle attenzioni della Curia genovese in seguito ad alcune sospette segnalazioni.
L’abate, uomo dai modi semplici e dalla favella tutt’altro che forbita, aveva infatti cominciato improvvisamente a parlare in maniera ricercata e a comportarsi in modo del tutto anomalo.
Dopo un breve soggiorno all’ospedale dei pazzi, si decise di trasferirlo nella sua dimora di campagna nei pressi di Murta, nella speranza che il cambiamento d’aria potesse giovargli.
Accadde invece qualcosa di ancora più inquietante.
Maggiolo cominciò a parlare in tedesco, francese, greco ed ebraico, mostrando inoltre una sorprendente conoscenza di argomenti politici, religiosi e filosofici.
A quel punto, alla Curia cominciò a sentirsi… odor di zolfo.
Furono quindi inviati due esperti esorcisti.
Durante le sedute, quella misteriosa presenza dichiarò di essere Asmodeo.
Il demonio resistette per mesi agli esorcismi, prendendosi gioco dei sacerdoti e arrivando persino a metterli in grave imbarazzo, rivelando alcune loro passate malefatte.
Poi, forte dei suoi successi, lanciò una sfida.
Avrebbe ceduto soltanto “il giorno che non ha notte”.
E non solo.
Affermò che si sarebbe arreso esclusivamente davanti al “custode delle capre”.

Le capre.


Sembrava un enigma impossibile da risolvere.
Finché qualcuno ricordò che, nel poco distante Monastero della Chiappetta, viveva un frate savonese: padre Becco.
E “becco”, nell’antica accezione del termine, significava proprio custode delle capre.
La soluzione dell’enigma sembrava dunque trovata.
Asmodeo fu condotto nella chiesa del frate.
Seguì una lunga lotta, al termine della quale il demonio dovette finalmente arrendersi e abbandonare il corpo dello stremato Maggiolo.
Era l’8 settembre 1779, il giorno consacrato alla Natività di Maria.
Il giorno “quae noctem non habet”.
Il giorno che non ha notte.
La profezia di Asmodeo era stata finalmente svelata.
E con essa, anche il mistero del “custode delle capre”.

In Copertina: Asmodeo tratto dal Compendium rariussimum totis artis del 1776.

La piccola Maria che ogni anno attraversa i carruggi di Prè.

L’8 settembre, a Genova, i caruggi di Pré hanno un appuntamento con una tradizione antica.
È il giorno della Natività di Maria e, come vuole una consuetudine che si rinnova da generazioni, la piccola Maria Bambina esce dalla sua cappella nella chiesa di San Sisto, in Via Pré.

E San Sisto porta con sé anche una pagina della grande storia di Genova. Secondo la tradizione infatti, la chiesa sarebbe stata eretta con parte del bottino come voto per la vittoria ottenuta dalla flotta genovese contro i Pisani nella battaglia della Meloria del 6 agosto 1284, uno degli scontri decisivi della secolare rivalità tra le due gloriose Repubbliche marinare.

La chiesa di San Sisto. Foto di Anna Armenise.


La statua, custodita nella piccola cappella a lei dedicata, viene deposta nella sua urna e portata in processione tra i vicoli del quartiere. Si parte dalla vicina San Giovanni di Pré, accompagnati dai fedeli e dalle note della banda, per arrivare fino a San Sisto.
Per qualche ora, tra i palazzi e i caruggi, Pré ritrova così un volto antico: quello delle feste di quartiere, della devozione popolare e di una Genova che sa ancora custodire le proprie tradizioni.
Poi il vivace corteo continua nel quartiere, tra incontri, sorrisi e quel senso di comunità che, per un giorno, restituisce ai caruggi di Pré un’atmosfera d’altri tempi.

Perché certi rituali non appartengono soltanto alla storia: finché qualcuno li porta ancora in processione, continuano a vivere.

In copertina: sopra l’altare si nota la teca contenente la statua della Madonna Bambina. Foto di Anna Armenise.

Una bracciata incerta

C’è una medusa in mezzo al mare,
mentre nuotavo mi è venuta a salutare.
Io la guardo e trattengo il respiro,
lei galleggia senza fiatare,
bianca e trasparente, pare luna sulla risacca,
sospinta dalla corrente, ondeggia come una barca.
“Ti prego, non mi urticare”,
penso mentre la scanso,
“non voglio bruciature!”
“Tranquillo”, risponde lei,
“le tue son le mie stesse paure.
Non sono venuta a cercarti,
né volevo capitare qua:
son le correnti a trascinarmi
dove il mare mi porterà.
Tu nuoti controcorrente,
io mi lascio trasportare,

e così, senza volerlo, le nostre rotte si sono incrociate in mare.

Tu temi il mio veleno
io una bracciata incerta:
basta un gesto un po’ distratto
e la nostra pace è persa.
Meglio allora stare lontani,
senza paura né rancore:
tu continua a nuotare,
io proseguirò il mio girovagare.
Perché in fondo siamo uguali,
anche se sembriamo differenti:
tu scegli dove andare,
io mi affido alle correnti.

L’Iliade della Riviera

Di solito pubblico argomenti seri inerenti Genova. Questa volta permettetemi questa scherzosa divagazione sull’ invasione lombarda delle nostre coste. Dedicato ai miei amici milanesi che ogni anno, non mollano, e frequentano la mia spiaggia di Deiva Marina. Spero possa strapparvi un sorriso.

Cantami, o Musa, dell’eterna guerra che da tempi immemorabili infiamma le coste della Liguria, quando il popolo dei Monti e degli Ulivi, appena un milione e mezzo di anime temprate dal sale e dalla parsimonia, ogni estate si leva in armi contro le sterminate legioni della Lombardia.
Dieci milioni sono gli invasori.
Dieci milioni.
Un numero tanto immenso che neppure gli antichi Persiani avrebbero osato immaginare.
Essi scendono dalla grande pianura in interminabili colonne d’acciaio, preceduti dal rombo dei SUV e seguiti dall’eco dei navigatori satellitari che ripetono in eterno:
“Rallentamenti fino alla vostra destinazione.”
Ma i Liguri li attendono.
Silenziosi.
Impassibili.
Con lo sguardo di chi ha già visto quarantasette estati e conosce il nemico.
E così il Consiglio degli Anziani decreta:
“Chiudete le gallerie.”
E le gallerie si chiudono.
“Riducete le corsie.”
E quattro diventano due.
“Disattivate qualche casello.”
E il caos regna sovrano.
“Aumentate i pedaggi.”
E gli dèi delle autostrade sorridono.
“Alzate il prezzo della focaccia.”
“E già che ci siete… anche dei parcheggi.”
Ogni arma è lecita quando la Riviera è in pericolo.
Ma nulla arresta l’avanzata lombarda.
Essi sopportano code di ore senza arretrare di un metro.
Affrontano cantieri che sembrano eterni quanto le fatiche di Ercole.
Consumano un pieno di carburante per percorrere cento chilometri.
E quando finalmente vedono il mare…
…è mezzogiorno passato.
Allora il loro comandante osserva la spiaggia gremita e pronuncia la frase tramandata dai padri ai figli attraverso le generazioni:
“Ma come… è già tutto pieno?”
I Liguri abbassano lentamente gli occhiali da sole.
Non parlano.
Non serve.
Sanno che il momento più terribile deve ancora arrivare.
Le legioni longobarde estraggono infatti le Sacre Scarpette Acquatiche.
Verdi.
Arancioni.
Giallo evidenziatore.
Blu elettrico.
Calzature tanto sgargianti che persino Poseidone distoglie lo sguardo.
Poi inizia il Grande Rito.
L’infissione dell’ombrellone.
Gli antichi poeti raccontano che un Lombardo non pianti mai un ombrellone.
Lo trivella.
Lo avvita.
Lo misura.
Lo riallinea.
Lo batte con energia crescente finché l’intera battigia non assume l’aspetto di un campo di ricerca petrolifera.
“Qui dev’esserci il greggio!”
“No, prova più vicino alla riva!”
“Ancora mezzo giro!”
Il suolo trema.
I gabbiani si levano in volo.
I bambini interrompono i castelli di sabbia.
Perfino Nettuno teme che qualcuno possa perforare il fondale.
I Liguri comprendono allora che è giunto il tempo delle armi proibite.
Vengono assoldate meduse mercenarie.
Gli squali firmano contratti stagionali.
Le alghe tossiche invisibili ricevono il lasciapassare.
Le onde vengono addestrate a ribaltare i materassini.
I ricci di mare assumono posizioni strategiche.
I gabbiani, veterani di mille campagne, vengono nutriti soltanto quanto basta per renderli abbastanza affamati da colpire con precisione assoluta la focaccia appena acquistata.
È la guerra.
La vera guerra.
Eppure…
Nemmeno questo basta.
Perché il Lombardo è una creatura invincibile.
Sfida il traffico.
Sfida il caldo.
Sfida i pedaggi.
Sfida le meduse.
Sfida gli squali.
Sfida perfino il cartello “Parcheggio completo”.
E dopo aver conquistato due metri quadrati di spiaggia tra uno scoglio e un pattino, esclama soddisfatto:
“Ne è valsa la pena.”
Così ogni estate termina la battaglia.
I Liguri, esausti ma fieri, rientrano nei loro borghi.
I Lombardi, ustionati ma felici, affrontano altre cinque ore di coda verso la pianura.
Entrambi si salutano con rispetto.
Perché sanno che nessuno può davvero vincere questa guerra.
Essa non avrà mai fine.
Finché esisteranno la Liguria…
…e il primo weekend estivo.

In Copertina: il mare di Deiva Marina (Sp). Foto dell’autore.