Intervista immaginaria a Sandro Pertini tra le rotative de il “Lavoro”.
Nel 1977 avevo sei anni e frequentavo la prima elementare della scuola elementare Guglielmo Embriaco. Fu grazie alla nostra maestra Marisa Varnier e al papà di una mia compagna di classe — il giornalista Paolo Saletti dello storico quotidiano genovese Il Lavoro — che la nostra scolaresca varcò il portone in Salita Di Negro 7.
Oggi ci sono uffici e un silenzio composto. nel secolo scorso c’era un alveare in fermento: il boato delle rotative, il battere delle macchine da scrivere e quell’inconfondibile profumo d’inchiostro che a Genova sapeva di libertà.

L’obiettivo della gita era scoprire come nascesse una notizia e come si realizzasse un vero giornale.
Quello che nessuno poteva prevedere era la sorpresa che ci attendeva tra i rulli della tipografia: Sandro Pertini in persona. Storico direttore del quotidiano, l’allora Deputato era passato a salutare i vecchi colleghi e, vedendoci così piccoli, decise di farci da Cicerone.
Mentre ci aggiravamo tra i banconi e le stanze della redazione io rimasi folgorato da quel signore anziano dalla voce profonda. La pipa stretta tra le dita, gli occhiali spessi, il calore di un nonno forte e battagliero che mi ricordava in tutto e per tutto il mio. Meno di un anno dopo quell’autunno, quell’uomo sarebbe salito al Quirinale, diventando il Presidente più amato di sempre: il Presidente Partigiano.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza da quel giorno, mi ritrovo a passeggiare vicino a Salita Di Negro. Se chiudo gli occhi, il traffico sfuma e torna il battito ritmico delle linotype. Il nastro del tempo si riavvolge: prendo il taccuino da adulto, mi avvicino a Sandro Pertini in quella stessa redazione carica di fumo, e gli pongo le domande che il bambino di allora teneva custodite inconsapevolmente nella tasca del grembiulino nero.
«Presidente — mi permetta di chiamarla così, anche se qui lei è ancora “il Direttore” —, 49 anni fa ero un bambino di sei anni che la guardava dal basso verso l’alto insieme ai suoi ignari compagni di classe. Partiamo dalle sue radici: com’è cominciata l’avventura dell’uomo Sandro Pertini?»
Sandro Pertini: (Fa una boccata di pipa)
«Tra le colline di Stella, dove sono nato nel 1896, e le trincee dell’Isonzo dove ho combattuto durante la Grande Guerra. Ma Genova è stata la mia vera palestra: qui mi sono laureato nel 1923 e tra questi caruggi è nato il mio amore per la giustizia sociale e per il Partito Socialista.»

«Nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti segnò la sua svolta.»
Sandro Pertini: (Si fa cupo)
«Fu la mia via di Damasco. Quando lo uccisero per aver denunciato le violenze fasciste, andai subito a iscrivermi al partito chiedendo la tessera di Matteotti. Promisi a me stesso che avrei dedicato la vita alla sua battaglia per la libertà.»
«Poi vennero l’esilio, il carcere e l’incontro con Antonio Gramsci al confino.»
Sandro Pertini:
«In Francia ho fatto di tutto per vivere: il muratore, il lavatore di auto, persino il manovale! Poi il rientro clandestino, l’arresto e il carcere. Con Gramsci ci incontrammo a Turi e Ponza: eravamo divisi sul piano tattico, ma uniti da una dignità incrollabile. Quando mia madre chiedeva la grazia a Mussolini per salvarmi, la rimproverai duramente e rifiutai: la mia dignità non era in vendita.»

«Nel 1945, alla guida del CLNAI, le toccò la decisione più dura: la condanna di Mussolini.»
Sandro Pertini: (Sguardo fermo)
«Mi assunsi la piena responsabilità politica dell’esecuzione. Non fu vendetta, ma un atto storico ineludibile per punire chi aveva distrutto l’Italia con la dittatura e le leggi razziali, e far nascere la Repubblica.»

«E l’anno dopo, il 1946: la Costituente, l’amnistia Togliatti e persino quella famosa rapina sul Passo del Bracco, ironia della sorte, proprio nella sua amata Liguria…»
Sandro Pertini: (Sorride ironico)
«Sul Bracco mi fermarono i briganti all’alba e mi rubarono tutto: orologio, vestiti e ventimila lire! Pensai: “A brigante, brigante e mezzo!”. Ma il ’46 fu soprattutto l’anno della Costituzione e del doloroso strappo sull’amnistia Togliatti: capivo la necessità di pacificazione, ma mi opposi con tutto me stesso a quel colpo di spugna che perdonò troppi torturatori fascisti.»
«Da socialista libertario, qual è stato il suo giudizio su Stalin, ma anche sui rapporti con Tito e Craxi?»
Sandro Pertini: (Sbatte la pipa sul palmo, severo)
Su Stalin nessun compromesso: un dittatore spietato che ha tradito il socialismo con i Gulag e il terrore. Come uomo politico l’ho sempre stimato ma, una volta venuto a conoscenza delle atrocità commesse, mi ha profondamente deluso. Con Tito invece ci fu intesa antifascista, ma pretesi sempre il rispetto della verità sulle foibe. E con Craxi… Bettino è un innovatore di grande intelligenza, ma il mio è il socialismo morale di Turati e Matteotti, lontano dal potere per il potere.»
«In fondo lei ha incarnato alla lettera la celebre massima “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere” — che tutti attribuiscono erroneamente a Voltaire, ma che fu coniata nel 1906 dalla sua biografa Evelyn Beatrice Hall. Per lei la libertà di pensiero e di dissenso è sempre stata sacra.»
Sandro Pertini: (Scuote l’indice con il suo tipico gesto energico)
«Sacra e inviolabile! Un uomo non è libero se non può dire quello che pensa, anche e soprattutto quando la sua opinione va contro la corrente o contro il potere. Tranne ovviamente il fascismo: perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine»
«Ricordando Genova per il giugno 1960, mi sono sempre chiesto per quale squadra battesse davvero il suo cuore?»
Sandro Pertini: (Gli brillano gli occhi)
«Nel ’60 a Piazza della Vittoria dimostrammo che la Costituzione si difende anche con i denti contro i provocatori! E sul calcio, a chiunque me lo domandi apertamente, rispondo: “Da giovane mi piaceva il Genoa Club, ma ora la mia squadra è solo una: la Nazionale. Viva l’Italia!”.»

«E se il destino un giorno la portasse al Quirinale, o a giocare a scopone scientifico sull’aereo presidenziale dopo un Mondiale vinto?»
Sandro Pertini: (Ride di cuore)
«Al Quirinale rifiuterei di abitare, rimanendo nella mia soffitta a Roma, accanto a mia moglie che mi detta la lista della spesa come ad un marito e cittadino qualunque: i palazzi dorati isolano dalla gente! E se nello scopone dovessi sbagliare mossa calando un sette al posto di un asso, me la prenderei prima con il mio compagno, per poi ammettere con onestà lo sbaglio davanti a Zoff!»

«Quale insegnamento vorrebbe consegnare a quel bambino di sei anni che la incontrò in prima elementare?»
Sandro Pertini: (Posandomi una mano affettuosa sulla spalla)
«Gli direi una cosa semplice: “La libertà senza la giustizia sociale è una conquista fragile, che si risolve per i più in una nuova forma di oppressione”. Gli direi di non perdere mai la meraviglia negli occhi, di non aver paura di dire la verità e di schierarsi sempre, senza esitare, dalla parte dei più deboli. Ora però basta con i ricordi: andiamo a vedere la prima pagina di domani, che le notizie non aspettano nessuno!»

Sandro Pertini si gira, rimette la pipa tra i denti e sparisce tra le linotype in festa. Il boato delle rotative sfuma lentamente nel rumore del traffico di oggi. In Salita Di Negro 7 non ci sono più i rulli né l’odore di inchiostro fresco, ma quel bambino diventato adulto cammina ancora a testa alta, con il taccuino in tasca, per raccontare Genova e le sue storie come quel giornalista che non è riuscito a diventare e la mano stretta a una bussola morale che non smetterà mai di segnare la strada.



















