Mercurio e Balilla

Da Piazza Dante scendendo il tratto finale di Via Fieschi si incrocia Via XX Settembre.

Attraversandola per salire verso Via V Dicembre si oltrepassa un monumentale arco con lo stemma di Genova sorretto da due personaggi opera dello scultore lucchese Arnaldo Fazzi

Il primo sulla destra è l’aitante Mercurio che impugna il bastone alato sul quale si attorcigliano due serpenti e rappresenta la prosperità.
Mercurio infatti è il dio del commercio e fu quindi scelto per vigilare sui negozi di questa importante e trafficata strada.

Il secondo a sinistra è Balilla il giovane eroe che diede il via all’insurrezione contro l’invasore austriaco.

Lo si riconosce dal fatto che la statua che raffigura Gian Battista Perasso stringe in mano il sasso, simbolo della rivolta, lanciato ad inizio della ribellione.

Da qui infatti inizia lo storico sestiere di Portoria dove il 5 dicembre 1746 il Balilla, secondo la tradizione, pronunziò il celebre che “l’inse” (che abbia inizio).

In Copertina: L’arco monumentale di Via V Dicembre. Foto dell’autore.

… Quando c’era il Balilla…

Preziosa immagine che immortala in località Pratolongo di Montoggio la presunta casa natale di Giovanni Battista Perasso passato alla storia, secondo la tradizione, come il Balilla.

L’eroe che il 5 dicembre 1746 diede il via all’insurrezione anti austriaca pronunciando il famoso “Che l’inse?”.

Accanto ai familiari che posano per lo scatto si notano in facciata la corona e la lapide che attestano come l’edificio fosse stato dichiarato monumento nazionale.

“Quel che resta oggi della casa “.

Purtroppo della casa oggi sono rimasti solo i ruderi perché gli eredi non si misero mai d’accordo e la lasciarono cadere in malora.

“Alla Liguria”…

Sulle tue montagne, nella ruota

di giovinezza, ho costruito una strada,

in alto fra i castagni;

gli sterratori sollevavano macigni

e stanavano vipere a grappoli.

Era l’estate degli usignoli

Meridiani delle terre bianche,

della foce del fiume Roja.

Scrivevo versi della più oscura

Materia delle cose,

volendo mutare la distruzione,

cercando amore e saggezza

nella solitudine delle tue foglie sole,

e franava la montagna e l’estate.

Anche lungo il mare

Avara in Liguria è la terra,

come misurato è il gesto

di chi nasce sulle pietre

delle sue rive. Ma se Il Ligure

alza una mano,

la muove in segno di giustizia.

Carico della pazienza

di tutto il tempo della sua tristezza.

E sempre il navigatore

spinge lontano il mare

dalle sue case per crescere la terra

al suo passo di figlio delle acque.

“Salvatore Quasimodo”.

 Il poeta siciliano futuro premio Nobel per la letteratura nel 1959 s’innamorò perdutamente della Liguria nel 1930 quando, trasferito al Genio civile di Imperia prima e di Genova poi, ebbe modo di conoscere e frequentare Camillo Sbarbaro ed Eugenio Montale, collaborando alla rivista letteraria “Circoli”.

Tre artisti, di cui due premi Nobel e uno Sbarbaro certo non da meno che, da questa terra incrociandosi, trassero feconda ispirazione per influenzare la poesia mondiale del ‘900.

“Corniglia, aggrappata alla roccia, sospesa fra cielo e mare”.

Quasimodo nella sua ultima raccolta ““Dare e avere” 1960 – ‘65” consegna ai posteri una meravigliosa poesia dedicata alla “Liguria”.

In questo componimento il poeta riesce a rievocare l’asprezza della montagna, il sibilo delle vipere, il canto degli usignoli, lo scrosciare delle acque del Roja e, in un continuo crescendo emotivo, l’eterna lotta fra il mare e la terra.

Ma il verso che da sempre mi ha colpito è quel “Ma se il Ligure alza una mano, la muove in segno di giustizia”… e allora sfilano nella mia mente tutte quelle popolazioni liguri che si opposero fieramente all’occupazione della Roma imperiale; i marinai che, sprezzanti del pericolo, difesero le nostre coste dai Turchi e dai Saraceni; i genovesi tutti che, coraggiosi e indomiti, nel 1684 non si piegarono alla boria del Re Sole; il Balilla e la sua audace ribellione contro gli austriaci; i Capitani De Stefanis e Pareto e la loro disperata difesa contro i bersaglieri del La Marmora; Genova intera che nel 1800, oltre ogni umana aspettativa, resistette all’assedio austro piemontese e inglese; i camalli che nel 1924 protestarono contro l’omicidio Matteotti e impedirono alle Camicie Nere l’accesso al porto; i Partigiani che tra l’8 settembre 1943 e l’aprile 1945 contribuirono alla liberazione della Superba, unica caso in Europa nell’era moderna, dai Tedeschi prima dell’ingresso degli alleati; i lavoratori che scioperarono nel giugno 1960 contro la scellerata idea di convocare il congresso nazionale del rinato Partito Fascista in città, contribuendo alla caduta del governo Tambroni.

L’avara Liguria è la mia terra!

Foto di copertina spiaggia di Porto Pidocchio a Framura.

“Dall’alto di un cielo, Diamante, i nostri occhi vedranno”…

… “Passare insieme soldati e spose…”

I versi della canzone, dedicata da Zucchero alla nonna, sembrano scritti apposta  per descrivere invece lo stupore che si prova davanti al Forte Diamante.

Si staglia a 670 metri s.l.m. sulla vetta dell’omonimo monte sorvegliando dall’alto le vie di comunicazione fra le Valli Polcevera e Bisagno e la città. Eretta la Rocca sui resti di quella trecentesca che un tempo era nota come la “Bastia di Pino”, all’inizio la struttura difensiva fu concepita come un semplice avamposto del Forte Sperone e solo nel 1746, all’epoca della ribellione antiaustriaca del Carbone e del Balilla, i Magistrati delle Fortificazioni ne compresero l’importanza strategica. Fu così che fra il 1756 e il 1758, incoraggiati anche dai finanziamenti privati elargiti dal Marchese Giacomo Filippo Durazzo, incaricati gli esperti ingegneri francesi, deliberarono l’erezione di una nuova fortezza.

La planimetria del forte mostra due cinture concentriche poligonali dalla singolare forma stellare, di cui quella esterna, nel suo vertice nord orientale mostra un baluardo pentagonale volto sulla strada a mezza costa che, un tempo passando sotto Porta delle Chiappe, collegava Genova con Torrazza e proseguiva verso la pianura padana.

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“Il Forte visto da un’altra prospettiva”. Foto di Leti Gagge.

Nell’anno 1800 durante l’eroico assedio subito dalla Superba per mano austriaca, il Diamante fu teatro di un episodio di coraggio e orgoglio leggendario, protagonista la guarnigione francese posta a difesa della città: Il Comandante austriaco, Conte di Hohenzollern, impadronitosi delle vicine rocche dei Due Fratelli minacciò il presidio del forte stellato difeso dall’ufficiale francese Bertrand. “Vi intimo, Comandante, di rendere all’istante il vostro Forte, altrimenti tutto è pronto ed io vi prendo d’assalto e vi passo a fil di spada. Potete ancora ottenere una capitolazione onorevole”.

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“Feritoia dalla quale sparare al nemico”. Foto di Leti Gagge.

Il Capitano francese non si scompose e diede prova di grande determinazione rinnovando il proposito di resistere: ”Signor Generale, l’onore che è il pregio più caro dei veri soldati, proibisce imperiosamente alla brava guarnigione che io comando di rendere il Forte di cui mi si è affidato il comando, perché possa acconsentire alla resa per una semplice intimazione, e mi sta troppo a cuore Signor Generale, di meritare la Vostra stima per dichiararvi che la sola forma e l’impossibilità di difendermi più a lungo, potranno determinarmi a capitolare”.

Bertrand e la sua truppa, circa 250 soldati stipati in un presidio che ne poteva ospitare un centinaio, non si arresero ed anzi, con l’aiuto dei rinforzi del Generale Soult, giunti in soccorso da Forte Sperone, costrinsero le aquile bicipiti, alla ritirata.

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“Questa particolare istantanea ha evocato in me l’immagine della prua di una nave. Anche sui monti i Genovesi si difendono costruendo navi”. Foto di Leti Gagge.

Dopo il Congresso di Vienna del 1814 e il relativo passaggio della Repubblica sotto i Savoia la struttura fu restaurata ed ammodernata dal Genio Militare sardo. Sia nel 1849 durante l’aggressione del La Marmora che nel 1857 al tempo di Mazzini e Pisacane fu oggetto di vani tentativi di occupazione da parte dei ribelli.

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“Il Diamante visto da chi arrivava da sotto”. Foto di Leti Gagge.

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“Il sentiero che si percorre al ritorno in discesa”. Foto di Leti Gagge.

Dal 1914 il Forte è stato abbandonato al suo destino. Oggi, oltre un secolo dopo, forse nell’ambito del progetto “Forti Insieme” in cui il Demanio ha accettato di cederne al Comune la gestione, si intravvede qualche spiraglio di rinascita per questo e per tutti gli altri 14 splendidi forti che, tutti insieme loro si, costituiscono una delle più estese cinte murarie d’Europa, ben 19 km di perimetro, un patrimonio storico e paesaggistico in cui investire “Palanche” e di cui andare fieri.

“La Tenaglia… pardon Le Tenaglie”…

“Non si deve muovere la Bastia di Promontorio per far Tenaglia fino che non sia finito il cinto in detta parte”. Così, in fase di progettazione delle Nuove Mura, annotava Padre Fiorenzuola l’architetto incaricato dello studio per la costruzione del nuovo forte. La vecchia bastia cinquecentesca (eretta in realtà intorno al 1478) di promontorio che “tenerebbe netto Cornigliano e il principio della Polcevera, essendo che fino a Coronata può tirare, difenderebbe la Lanterna, L’Oliva e San Pier d’Arena, perché tutti questi lochi lo domina benissimo”, nel 1633 con il completamento delle Mura, venne atterrata. Sul relativo piano si edificò, come struttura complementare alla cinta, la fortificazione avanzata a “Tenaglia”; costruita su due mezzi bastioni laterali, con un piccolo cortile intermedio a due lunghi lati paralleli delimitanti, nell’insieme, un recinto fortificato a 217 metri s.l.m.

Circa un secolo dopo, nel 1747 dopo la cacciata austriaca del Balilla, vennero rinforzati i parapetti del forte perché fossero in grado di opporre maggiore resistenza alle artiglierie nemiche.

Nel 1797 durante la rivolta antifrancese vi si asserragliarono i ribelli genovesi che, dopo dura lotta e numerosi caduti, furono sconfitti dagli invasori.

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“In basso a sinistra il muro del Forte lato monte, in alto a destra quello delle mura. Le due strutture erano collegate mediante un ponte levatoio i cui meccanismi sono ancora visibili proprio nel punto in cui, all’ingresso, è stata rinvenuta la lapide con la dicitura Tenaglie”.

La storia del forte mutò dopo l’annessione ai Savoia del 1816 che provvidero ad elevare la cortina settentrionale e della fronte a ponente con il contemporaneo innalzamento di cortine in parallelo a chiusura del perimetro. Si ottenne così un corpo continuo a “L” con al suo interno una caserma ma indipendente e in posizione più avanzata rispetto alle mura secentesche. Per questo venne collegato alla cinta mediante un ponte levatoio.

In occasione dei moti insurrezionali del 1849 contro i Savoia Il Tenaglia venne occupato dagli insorti e fu riconquistato dai piemontesi solo grazie al tradimento di un personaggio ambiguo proveniente da Torino.

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“L’interno del Forte su tre livelli interrati nei quali erano ricavati gli alloggi e le latrine delle truppe e degli ufficiali”. In tempi più recenti, come testimoniato dall’argano sovrastante e dalle stazioni di carico, era utilizzato come deposito e magazzino”.

Costui a conferma del detto “piemontesi falsi e cortesi”  seppe ingraziarsi  i ribelli a tal punto da strappare loro il comando del Forte e riconsegnarlo alle truppe regie che, sotto la guida del Capitano Govone dei Bersaglieri, avevano già ripreso possesso anche del Crocetta e del Belvedere.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la fortezza, utilizzata come postazione per una batteria antiaerea, causa i bombardamenti patiti, subì gravi danni alla cortina meridionale e il crollo totale della caserma nella zona centrale.

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“La lapide posta sulla colonna di sinistra del portone d’ingresso recante la dicitura Tenaglie”.

Curiosa è poi la storia legata al nome, visto che nella toponomastica ufficiale, il forte è sempre stato identificato con il nome “Tenaglia” al singolare mentre recentemente i volontari dell’associazione che ne hanno ottenuto dal Demanio la concessione, hanno rinvenuto una targa coperta dai rovi e nel più completo abbandono. La lapide posta all’ingresso, vicino a dove un tempo c’era il ponte levatoio, reca scolpito il titolo al plurale, “Tenaglie”. Incuriositi da questo particolare costoro hanno effettuato delle ricerche secondo le quali tale variante risalirebbe a documenti sia cinque che settecenteschi. Probabilmente si è passati dal plurale al singolare poiché tenaglia in francese si traduce “Tenaille” e, quindi di conseguenza, così è rimasto per tradizione e storpiatura popolare.

 

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“Una delle postazioni a cui erano ancorati i cannoni dei Tedeschi preposti alla difesa aerea”.

Come in ogni forte o castello che si rispetti non poteva infine mancare  la caccia al tesoro: due interessanti vicende sono infatti legate a presunti gruzzoli lasciati dai militari nei secoli; il primo risalirebbe al tempo di Napoleone, il secondo all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. A proposito  di quest’ultimo leggenda narra che, molti anni dopo il termine del conflitto, un soldato tedesco armato di pala si sia presentato al picchetto di guardia con la bizzarra e, per altro non esaudita, richiesta di accedere al forte per recuperare il suo ingente patrimonio che aveva sepolto lì al tempo in cui l’artiglieria tedesca sparava contro l’aviazione alleata.

Posto in posizione strategica dalla sua sommità si gode di un panorama invidiabile che domina sulle Valli Polcevera e Bisagno e che spazia dalla Madonna della Guardia, al Gazzo, a Capo Mele fino al Promontorio di Portofino.

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“Il Muro su cui sono ancora visibili i segni dei proiettili sparati, durante le esercitazioni di tiro, al tempo della Seconda Guerra Mondiale”.

Da alcuni anni Il Tenaglie o Tenaglia che dir si voglia è stato recuperato e restituito alla cittadinanza grazie all’operato di un gruppo di volontari della “Piuma Onlus” che, in occasione di determinati eventi apre, con meraviglia dei visitatori, la storica struttura.

Storia di un ribelle…

Molti conoscono le gesta del Perasso, il celebre Balilla, pochi l’impresa portata a termine da un altro giovanotto dal cuore impavido, Giovanni Carbone.
Questi, garzone in un’osteria chiamata Croce Bianca (da qui il nome dell’omonimo Vico), prese parte alla sommossa del 6 dicembre 1746 che portò alla cacciata degli Austriaci.
Partecipò, agli ordini del Capitano T. Assereto, alla temeraria azione di riconquista di Porta S. Tommaso, occupata dai nemici.
Il Popolo insorse, uomini, donne e bambini si batterono per le strade per liberare la città dallo straniero invasore (come raffigurato nel quadro del Comotto).
Il Carbone, con azione spregiudicata, recuperò le chiavi della Porta e, fra il tripudio della folla, le consegnò personalmente al Doge con l’ingenua raccomandazione “di stare più attento e di non smarrire più le chiavi della Città”.
L’episodio è narrato nella lapide posta al civico n.29 di Via Gramsci.
 

Storia di Ospedali…

… di balestrieri… di benefattori e di ribelli…
Nel quartiere di Portoria, nella zona di Piccapietra sorgeva, fin dal ‘400, il più antico ospedale cittadino (se si eccettuano quelli collegati alle Crociate) del Medioevo, l’ospedale di Pammatone.
Proprio in uno dei luoghi dove un tempo (Pamathlon significa palestra) si esercitavano i gloriosi Balestrieri della Repubblica (l‘altro era il Vastato presso la Nunziata), il notaio Bartolomeo Bosco acquistò alcuni immobili ed eresse il ricovero, prima quello femminile, poi quello maschile.
In pochi decenni, anche grazie ad altri lasciti, la struttura s’ingrandì fino a diventare il principale ospedale cittadino e ad inglobare, ad inizio ‘500 il Ridotto degli infermi, che poi sarebbe diventato l’ospedale degli Incurabili di Ettore Vernazza, fra i primi esempi in Europa di assistenza a pazienti cronici, dove fra l’altro, prestò la sua opera S. Caterina Fieschi Adorno.
Nel ‘700 l’edificio, grazie al contributo dei marchesi Pallavicini, venne ingrandito (venne demolita anche la confinante abitazione presso l’Olivella di Domenico Colombo, padre dell’ammiraglio) e arricchito del porticato che, tuttora, risulta inglobato nel moderno Palazzo di Giustizia.

"Pamattone".
“Pammatone”.

Nel luogo esatto, proprio davanti a Pammatone dove avvenne l’episodio del mortaio del 5 dicembre 1746 venne posta, in ricordo della celebre rivolta, la statua del Balilla.
L’ospedale continuò la sua attività fino ad inizio ‘900 quando la struttura di San Martino ne raccolse l’eredità come testimonia la maggior parte delle statue dei suoi benefattori, sparse lungo i viali del nuovo nosocomio.
Dopo essere stata sede della Facoltà di Economia e Commercio Pammatone fu gravemente danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nel quadro della risistemazione della zona di Piccapietra fu definitivamente demolito a cavallo degli anni ’60 e ’70.
In suo ricordo rimangono, all’interno del moderno Palazzo di Giustizia lo scalone di accesso, il colonnato e alcune statue di benefattori.
Fuori Perasso, oggi come allora, è pronto a scagliare il suo sasso… “Che l’inse”.

In Copertina: Dipinto del XVII secolo del pittore fiammingo Cornelis de Wael raffigurante la “festa del Perdono” ambientata negli spazi dell’Ospedale di Pammatone. Genova, Musei di Strada Nuova – Palazzo Bianco