Giorgio Parodi tra cielo e moto..ri

Purtroppo dal momento della sua installazione il monumento ha subito diversi atti vandalici.

L’opera ha infatti suscitato aspre polemiche, in particolare da parte dell’Anpi, per la rappresentazione in divisa coloniale fascista.

Io ritengo invece che questo monumento omaggi un grande genovese fondatore di un marchio storico e che come tale vada rispettato a prescindere dalla propria fede e convinzione politica.

La statua realizzata dello scultore Ettore Gambioli raffigura Giorgio Parodi in piedi, appoggiato all’ala di un aereo, mentre legge un foglio trovato all’interno di un libro. Ogni dettaglio della rappresentazione è carico di valore simbolico e racconta una vita intensa, sospesa tra volo, servizio e impresa.
L’ala richiama la sua grande passione per l’aviazione: Parodi fu infatti tra i fondatori dell’Aeroclub genovese, istruttore di volo e aviatore sportivo di successo. L’uniforme militare sottolinea invece il suo lungo impegno nelle Forze Armate, iniziato nel 1916 come volontario nella Regia Marina e proseguito, dal 1929, nella Regia Aeronautica, senza interruzioni fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Pur non essendo un militare di carriera, rimase sempre “a disposizione”, incarnando uno spirito di servizio che lo accompagnò per ben 27 anni.
Sul bavero spiccano le stellette, simbolo dell’appartenenza militare e, più in profondità, dell’identità nazionale, legate allo “Stellone” d’Italia e tutt’oggi presenti nell’emblema della Repubblica. I sei nastrini sul taschino ricordano le sue decorazioni al valore, tra cui una per aver salvato i compagni nonostante una grave ferita che gli costò un occhio e pose fine alla sua attività di volo. Sopra di essi campeggia l’aquila dei piloti, divenuta anche il celebre simbolo della Moto Guzzi.
Il foglio che Parodi sta leggendo è la lettera del 1919 con cui il padre gli annunciava il sostegno economico al progetto motociclistico che, insieme a Carlo Guzzi, avrebbe dato vita alla futura “normale”. Quel documento rappresenta l’origine dell’avventura imprenditoriale e il forte legame familiare dei Parodi.
Uomo schivo e poco incline alla ribalta, Giorgio scelse di non dare il proprio nome all’azienda e di adottare l’aquila in ricordo dell’amico aviatore Giovanni Ravelli. In coerenza con questo carattere, l’opera non include alcun riferimento diretto alla motocicletta, a differenza del monumento dedicato a Guzzi: un’assenza voluta, che diventa essa stessa racconto.
Il volto, ispirato alle immagini della sua maturità, suggerisce il trascorrere del tempo e la densità delle esperienze vissute. Collocata su un belvedere che domina Piazza della Vittoria, dove l’azienda ebbe uno dei suoi uffici, la statua guarda altrove: come Parodi, sempre proiettato in avanti, con discrezione.

In Copertina: il monumento di Giorgio Parodi sul belvedere delle Mura delle Cappuccine. Foto dal web.

‘Na stöia da doî citti

Il 4 giugno 1805 la Repubblica Ligure, nata appena otto anni prima dopo la caduta della Repubblica di Genova, viene annessa a tutti gli effetti alla Francia.

La Superba diviene città francese fino all’aprile 1814 quando verrà occupata dagli inglesi e da questi l’anno successivo venduta ai Savoia.
Genova perde così la propria autonomia e il territorio viene riorganizzato secondo il modello amministrativo francese, suddiviso in tre dipartimenti: Genova, Appennini e Montenotte.
Con il nuovo assetto politico cambia anche la moneta. Alla tradizionale lira genovese subentra il franco francese, articolato secondo il sistema decimale: ogni franco è diviso in cento centesimi.

Proprio da qui nasce una curiosa eredità linguistica. In francese “centesimo” si dice “centime”; nel parlato genovese, attraverso una trasformazione fonetica popolare, il suono “cent” si accorcia e si trasforma in “cit”, poi “citt”, fino a diventare “citto”.

Ancora oggi, a più di due secoli di distanza, oltre al vocabolo ”palanche” per indicare il denaro, soprattutto tra i più anziani sopravvivono le parole “franchi” per la moneta e “citti” per i centesimi: un piccolo segno quotidiano lasciato dalla storia napoleonica.

Fronte e retro della moneta in argento del franco francese in vigore a Genova durante il periodo napoleonico.
Retro della moneta in rame del centesimo in vigore a Genova durante il periodo napoleonico.

Da qui alcuni detti popolari come “No avei un citto” (essere completamente senza soldi), “Mettine un citto d’importo” (per dare ironicamente importanza a qualcosa di piccolo e insignificante), “cerca de sarvâ o citto” (cerca di risparmiare anche il centesimo).

In Copertina: il fronte della moneta da centesimo in rame raffigurante Napoleone.

Vico chiuso della Rana

Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).

Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.

Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.

Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.

In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.

La Madonna della Mela

All’interno del Museo di S. Agostino, tra le tante prestigiose opere degne di menzione, ne segnalo una poco nota ma non meno affascinante.

Si tratta della Madonna col Bambino detta, per via del frutto che regge in mano, Madonna della mela.

Tra intimi sorrisi e sguardi inespressivi l’immagine è caratterizzata dalla rotonda morbidezza dei volti.

In anticipo di quasi 700 anni, mi si permetta l’ardito collegamento, sulle celeberrime rubiconde figure di Botero.

I volti arrotondati e imperturbabili, i corpi con volumi dilatati venivano infatti cosi dipinti dal pittore colombiano per conferire ai soggetti un aspetto sereno, compiuto e monumentale.


La scultura, realizzata in marmo bianco apuano, è opera dello scalpellino Campionese detto Maestro di Giano attivo a Genova all’inizio del XIV° sec.

Scipione l’Africano in via del Campo

In via del Campo n. 10 si trova palazzo Bartolomeo Invrea, noto anche come palazzo Cybo dal nome dei precedenti proprietari.

Pur essendo un edificio di pregio non presenta un portale monumentale ma una semplice sottile cornice marmorea con una minuscola maschera demoniaca alla sommità dell’arco.

Il portone di Palazzo Bartolomeo Invrea. Foto dell’autore.

Il prospetto è arricchito da elementi decorativi dipinti a fresco con eleganti motivi architettonici.

A restituire importanza al Palazzo ci pensa l’atrio dotato di uno scalone colonnato che conduce al cortiletto sopraelevato.

Ai due lati due busti marmorei in nicchie e due medaglioni con lo stemma del casato.

Ma il vero protagonista è, posta al centro della scena, la statua di Scipione l’Africano.

Recita il cartilio:

Pvblius / Scipio / Africanus / Reipublicae Propvgnator.

Sul primo ballatoio si notano i resti di un ninfeo

Sotto allo scenografico scalone una lunga galleria porta invece all’altro corpo del Palazzo che si affaccia su via Gramsci. Curiosamente qui l’edificio cambia nome ed è censito come palazzo Cellario dove, durante lavori di restauro, nei primi anni duemila sono stati rinvenuti preziose decorazioni a fresco secentesche, opera di Paolo Brozzi, detto il Bolognese: un trionfo di armi, trofei, erme, cornucopie, conchiglie, elementi floreali e marini.

In copertina: statua di Scipione l’Africano. Foto dell’autore.

L’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio

Da piazza delle Erbe all’inizio di Salita del Prione si trova un edificio religioso completamente abbandonato e trascurato. Gustando il gelato di Viganotti ve lo siete trovato davanti e non ci avete mai fatto caso?

SI tratta dell’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio che venne istituito nel 1618 per volere di papa Paolo V.

Interni: Foto di Giovanni Caciagli.

Purtroppo si hanno poche informazioni su questo edificio sacro. Lo storico Alizeri cita un anonimo viaggiatore che accenna appena agli affreschi anche se li definisce “superbi” .

Delle tavole locate agli altari dell’Oratorio una sola vuol’essere nominata, cioè quella a sinistra colla Trinità e i SS. Pio V e Vincenzo Ferreri d’un Francesco Sasso, noto per questa sola opera, che non passa oltre la mediocrità. L’opera è oggi visibile presso un altare laterale dell’Oratorio di San Giacomo della Marina in Via Mura delle Grazie”.

In realtà presso lo stesso oratorio di San Giacomo è esposta di medesima provenienza un’altra pregevole tela “Cristo agonizzante sulla croce” di Giuseppe Palmieri.

Prospetto dell’Oratorio. Foto di Giovanni Caciagli.

L’oratorio sorse grazie al finanziamento di Agapito Centurione «per lui sorse in piè la chiesuola, per lui fu dotata di pingui rendite: e bene sta che i Consorti riconoscenti gli dedicassero nella lor sacristia una lapide onoraria e un marmoreo ritratto, scolpito non saprei dire se dal Traverso o dal Ravaschio».
Carlo Baratta vi affrescò i Profeti «così robusti, così vivaci alle tinte, e che n’abbiano invidia le storie di N.D. sui fianchi del santuario che già smarriscono per umidore».

Agapito era membro di quella ricca schiatta di banchieri che nel secolo precedente aveva fatto fortuna finanziando la corte spagnola e imparentandosi con Andrea Doria. Centurione oltre alla chiesa e agli arredi assicurò alla Confraternita una cospicua rendita per la sua sussistenza e per la dote ogni anno di cinque fanciulle da marito.

Altare laterale abbandonato. Foto di Giovanni Caciagli.

Nel 1810, come molti alti luoghi di culto, fu chiuso causa disposizioni delle leggi napoleoniche, salvo riacquistare la propria funzione nel 1814.

Con le norme governative del 1860 relative all’esproprio dei beni ecclesiastici venne utilizzato come magazzino e alloggio per militari.

L’oratorio venne restaurato riaperto al pubblico nel 1918. Il 14 febbraio del 1934 ricevette solenne benedizione dal Monsignor Francesco Canessa.

La cupola e l’altare principale. Foto di Giovanni Caciagli.

Le rovine che oggi osserviamo sono frutto del bombardamento aereo del 13 novembre del 1942 che rase al suolo l’intero quartiere.

Da tempo sono in corso restauri conservativi volti a preservare quel che resta degli interni.

In Copertina: Foto di Giovanni Caciagli.

Via San Fermo

Da secoli la collina su cui sorge sovrastante il porto è stata abitata da marittimi e naviganti e da sempre è stata attraversata dal via vai di merci e viandanti.

Da Genova infatti percorrendo Salita degli Angeli nel quartiere di San Teodoro si oltrepassava il colle di San Benigno e si scendeva a mezza costa lungo il Belvedere fino a Certosa. Da lì si passava sulla sponda destra del Polcevera all’altezza di Fegino. A ponente poi si proseguiva fino al valico di Borzoli, a nord s’imboccava invece l’antica via consolare della Postumia, .

Via San Fermo si trova all’incirca a metà della salita all’inizio di questo secolare percorso.

Eppure il nome di via San Fermo è sconosciuto ai più. Su tratta di una creuza poco battuta che custodisce tuttavia una storia fatta di battaglie e di martiri.

Il toponimo rimanda a San Fermo, piccolo centro alle porte di Como, dove il 27 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi sconfissero le truppe austriache del generale Urban, dopo una battaglia aspra e sanguinosa combattuta nei campi di Vergosa. Tra i caduti, il capitano De Cristoforis.

La vittoria aprì a Garibaldi la strada per Como e diede al paese il nome di San Fermo della Battaglia.
Ma San Fermo è anche un nome antico. È quello di un martire del 304, venerato a Verona, che secondo la tradizione subì arresto, torture e morte per decapitazione insieme al parente San Rustico.

Le loro reliquie, dopo un lungo e incerto viaggio attraverso il Mediterraneo, giunsero infine nella chiesa di San Fermo Maggiore. Un’eco di quel culto è giunta fino all’Appennino ligure, in Val Vobbia, dove una piccola cappella a Vallenzona continua a conservarne la memoria.

“Anche noi, come l’acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare”. Cit. Juan Baládan Gadea. (musicista e poeta nato in Uruguay nel 1842).

In Copertina: Via San Fermo. Foto di Antonio Corrado.

Jacopo Ruffini, il coraggio di un patriota

Sono passati oltre due secoli, ma via delle Grazie conserva ancora intatto il suo fascino. Un tempo crocevia di marinai diretti all’omonimo santuario per chiedere una grazia, oggi è un caruggio animato da turisti e da alcune trattorie molto apprezzate.

La targa commemorativa sula facciata della casa natale di Jacopo Ruffini in Via delle Grazie.

Qui, il 22 giugno, nacque Jacopo Ruffini:

«Sono nato lo stesso giorno di Pippo, (Giuseppe Mazzini). Il mio destino, dunque, era segnato fin dalla nascita».
-A soli vent’anni -rompo il ghiaccio io- lei era già laureato in legge.
«Sì, e poco dopo divenni vicepresidente del Tribunale di Prefettura. Una carriera rispettabile, ma non la mia».

-Perché lasciò il diritto?

«Genova, in quegli anni, ribolliva, un bollezumme di idee come quando il mare sembra calmo ma si sta per agitare. La superficie si increpa per il movimento delle acciughe che si difendono dall’attacco del tonno; Repubblicani, anarchici, garibaldini, ribelli: l’aria stessa era sovversiva.

Decisi di iscrivermi a medicina e, con l’aiuto di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe, presi una seconda laurea. Nel 1829 entrai nella Carboneria. Anche Giovanni e Agostino due dei miei fratelli più giovani seguirono le mie orme ma furono successivamente costretti all’esilio a Londra, in Svizzera e a Marsiglia».

Palazzo Baxadonne De Farnchi in via San Giorgio 32. Sede della Carboneria a Genova. Foto di Ettore Parodi.

«Sognavo un Italia, libera, unita, indipendente e repubblicana.
Conobbi il poeta Gian Carlo Di Negro e l’armatore Raffaele Rubattino. Ufficialmente ero un medico dell’ospedale di Pammatone; in realtà organizzavo uomini e mezzi, soprattutto lungo il confine francese».


Nel 1831 Jacopo, durante una riunione segreta tenutasi in casa propria, giurò fedeltà alla Giovine Italia. Le sue parole, pronunciate allora, restano una delle testimonianze più intense del Risorgimento:

«Eccoci in cinque giovani, molto giovani, con assai scarsi mezzi, chiamati ad abbattere un governo stabilito. Non possiamo contare che sugli aiuti che sapremo crearci da noi stessi. Ho il presentimento che a pochi di noi sarà dato vivere per vedere la vittoria, ma il seme sparso fruttificherà dopo di noi.»

-La sua attività cospirativa proseguì senza sosta, come fecero a scoprirla?

«Forse la polizia sabauda si insospettì per i miei continui spostamenti. La sera tra il 13 e il 14 maggio 1833 stavo rientrando a casa. Sentii un colpo secco al collo. un dolore acuto, poi il buio. Non ricordo più nulla. Quando riaprii gli occhi ero in carcere.

La Torre del Popolo o Grimaldina, il carcere dove venne rinchiuso Ruffini. Foto di Leti Gagge.

L’accusa era gravissima — e vera: Ruffini era indicato come capo delle insurrezioni di Genova e Alessandria, previste per il mese successivo.
«Per un mese fui interrogato e torturato. Subii ogni tipo di sevizia che non voglio qui ricordare per non offendere la sensibilità dei lettori. Volevano i nomi. Li chiamavano complici; per me erano fratelli».

– Ha mai scoperto chi la tradì?

«Per spezzarmi e minare la mia fede dissero che era stato il mio collega medico Giambattista Castagnino. Io non ci ho mai creduto».

E infatti aveva ragione. Solo dopo la sua morte si accertò che a favorire l’arresto furono due delatori furieri di fanteria, Sebastiano Sacco e Lodovico Turffs.

La cella di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.

“Per non tradire i miei amici e i miei ideali scelsi la morte. L’unica strada era il suicidio.

Come avrebbe scritto nel 1847 nel suo Canto degli Italiani il mio amico Goffredo“:

«Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.»

“Io ero pronto… o forse no..”

Mi tagliai gola e polsi ma prima di morire scrissi con il mio sangue sul muro della cella la risposta che gli aguzzini aspettavano da tempo:

“la risposta?… la vendetta dei miei fratelli”.

La porta della cella. Foto di Leti Gagge.

Lo trovarono esanime, la gola e i polsi squarciati, immerso in un silenzio che puzzava di messinscena. Per il Regno di Sardegna il verdetto fu immediato: suicidio per rimorso. Ma la verità ufficiale scricchiola sotto il peso del sospetto. Ruffini, mente della Giovine Italia, era già un condannato a morte; perché allora anticipare il boia con una carneficina solitaria?

​L’ipotesi che tormenta la Storia è un’altra: un omicidio di Stato. Un’esecuzione pubblica avrebbe acceso la miccia della rivolta, trasformandolo in un simbolo. Meglio ucciderlo nel buio di una cella, simulando un atto di disperazione, per soffocare il martire insieme alla cospirazione.

La prigione di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.

​Ancora oggi, quel sangue sulle pareti della prigione parla di un uomo che forse non scelse di morire, ma che fu “spento” per evitare che la sua fine diventasse l’inizio di una rivoluzione.

Nella torre Grimaldina in sua memoria è posta la lapide con l’iscrizione:

«Consacrò queste carceri il sangue di Jacopo Ruffini / mortovi per la fede italiana – 1833»

Genova gli ha dedicato una via nel quartiere di Carignano e l’istituto ITC in Largo della Zecca.

In Copertina: Jacopo Ruffini Genova, 22 giugno 1805 19 giugno 1833 Patriota Stampa del 1896

Via del Molo

Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.

Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).

Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.

Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.

Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.

Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.

Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.

In copertina: Via del Molo. Foto di Leti Gagge.

Il professore della città vecchia

“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone?
Forse quella che sola ti può dare una lezione
Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie
Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte
Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27
Quando incasserai, delapiderai mezza pensione
Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.

Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.

Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.

La figura del vecchio professore è una di queste:
Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili.
«De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio.
Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana.
Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.

Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.

In copertina: Via del Campo 5. Foto dell’autore.