Il toponimo deriva dal fatto che anticamente, prima che vi si insediassero nel XIII sec. gli Spinola, la zona era occupata da un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri.
La piazza è dominata dal palazzo De Mari poi Serra inserito negli elenchi dei Rolli, il sistema di ospitaggio genovese.
L’edicola votiva a trompe l’oeil.
Sulla targa di intitolazione del luogo, si nota una pregevole rappresentazione a trompe l’oeil della Madonna con in braccio il Bambino realizzata direttamente sul prospetto principale.
La caratteristica struttura metallica che ospitava un’edicola di giornali è stata rimossa, su richiesta dei negozianti, nel 2014.
In copertina: Piazza Luccoli. Foto di Anna Vargioni.
C’è una medusa in mezzo al mare, mentre nuotavo mi è venuta a salutare. Io la guardo e trattengo il respiro, lei galleggia senza fiatare, bianca e trasparente, pare luna sulla risacca, sospinta dalla corrente, ondeggia come una barca. “Ti prego, non mi urticare”, penso mentre la scanso, “non voglio bruciature!” “Tranquillo”, risponde lei, “le tue son le mie stesse paure. Non sono venuta a cercarti, né volevo capitare qua: son le correnti a trascinarmi dove il mare mi porterà. Tu nuoti controcorrente, io mi lascio trasportare,
e così, senza volerlo, le nostre rotte si sono incrociate in mare.
Tu temi il mio veleno io una bracciata incerta: basta un gesto un po’ distratto e la nostra pace è persa. Meglio allora stare lontani, senza paura né rancore: tu continua a nuotare, io proseguirò il mio girovagare. Perché in fondo siamo uguali, anche se sembriamo differenti: tu scegli dove andare, io mi affido alle correnti.
Di solito pubblico argomenti seri inerenti Genova. Questa volta permettetemi questa scherzosa divagazione sull’ invasione lombarda delle nostre coste. Dedicato ai miei amici milanesi che ogni anno, non mollano, e frequentano la mia spiaggia di Deiva Marina. Spero possa strapparvi un sorriso.
Cantami, o Musa, dell’eterna guerra che da tempi immemorabili infiamma le coste della Liguria, quando il popolo dei Monti e degli Ulivi, appena un milione e mezzo di anime temprate dal sale e dalla parsimonia, ogni estate si leva in armi contro le sterminate legioni della Lombardia. Dieci milioni sono gli invasori. Dieci milioni. Un numero tanto immenso che neppure gli antichi Persiani avrebbero osato immaginare. Essi scendono dalla grande pianura in interminabili colonne d’acciaio, preceduti dal rombo dei SUV e seguiti dall’eco dei navigatori satellitari che ripetono in eterno: “Rallentamenti fino alla vostra destinazione.” Ma i Liguri li attendono. Silenziosi. Impassibili. Con lo sguardo di chi ha già visto quarantasette estati e conosce il nemico. E così il Consiglio degli Anziani decreta: “Chiudete le gallerie.” E le gallerie si chiudono. “Riducete le corsie.” E quattro diventano due. “Disattivate qualche casello.” E il caos regna sovrano. “Aumentate i pedaggi.” E gli dèi delle autostrade sorridono. “Alzate il prezzo della focaccia.” “E già che ci siete… anche dei parcheggi.” Ogni arma è lecita quando la Riviera è in pericolo. Ma nulla arresta l’avanzata lombarda. Essi sopportano code di ore senza arretrare di un metro. Affrontano cantieri che sembrano eterni quanto le fatiche di Ercole. Consumano un pieno di carburante per percorrere cento chilometri. E quando finalmente vedono il mare… …è mezzogiorno passato. Allora il loro comandante osserva la spiaggia gremita e pronuncia la frase tramandata dai padri ai figli attraverso le generazioni: “Ma come… è già tutto pieno?” I Liguri abbassano lentamente gli occhiali da sole. Non parlano. Non serve. Sanno che il momento più terribile deve ancora arrivare. Le legioni longobarde estraggono infatti le Sacre Scarpette Acquatiche. Verdi. Arancioni. Giallo evidenziatore. Blu elettrico. Calzature tanto sgargianti che persino Poseidone distoglie lo sguardo. Poi inizia il Grande Rito. L’infissione dell’ombrellone. Gli antichi poeti raccontano che un Lombardo non pianti mai un ombrellone. Lo trivella. Lo avvita. Lo misura. Lo riallinea. Lo batte con energia crescente finché l’intera battigia non assume l’aspetto di un campo di ricerca petrolifera. “Qui dev’esserci il greggio!” “No, prova più vicino alla riva!” “Ancora mezzo giro!” Il suolo trema. I gabbiani si levano in volo. I bambini interrompono i castelli di sabbia. Perfino Nettuno teme che qualcuno possa perforare il fondale. I Liguri comprendono allora che è giunto il tempo delle armi proibite. Vengono assoldate meduse mercenarie. Gli squali firmano contratti stagionali. Le alghe tossiche invisibili ricevono il lasciapassare. Le onde vengono addestrate a ribaltare i materassini. I ricci di mare assumono posizioni strategiche. I gabbiani, veterani di mille campagne, vengono nutriti soltanto quanto basta per renderli abbastanza affamati da colpire con precisione assoluta la focaccia appena acquistata. È la guerra. La vera guerra. Eppure… Nemmeno questo basta. Perché il Lombardo è una creatura invincibile. Sfida il traffico. Sfida il caldo. Sfida i pedaggi. Sfida le meduse. Sfida gli squali. Sfida perfino il cartello “Parcheggio completo”. E dopo aver conquistato due metri quadrati di spiaggia tra uno scoglio e un pattino, esclama soddisfatto: “Ne è valsa la pena.” Così ogni estate termina la battaglia. I Liguri, esausti ma fieri, rientrano nei loro borghi. I Lombardi, ustionati ma felici, affrontano altre cinque ore di coda verso la pianura. Entrambi si salutano con rispetto. Perché sanno che nessuno può davvero vincere questa guerra. Essa non avrà mai fine. Finché esisteranno la Liguria… …e il primo weekend estivo.
In Copertina: il mare di Deiva Marina (Sp). Foto dell’autore.
Gli antichi Greci avevano Ulisse. Noi abbiamo Ambrogio Fumagalli di Cinisello, eroe lombardo del controesodo. Per quindici giorni Ambrogio ha già affrontato l’inferno della vacanza ligure: sassi al posto della sabbia, parcheggi introvabili, mare pieno di meduse, focaccia pericolosamente unta, ombrelloni che volano al primo colpo di vento e la quotidiana ricerca di un posto dove lasciare la macchina senza vendere un rene. Ma finalmente, sia per lui che per noi liguri, arriva il giorno del ritorno. Ambrogio parte presto, prestissimo, convinto di precedere il traffico. Alle 6:47 imbocca l’autostrada, ma alle 6:53 è già fermo. Comincia l’Odissea del rientro, un vero e proprio tormento escogitato dagli dei del Turchino. Polifemo è la coda: un mostro lungo chilometri che sembra avere un solo occhio, quello rosso del navigatore, che continua ad aggiornare il tempo di arrivo. Poi arrivano Scilla e Cariddi: le corsie uniche dei cantieri. Da una parte i birilli, dall’altra il guardrail e, dietro, l’automobilista che lampeggia convinto che Ambrogio possa attraversare il cantiere passando attraverso il cemento. Poi Circe, la maga delle deviazioni: «Uscita consigliata». Ambrogio esce, segue il percorso alternativo, attraversa paesi, rotonde e strade improbabili e, dopo quaranta minuti, scopre che l’uscita consigliata lo ha riportato esattamente dove non voleva essere. Infine le Sirene: i caselli. «Uscita aperta fino alle 22». Ambrogio arriva alle 22:08. Chiuso. Il navigatore propone un’altra uscita a 18 chilometri. A quel punto Ambrogio comincia a parlare da solo. Dopo ore di viaggio, finalmente appare Milano.
Come Ulisse, Ambrogio è tornato a Itaca. Ma qui finisce il paragone. Ulisse ritrovò Penelope, che lo aveva aspettato per vent’anni. Ambrogio invece, Carla, se l’è portata dietro per tutta l’Odissea. E infatti non fa nemmeno in tempo a posare le valigie che lei gli dice: «Cosa fai lì impalato c’e da rasare l’erba in giardino! » Ambrogio resta in silenzio. Ha affrontato Polifemo, Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi. Ma la vera Odissea, quella matrimoniale, con Penelope che ordina e disfa, non finisce mai.
La canzone Piazza Alimonda di Francesco Guccini è una riflessione sui fatti del G8 del 2001 a Genova e sulla morte di Carlo Giuliani. Più che prendere posizione, il cantautore usa quell’episodio come simbolo della frattura tra cittadini e istituzioni, invitando a riflettere sui concetti di violenza, democrazia e memoria.
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare | respiro al largo, verso l’orizzonte. | Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, | d’anima forte. | Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi, | parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia Facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane Guardavano un aeroplano che lento andava, macchiando il mare Una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere Piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere Quella grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza Sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione Genova, marcata a vista, attende un soffio di liberazione Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia E uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso Appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso Marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite Dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore Ma come quella vita giovane e spenta, Genova muore Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione Dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione Come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare Una vita troncata, tutta una vita da immaginare Genova non ha scordato, perché è difficile dimenticare C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda La Salvia splendens luccica, copre un’aiuola triangolare Viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita Resta, amara e indelebile Resta, amara e indelebile Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita
Cit: Piazza Alimonda di F. Guccini 2004.
In Copertina: chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda. Foto di Andrea Robbiano.
Il nome “Cera” deriva con ogni probabilità dalla presenza, in epoca medievale, di magazzini, botteghe e laboratori di ceraioli. Situata nell’area dell’antico angiporto, la strada occupava una posizione strategica per il commercio e lo stoccaggio della cera, una risorsa preziosa e indispensabile nella vita quotidiana del tempo.
Utilizzata per la produzione delle candele che illuminavano case, chiese e spazi pubblici, la cera rappresentava una merce di grande valore, tanto da lasciare un’impronta duratura a distanza di secoli nella toponomastica del luogo.
Il milanese infiltrato è un agente speciale assai temibile ed altamente qualificato. Ogni estate infatti costui riesce a superare i controlli alla frontiera. Non arriva con le scarpette acquatiche fluorescenti, non pronuncia “Déiva” con la “e” spalancata e non chiede dove sia il parcheggio più vicino alla battigia perché si è munito di un lasciapassare diplomatico fornito direttamente dal Principato di Monaco che gli permette – dice lui – di sostare ovunque, senza balzelli. Si mimetizza nei campeggi e nelle seconde case. È il temibilissimo Milanese Infiltrato, un operatore meticolosamente formato, appartenente a uno dei corpi d’élite più preparati d’Italia, una milizia temuta e rispettata anche dal Kgb e dal Mossad. Per mesi frequenta i corsi di nuoto all’Idroscalo, dove viene addestrato da prezzolati bagnini liguri in pensione ad affrontare onde alte fino a diciotto centimetri e a mantenere un’espressione rilassata anche quando l’acqua supera la temperatura del cappuccino. Per ottenere un’abbronzatura credibile, anche fuori stagione, si sottopone a sofisticati trattamenti tecnologici: lampade UV, simulatori di riflesso marino e persino un algoritmo che riproduce l’effetto della tintarella “presa facendo finta di non volerla prendere”. Segue poi durissimi corsi di camminata su pietra lavica, perché il vero ligure attraversa gli scogli come uno stambecco, mentre il turista foresto impiega venti minuti e pronuncia tre imprecazioni. La preparazione linguistica è ancora più severa. Deve imparare le quarantasette sfumature del termine belin: sorpresa, gioia, rabbia, ammirazione, dolore, ironia e perfino punteggiatura. Dopo migliaia di ore di esercitazione riesce finalmente a pronunciarlo senza sembrare un lombardo in gita scolastica. Sul fronte gastronomico conosce tutto: recita a memoria la ricetta del pesto tessendo le lodi dell’aglio per digerire il quale ha sempre con sé appositi medicinali salvavita. Sa che nella lingua ligure la cima non è solo una corda di uso marinaresco ma anche uno storico piatto secentesco e riesce persino a discutere con naturalezza della prescinseua. Ha perfino seguito un corso intensivo per mascherare la famigerata “e” aperta. Insomma, perfetto. O quasi. Perché il ligure lo smaschera sempre. Come? Gli dici: “Il mare oggi è un po’ mosso…” e lui risponde: “Ma nel Naviglio era peggio.” Quando vede una spiaggia di sabbia esclama: “Che bella, così non mi taglio i piedi.” Al primo bagno fuori stagione esce e chiede: “Dove posso fare una doccia calda?” Se gli offri la focaccia e vermentino alle undici del mattino risponde che preferisce un costoso aperitivo serale innaffiato da uno Spritz.
Se mentre è distratto gli porgi un bricòcalo risponderà ringraziandoti che adora le mugnaghe.
E soprattutto, quando sente dire: “Ci vediamo in spiaggia alle otto”, arriva… alle dieci e mezza con il trolley e un’attrezzatura per raggiungere la boa da far invidia a Jacques Cousteau. I più coraggiosi si tuffano in mare senza prima fare lunghe abluzioni in stile santone sul Gange e riesceono persino a strozzare l’atavica domanda che li rode incessantemente sulla presenza delle meduse. Il nostro Brambilla riesce persino a dire “belin” in modo impeccabile, ma si tradisce quando conclude la frase con un entusiastico “Taaac!” Gli metti davanti un piatto di trofie al pesto e gli dici con aria distratta: “Sai… qualcuno ci mette la panna.” Se non sobbalza, non è ligure. Se sorride e dice: “In effetti ci sta…”, la missione è fallita.
Viene immediatamente accompagnato al confine regionale con una fornitura di scarpette acquatiche e un abbonamento all’Idroscalo.
È allora che il vecchio ligure, senza nemmeno alzare gli occhi dalle sue letture, sorride appena e sussurra: “Belin… questo è addestrato bene. Ma milanese resta.”
In copertina: Decima Mas longobarda alle prese con il primo bagno estivo sulla spiaggia di Deiva.
Il piccolo slargo deve il nome al fatto che qui abitò il primo Doge Simone Boccanegra eletto nel 1339 a seguito dell’insurrezione ghibellina.Castello Boccanegra
A certificane memoria la lapide affissa sulla casa natale. La piccola piazza ricalca lo schema della piazza medievale genovese caratterizzata, a quel tempo, dalla dimora principale, quelle delle consorterie e delle logge.
L’attiguo omonimo vicolo è impreziosito da una monumentale edicola barocca che rappresenta la Madonna col Bambino attorniata da membri devoti della famiglia Brignole che prestano il loro volto a Sant’Antonio e Santa Caterina d’Alessandria.
Il condigión (pronuncia cundigiun) o cundiun è uno di quei piatti che raccontano la Liguria (di Ponente in particolare) meglio di molte pagine di storia. Nato dall’incontro fra il mondo dei contadini e quello dei pescatori, rappresenta la straordinaria capacità dei liguri di trasformare ingredienti semplici in una preparazione ricca di sapore, sostanza e identità.
Il nome deriva dal verbo condire e, secondo molti studiosi della gastronomia locale, il condiglione può essere considerato il progenitore popolare del più aristocratico cappon magro. Se quest’ultimo era il piatto delle tavole importanti e delle grandi occasioni, il condiglione apparteneva alla quotidianità: un pasto completo, fresco e nutriente che accompagnava le lunghe giornate di lavoro sulle fasce e in mare.
Le sue radici affondano nell’antico cappon de galea, preparato con gallette del marinaio, acciughe sotto sale, olio e gli ortaggi disponibili. Era il cibo ideale da imbarcare sui leudi liguri: semplice, sostanzioso e capace di conservarsi durante le traversate. Con il passare del tempo la ricetta si arricchì dei prodotti dell’orto estivo e divenne un’autentica istituzione nelle case della Riviera e dell’entroterra.
Come spesso accade con i piatti semplici della tradizione, non esiste una ricetta unica: ogni famiglia custodisce la propria versione, tramandata di generazione in generazione. C’è chi privilegia pomodori, cetrioli, peperoni e olive taggiasche, chi aggiunge il tonno o le uova sode, chi modifica ingredienti e proporzioni seguendo le usanze locali.
La mia versione “povera”.
La preparazione che propongo è una reinterpretazione del tutto personale. Al posto dei classici pomodori, peperoni, cetrioli e delle olive utilizzo patate, fagiolini, cipolle, tonno, acciughe sotto sale e uova sode, ingredienti che, a mio avviso, si sposano perfettamente con lo spirito del condigión: una cucina essenziale, sincera e profondamente ligure, dove conta più l’armonia dei sapori che il rispetto dogmatico di una ricetta.
Del resto, la cucina tradizionale non è mai stata immobile: è sempre vissuta di adattamenti, stagioni e consuetudini familiari. E forse è proprio questa continua evoluzione il segreto che permette a un piatto antico come il condiglione di arrivare fino ai giorni nostri conservando intatto il suo fascino.
Recita l’antico proverbio zeneize:
Il cundigiun o cundiun (condiglione in italiano) è uno di quei piatti che raccontano la Liguria (di Ponente in particolare) meglio di molte pagine di storia. Nato dall’incontro fra il mondo dei contadini e quello dei pescatori, rappresenta la straordinaria capacità dei liguri di trasformare ingredienti semplici in una preparazione ricca di sapore, sostanza e identità.
Il nome deriva dal verbo condire e, secondo molti studiosi della gastronomia locale, il condiglione può essere considerato il progenitore popolare del più aristocratico cappon magro. Se quest’ultimo era il piatto delle tavole importanti e delle grandi occasioni, il condiglione apparteneva alla quotidianità: un pasto completo, fresco e nutriente che accompagnava le lunghe giornate di lavoro sulle fasce e in mare.
Le sue radici affondano nell’antico cappon de galea, preparato con gallette del marinaio, acciughe sotto sale, olio e gli ortaggi disponibili. Era il cibo ideale da imbarcare sui leudi liguri: semplice, sostanzioso e capace di conservarsi durante le traversate. Con il passare del tempo la ricetta si arricchì dei prodotti dell’orto estivo e divenne un’autentica istituzione nelle case della Riviera e dell’entroterra.
Come spesso accade con i piatti semplici della tradizione, non esiste una ricetta unica: ogni famiglia custodisce la propria versione, tramandata di generazione in generazione. C’è chi…
In ottemperanza all’ articolo 21 del TFUE e alla Direttiva2004/38/CE che consentono la libera circolazione e il soggiorno senza controlli alle frontiere interne (Trattato di Schengen) del foresto.
Informo, al fine di identificare il longobardo durante il suo soggiorno sul nostro territorio, la cittadinanza di quanto segue:
Decalogo per identificare il milanese sulle spiagge liguri
La “È” aperta è il suo marchio di fabbrica. Lo riconosci prima ancora di vederlo: “Bèllo!”, “Vèro!”, “Pèsca!”. L’eco arriva fino alla battigia e i peli del tuo avambraccio si rizzano immediatamente in segno di allerta
Mette “il” davanti a ogni nome proprio. “Il Marco”, “la Silvia”, “il Giovanni”. Persino Nettuno, se fosse milanese, diventerebbe “il Nettuno”.
Indossa le immancabili scarpette acquatiche. Per affrontare tre sassolini è equipaggiato come un incursore della Marina della XMAS.
Pianta l’ombrellone trivellando la spiaggia. Non lo infila: apre un cantiere. Se avesse un trapano a percussione lo userebbe senza esitazione.
Si cambia il costume dopo ogni bagno. Ore 10: costume n.1. Ore 11: costume n.2. Ore 12: costume asciutto “per stare comodi”.
Ha una paura atavica delle meduse. Ne avvista una a cinquanta metri e lancia l’allarme generale, trasformando un innocuo bagno in un’evacuazione di massa.
È convinto che il vero pesto sia senza aglio. Lo dice con assoluta sicurezza, ignorando gli sguardi sconvolti dei liguri presenti.
Arriva in spiaggia con un carico da spedizione himalayana. Carrellino, zaini, frigo, tre borse, soup, gonfiabili, racchettoni e viveri per una settimana
Chiede ogni cinque minuti: “Ma il mare oggi è freddino?” (naturalmente con la E aperta). Anche quando l’acqua è a 27 gradi.
Occupa il posto all’alba… ma entra in acqua solo dopo un lungo studio delle condizioni. Osserva onde, vento, temperatura e fondale come un oceanografo per poi bagnarsi solo fino alle ginocchia.
Non capisce perché la spiaggia sia fatta di sassi. Dopo dieci minuti di permanenza pronuncia la fatidica frase: “Ma scusa… non potevano mettere un po’ di sabbia?” Come se bastasse una riunione del Comune per risolvere milioni di anni di geologia.