Dentro la vecchia stufa di ghisa, il crepitio del fuoco rompe il silenzio ovattato della neve. Fuori, la bianca dama scende soffice dal cielo, posa il suo mantello su prati e monti, e ogni tanto qualche raffica impaziente scuote la porta come un ospite che non vuole aspettare.
“Fa freddo certo, ma almeno qui al Casùn abbiamo di che scaldarci e, grazie ai contadini qui intorno, qualcosa da mettere sotto i denti. In altri rifugi non sempre sarà così.
Alle radici del Ramaceto, nei pressi di Lorsica, questa è la nostra casa: un rifugio di fumo, legna e neve”.

Il partigiano Gino Bonicelli, Tuo Badoglin, ricordava così:
“So solo che a Cichero c’erano Bisagno, Bini, Dente, Moro, Croce. Insomma trovai i Partigiani.“
“A quanto mi risulta, nel settembre del ’43 erano tre i primi nuclei della Resistenza ligure: uno nella zona di Voltaggio, uno sulle pendici del monte Antola, e uno a Castello, minuscola frazione di Favale di Malvaro. Tre scintille in una regione che si stava scurendo“.
“Io arrivai – a parlare è Bisagno – ai primi di dicembre, dopo aver abbandonato la caserma di Caperana. A quel tempo ero un ufficiale (sottotenente) del Genio e, prima di salire in montagna, avevo nascosto nel castello di Chiavari una cinquantina di fucili. Sapevo che presto ci sarebbero serviti.”

È lì che Aldo Gastaldi diventa Bisagno?
“Si, come il torrente che bagna la mia città, io sognavo di irrorare le coscienze dei miei compagni. Io volevo insegnare loro a combattere non i Fascisti, ma il loro metodo, e laddove possibile cercavo di risparmiare delle vite ed evitare inutili rappresaglie o esecuzioni sommarie. Prima di tutto ero un cristiano e come tale volevo comportarmi.
Un torrente, sì: ostinato, limpido, indifferente ai colori delle sponde.
Forse anche per questo, pur essendo democristiano, ottenne rispetto e fiducia persino tra la dominante componente rossa. Ma lui sorvolava, era al di sopra di ogni etichetta.
“Non so… io cercai sempre di essere da esempio e stimolo. Per questo elaborai delle ferree regole comportamentali che tutti dovevano rispettare, a prescindere dal ruolo e grado. Quello che è passato alla storia come il famoso Codice Cichero.”
E così nacque quel codice che sapeva di montagna e di dignità:
– obbedire in combattimento, discutere poi in assemblea;
– il capo eletto dai compagni, primo nel pericolo, ultimo nel cibo e nel vestiario;
– ai contadini si chiede, non si prende; e se possibile si paga;
– non si importunano le donne;
– non si bestemmia.
Regole semplici e severe come un sentiero d’inverno.
Ma anche così, non sempre la sua voce fu abbastanza.
“Ricordo che, il giorno successivo al massacro della Benedicta, lo sdegno aveva offuscato le coscienze e limitato la nostra visione. Molti partigiani volevano uccidere tutti i prigionieri fascisti e tedeschi. Insomma: occhio per occhio, dente per dente.”
Si dice che fosse un uomo tutto d’un pezzo, un blocco di integrità temprato come acciaio. Lo prova quell’episodio alla Scoffera: sul piazzale dove erano stati fucilati Agudo e i suoi tre compagni, alcuni vollero appendere i cadaveri di tre soldati tedeschi.
“Mi ero opposto dichiarando che, fin tanto che ero io il comandante, la mia formazione non si sarebbe macchiata, alla maniera dei tedeschi, di tanta infamia.”
La sua autorità era già grande, e nessuno parlò più di vendetta. Neppure dopo che i fascisti fucilarono Severino.

Ma la faccenda dell’arruolamento del Vestone come si è svolta?
“I tedeschi avevano dato il compito al battaglione Monterosa di presidiare la Val Trebbia: uno a Torriglia, uno a Bobbio e il terzo – il Vestone – a Gorreto. I partigiani catturarono il maggiore Paroldo e il suo attendente Cattani, così iniziarono le trattative per lo scambio con due partigiani.
Ero convinto che la crisi degli alpini fosse stata provocata unicamente dalla convinzione che l’Italia per la quale valeva combattere era quella dei partigiani.
Non potevo rinunciare a un estremo tentativo: un’azione spericolata di cui volevo incaricarmi in prima persona, per non mettere a repentaglio i compagni.
Sarei sceso a Torriglia e, nella confusione provocata dall’afflusso dei due battaglioni, avrei tentato di stabilire un contatto con Paroldo. Per tre giorni non riuscii a comunicare con il comando; poi, il quarto, convocai il commissario a Costa Maggio, una località nei pressi di Montebruno, in una piccola osteria a picco sul Trebbia.
Là il maggiore Paroldo e il suo aiutante Ebner si accordarono con noi perché la notte stessa il battaglione al completo, con armi e carriaggi, raggiungesse Gorreto unendosi alle nostre formazioni.”
La radio alleata, quella notte, aveva una voce più limpida:
“Stamane 4 novembre, nell’anniversario dell’armistizio che nella Grande Guerra l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico, il maggiore Paroldo col suo battaglione alpino Vestone è passato nelle file della Divisione garibaldina Cichero.
Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quella Italia che combatte sui nostri monti per la libertà. Il comando della Sesta zona operativa saluta gli alpini del Vestone e plaude al loro gesto e alla ritrovata fraternità nel nome dell’Italia.”

“Sono sempre stato molto critico nei confronti del mio operato ma questa è una di quelle iniziative di cui vado veramente fiero”.
E di Genova libera cosa ricorda?
“Tra il 23 e il 24 aprile tutte le formazioni la Pinan Cichero, la Severino, la Balilla, la Jori e la Coduri strinsero il cerchio e calarono su Genova a liberarla dal nemico, prima ancora che arrivassero in soccorso gli alleati. Ricordo gli spari ma anche la gente che si riversava in strada ballando e cantando dalla gioia”.
Lassù, tra i monti, cantando le antiche canzoni alpine, i gruppi della Cichero presero infine congedo: il Fuoco, il Guerra, il Forca, il Bellucci, il Mandorli…
Ogni formazione si sciolse come neve al primo sole.
Ne restò una sola: il Vestone.
Erano alpini venuti da lontano – Bergamo, Brescia, Trentino – ma ai partigiani si erano legati come fratelli. E Bisagno, fedele alla parola data, li accompagnò uno a uno verso le loro case, verso le famiglie che li attendevano da un inverno troppo lungo.
“A Desenzano, sulle rive tranquille del Garda, il comandante della Cichero – ormai solo – riprende la via di Genova. Sul tetto della cabina del camion, dove ha voluto sistemarsi insieme al fido Barbera e a Donno, canta piano una canzone partigiana, come per tenere accesa un’ultima brace di quel fuoco che aveva guidato tanti uomini“.
“se libero uno muore, non importa di morir..”
La strada scorre sotto le ruote, un nastro sottile che lega il presente al dovere compiuto. Poi un colpo di freno, un brusco scarto, una maledetta strisciata sull’asfalto. In un attimo il canto si spezza, il vento si ferma, la corsa si compie.
E anche Bisagno se ne va.
Non tra le grida della battaglia, non nell’ombra di un bosco né sulle cime che aveva governato: se ne va sulla via del ritorno, con la canzone ancora sulle labbra, come chi ha dato tutto ciò che aveva da dare.

Se ne va appena assolto il grande compito, lasciando dietro di sé il silenzio denso che segue gli atti irrepetibili.
E quel silenzio, ancora oggi, sembra il passo di un uomo che continua a camminare accanto a noi.
Grazie Comandante… grazie di tutto.
In Copertina un bel primo piano di Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno. Definito da Giovanni Serbandini “Bini” Primo Partigiano d’Italia. Definizione poi più volte ripresa da Paolo Emilio Taviani, Ferruccio Parri e Sandro Pertini.
Genova gli ha dedicato una strada proprio davanti alla Casa dello Studente (simbolo della barbarie nazifascista), un monumento in località Fasce, una statua con lapide in via XII Ottobre, tra piazza Corvetto e il Parco dell’Acquasola, nel centro cittadino. Sempre a Genova un Istituto Tecnico Industriale porta il suo nome.

Una stele commemorativa in marmo con busto bronzeo si trova nei giardini della stazione di Chiavari.
Il 24 aprile 2005 i resti mortali di Aldo Gastaldi sono stati traslati dal Campo di Trento e Trieste al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, dove riposano i genovesi più illustri. Nel 2009 Aldo Gastaldi è stato inserito nell’agenda pastorale liturgica di servizio e di memoria della Diocesi di Genova e annoverato tra coloro che hanno onorato la Chiesa genovese nel XX secolo. Nel 2019 il cardinale Bagnasco ne ha avviato la pratica di beatificazione. Nello stesso anno sorge a Genova l’istituto di istruzione superiore A. Gastaldi-G. C. Abba come unificazione di due istituti (A. Gastaldi, industriale, anni ’50 – G. C. Abba, polo chimico di Genova, 1925).
Note: i brani in corsivo sono liberamente tratti dal testo “La Repubbica di Torriglia” di G.B. Canepa. Fratelli Frilli editori.
Per non fomentare inutili polemiche mi sono attenuto alla vulgata ufficiale ma per dovere di cronaca segnalo che nel 2015 il libro “Bisagno” di Marco Gandolfo da cui è tratto l’omonimo documentario ha riportato diverse testimonianze dirette di compagni d’armi, di lotta partigiana, amici e parenti del Gastaldi, secondo le quali prende nuovamente corpo la tesi dell’omicidio dovuta all’avversione dell’eroe al movimento comunista e alle sue pratiche violente definite dallo stesso Gastaldi fasciste.








































