Piazza Alimonda

La canzone Piazza Alimonda di Francesco Guccini è una riflessione sui fatti del G8 del 2001 a Genova e sulla morte di Carlo Giuliani. Più che prendere posizione, il cantautore usa quell’episodio come simbolo della frattura tra cittadini e istituzioni, invitando a riflettere sui concetti di violenza, democrazia e memoria.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare | respiro al largo, verso l’orizzonte. | Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, | d’anima forte. | Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi, | parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.

Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia
Facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
Guardavano un aeroplano che lento andava, macchiando il mare
Una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini
Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere
Piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere
Quella grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza
Sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione
Genova, marcata a vista, attende un soffio di liberazione
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
E uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso
Appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso
Marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
Dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore
Ma come quella vita giovane e spenta, Genova muore
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione
Dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione
Come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
Una vita troncata, tutta una vita da immaginare
Genova non ha scordato, perché è difficile dimenticare
C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda
La Salvia splendens luccica, copre un’aiuola triangolare
Viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita
Resta, amara e indelebile
Resta, amara e indelebile
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

Cit: Piazza Alimonda di F. Guccini 2004.

In Copertina: chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda. Foto di Andrea Robbiano.

“Dall’alto della cupola si gode…”

… Salimmo sulla cupola per una scala a chiocciola, che però non ha colonna centrale, giacché, invece di questa, c’è un grande foro cilindrico dal basso fino in cima. Dall’alto della cupola si gode di una vista molto estesa sia sul mare che sulla città.»

Cit: Charles de Brosses (1709-1777) erudito e filisofo francese nelle sue Lettres familières sur l’Italie (1739-1740).

La scala a chiocciola interna. Foto di Stefano Eloggi.

Emozioni impresse negli appunti anche dello scrittore scozzese Tobias Smollett (1721-1771) che in una lettera del suo “Viaggio in Italia” così annota:

“Proprio vicino al ponte esiste una elegante chiesa dalla sommità della quale si può godere un panorama molto ricco e ampio della città, del mare e della campagna adiacente, che assomiglia a un continente di boschetti e ville”.

Lettera del 15 gennaio 1765.

La Grande Bellezza…

In Copertina: Sopra la cupola della Basilica di Carignano. Foto di Stefano Eloggi.

… “si chiama anche La Superba ed è giusto che sia così!”

Nel 1833 anche un giovane e ancora sconosciuto Hans Christian Andersen arrivò a Genova dove rimase meravigliato ad ammirare il mare. I colori erano più intensi, nitidi, vivaci rispetto a quelli a cui era abituato sulle coste della sua terra natia, la Danimarca. Un’esplosione di mediterranea  bellezza che lo incanta come una fiaba e lui si che di fiabe se ne intendeva.

L’autore di celeberrime favole quali, fra le tante, “La Principessa sul Pisello”, “La piccola fiammiferaia”, “La Sirenetta” o il “Brutto Anatraccolo” (“I Vestiti dell’Imperatore la mia preferita”) racconta nei suoi appunti di essersi perso nel dedalo dei  caruggi  nel tentativo di raggiungere il teatro Carlo Felice dove aveva intenzione di assistere all’opera “Elisir d’Amore” di Gaetano Donizetti.

“Sono stato al glorioso castello del Doge qui a Genova, il Palazzo è accanto al Palazzo, un ponte Carignano collega due strade e sale alto sopra le case di 6 piani, una di 10 piani, si ergeva poco sopra il ponte. Il teatro è quasi come La Scala, ho visto Love Potion con nuova musica italiana. – A Palazzo Durazo ho goduto della vista del mare blu-nero e di tutta la zona con i suoi uliveti neri come la pece. – L’Ammiraglio di Genova ha concesso a me e ai miei due compagni di viaggio il permesso di vedere l’Arsenale. Siamo entrati qui da 600 galeotti, erano le facce più orribili che abbia mai visto, due più due erano incatenati insieme, come se fosse un solo corpo. – Eravamo rinchiusi con loro; lungo il Muro dormivano saldamente incatenati di notte; eravamo in infermeria, uno era preso dalla morte, gli occhi erano rotti, era quasi verde in viso, mi fece un’impressione così terribile, che mi ero quasi fatto male, ho chiuso gli occhi; uno dei teppisti, che l’ha visto, ha riso in modo piuttosto orribile e ha scosso le catene di ferro… Gli orgogliosi genovesi camminano con i cappelli rossi, la sera cantano così magnificamente e il lago rotola sotto la mia finestra. Dopo Parigi, Genova è la prima città che conosco, si chiama anche La superba ed è giusto che sia così!”

Lettera di HC Andersen (1805-1875 scrittore) a Christian Voigt del 1° ottobre 1833:

Disegno di Hans Christian Andersen “Genova il 2 ottobre 1833.”. . Dimensioni originali 5,9 cm x 9 cm.


Fonte: Musei della città di Odense

“Amo troppo la mia Genova”…

«Di Genova sono innamorato, forse anche più di chi ci vive, anche perché è il ricordo della mia giovinezza».

« Amo troppo la mia Genova, per questo non giro un film qui» .

Cit. Giuliano Montaldo (22 febbraio 1930 Genova – 6 settembre 2023 Roma). Attore, regista, sceneggiatore.

In Copertina: Il regista Giuliano Montaldo indossa con eleganza i colori del cuore.

Le lettere genovesi di Oscar.

“Vagavo nel verde eremo dello Scoglietto/ le arance sui rami pendoli ardevano/ splendenti lampade d’oro, ad umiliare il giorno;/ spauriti uccelli fuggenti in rapido frullar d’ali/ mutavano in neve i petali dei fiori; ai miei piedi/ stendevansi pallidi i narcisi simili a lune d’argento/ e le arcuate onde che striavan la baia color di zaffiro/ ridevano nel sole e la vita sembrava dolcissima./ Fuori squillò il canto di un giovane chierico: / Gesù, il figlio di Maria è stato ucciso, / venite a coprire di fiori il suo Sepolcro. / Dio! Dio! l’incanto di quelle dilette ore pagane / aveva sommerso ogni ricordo dell’amara tua passione, la Croce, la Corona, i Soldati, la Lancia”.

Oscar Wilde (1854-1900).

Sonetto genovese composto nel periodo pasquale dal poeta irlandese durante il suo primo soggiorno in città. Villa dello Scoglietto è chiaramente Villa Di Negro Rosazza e la chiesa da cui sentì “squillare il canto” è la vicina San Vincenzo De Paoli.

In viaggio verso la Grecia fece scalo a Genova alla fine del marzo del 1877 in compagnia dei suoi insegnanti: “Arrivammo dapprima a Genova, che è una bellissima città con palazzi di marmo affacciati sul mare, e poi a Ravenna…”. Nel suo diario Oscar annota anche una visita a Palazzo Rosso dove rimane affascinato dal San Sebastiano di Guido Reni.

Le strade del poeta e di Genova si intrecciano ancora nel 1898 quando morì la moglie Constance che da tempo si era trasferita a Nervi nella speranza di guarire dalla sua inferma salute. Le sue spoglie riposano nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

Nel 1899 Oscar è ancora a Genova per visitare la tomba della moglie. Scrive infatti in proposito:

“Venni a Genova per visitare la tomba di Constance. Vi è una Croce di marmo molto graziosa sulla quale è avviluppata in bella forma una scura pianta d’edera. Il cimitero è un giardino ai piedi di belle colline che si innalzano verso le montagne che circondano Genova. È stato tragico vedere il suo nome scolpito su una tomba-il suo soprannome – solo Constance Mary, figlia di Horace Lloyd , Q.C. e un verso delle Rivelazioni. Le ho portato alcuni fiori. Ero emotivamente molto colpito – e mi resi conto dell’inutilità di tutti i rimpianti”. Lettera a Robert Ross 1 marzo 1899.

Tomba di Constance Lloyd sulla cui Intestazione il nome di O. Wilde verrà scolpito solo negli anni Venti del ‘900.

Wilde sarà stato pure scosso dalla perdita della moglie ma non perse tempo per consolarsi:

“Durante il mio viaggio mi fermai a Genova, dove incontrai un bellissimo giovane attore, un fiorentino, che ho amato selvaggiamente. Ha lo strano mome di Didaco. Aveva l’aspetto di Romeo, senza la tristezza di Romeo: un volto cesellato, per una grande storia d’amore. Abbiamo passato insieme tre giorni…”

Lettera a Reginald Turner 20 marzo 1899.

… e pochi giorni dopo all’amico “intimo” Robert scrive ancora:

“Parto domani mattina per Genova – Albergo di Firenze (attuale via Gramsci) – una piccola locanda lungo il porto, piuttosto malfamé, ma economica… la temperatura è molto alta, direi quasi estiva: sono sicuro che il mio soggiorno in Italia sarà delizioso. Perché non vieni a Genova per tre settimane? Non ti vedo mai… A Genova spero di trovare ad attendermi un giovanotto di nome Edoardo Rolla, un marittimo. È biondo, ed è sempre vestito di blu scuro. Gli ho scritto…

Lettera a Robert Ross, 1 aprile 1899.

D’altra parte Oscar Wilde non fece mai segreto della sua infedele bisessualità.

“Il segreto per rimanere giovani sta nell’avere una sregolata passione per il piacere”. Oscar Wilde.

Scambio epistolare tratto da Genova nella storia della Letteratura inglese. Veglione F. Genova 1937.

In Copertina: Oscar Wilde, Constance Lloyd, e il primogenito Cyril.

Villa Mylius

Passando per la vecchia circonvallazione a mare, oggi Corso Aurelio Saffi, è impossibile non notarla.

Si tratta dell’ottocentesca villa Mylius costruita a quel tempo aggrappata alla scogliera sopra la cinquecentesca struttura del tratto di mura, dal nome dello scomparso vicino monastero ai piedi di Salita dei Sassi, di S. Margherita.

Fu eretta nella seconda metà del XIX sec. in stile neo gotico dall’architetto Rovelli. I suoi scenografici giardini degradavano sul mare dove oggi sorgono sopraelevata e cantieri navali.

Oltre al grande pregio degli arredi punto forte è la panoramica loggia belvedere che si affaccia sul porto Antico fino alla Lanterna.

Molto interessante la puntuale rappresentazione del pittore Alessandro Greppi che descrive il primitivo impianto: uno scorcio che raffigura la na villa situata su di un’altura con speroni di roccia alla base.

Il disegno inquadra in primo piano rocce e macchie di arbusti; sulla cima l’edificio si pone con affaccio verso sinistra, contrassegnato al piano terra da diverse finestre in stile bow-window e con archi a sesto acuto. Due corpi simmetrici ai lati della facciata presentano coperture a tetto spiovente. Nel prospetto laterale sono riconoscibili due aperture ad abbaino nel tetto.

Disegno eseguito a mano libera, ad acquerello a monocromo grigio, su cartoncino poroso. Autore Alessandro Greppi (artista brianzolo 1828-1918). Tratto dal sito LombardiaBeniCulturali.

La lussuosa dimora commissionata dal facoltoso imprenditore svizzero Federico Mylius è anche nota, dal nome dei successivi proprietari, come Villa Figari.

A dare idea dell’affabilità del padrone di casa e della bellezza della Domus assai pertinenti sono le impressioni di un noto poeta francese molto legato a Genova.

“Genova bellissima! ieri a bordo d’una nave un ballo e la presentazione al celebre signor Mylius, uno dei più grandi collezionisti del mondo. Nella sua villa, Cluny e una casa dei Goncourt e ai piedi di queste meraviglie tutto il mare e i fiori di questi posti…”

e ancora…

“Passo molte sere con un collezionista straordinario, l’inglese Mylius, intento a fumare in casa sua che è un Cluny affacciato sul mare e sul cielo. Quest’uomo possiede delle meraviglie che farebbero morire Goncourt di gelosia e delle quali gode, tutto il giorno, vivendo, dormendo in un dandismo abituale, in una suprema indifferenza”.

Cit. Paul Valéry (1871-1945) Poeta e scrittore francese.

La lunga anima di un popolo

La Lanterna ha due volti. Uno per noi che la vediamo ogni giorno: un volto serio grave buio, e quindi il simbolo, il monumento, la lunga anima di una città e di un popolo.

Il momento in cui il tempo si ferma per incontrarli tutti, per riviverli assieme o almeno fieramente ricordarli.

Uno per quelli che vivono ed hanno vissuto sul mare.

E allora è la casa, la patria, una mano tesa, un fazzoletto agitato, il primo segno della tua famiglia che aspetta. Una luce nella notte, che nasce dal mare e ti grida: vieni, corri; qui c’è la tua casa, qui c’è la tua famiglia, qui c’è il tuo focolare con un caldo ceppo che brucia incensando la gioia dei secoli.

La sua forza è questa, non voler restare solo un simbolo, anche se la parola simbolo per lei si arricchisce di poesia, né essere un logo, un’icona, non è più neanche un monumento, è la lunga anima di un popolo nel quale i genovesi si riconoscono. Una somma di immagine e di sentimento.

Vito Elio Petrucci. (Genova 27 aprile 1923 – Genova, 17 maggio 2002) è stato un poeta, giornalista e commediografo italiano.

In Copertina: La Lanterna all’imbrunire. Foto di Marco Dorigo.

Lei è tutto

“È lì, eretta come una matrona: albero maestro tra gli alberi maestri, torre tra le torri, campanile tra i campanili; pronta ad essere tutto per ognuno di noi.”

Cit. Vito Elio Petrucci (1923 – 2002). Poeta, giornalista, scrittore, commediografo.

In Copertina: La Lanterna di Genova. Foto di Lino Cannizzaro.

Mercanti

‘La città pullula di ricchi mercanti che viaggiano per terra e per mare e si avventurano in imprese facili e difficili.

I genovesi, dotati di un naviglio formidabile, sono esperti nelle insidie della guerra e nelle arti del governo; tra tutte le genti latine sono quelle che godono di maggior prestigio.

Cit Muhammad al-Idrisi (1099-1164) geografo e viaggiatore arabo.

In Copertina: il porto di Acri assediato nel 1291 dai Mamelucchi, miniatura dal trattato di Cocharelli “Sui Sette vizi capitali”. Genova 1330-1340.

Vico Gatti

Vico dei Gatti è una traversa, oggi chiusa, di via Lomellini testimone dell’antico amore dei genovesi per i felini.

“Genova, città dei gatti. Angoli neri.
Si assiste alla sua ininterrotta costruzione dal tredicesimo al ventesimo secolo.
Questa città tutta visibile e presente a se stessa; in persistente familiarità con il suo mare, la sua roccia, la sua ardesia, i suoi mattoni, i suoi marmi; in lavorio perpetuo contro la sua montagna. – Americana dopo Colombo.
Noia ineffabile delle cose d’arte – assente a Genova”.

Cit. Paul Valery Paul Valery scrittore francese (1871 – 1945).

In Copertina: Vico dei Gatti. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.