A pochi passi da via Luccoli, nel cuore della Maddalena, c’è un piccolo slargo dedicato a Bartolomeo Chighizola (1826-1898). Un nome che oggi dice poco ai più, ma dietro il quale si nasconde una vita degna di essere raccontata. Patriota e combattente nella Prima guerra d’Indipendenza, nel 1849 Chighizola difese Genova durante i moti e perse un braccio.
Eppure quella ferita non lo fermò: negli anni successivi trasformò il suo impegno per la città in opere civili e benefiche, fino a fondare l’Asilo Infantile di Sturla. La piazzetta, intanto, viveva la sua stagione più elegante. Per tutto l’Ottocento era un piccolo crocevia della vita cittadina, stretto fra le botteghe di Luccoli e Soziglia, dove il commercio incontrava il passeggio e la Genova dei caruggi mostrava il suo volto più vivace. Dal 1875 al 1989, per oltre un secolo, qui ebbe sede anche la celebre Ditta Odone, specializzata in tessuti e biancheria, che avrebbe poi trasferito la propria attività ad Albaro. Oggi rimane uno slargo quasi nascosto, facile da attraversare senza farci caso. Ma basta fermarsi un momento per scoprire che, a Genova, anche una piazzetta può custodire un pezzo di città.
In copertina: piazzetta Chighizola. Foto di Giovanni Cogorno.
Il toponimo deriva dal fatto che anticamente, prima che vi si insediassero nel XIII sec. gli Spinola, la zona era occupata da un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri.
La piazza è dominata dal palazzo De Mari poi Serra inserito negli elenchi dei Rolli, il sistema di ospitaggio genovese.
L’edicola votiva a trompe l’oeil.
Sulla targa di intitolazione del luogo, si nota una pregevole rappresentazione a trompe l’oeil della Madonna con in braccio il Bambino realizzata direttamente sul prospetto principale.
La caratteristica struttura metallica che ospitava un’edicola di giornali è stata rimossa, su richiesta dei negozianti, nel 2014.
In copertina: Piazza Luccoli. Foto di Anna Vargioni.
Il nome “Cera” deriva con ogni probabilità dalla presenza, in epoca medievale, di magazzini, botteghe e laboratori di ceraioli. Situata nell’area dell’antico angiporto, la strada occupava una posizione strategica per il commercio e lo stoccaggio della cera, una risorsa preziosa e indispensabile nella vita quotidiana del tempo.
Utilizzata per la produzione delle candele che illuminavano case, chiese e spazi pubblici, la cera rappresentava una merce di grande valore, tanto da lasciare un’impronta duratura a distanza di secoli nella toponomastica del luogo.
Il piccolo slargo deve il nome al fatto che qui abitò il primo Doge Simone Boccanegra eletto nel 1339 a seguito dell’insurrezione ghibellina.Castello Boccanegra
A certificane memoria la lapide affissa sulla casa natale. La piccola piazza ricalca lo schema della piazza medievale genovese caratterizzata, a quel tempo, dalla dimora principale, quelle delle consorterie e delle logge.
L’attiguo omonimo vicolo è impreziosito da una monumentale edicola barocca che rappresenta la Madonna col Bambino attorniata da membri devoti della famiglia Brignole che prestano il loro volto a Sant’Antonio e Santa Caterina d’Alessandria.
Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).
Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.
Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.
Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.
In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.
Da piazza delle Erbe all’inizio di Salita del Prione si trova un edificio religioso completamente abbandonato e trascurato. Gustando il gelato di Viganotti ve lo siete trovato davanti e non ci avete mai fatto caso?
SI tratta dell’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio che venne istituito nel 1618 per volere di papa Paolo V.
Interni: Foto di Giovanni Caciagli.
Purtroppo si hanno poche informazioni su questo edificio sacro. Lo storico Alizeri cita un anonimo viaggiatore che accenna appena agli affreschi anche se li definisce “superbi” .
“Delle tavole locate agli altari dell’Oratorio una sola vuol’essere nominata, cioè quella a sinistra colla Trinità e i SS. Pio V e Vincenzo Ferreri d’un Francesco Sasso, noto per questa sola opera, che non passa oltre la mediocrità. L’opera è oggi visibile presso un altare laterale dell’Oratorio di San Giacomo della Marina in Via Mura delle Grazie”.
In realtà presso lo stesso oratorio di San Giacomo è esposta di medesima provenienza un’altra pregevole tela “Cristo agonizzante sulla croce” di Giuseppe Palmieri.
Prospetto dell’Oratorio. Foto di Giovanni Caciagli.
L’oratorio sorse grazie al finanziamento di Agapito Centurione «per lui sorse in piè la chiesuola, per lui fu dotata di pingui rendite: e bene sta che i Consorti riconoscenti gli dedicassero nella lor sacristia una lapide onoraria e un marmoreo ritratto, scolpito non saprei dire se dal Traverso o dal Ravaschio». Carlo Baratta vi affrescò i Profeti «così robusti, così vivaci alle tinte, e che n’abbiano invidia le storie di N.D. sui fianchi del santuario che già smarriscono per umidore».
Agapito era membro di quella ricca schiatta di banchieri che nel secolo precedente aveva fatto fortuna finanziando la corte spagnola e imparentandosi con Andrea Doria. Centurione oltre alla chiesa e agli arredi assicurò alla Confraternita una cospicua rendita per la sua sussistenza e per la dote ogni anno di cinque fanciulle da marito.
Altare laterale abbandonato. Foto di Giovanni Caciagli.
Nel 1810, come molti alti luoghi di culto, fu chiuso causa disposizioni delle leggi napoleoniche, salvo riacquistare la propria funzione nel 1814.
Con le norme governative del 1860 relative all’esproprio dei beni ecclesiastici venne utilizzato come magazzino e alloggio per militari.
L’oratorio venne restaurato riaperto al pubblico nel 1918. Il 14 febbraio del 1934 ricevette solenne benedizione dal Monsignor Francesco Canessa.
La cupola e l’altare principale. Foto di Giovanni Caciagli.
Le rovine che oggi osserviamo sono frutto del bombardamento aereo del 13 novembre del 1942 che rase al suolo l’intero quartiere.
Da tempo sono in corso restauri conservativi volti a preservare quel che resta degli interni.
Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.
Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).
Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.
Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.
Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.
Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.
Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.
“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone? Forse quella che sola ti può dare una lezione Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie” Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27 Quando incasserai, delapiderai mezza pensione Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.
Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.
Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.
La figura del vecchio professore è una di queste: Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili. «De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio. Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana. Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.
Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.
La famiglia Paggi giunse a Genova da Chiavari attorno al 1150 e con la riforma degli Alberghi del 1528 confluì nei De Marini.
Sul finire del secolo scorso la zona è stata privatizzata con tanto di parcheggio sotterraneo e appunto chiusa al pubblico passaggio.
Qui restano malinconiche tracce di archi medievali e un calco di un capitello del III secolo. Durante gli scavi precedenti alla ricostruzione del palazzo bombardato durante la seconda guerra mondiale sono emersi alcuni ambienti, forse del I secolo, adibiti a mercato o macello.
Gli storici concordano nell’affermare che questa zona ebbe anche la funzione di sepolcreto e, attorno all’VIII secolo, venne adibita, vista la vicinanza ai moli portuali, ad abitazione.
Purtroppo, a differenza di quanto recentemente trovato sotto la Loggia di Banchi, in questo caso non si ha avuto cura di tracciarne testimonianza.
In Copertina: Vico chiuso Paggi ripreso da Piazza Cavour.
In epoca medievale la piazza e il vico delle Scuole Pie erano conosciuti con i nomi delle famiglie nobili che vi risiedevano: dapprima i Cicala, in seguito gli Squarciafico.
Proprio qui il Monte di Pietà organizzava le aste pubbliche dei beni non riscattati, conferendo al luogo un ruolo di rilievo nella vita economica e sociale della città.
Il vico collega l’omonima piazza con quella delle Cinque Lampadi. L’origine del toponimo è legata alla presenza nella piazza del collegio degli Scolopi, giunti da Savona nel 1623.
Sia nel vico che soprattutto nella piazza si notano elementi architettonici di pregio quali:
Al civ. n. 3 la Loggia dei Lasagna con arcate bicrome in marmo bianco e nero e colonne di origine romana reimpiegate, risalenti al XIII secolo.
Al civ. n. 7 portale in bozze di marmo del XVII secolo, di forte impronta monumentale caratterizzato da una testa di medusa al centro dell’arco.
Nell’atrio di Palazzo Cicala al civ. n. 10 colonne medievali in marmo, che testimoniano la continuità storica dello spazio. Il settecentesco edificio presenta un’elegante e scenografica facciata in stile rococò ed ospita l’hotel di lusso “La locanda di Palazzo Cicala.
Sul prospetto posteriore accessibile anche da Vico del Gesù piazza San Lorenzo n. 17 si conservano elementi medievali quali archetti a sesto acuto, pilastri e fregi. L’atrio è caratterizzato da ampie volte a vela rette da colonne doriche binate ed è impreziosito da uno scalone in marmo.
In Copertina: Vico delle Scuole Pie. Foto di Stefano Eloggi.