Vico chiuso della Rana

Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).

Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.

Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.

Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.

In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.

L’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio

Da piazza delle Erbe all’inizio di Salita del Prione si trova un edificio religioso completamente abbandonato e trascurato. Gustando il gelato di Viganotti ve lo siete trovato davanti e non ci avete mai fatto caso?

SI tratta dell’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio che venne istituito nel 1618 per volere di papa Paolo V.

Interni: Foto di Giovanni Caciagli.

Purtroppo si hanno poche informazioni su questo edificio sacro. Lo storico Alizeri cita un anonimo viaggiatore che accenna appena agli affreschi anche se li definisce “superbi” .

Delle tavole locate agli altari dell’Oratorio una sola vuol’essere nominata, cioè quella a sinistra colla Trinità e i SS. Pio V e Vincenzo Ferreri d’un Francesco Sasso, noto per questa sola opera, che non passa oltre la mediocrità. L’opera è oggi visibile presso un altare laterale dell’Oratorio di San Giacomo della Marina in Via Mura delle Grazie”.

In realtà presso lo stesso oratorio di San Giacomo è esposta di medesima provenienza un’altra pregevole tela “Cristo agonizzante sulla croce” di Giuseppe Palmieri.

Prospetto dell’Oratorio. Foto di Giovanni Caciagli.

L’oratorio sorse grazie al finanziamento di Agapito Centurione «per lui sorse in piè la chiesuola, per lui fu dotata di pingui rendite: e bene sta che i Consorti riconoscenti gli dedicassero nella lor sacristia una lapide onoraria e un marmoreo ritratto, scolpito non saprei dire se dal Traverso o dal Ravaschio».
Carlo Baratta vi affrescò i Profeti «così robusti, così vivaci alle tinte, e che n’abbiano invidia le storie di N.D. sui fianchi del santuario che già smarriscono per umidore».

Agapito era membro di quella ricca schiatta di banchieri che nel secolo precedente aveva fatto fortuna finanziando la corte spagnola e imparentandosi con Andrea Doria. Centurione oltre alla chiesa e agli arredi assicurò alla Confraternita una cospicua rendita per la sua sussistenza e per la dote ogni anno di cinque fanciulle da marito.

Altare laterale abbandonato. Foto di Giovanni Caciagli.

Nel 1810, come molti alti luoghi di culto, fu chiuso causa disposizioni delle leggi napoleoniche, salvo riacquistare la propria funzione nel 1814.

Con le norme governative del 1860 relative all’esproprio dei beni ecclesiastici venne utilizzato come magazzino e alloggio per militari.

L’oratorio venne restaurato riaperto al pubblico nel 1918. Il 14 febbraio del 1934 ricevette solenne benedizione dal Monsignor Francesco Canessa.

La cupola e l’altare principale. Foto di Giovanni Caciagli.

Le rovine che oggi osserviamo sono frutto del bombardamento aereo del 13 novembre del 1942 che rase al suolo l’intero quartiere.

Da tempo sono in corso restauri conservativi volti a preservare quel che resta degli interni.

In Copertina: Foto di Giovanni Caciagli.

Via del Molo

Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.

Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).

Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.

Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.

Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.

Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.

Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.

In copertina: Via del Molo. Foto di Leti Gagge.

Il professore della città vecchia

“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone?
Forse quella che sola ti può dare una lezione
Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie
Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte
Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27
Quando incasserai, delapiderai mezza pensione
Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.

Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.

Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.

La figura del vecchio professore è una di queste:
Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili.
«De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio.
Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana.
Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.

Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.

In copertina: Via del Campo 5. Foto dell’autore.

Vico chiuso Paggi

Dietro Piazza Cavour si trova Vico chiuso Paggi sul quale si staglia confinante con l’omonimo vicolo il Palazzo detto dei Mattoni Rossi.

La famiglia Paggi giunse a Genova da Chiavari attorno al 1150 e con la riforma degli Alberghi del 1528 confluì nei De Marini.

Sul finire del secolo scorso la zona è stata privatizzata con tanto di parcheggio sotterraneo e appunto chiusa al pubblico passaggio.

Qui restano malinconiche tracce di archi medievali e un calco di un capitello del III secolo. Durante gli scavi precedenti alla ricostruzione del palazzo bombardato durante la seconda guerra mondiale sono emersi alcuni ambienti, forse del I secolo, adibiti a mercato o macello.

Gli storici concordano nell’affermare che questa zona ebbe anche la funzione di sepolcreto e, attorno all’VIII secolo, venne adibita, vista la vicinanza ai moli portuali, ad abitazione.

Purtroppo, a differenza di quanto recentemente trovato sotto la Loggia di Banchi, in questo caso non si ha avuto cura di tracciarne testimonianza.

In Copertina: Vico chiuso Paggi ripreso da Piazza Cavour.

Vico delle Scuole Pie


In epoca medievale la piazza e il vico delle Scuole Pie erano conosciuti con i nomi delle famiglie nobili che vi risiedevano: dapprima i Cicala, in seguito gli Squarciafico.

Proprio qui il Monte di Pietà organizzava le aste pubbliche dei beni non riscattati, conferendo al luogo un ruolo di rilievo nella vita economica e sociale della città.

Il vico collega l’omonima piazza con quella delle Cinque Lampadi.
L’origine del toponimo è legata alla presenza nella piazza del collegio degli Scolopi, giunti da Savona nel 1623.

Sia nel vico che soprattutto nella piazza si notano elementi architettonici di pregio quali:

Al civ. n. 3 la Loggia dei Lasagna con arcate bicrome in marmo bianco e nero e colonne di origine romana reimpiegate, risalenti al XIII secolo.

Al civ. n. 7 portale in bozze di marmo del XVII secolo, di forte impronta monumentale caratterizzato da una testa di medusa al centro dell’arco.

Nell’atrio di Palazzo Cicala al civ. n. 10 colonne medievali in marmo, che testimoniano la continuità storica dello spazio. Il settecentesco edificio presenta un’elegante e scenografica facciata in stile rococò ed ospita l’hotel di lusso “La locanda di Palazzo Cicala.

Sul prospetto posteriore accessibile anche da Vico del Gesù piazza San Lorenzo n. 17 si conservano elementi medievali quali archetti a sesto acuto, pilastri e fregi. L’atrio è caratterizzato da ampie volte a vela rette da colonne doriche binate ed è impreziosito da uno scalone in marmo.

In Copertina: Vico delle Scuole Pie. Foto di Stefano Eloggi.


Vico del Gesù

Vico del Gesù si apre tra via Canneto il Lungo e Largo G. Sanguineti, nel cuore del centro storico genovese.

Il suo nome affonda le radici in un’antica tradizione: un bassorilievo in marmo raffigurante il Nazareno, ancora oggi visibile murato sulla casa d’angolo tra il vicolo e via San Lorenzo, ha ispirato la toponomastica del luogo. Un piccolo angolo di Genova dove la pietra è testimone della devozione del tempo che fu.

In copertina: Vico del Gesù. Foto di Silva Silva.

Salita di Portafico

L’antico angusto caruggio denominato Putei de Ficu è tagliata a metà da un archivolto che corrisponde al civ. n. 11 di via XXV Aprile.

Da qui si accede quindi alla parte superiore dell’odierna Salita di Portafico che, durante la seconda guerra mondiale, è stata bombardata in maniera significativa.

Perse parecchie testimonianze del passato resta solo una nicchia chiusa da una grata di ferro con al suo interno una statuetta di recente fattura della Madonna della Misericordia.

In Copertina: Salita di Portafico. Foto di Antonio Corrado.

Il Presepe di S. Egidio alla Nunziata

La Comunità di Sant’Egidio ha affidato agli artigiani di via San Gregorio Armeno a Napoli la creazione di un presepe unico, in esposizione fino al 2 febbraio 2020 nella basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova. Qui, la tradizione napoletana incontra la realtà ligure, dando vita a una rappresentazione della Natività che vibra di significato e attualità.

Il presepe nel suo insieme. Foto di Anna Armenise.

Le figure di Gesù, Maria, Giuseppe, i tre Magi e gli angeli sono state scolpite in legno con dettagli preziosi come gli occhi in vetro, create appositamente negli storici laboratori napoletani. Sullo sfondo, un rudere con tre colonne bianche evoca l’architettura della basilica stessa, simbolo del luogo di preghiera dove ogni sera si riunisce la comunità di Sant’Egidio. Questa Natività raccoglie in un abbraccio Genova e Napoli, due città lontane ma unite dal messaggio universale di accoglienza e solidarietà.

Nel presepe sono riconoscibili angoli iconfondibili di Genova: le vie strette di Sottoripa, la chiesa di San Matteo, la Lanterna e Porta dei Vacca.

Al centro la chiesa di San Matteo. Foto di Anna Armenise.

È tra queste strade che si muovono le figure0 degli abitanti, immersi nella loro quotidianità e nel servizio ai più poveri. Attorno alla mangiatoia, le statuine raccontano il messaggio evangelico di Matteo: poveri, forestieri, ammalati, carcerati, affamati e assetati – sono loro i protagonisti di questa scena, ciascuno con la sua dignità, rappresentato con delicatezza e realismo.

La Lanterna domina la scena. Foto di Anna Armenise.

Ai due estremi della scena, quasi in un abbraccio a Gesù bambino, mani amiche portano un piatto caldo a chi ha fame e sete, come ogni giorno Sant’Egidio fa nelle mense di via delle Fontane e per le strade della città. E sotto la Natività, in una stanza nascosta, troviamo i “forestieri” intenti a raccontare le loro storie di speranza, proprio come avviene nelle scuole di lingua e cultura italiana che Sant’Egidio gestisce per i migranti nel centro storico e a Sampierdarena.

Nella rappresentazione della “casa famiglia”, una donna anziana attende con gioia chi le porta affetto, e accanto a lei c’è un uomo dalla pelle scura, malato di Aids, che grazie alle cure del Programma Dream di Sant’Egidio tornerà a vivere – un richiamo alla speranza offerta a tanti in Africa.

A destra del presepe troviamo i “carcerati” e a sinistra i “nudi” che aspettano vestiti, proprio come avviene nei Centri “Genti di Pace”.

In primo piano dettagli del presepe. Foto di Anna Armenise.

E infine, dietro la Sacra Famiglia, i “piccoli” giocano alla Scuola della Pace, seguiti dallo sguardo attento di un giovane amico.

Questo presepe è una testimonianza di vita autentica, che ricorda a tutti che Gesù non nasce in un palazzo lussuoso, ma nei luoghi dimenticati e poveri – come lo erano i ruderi di Napoli un tempo e come lo sono oggi tante periferie. È un invito a vivere l’Avvento come un’attesa attiva, che ci spinge a “uscire” verso chi è meno fortunato, onorando, come ci ricorda papa Francesco, il corpo di Cristo nelle membra dei poveri.

Comunità di S. Egidio. Piazza della Nunziata 4. Natale 2019

In Copertina: Foto di Anna Armenise

Salita San Siro

Lasciata alle spalle l’indaffarata via Cairoli svoltando in direzione della chiesa di San Siro si imbocca la Salita che porta il nome del santo tra i primi vescovi di Genova. Da lì, inizia un percorso che sembra un viaggio nel tempo, conducendo fino al cuore di Fossatello, tra vicoli che raccontano secoli di storia.

La Salita di San Siro infatti è uno di quei luoghi dove la storia di Genova si respira ancora a ogni passo:

correva l’anno 1436 quando il popolo della Superba si ribellò contro il tiranno Opizzino d’Alzate, un evento che ha segnato profondamente la città.

A testimonianza di quel momento epico, una lapide all’altezza del civ. n.8, si erge in memoria della rivolta, custode di un passato che si intreccia con le pietre di questa antica strada.

Camminando, è impossibile non notare le tracce del tempo: cornici di archetti in laterizio, resti di una bifora con una colonnina marmorea che ancora resiste, accompagnata dal suo capitello. Accanto, i segni di un’edicola in stucco, la cui base in ardesia narra di un’architettura perduta.

Perduta non è invece in questi caruggi la memoria di un tumultuoso ma glorioso passato.

In Copertina: Salita di San Siro. Foto di Stefano Eloggi.