Nascosto tra i vicoli più autentici del centro storico di Genova, il Passo delle Murette è uno di quei luoghi che sembrano sottratti al tempo. Si trova tra Piazza Sarzano e Ravecca e si raggiunge percorrendo via E. Ravasco sul ponte che collega il colle di Carignano all’antico quartiere medievale. Qui, quasi all’improvviso, si apre un suggestivo passaggio che corre accanto alle possenti Mura del Barbarossa, erette nel 1155 per difendere la Dominante – a quel tempo la Superba si chiamava cosi – dall’imperatore Federico I. Il nome del luogo deriva proprio da questo antico camminamento di ronda, che si snoda tra pietra, mattoni secolari e scorci inattesi, regalando un’atmosfera rara anche per una città ricca di storia come Genova. A pochi passi si trovano gli antichi lavatoi di Salita di Coccagna, testimonianza silenziosa della faticosa vita quotidiana di un tempo. Passeggiare in questa zona significa immergersi nel cuore più autentico dei caruggi genovesi, tra archi, muri consumati dai secoli e facciate dai colori caldi. Sebbene gran parte dell’originario percorso sulle mura sia oggi chiuso al pubblico e nascosto dietro cancellate private, il fascino del luogo resta intatto. Attraversando il vicino Vico Sotto le Murette si può ancora percepire il legame profondo tra la città e le sue antiche fortificazioni, in un angolo poco conosciuto ma capace di raccontare quasi novecento anni di storia.
In copertina: “Camminamento sulle Murette nel tratto sopra il portello di Salita della Fava Greca.” Foto di Andrea Robbiano.
La Chiesa di Santa Fede, sita nell’omonina piazzetta, si affaccia su via delle Fontane.
È uno di quei luoghi in cui Genova sembra aver depositato, strato dopo strato, la propria memoria. Le sue origini infatti affondano nel lontano XI secolo, forse sopra un’antica area paleocristiana.
La prima notizia storica scritta risale al 1142, in un documento in cui la Repubblica di Genova autorizzava un certo Ansaldo di Vacca a costruire delle abitazioni vicino alla chiesa.
Colonne marmoree e capitelli barocchi. Foto dell’autore.
Nel Medioevo la chiesa con annesso ospitale per pellegrini era un punto nevralgico del quartiere di Prè, tanto importante da dare il nome addirittura ad una porta cittadina, la porta -appunto- di Santa Fede, nota anche, per via della famiglia di cui sopra, come dei Vacca. Passò prima ai Cavalieri Templari e poi ai Cavalieri Ospitalieri gerosolimitani, gli stessi (futuri cavalieri di Malta) che già operavano nella vicina e più nota Commenda di Prè diventando per secoli un luogo carico di significato religioso e strategico.
Abside, colonne, capitelli e fregi barocchi. Foto dell’autore.
Nel 1673 cambiò ancora volto: venne ricostruita in stile barocco, più ampia e decorata, arricchita da opere d’arte realizzate da alcuni dei principali artisti a quel tempo in città (Galeotti, Benso, Guidobono e Gregorio De Ferrari e molti altri) e da una forte devozione popolare. Ma con l’età napoleonica iniziò un lento e inesorabile declino: soppressioni, trasformazioni urbane e perdita di centralità segnarono il suo destino. Il colpo decisivo arrivò nel 1926, quando fu sconsacrata e ridotta a deposito di vini scivolando nell’abbandono.
Quel che restava dei suoi arredi venne trasferito nella nuova chiesa di Santa Fede in Corso Sardegna nel quartiere di San Fruttuoso. La giurisdizione sul suo territorio venne assegnata alla vicina S. Sisto.1
Ancora resti romanici. Foto dell’autore
Ancora resti di romanico posti in corrispondenza dell’attuale ingresso. Foto dell’autore.
Sembrava destinata a sparire, ma negli anni ’90 arrivò la svolta: i restauri riportarono alla luce le sue strutture più antiche, restituendole dignità e spazio nella città. Un muro e due absidi del primitivo edificio romanico. Oggi, visitandola, il passato è letteralmente sotto i piedi: i reperti archeologici visibili sotto lastre di vetro mostrano le fondazioni e le tracce delle fasi più antiche, come un libro aperto sulla storia del luogo. Allo stesso tempo, i capitelli delle colonne raccontano un’altra storia ancora: scolpiti con motivi semplici ma espressivi, conservano il linguaggio severo del romanico, creando un affascinante contrasto con le trasformazioni successive.
Quel che resta del prospetto barocco Foto dell’autore
Oltre ai resti della chiesa medievale, è stato riportato alla luce anche il piccolo chiostro e restaurato il campanile ottocentesco. Non è più una chiesa, ma vive una seconda vita come sede pubblica (ufficio anagrafe): un luogo che ha cambiato funzione, ma non anima. Un perfetto esempio di come Genova riesca a trasformare il proprio passato senza mai cancellarlo.
In copertina: quel che resta dell’abside barocca della chiesa di Santa Fede.
Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).
Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.
Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.
Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.
In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.
In via del Campo n. 10 si trova palazzo Bartolomeo Invrea, noto anche come palazzo Cybo dal nome dei precedenti proprietari.
Pur essendo un edificio di pregio non presenta un portale monumentale ma una semplice sottile cornice marmorea con una minuscola maschera demoniaca alla sommità dell’arco.
Il portone di Palazzo Bartolomeo Invrea. Foto dell’autore.
Il prospetto è arricchito da elementi decorativi dipinti a fresco con eleganti motivi architettonici.
A restituire importanza al Palazzo ci pensa l’atrio dotato di uno scalone colonnato che conduce al cortiletto sopraelevato.
Ai due lati due busti marmorei in nicchie e due medaglioni con lo stemma del casato.
Ma il vero protagonista è, posta al centro della scena, la statua di Scipione l’Africano.
Recita il cartilio:
Pvblius / Scipio / Africanus / Reipublicae Propvgnator.
Sul primo ballatoio si notano i resti di un ninfeo
Sotto allo scenografico scalone una lunga galleria porta invece all’altro corpo del Palazzo che si affaccia su via Gramsci. Curiosamente qui l’edificio cambia nome ed è censito come palazzo Cellario dove, durante lavori di restauro, nei primi anni duemila sono stati rinvenuti preziose decorazioni a fresco secentesche, opera di Paolo Brozzi, detto il Bolognese: un trionfo di armi, trofei, erme, cornucopie, conchiglie, elementi floreali e marini.
In copertina: statua di Scipione l’Africano. Foto dell’autore.
Da secoli la collina su cui sorge sovrastante il porto è stata abitata da marittimi e naviganti e da sempre è stata attraversata dal via vai di merci e viandanti.
Da Genova infatti percorrendo Salita degli Angeli nel quartiere di San Teodoro si oltrepassava il colle di San Benigno e si scendeva a mezza costa lungo il Belvedere fino a Certosa. Da lì si passava sulla sponda destra del Polcevera all’altezza di Fegino. A ponente poi si proseguiva fino al valico di Borzoli, a nord s’imboccava invece l’antica via consolare della Postumia, .
Via San Fermo si trova all’incirca a metà della salita all’inizio di questo secolare percorso.
Eppure il nome di via San Fermo è sconosciuto ai più. Su tratta di una creuza poco battuta che custodisce tuttavia una storia fatta di battaglie e di martiri.
Il toponimo rimanda a San Fermo, piccolo centro alle porte di Como, dove il 27 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi sconfissero le truppe austriache del generale Urban, dopo una battaglia aspra e sanguinosa combattuta nei campi di Vergosa. Tra i caduti, il capitano De Cristoforis.
La vittoria aprì a Garibaldi la strada per Como e diede al paese il nome di San Fermo della Battaglia. Ma San Fermo è anche un nome antico. È quello di un martire del 304, venerato a Verona, che secondo la tradizione subì arresto, torture e morte per decapitazione insieme al parente San Rustico.
Le loro reliquie, dopo un lungo e incerto viaggio attraverso il Mediterraneo, giunsero infine nella chiesa di San Fermo Maggiore. Un’eco di quel culto è giunta fino all’Appennino ligure, in Val Vobbia, dove una piccola cappella a Vallenzona continua a conservarne la memoria.
“Anche noi, come l’acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare”. Cit. Juan Baládan Gadea. (musicista e poeta nato in Uruguay nel 1842).
In Copertina: Via San Fermo. Foto di Antonio Corrado.
Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.
Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).
Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.
Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.
Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.
Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.
Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.
“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone? Forse quella che sola ti può dare una lezione Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie” Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27 Quando incasserai, delapiderai mezza pensione Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.
Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.
Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.
La figura del vecchio professore è una di queste: Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili. «De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio. Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana. Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.
Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.
La famiglia Paggi giunse a Genova da Chiavari attorno al 1150 e con la riforma degli Alberghi del 1528 confluì nei De Marini.
Sul finire del secolo scorso la zona è stata privatizzata con tanto di parcheggio sotterraneo e appunto chiusa al pubblico passaggio.
Qui restano malinconiche tracce di archi medievali e un calco di un capitello del III secolo. Durante gli scavi precedenti alla ricostruzione del palazzo bombardato durante la seconda guerra mondiale sono emersi alcuni ambienti, forse del I secolo, adibiti a mercato o macello.
Gli storici concordano nell’affermare che questa zona ebbe anche la funzione di sepolcreto e, attorno all’VIII secolo, venne adibita, vista la vicinanza ai moli portuali, ad abitazione.
Purtroppo, a differenza di quanto recentemente trovato sotto la Loggia di Banchi, in questo caso non si ha avuto cura di tracciarne testimonianza.
In Copertina: Vico chiuso Paggi ripreso da Piazza Cavour.
In epoca medievale la piazza e il vico delle Scuole Pie erano conosciuti con i nomi delle famiglie nobili che vi risiedevano: dapprima i Cicala, in seguito gli Squarciafico.
Proprio qui il Monte di Pietà organizzava le aste pubbliche dei beni non riscattati, conferendo al luogo un ruolo di rilievo nella vita economica e sociale della città.
Il vico collega l’omonima piazza con quella delle Cinque Lampadi. L’origine del toponimo è legata alla presenza nella piazza del collegio degli Scolopi, giunti da Savona nel 1623.
Sia nel vico che soprattutto nella piazza si notano elementi architettonici di pregio quali:
Al civ. n. 3 la Loggia dei Lasagna con arcate bicrome in marmo bianco e nero e colonne di origine romana reimpiegate, risalenti al XIII secolo.
Al civ. n. 7 portale in bozze di marmo del XVII secolo, di forte impronta monumentale caratterizzato da una testa di medusa al centro dell’arco.
Nell’atrio di Palazzo Cicala al civ. n. 10 colonne medievali in marmo, che testimoniano la continuità storica dello spazio. Il settecentesco edificio presenta un’elegante e scenografica facciata in stile rococò ed ospita l’hotel di lusso “La locanda di Palazzo Cicala.
Sul prospetto posteriore accessibile anche da Vico del Gesù piazza San Lorenzo n. 17 si conservano elementi medievali quali archetti a sesto acuto, pilastri e fregi. L’atrio è caratterizzato da ampie volte a vela rette da colonne doriche binate ed è impreziosito da uno scalone in marmo.
In Copertina: Vico delle Scuole Pie. Foto di Stefano Eloggi.
Vico del Gesù si apre tra via Canneto il Lungo e Largo G. Sanguineti, nel cuore del centro storico genovese.
Il suo nome affonda le radici in un’antica tradizione: un bassorilievo in marmo raffigurante il Nazareno, ancora oggi visibile murato sulla casa d’angolo tra il vicolo e via San Lorenzo, ha ispirato la toponomastica del luogo. Un piccolo angolo di Genova dove la pietra è testimone della devozione del tempo che fu.