Vico chiuso della Rana

Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).

Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.

Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.

Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.

In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.

Scipione l’Africano in via del Campo

In via del Campo n. 10 si trova palazzo Bartolomeo Invrea, noto anche come palazzo Cybo dal nome dei precedenti proprietari.

Pur essendo un edificio di pregio non presenta un portale monumentale ma una semplice sottile cornice marmorea con una minuscola maschera demoniaca alla sommità dell’arco.

Il portone di Palazzo Bartolomeo Invrea. Foto dell’autore.

Il prospetto è arricchito da elementi decorativi dipinti a fresco con eleganti motivi architettonici.

A restituire importanza al Palazzo ci pensa l’atrio dotato di uno scalone colonnato che conduce al cortiletto sopraelevato.

Ai due lati due busti marmorei in nicchie e due medaglioni con lo stemma del casato.

Ma il vero protagonista è, posta al centro della scena, la statua di Scipione l’Africano.

Recita il cartilio:

Pvblius / Scipio / Africanus / Reipublicae Propvgnator.

Sul primo ballatoio si notano i resti di un ninfeo

Sotto allo scenografico scalone una lunga galleria porta invece all’altro corpo del Palazzo che si affaccia su via Gramsci. Curiosamente qui l’edificio cambia nome ed è censito come palazzo Cellario dove, durante lavori di restauro, nei primi anni duemila sono stati rinvenuti preziose decorazioni a fresco secentesche, opera di Paolo Brozzi, detto il Bolognese: un trionfo di armi, trofei, erme, cornucopie, conchiglie, elementi floreali e marini.

In copertina: statua di Scipione l’Africano. Foto dell’autore.

Via San Fermo

Da secoli la collina su cui sorge sovrastante il porto è stata abitata da marittimi e naviganti e da sempre è stata attraversata dal via vai di merci e viandanti.

Da Genova infatti percorrendo Salita degli Angeli nel quartiere di San Teodoro si oltrepassava il colle di San Benigno e si scendeva a mezza costa lungo il Belvedere fino a Certosa. Da lì si passava sulla sponda destra del Polcevera all’altezza di Fegino. A ponente poi si proseguiva fino al valico di Borzoli, a nord s’imboccava invece l’antica via consolare della Postumia, .

Via San Fermo si trova all’incirca a metà della salita all’inizio di questo secolare percorso.

Eppure il nome di via San Fermo è sconosciuto ai più. Su tratta di una creuza poco battuta che custodisce tuttavia una storia fatta di battaglie e di martiri.

Il toponimo rimanda a San Fermo, piccolo centro alle porte di Como, dove il 27 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi sconfissero le truppe austriache del generale Urban, dopo una battaglia aspra e sanguinosa combattuta nei campi di Vergosa. Tra i caduti, il capitano De Cristoforis.

La vittoria aprì a Garibaldi la strada per Como e diede al paese il nome di San Fermo della Battaglia.
Ma San Fermo è anche un nome antico. È quello di un martire del 304, venerato a Verona, che secondo la tradizione subì arresto, torture e morte per decapitazione insieme al parente San Rustico.

Le loro reliquie, dopo un lungo e incerto viaggio attraverso il Mediterraneo, giunsero infine nella chiesa di San Fermo Maggiore. Un’eco di quel culto è giunta fino all’Appennino ligure, in Val Vobbia, dove una piccola cappella a Vallenzona continua a conservarne la memoria.

“Anche noi, come l’acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare”. Cit. Juan Baládan Gadea. (musicista e poeta nato in Uruguay nel 1842).

In Copertina: Via San Fermo. Foto di Antonio Corrado.

Via del Molo

Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.

Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).

Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.

Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.

Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.

Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.

Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.

In copertina: Via del Molo. Foto di Leti Gagge.

Il professore della città vecchia

“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone?
Forse quella che sola ti può dare una lezione
Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie”
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie
Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte
Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27
Quando incasserai, delapiderai mezza pensione
Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.

Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.

Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.

La figura del vecchio professore è una di queste:
Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili.
«De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio.
Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana.
Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.

Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.

In copertina: Via del Campo 5. Foto dell’autore.

Vico chiuso Paggi

Dietro Piazza Cavour si trova Vico chiuso Paggi sul quale si staglia confinante con l’omonimo vicolo il Palazzo detto dei Mattoni Rossi.

La famiglia Paggi giunse a Genova da Chiavari attorno al 1150 e con la riforma degli Alberghi del 1528 confluì nei De Marini.

Sul finire del secolo scorso la zona è stata privatizzata con tanto di parcheggio sotterraneo e appunto chiusa al pubblico passaggio.

Qui restano malinconiche tracce di archi medievali e un calco di un capitello del III secolo. Durante gli scavi precedenti alla ricostruzione del palazzo bombardato durante la seconda guerra mondiale sono emersi alcuni ambienti, forse del I secolo, adibiti a mercato o macello.

Gli storici concordano nell’affermare che questa zona ebbe anche la funzione di sepolcreto e, attorno all’VIII secolo, venne adibita, vista la vicinanza ai moli portuali, ad abitazione.

Purtroppo, a differenza di quanto recentemente trovato sotto la Loggia di Banchi, in questo caso non si ha avuto cura di tracciarne testimonianza.

In Copertina: Vico chiuso Paggi ripreso da Piazza Cavour.

Vico delle Scuole Pie


In epoca medievale la piazza e il vico delle Scuole Pie erano conosciuti con i nomi delle famiglie nobili che vi risiedevano: dapprima i Cicala, in seguito gli Squarciafico.

Proprio qui il Monte di Pietà organizzava le aste pubbliche dei beni non riscattati, conferendo al luogo un ruolo di rilievo nella vita economica e sociale della città.

Il vico collega l’omonima piazza con quella delle Cinque Lampadi.
L’origine del toponimo è legata alla presenza nella piazza del collegio degli Scolopi, giunti da Savona nel 1623.

Sia nel vico che soprattutto nella piazza si notano elementi architettonici di pregio quali:

Al civ. n. 3 la Loggia dei Lasagna con arcate bicrome in marmo bianco e nero e colonne di origine romana reimpiegate, risalenti al XIII secolo.

Al civ. n. 7 portale in bozze di marmo del XVII secolo, di forte impronta monumentale caratterizzato da una testa di medusa al centro dell’arco.

Nell’atrio di Palazzo Cicala al civ. n. 10 colonne medievali in marmo, che testimoniano la continuità storica dello spazio. Il settecentesco edificio presenta un’elegante e scenografica facciata in stile rococò ed ospita l’hotel di lusso “La locanda di Palazzo Cicala.

Sul prospetto posteriore accessibile anche da Vico del Gesù piazza San Lorenzo n. 17 si conservano elementi medievali quali archetti a sesto acuto, pilastri e fregi. L’atrio è caratterizzato da ampie volte a vela rette da colonne doriche binate ed è impreziosito da uno scalone in marmo.

In Copertina: Vico delle Scuole Pie. Foto di Stefano Eloggi.


Vico del Gesù

Vico del Gesù si apre tra via Canneto il Lungo e Largo G. Sanguineti, nel cuore del centro storico genovese.

Il suo nome affonda le radici in un’antica tradizione: un bassorilievo in marmo raffigurante il Nazareno, ancora oggi visibile murato sulla casa d’angolo tra il vicolo e via San Lorenzo, ha ispirato la toponomastica del luogo. Un piccolo angolo di Genova dove la pietra è testimone della devozione del tempo che fu.

In copertina: Vico del Gesù. Foto di Silva Silva.

Salita di Portafico

L’antico angusto caruggio denominato Putei de Ficu è tagliata a metà da un archivolto che corrisponde al civ. n. 11 di via XXV Aprile.

Da qui si accede quindi alla parte superiore dell’odierna Salita di Portafico che, durante la seconda guerra mondiale, è stata bombardata in maniera significativa.

Perse parecchie testimonianze del passato resta solo una nicchia chiusa da una grata di ferro con al suo interno una statuetta di recente fattura della Madonna della Misericordia.

In Copertina: Salita di Portafico. Foto di Antonio Corrado.

Via alla Porta degli Archi

La via deve il nome all’omonina porta che fino al 1897 era qui collocata prima della costruzione del Ponte Monumentale.

Sullo sfondo si riconoscono le tradizionali fasce bicrome che caratterizzano la facciata della chiesa di Santo Stefano.

La strada seguiva l’antico tracciato di epoca romana che conduceva alla piana del Bisagno seguendo che oggi è Via San Vincenzo

In Copertina: Via alla Porta degli Archi. Foto di.Elena Nikiorova