Dai passi veloci di De Ferrari alla penombra dei caruggi: lo stretto corridoio di pietra dove rimbombano ancora l’eco dei passi e delle voci degli ammiragli.
Un attimo prima sei nel respiro largo di De Ferrari, quello dopo ti sei già buttato nei caruggi. Vico San Matteo ti inghiotte subito, fessura scura e netta tagliata tra la luce della piazza e il silenzio quasi millenario dei Doria.
Basta girare l’angolo e la città fuori scompare. L’aria si fa fredda all’improvviso, impregnata di quel classico odore di refrescumme e ardesia che nei vicoli antichi non se ne va mai. Un tempo questo non era un passaggio qualunque, ma il corridoio d’accesso al cuore della casata: stretto, sorvegliato dall’alto, fatto apposta per dominare e tenere d’occhio chiunque mettesse piede nel quartiere.
Se ti fermi a metà strada e appoggi la mano sui muri bicolori, la storia smette di essere un libro: sotto le campate sembra quasi di sentire il selciato restituire i passi di ieri. Quelli pesanti di Oberto e Corrado che qui tirarono su i primi grandi palazzi, l’eco ritmata e fiera delle vittorie di Lamba, Luciano e Pagano, il condottiero della Sapienza. E anche se il grande Ammiraglio Andrea in questo quartiere non ci abitò mai — scegliendo per sé la grandiosa reggia fuori mura a Fassolo —, è proprio qui, nel cuore politico e simbolico della casata, che la sua ombra continua a dirigere il gioco.
Sui portali l’immagine di San Giorgio, privilegio di pochi, segna ancora il vecchio confine. Il cielo, lassù in cima, resta una striscia stretta tra i tetti. E i tuoi passi che rimbalzano tra le pareti ti ricordano una cosa sola: che questa resta, prima di tutto, una città di mare e di difesa.
In Copertina: Vico di San Matteo. Foto di Giovanni Cogorno.
Sul portone di via San Bernardo 8r c’è un sovrapporta scolpito nella tipica pietra nera genovese, la pietra di Promontorio, estratta dalle cave di San Benigno.
Il rilievo risale al Quattrocento ed è opera dei maestri caronesi, scultori giunti da Carona — sul Lago di Lugano — che hanno firmato molti dei portali più significativi della città. La scena raffigura quattro guerrieri in armatura messi a guardia dell’ingresso, con due piccoli alberi scolpiti sullo sfondo.
Al centro della composizione c’è uno stemma, ma la pietra è completamente liscia. Nel 1797, con i decreti giacobini, venne ordinato di cancellare le insegne nobiliari dai palazzi: qualcuno è salito su una scala e ha scalpellato via il blasone di famiglia, lasciando la superficie abrasa.
All’epoca via San Bernardo era un’arteria fondamentale per la vita cittadina, dominata dai grandi palazzi dei casati più potenti della zona, come i Sauli, i Giustiniani o i De Franchi. Il rilievo serviva a mostrare il prestigio di chi abitava all’interno; proprio a causa di quel blasone raschiato oggi non abbiamo la certezza di quale di queste famiglie ne fosse proprietaria, ma i quattro guerrieri dei maestri lombardi continuano a fare la guardia al loro ingresso.
Un passaggio stretto e quasi nascosto. Oggi i suoi muri appaiono feriti dal degrado e segnati dalle scritte dei graffiti, ma a Genova ogni pietra — anche la più trascurata — ha una storia da raccontare. Chi erano dunque Piuma?
Spulciando i vecchi archivi della Repubblica emerge il ritratto di una caparbia famiglia borghese, capace di scalare la società fino a conquistare il titolo di marchesi.
Molto prima delle sfarzose ville ottocentesche — come quelle di Coronata e Cesino —, i Piuma avevano le mani sporche di lavoro e di affari nel cuore pulsante della città: commercio marittimo e manifattura. Man mano che i guadagni crescevano, li reinvestivano nel “mattone” strategico: magazzini, botteghe e palazzi proprio qui a Prè, a ridosso delle banchine. Da mercanti si trasformarono così in grandi proprietari immobiliari e finanziatori della Superba.
Così, oltre la vernice spray dei nostri giorni, quel piccolo vicolo smette di essere un angolo degradato e torna a essere una traccia viva di memoria: ci ricorda che, prima dei grandi fasti nobiliari, c’era una famiglia la cui fortuna è nata proprio tra l’odore del mare e la pietra dei caruggi.
A Genova può bastare un portone qualunque per ritrovarsi davanti a qualcosa che non ti aspetti. È quello che accade in via Canneto il Lungo, dove Palazzo Cicala, poi Donghi, al civico 17, custodisce una storia davvero singolare. Sull’architrave è incisa una frase che certifica una dichiarazione d’intenti: “Mora non Requies”, “nessun indugio, nessun riposo”.
Un motto che ben si addice a una famiglia di mercanti, abituati a viaggiare, trattare e soprattutto a non lasciarsi sfuggire le occasioni: negli affari, chi aspetta troppo rischia di arrivare tardi. Sul portale campeggia lo stemma nobiliare del casato. All’interno, l’atmosfera cambia: colonne doriche e soffitti a volta fanno da cornice a un primo cancello in ferro battuto. Accanto allo scalone, una seconda inferriata, più imponente, protegge il vero protagonista: un ninfeo. Qui la pietra sembra prendere vita; conchiglie, rocce, stalattiti e stalagmiti rivestono la grotta artificiale, mentre alla base spicca una grande vasca marmorea. Sull’arco, infine, un mosaico riunisce due animali araldici, uno stemma coronato e un enigmatico mascherone. A Genova le meraviglie non hanno bisogno di mettersi in mostra: basta sapere dove cercarle. E questo ninfeo, nascosto dietro un anonimo portone dei caruggi, è uno di quei tesori che la città riserva a chi ha la curiosità di scoprirli.
L’8 settembre, a Genova, i caruggi di Pré hanno un appuntamento con una tradizione antica. È il giorno della Natività di Maria e, come vuole una consuetudine che si rinnova da generazioni, la piccola Maria Bambina esce dalla sua cappella nella chiesa di San Sisto, in Via Pré.
E San Sisto porta con sé anche una pagina della grande storia di Genova. Secondo la tradizione infatti, la chiesa sarebbe stata eretta con parte del bottino come voto per la vittoria ottenuta dalla flotta genovese contro i Pisani nella battaglia della Meloria del 6 agosto 1284, uno degli scontri decisivi della secolare rivalità tra le due gloriose Repubbliche marinare.
La chiesa di San Sisto. Foto di Anna Armenise.
La statua, custodita nella piccola cappella a lei dedicata, viene deposta nella sua urna e portata in processione tra i vicoli del quartiere. Si parte dalla vicina San Giovanni di Pré, accompagnati dai fedeli e dalle note della banda, per arrivare fino a San Sisto. Per qualche ora, tra i palazzi e i caruggi, Pré ritrova così un volto antico: quello delle feste di quartiere, della devozione popolare e di una Genova che sa ancora custodire le proprie tradizioni. Poi il vivace corteo continua nel quartiere, tra incontri, sorrisi e quel senso di comunità che, per un giorno, restituisce ai caruggi di Pré un’atmosfera d’altri tempi.
Perché certi rituali non appartengono soltanto alla storia: finché qualcuno li porta ancora in processione, continuano a vivere.
In copertina: sopra l’altare si nota la teca contenente la statua della Madonna Bambina. Foto di Anna Armenise.
A pochi passi da via Luccoli, nel cuore della Maddalena, c’è un piccolo slargo dedicato a Bartolomeo Chighizola (1826-1898). Un nome che oggi dice poco ai più, ma dietro il quale si nasconde una vita degna di essere raccontata. Patriota e combattente nella Prima guerra d’Indipendenza, nel 1849 Chighizola difese Genova durante i moti e perse un braccio.
Eppure quella ferita non lo fermò: negli anni successivi trasformò il suo impegno per la città in opere civili e benefiche, fino a fondare l’Asilo Infantile di Sturla. La piazzetta, intanto, viveva la sua stagione più elegante. Per tutto l’Ottocento era un piccolo crocevia della vita cittadina, stretto fra le botteghe di Luccoli e Soziglia, dove il commercio incontrava il passeggio e la Genova dei caruggi mostrava il suo volto più vivace. Dal 1875 al 1989, per oltre un secolo, qui ebbe sede anche la celebre Ditta Odone, specializzata in tessuti e biancheria, che avrebbe poi trasferito la propria attività ad Albaro. Oggi rimane uno slargo quasi nascosto, facile da attraversare senza farci caso. Ma basta fermarsi un momento per scoprire che, a Genova, anche una piazzetta può custodire un pezzo di città.
In copertina: piazzetta Chighizola. Foto di Giovanni Cogorno.
Il toponimo deriva dal fatto che anticamente, prima che vi si insediassero nel XIII sec. gli Spinola, la zona era occupata da un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri.
La piazza è dominata dal palazzo De Mari poi Serra inserito negli elenchi dei Rolli, il sistema di ospitaggio genovese.
L’edicola votiva a trompe l’oeil.
Sulla targa di intitolazione del luogo, si nota una pregevole rappresentazione a trompe l’oeil della Madonna con in braccio il Bambino realizzata direttamente sul prospetto principale.
La caratteristica struttura metallica che ospitava un’edicola di giornali è stata rimossa, su richiesta dei negozianti, nel 2014.
In copertina: Piazza Luccoli. Foto di Anna Vargioni.
Il nome “Cera” deriva con ogni probabilità dalla presenza, in epoca medievale, di magazzini, botteghe e laboratori di ceraioli. Situata nell’area dell’antico angiporto, la strada occupava una posizione strategica per il commercio e lo stoccaggio della cera, una risorsa preziosa e indispensabile nella vita quotidiana del tempo.
Utilizzata per la produzione delle candele che illuminavano case, chiese e spazi pubblici, la cera rappresentava una merce di grande valore, tanto da lasciare un’impronta duratura a distanza di secoli nella toponomastica del luogo.
Il piccolo slargo deve il nome al fatto che qui abitò il primo Doge Simone Boccanegra eletto nel 1339 a seguito dell’insurrezione ghibellina.Castello Boccanegra
A certificane memoria la lapide affissa sulla casa natale. La piccola piazza ricalca lo schema della piazza medievale genovese caratterizzata, a quel tempo, dalla dimora principale, quelle delle consorterie e delle logge.
L’attiguo omonimo vicolo è impreziosito da una monumentale edicola barocca che rappresenta la Madonna col Bambino attorniata da membri devoti della famiglia Brignole che prestano il loro volto a Sant’Antonio e Santa Caterina d’Alessandria.
Nascosto tra i vicoli più autentici del centro storico di Genova, il Passo delle Murette è uno di quei luoghi che sembrano sottratti al tempo. Si trova tra Piazza Sarzano e Ravecca e si raggiunge percorrendo via E. Ravasco sul ponte che collega il colle di Carignano all’antico quartiere medievale. Qui, quasi all’improvviso, si apre un suggestivo passaggio che corre accanto alle possenti Mura del Barbarossa, erette nel 1155 per difendere la Dominante – a quel tempo la Superba si chiamava cosi – dall’imperatore Federico I. Il nome del luogo deriva proprio da questo antico camminamento di ronda, che si snoda tra pietra, mattoni secolari e scorci inattesi, regalando un’atmosfera rara anche per una città ricca di storia come Genova. A pochi passi si trovano gli antichi lavatoi di Salita di Coccagna, testimonianza silenziosa della faticosa vita quotidiana di un tempo. Passeggiare in questa zona significa immergersi nel cuore più autentico dei caruggi genovesi, tra archi, muri consumati dai secoli e facciate dai colori caldi. Sebbene gran parte dell’originario percorso sulle mura sia oggi chiuso al pubblico e nascosto dietro cancellate private, il fascino del luogo resta intatto. Attraversando il vicino Vico Sotto le Murette si può ancora percepire il legame profondo tra la città e le sue antiche fortificazioni, in un angolo poco conosciuto ma capace di raccontare quasi novecento anni di storia.
In copertina: “Camminamento sulle Murette nel tratto sopra il portello di Salita della Fava Greca.” Foto di Andrea Robbiano.