Una testa di cavallo dentro ad un portone di via Luccoli?

​Al civico 30 di Via Luccoli basta varcare la soglia per trovarsi in un atrio suggestivo, scandito da antiche colonne in pietra. Ma la vera sorpresa attende nel piccolo cortile interno: un ninfeo a grotta custodito da una testa di cavallo.

Non so voi, ma a me a quando penso ad una testa di cavallo, viene subito in mente la celebre battuta pronunciata da Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone nel film Il Padrino del 1972 diretto da Francis Ford Coppola:

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”.

​Non è un semplice elemento decorativo: nella tradizione classica il cavallo è da sempre legato alle fonti d’acqua. Il pensiero va subito al mito di Pegaso, il cavallo alato che fece scaturire una sorgente colpendo la roccia con un solo colpo di zoccolo.

​Ridisegnata nell’Ottocento, questa scenografica nicchia serviva a stupire gli ospiti e a rinfrescare l’ambiente, trasformando l’atrio in un angolo di pace.

Via San Bernardo 8r: i quattro guerrieri senza volto

Sul portone di via San Bernardo 8r c’è un sovrapporta scolpito nella tipica pietra nera genovese, la pietra di Promontorio, estratta dalle cave di San Benigno.

​Il rilievo risale al Quattrocento ed è opera dei maestri caronesi, scultori giunti da Carona — sul Lago di Lugano — che hanno firmato molti dei portali più significativi della città. La scena raffigura quattro guerrieri in armatura messi a guardia dell’ingresso, con due piccoli alberi scolpiti sullo sfondo.

​Al centro della composizione c’è uno stemma, ma la pietra è completamente liscia. Nel 1797, con i decreti giacobini, venne ordinato di cancellare le insegne nobiliari dai palazzi: qualcuno è salito su una scala e ha scalpellato via il blasone di famiglia, lasciando la superficie abrasa.

All’epoca via San Bernardo era un’arteria fondamentale per la vita cittadina, dominata dai grandi palazzi dei casati più potenti della zona, come i Sauli, i Giustiniani o i De Franchi. Il rilievo serviva a mostrare il prestigio di chi abitava all’interno; proprio a causa di quel blasone raschiato oggi non abbiamo la certezza di quale di queste famiglie ne fosse proprietaria, ma i quattro guerrieri dei maestri lombardi continuano a fare la guardia al loro ingresso.

In copertina: Foto di Anna Armenise.

Il tesoro nascosto in Via Canneto il Lungo n.17

A Genova può bastare un portone qualunque per ritrovarsi davanti a qualcosa che non ti aspetti. È quello che accade in via Canneto il Lungo, dove Palazzo Cicala, poi Donghi, al civico 17, custodisce una storia davvero singolare.
Sull’architrave è incisa una frase che certifica una dichiarazione d’intenti: “Mora non Requies”, “nessun indugio, nessun riposo”.

Un motto che ben si addice a una famiglia di mercanti, abituati a viaggiare, trattare e soprattutto a non lasciarsi sfuggire le occasioni: negli affari, chi aspetta troppo rischia di arrivare tardi. Sul portale campeggia lo stemma nobiliare del casato.
All’interno, l’atmosfera cambia:
colonne doriche e soffitti a volta fanno da cornice a un primo cancello in ferro battuto. Accanto allo scalone, una seconda inferriata, più imponente, protegge il vero protagonista: un ninfeo.
Qui la pietra sembra prendere vita; conchiglie, rocce, stalattiti e stalagmiti rivestono la grotta artificiale, mentre alla base spicca una grande vasca marmorea.
Sull’arco, infine, un mosaico riunisce due animali araldici, uno stemma coronato e un enigmatico mascherone.
A Genova le meraviglie non hanno bisogno di mettersi in mostra: basta sapere dove cercarle. E questo ninfeo, nascosto dietro un anonimo portone dei caruggi, è uno di quei tesori che la città riserva a chi ha la curiosità di scoprirli.

Edicola via delle Vigne angolo vico Mallone.

All’angolo tra Via delle Vigne e Vico Mallone, nei pressi di Piazza della Posta Vecchia, si trova una piccola edicola votiva risalente al XVIII secolo.

In origine la nicchia custodiva una statua marmorea di San Domenico, oggi sostituita da una piccola scultura moderna che sembra rappresentare un membro incappucciato delle Casacce, le Confraternite religiose assai diffuse in città a partire dal XIII sec.
La struttura è caratterizzata da una nicchia decorata da una doppia conchiglia, affiancata da lesene e raccordata inferiormente da eleganti volute. La composizione è conclusa da una trabeazione curva sormontata da un classico fastigio. Il basamento, sporgente e scanalato, presenta al centro un grande cherubino alato che ne arricchisce l’apparato ornamentale.

In Copertina: edicola votiva tra via delle Vigne e vico Mallone. Foto di Alfonso Bonifacio.

In Salita Santa Caterina n. 4

Al civico n. 4 di Salita Santa Caterina si trova palazzo Gio. Batta Spinola.

Questa l’intitolazione più conosciuta ma l’edificio è noto anche con il nome di Agostino Airolo, Costa, Doria e infine Franzoni e Tedeschi.

Il Palazzo fu costruito attorno al 1580 dagli eredi dello Spinola ma a partire dal 1798 fu restaurato e rinnovato in periodi diversi. Furono sostituiti il portale, aggiunte le ringhiere alle finestre e ripristinate le originarie decorazioni a stucco attribuite al Cambiaso.

Il nimfeo con protagonista il Satiro. Foto dell’autore.

L’assai sobrio portone si presenta squadrato e ornato sull’architrave da riccioli e volute e da una ghirlanda di frutti e fiori con al centro il trigramna di Cristo.

Varcata la soglia si percorre l’atrio con scala loggiata con colonne doriche.

Primo piano del Ninfeo. Foto dell’autore.

Sullo sfondo, protetto da un cancello, il protagonista della scena: un ninfeo a grotta con un ghignante satiro.

In copertina: il portone di Salita Santa Caterina n. 4. Foto dell’autore.

Sbirciando dentro ad un portone.

Bisogna sempre sbirciare dentro ai portoni dei palazzi genovesi. Spesso custodiscono scrigni di sorprendente bellezza. È questo il caso ad esempio del portale di salita Santa Caterina n. 3 dove si trova il palazzo di Tommaso Spinola, noto anche, dal nome dei successivi proprietari, come Spinola Pallavicino e Pessagno.

Fu edificato nel XVI sec. dal celebre architetto Giovan Battista Castello detto il Bergamasco che avrebbe utilizzato come modello un disegno di Raffaello.

La dimora storica venne iscritta nel 1664 nel terzo bussolo (quello meno prestigioso) del sistema dei Rolli, come idonea ad ospitare nobili e personaggi di basso rango. Fa tuttavia parte dei 42 palazzi dichiarati patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 2006.

Il portale, attribuito ai maestri Giacomo Ponzello e Pompeo Bianchi, si presenta con paraste rastremate con erme femminili vestite di rigide corazze.

Al centro dell’architrave domina una maschera femminile fra due triglifi a mensola. Il timpano curvo spezzato invece converge in due scenografiche spirali che ornano lo stemma nobiliare.

Poco visibili dal piano strada invece gli ultimi due piani in facciata e l’ammezzato sottotetto che sono arricchiti da decorazioni a stucco di Andrea da Corona. Gli interni sono impreziositi da affreschi di Andrea Semino nel salone nobile e di Luca Cambiaso in un salotto attiguo.

Andromeda ignuda. Opera attribuita ad Ottavio Semino. Foto dell’autore.

Il committente di tale sfarzo fu Luca Negrone, il secondo proprietario, che rinnovò lo stile del suo edificio sui modelli dei lussuosi palazzi Imperiale di Campetto e Lomellini di via Garibaldi 7 realizzati anch’essi dal Bergamasco.

Andromeda attende Perseo liberatore.

Ed ecco dunque scene favolose dove si susseguono personaggi fantastici, maschere mostruose, erme a armate e divinità varie, figure che uniscono zampe artigliate, code di pesce, ali di uccello e volti femminili, con evidenti riferimenti magici e alchemici ispirati dall’ermetismo rinascimentale.

Tuttavia sbirciando dal portone si nota l’atrio chiuso da vetrate dove sono visibili alcuni affreschi sulle volte e sulla rampa dello scalone.

L’atrio con l’accesso protetto da vetrate. Foto dell’autore.

Nell’atrio in particolare è visibile l’affresco con Andromeda ignuda legata alla rupe mentre nella volta sopra l’ingresso della scala, Andromeda che accoglie Perseo liberatore. Secondo altri esperti invece la donna legata alla rupe anziché Andromeda sarebbe Angelica raffigurata nella volta mentre attende Ruggiero liberatore.

In copertina: il portone di palazzo Tommaso Spinola in salita Santa Caterina n. 3. Foto dell’autore.

La Madonna della Mela

All’interno del Museo di S. Agostino, tra le tante prestigiose opere degne di menzione, ne segnalo una poco nota ma non meno affascinante.

Si tratta della Madonna col Bambino detta, per via del frutto che regge in mano, Madonna della mela.

Tra intimi sorrisi e sguardi inespressivi l’immagine è caratterizzata dalla rotonda morbidezza dei volti.

In anticipo di quasi 700 anni, mi si permetta l’ardito collegamento, sulle celeberrime rubiconde figure di Botero.

I volti arrotondati e imperturbabili, i corpi con volumi dilatati venivano infatti cosi dipinti dal pittore colombiano per conferire ai soggetti un aspetto sereno, compiuto e monumentale.


La scultura, realizzata in marmo bianco apuano, è opera dello scalpellino Campionese detto Maestro di Giano attivo a Genova all’inizio del XIV° sec.

Scipione l’Africano in via del Campo

In via del Campo n. 10 si trova palazzo Bartolomeo Invrea, noto anche come palazzo Cybo dal nome dei precedenti proprietari.

Pur essendo un edificio di pregio non presenta un portale monumentale ma una semplice sottile cornice marmorea con una minuscola maschera demoniaca alla sommità dell’arco.

Il portone di Palazzo Bartolomeo Invrea. Foto dell’autore.

Il prospetto è arricchito da elementi decorativi dipinti a fresco con eleganti motivi architettonici.

A restituire importanza al Palazzo ci pensa l’atrio dotato di uno scalone colonnato che conduce al cortiletto sopraelevato.

Ai due lati due busti marmorei in nicchie e due medaglioni con lo stemma del casato.

Ma il vero protagonista è, posta al centro della scena, la statua di Scipione l’Africano.

Recita il cartilio:

Pvblius / Scipio / Africanus / Reipublicae Propvgnator.

Sul primo ballatoio si notano i resti di un ninfeo

Sotto allo scenografico scalone una lunga galleria porta invece all’altro corpo del Palazzo che si affaccia su via Gramsci. Curiosamente qui l’edificio cambia nome ed è censito come palazzo Cellario dove, durante lavori di restauro, nei primi anni duemila sono stati rinvenuti preziose decorazioni a fresco secentesche, opera di Paolo Brozzi, detto il Bolognese: un trionfo di armi, trofei, erme, cornucopie, conchiglie, elementi floreali e marini.

In copertina: statua di Scipione l’Africano. Foto dell’autore.

La lapide di Barrili

All’angolo con via ai Quattro Canti di San Francesco, proprio all’imbocco di via Garibaldi, è affissa una lapide marmorea con tanto di sporgente busto dedicato ad Anton Giulio Barrili.

Costui oltre che essere un garibaldino e politico fu uno scrittore e giornalista fondatore del Caffaro, un quotidiano assai in voga a quel tempo.

Difficile leggere il testo celebratorio a corredo della tavella.

Per ammirare tale scultura bisogna infatti alzare parecchio lo sguardo e solo così si potranno notare una lira e una spada appoggiati sopra un fascio littorio.

La scultura venne realizzata nel 1910 da Vittorio Lavezzari, allievo dello Scanzi e futuro professore dell’Accademia ligustica di Belle Arti, uno dei principali innovatori dello stile liberty.

In Copertina: la lapide di Anton Giulio Barrili.

Volto di Vergine Sotto le Murette

Sarzano costituisce il nucleo più antico dell’abitato del centro storico genovese.

Qui testimonianze di remote vestigia medievali sono visibili un po’ ovunque.

Fa strano quindi incontrare in vico Sotto le Murette una Madonnina di recente fattura.

Percorrendo infatti le Murette, le mura risalenti all’epoca del Barbarossa, sulla sinistra al centro di una finestrella chiusa da una grata, compare una testa della Vergine, a dire il vero un po’ inquietante, realizzata negli anni 90′ del secolo scorso.

In Coperina: la Madonna in Vico Sotto le Murette.