Ci vediamo a De Ferrari?

dove la città si ritrova e riparte.

Per quelli della mia generazione “Ci vediamo a Deffe” era una certezza, un luogo a tutti noto e inconfondibile. Eppure non è stato sempre così infatti la piazza per eccellenza dei genovesi come la vediamo noi oggi è frutto di una geniale visione a cavallo fra Otto e Novecento. Il punto di incontro tra il glorioso passato della Repubblica marinara con il suo labirintico centro storico e la città del futuro- per quei tempi moderna- che stava sorgendo con l’edificazione dell’elegante via XX Settembre.

Come era Piazza De Ferrari prima che iniziassero i lavori. La foto è datata tra il 1893 e il 1896 perchè si riconosce il ristorante Labò aperto nel 1892 e si intuisce la delimitazione sulla sinistra del monumento a Garibaldi del 1893. La didascalia originale della cartolina recita piazzza San Domenico ma è errata poichè la piazza mutò nome nel 1875.

Piazza De Ferrari è il cuore pulsante di Genova, uno spazio in cui storia, vita quotidiana e identità cittadina si intrecciano. Da sempre teatro di incontri, celebrazioni e momenti collettivi, dai festeggiamenti calcistici alle grandi manifestazioni, la piazza rappresenta il simbolo più riconoscibile della città.
In origine era un modesto slargo, piazza San Domenico, dominato dall’omonima chiesa centro del potere domenicano in città, poi demolita nell’Ottocento per lasciare spazio al Teatro Carlo Felice.


Teatro Carlo Felice con il suo elegante pronao sormontato dall’ottocentesca statua del Genio dell’Armonia di Giuseppe Gaggini. In primo piano la statua equestre di Garibaldi. Foto di Stefano Eloggi.

Con i grandi interventi urbanistici successivi al Congresso di Vienna (1814/15), che sancì il passaggio della Repubblica Ligure al Regno di Sardegna, la zona venne completamente ridisegnata, con lo sbancamento addirittura del colle di S. Andrea, trasformandosi in un moderno snodo urbano e culturale.
Tra Ottocento e Novecento la piazza si amplia, si definisce e assume la propria identità: nascono arterie fondamentali come Via XX Settembre e sorgono edifici monumentali come il Palazzo della Nuova Borsa che, progettata in stile eclettico da Dario Carbone, è stata attiva fino al 1996.

Palazzo della Nuova Borsa chen nel 1912 prese il posto di quella storica della Loggia di Banchi. Foto di Stefano Eloggi.

Nel 1936 viene aggiunta la grande fontana centrale, donata dal banchiere Piaggio e progettata dll’architetto Crosa Vergagni, destinata a diventare il suo emblema visivo e uno dei simboli della città.
La Seconda guerra mondiale segna una frattura profonda: il teatro progettato da Carlo Barabino viene quasi distrutto e la piazza è teatro degli scontri della Liberazione del 1945, episodio unico per la resa delle truppe tedesche ai partigiani, e di quelli del 1960 per impedire il congresso nazionale del Movimento Sociale in città.

Il Palazzo del Credito Italiano edificato nel 1914 dall’Ing Giuseppe Tallero. Foto di Stefano Eloggi.

Nel dopoguerra continua a essere luogo di partecipazione civile, fino ai fatti legati al G8 di Genova. I restauri tra anni ’90 e Duemila ne restituiscono eleganza e centralità, con ampie aree pedonali e una rinnovata valorizzazione degli spazi.

A rendere unica la piazza è anche la straordinaria cornice architettonica. Il Palazzo Ducale, antica sede del potere oligarchico cittadino, oggi ospita mostre ed eventi culturali, mentre edifici storici come il Palazzo Doria De Fornari e il Palazzo Agostino Spinola (noto anche come Doria De Ferrari) raccontano la stagione delle grandi famiglie aristocratiche.

Sulla piazza si affaccia il prospetto laterale del Palazzo Ducale. Foto di Anna Armenise.

Quest’ultimo prima di essere acquistato dal Duca Raffaele De Ferrari a cui è intitolata la piazza, fu quartier generale del comandante francese Massena durante il drammatico assedio del 1800 e dimora genovese di Napoleone.

Palazzo Agostino Spinola. Foto di Robero Crisci.
La lapide che ricorda il generale nizzardo Massena comandante della piazza di Genova durante l’assedio austro inglese del 1800. Foto di Roberto Crisci.

Accanto a queste testimonianze del passato convivono edifici legati alla modernità della città. Il Palazzo del Credito Italiano, con la sua architettura solida ed elegante, richiama il ruolo finanziario della piazza nei primi del Novecento, mentre il Palazzo della Regione Liguria rappresenta, un tempo sede della Società di Navigazione Italia, oggi il centro amministrativo della regione.
Il Teatro Carlo Felice, con il suo maestoso pronao neoclassico, è il fulcro culturale della piazza: distrutto durante la guerra e ricostruito nel tardo Novecento, continua a essere uno dei principali teatri italiani.

Palazzo della Regione.

Di fronte si staglia la statua equestre di Giuseppe Garibaldi, opera di Augusto Rivalta, che imprime alla piazza un forte valore simbolico legato al Risorgimento.
Sul lato opposto, il Palazzo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti custodisce la tradizione culturale della città, mentre al centro la scenografica Fontana di Piazza De Ferrari, con i suoi giochi d’acqua, dona movimento e armonia all’intero spazio.

Sulla sinistra dietro la fontana l’accademia Ligustica di Belle Arti. Foto di Stefano Eloggi.
Palazzo Giulio Pallavicini. Dal 1899 al 1989 fu sede delquotidiano il Secolo XIX.
Palazzo Doria De Fornari.

“È il centro della città. Il punto zero delle carte. Da qui si misura quanto gli altri siano distanti da noi, nello stesso luogo ove si realizzano gli incontri quotidiani. Arrivare dalle più lontane valli, scendere dai mezzi o dalle nobili strade della Circonvallazione, o salire dai fascinosi caruggi e incontrarsi qui, vestiti da domenica, è un rito che si rinnova da sempre, e poi partire abbracciati verso angoli amici. Vede più baci De Ferrari della Stazione Principe.

Parlare di piazza De Ferrari a Genova è come cercare il centro di un cerchio giocando ai p. greco come nelle formule matematiche. Nelle distanze chilometriche con le grandi città è lo zero. Si comincia a contare da questo punto per accorgersi, che attorno, come onde del mare, si allarga il mondo.
Mentre per i genovesi è il centro indiscusso della mezza grande città che è Genova”.

Cit. Vito Elio Petrucci  (1923 –2002), poeta, giornalista e commediografo genovese.

In copertina: Piazza De Ferrari. Foto di Stefano Eloggi.

Genova nascosta: Santa Fede, l’eredità dei Templari

La Chiesa di Santa Fede, sita nell’omonina piazzetta, si affaccia su via delle Fontane.

È uno di quei luoghi in cui Genova sembra aver depositato, strato dopo strato, la propria memoria.
Le sue origini infatti affondano nel lontano XI secolo, forse sopra un’antica area paleocristiana.

La prima notizia storica scritta risale al 1142, in un documento in cui la Repubblica di Genova autorizzava un certo Ansaldo di Vacca a costruire delle abitazioni vicino alla chiesa.

Colonne marmoree e capitelli barocchi. Foto dell’autore.

Nel Medioevo la chiesa con annesso ospitale per pellegrini era un punto nevralgico del quartiere di Prè, tanto importante da dare il nome addirittura ad una porta cittadina, la porta -appunto- di Santa Fede, nota anche, per via della famiglia di cui sopra, come dei Vacca. Passò prima ai Cavalieri Templari e poi ai Cavalieri Ospitalieri gerosolimitani, gli stessi (futuri cavalieri di Malta) che già operavano nella vicina e più nota Commenda di Prè diventando per secoli un luogo carico di significato religioso e strategico.

Abside, colonne, capitelli e fregi barocchi. Foto dell’autore.

Nel 1673 cambiò ancora volto: venne ricostruita in stile barocco, più ampia e decorata, arricchita da opere d’arte realizzate da alcuni dei principali artisti a quel tempo in città (Galeotti, Benso, Guidobono e Gregorio De Ferrari e molti altri) e da una forte devozione popolare. Ma con l’età napoleonica iniziò un lento e inesorabile declino: soppressioni, trasformazioni urbane e perdita di centralità segnarono il suo destino.
Il colpo decisivo arrivò nel 1926, quando fu sconsacrata e ridotta a deposito di vini scivolando nell’abbandono.

Quel che restava dei suoi arredi venne trasferito nella nuova chiesa di Santa Fede in Corso Sardegna nel quartiere di San Fruttuoso. La giurisdizione sul suo territorio venne assegnata alla vicina S. Sisto.1

Ancora resti romanici. Foto dell’autore
Ancora resti di romanico posti in corrispondenza dell’attuale ingresso. Foto dell’autore.

Sembrava destinata a sparire, ma negli anni ’90 arrivò la svolta: i restauri riportarono alla luce le sue strutture più antiche, restituendole dignità e spazio nella città. Un muro e due absidi del primitivo edificio romanico.
Oggi, visitandola, il passato è letteralmente sotto i piedi: i reperti archeologici visibili sotto lastre di vetro mostrano le fondazioni e le tracce delle fasi più antiche, come un libro aperto sulla storia del luogo. Allo stesso tempo, i capitelli delle colonne raccontano un’altra storia ancora: scolpiti con motivi semplici ma espressivi, conservano il linguaggio severo del romanico, creando un affascinante contrasto con le trasformazioni successive.

Quel che resta del prospetto barocco Foto dell’autore

Oltre ai resti della chiesa medievale, è stato riportato alla luce anche il piccolo chiostro e restaurato il campanile ottocentesco.
Non è più una chiesa, ma vive una seconda vita come sede pubblica (ufficio anagrafe): un luogo che ha cambiato funzione, ma non anima. Un perfetto esempio di come Genova riesca a trasformare il proprio passato senza mai cancellarlo.

In copertina: quel che resta dell’abside barocca della chiesa di Santa Fede.

Il cane del generale… una storia di rispetto e umanità.

Tra i protagonisti di quei giorni decisivi ci fu anche Lilio Giannecchini, “Toscano”, vicecomandante della brigata Oreste della divisione Pinan Cichero. Uomo dal carattere schietto e deciso, come suggeriva il suo nome di battaglia scelto in onore della sua terra d’origine, fu tra coloro che vissero in prima linea uno dei momenti più delicati della fine della guerra.
Quando venne firmata la resa, il generale tedesco Günther Meinhold e il partigiano Toscano si trovarono faccia a faccia. In quell’istante sospeso tra la fine della violenza e l’inizio di qualcosa di nuovo, accadde qualcosa di inatteso, quasi disarmante nella sua semplicità.
Il generale disse:
“devo purtroppo uccidere il mio pastore tedesco perché non me lo posso portare a casa”.
Parole che, in mezzo alla distruzione e alla morte, rivelavano una fragilità profondamente umana. Il Toscano non esitò a rispondere:
“non si preoccupi, lo terrò io e lo terrò bene”.

L’articolo originale da cui ho tratto il mio breve racconto.

Meinhold accettò, ringraziando con formalità. Ma quel gesto, piccolo solo in apparenza, rimase inciso nella memoria di entrambi.
Anni dopo, con il pretesto di rivedere il cane, il generale tornò a Genova in abiti civili, accompagnato dalla famiglia. Cercò proprio quell’uomo che, pur vincitore, lo aveva trattato con rispetto. Quando lo incontrò, chiese dell’animale, poi lo abbracciò e disse:
“noi due siamo stati due uomini giusti”.
In quella frase c’era tutto: il riconoscimento reciproco, la consapevolezza di aver scelto la dignità invece della vendetta.
E non era retorica. In quei giorni i tedeschi, ormai accerchiati, avevano minacciato bombardamenti e stragi se non fosse stato loro consentito di lasciare la città armati. I partigiani rifiutarono con fermezza, ma evitarono azioni che potessero trasformare Genova in un inferno. Meinhold comprese che insistere avrebbe significato un massacro inutile, senza via d’uscita per i suoi uomini. Ordinò quindi la resa, ponendo una sola condizione: essere consegnato agli Alleati quando questi fossero arrivati in città.
Intanto, il 25 aprile, Toscano insieme al suo comandante Gino Tasso, detto “Tigre”, percorse le valli Scrivia e Polcevera fermandosi in ogni forno, chiedendo di triplicare la produzione di pane. Non per i vincitori, ma per i prigionieri.
In mezzo alla barbarie, gesti come quello del cane – e del pane – raccontano una verità più profonda: anche nella guerra più dura, c’è spazio per riconoscersi uomini.

Liberamente tratto dal racconto di Vito Cosola su Quattropagine, giornalino della Val Borbera, del 4 aprile 2025.

Ringrazio Nadia Tasso, figlia del Comandante Tigre, per avermi segnalato questa particolare testimonianza.

In copertina: immagine di fantasia creata con Gemini IA.

«Qui si suona a Parigi; così si suona in Paradiso!»

Innumerevoli sono gli aneddoti che circondano la figura leggendaria di Nicolò Paganini.

Dal presunto e fantasioso patto con il diavolo concepito per giustificare, a detta dei suoi invidiosi rivali, il suo smisurato talento, al celebre “Paganini non ripete”, pronunciato -si racconta- davanti al re d’Italia, gli episodi legati al grande violinista hanno contribuito a costruirne il mito.

Come quella volta nel 1831 quando, durante il suo trionfale soggiorno parigino, Paganini regalò al mondo una delle sue stoccate più memorabili. Si racconta che un violinista francese – impeccabile, elegante, perfettamente “accademico” – si esibisse davanti a lui con l’evidente speranza di strappare un elogio. Tecnica ineccepibile, certo, ma priva di quella scintilla capace di incendiare l’ascoltatore.
Al termine, con un sorriso sottile e letale, dopo aver improvvisato egli stesso alcuni virtuosismi, il Maestro pronunciò il suo verdetto:
«Qui si suona a Parigi; così si suona in Paradiso!»
Una frase che è insieme complimento e demolizione. Paganini tracciava una linea netta tra la perfezione terrestre, ordinata, studiata, impeccabile e quella dimensione superiore, quasi ultraterrena, dove la musica smette di essere esercizio e diventa folgorazione. E in quell’istante Parigi, pur capitale del violino, sembrò ridursi a semplice anticamera dell’eternità.

Eppure esiste una storia forse meno nota che riesce a raccontare il vero Paganini: l’uomo dietro il personaggio, capace di smentire la leggenda e di rivelare, dietro il genio, una sorprendente umanità.

Nel 1834 Niccolò Paganini commissionò al compositore francese Hector Berlioz un brano per valorizzare la sua nuova viola Stradivari acquistata un paio d’anni prima a Londra.

Si aspettava un concerto virtuosistico; ricevette invece “Harold en Italie”, una sinfonia con viola obbligata, più contemplativa che brillante.
Deluso, Paganini rifiutò l’opera:
«Io taccio troppo a lungo: bisogna che io suoni sempre.»
Ma nel 1838, riascoltandola, cambiò radicalmente giudizio. Colpito dalla sua forza poetica -ispirata a George Gordon Byron – riconobbe il genio di Berlioz e gli donò 20.000 franchi.
Da un’incomprensione nacque così uno dei capolavori del Romanticismo certificato da queste righe in cui Paganini, oltre ai soldi, riconosce al francese il suo stesso talento paragonandolo addirittura a Beethoven.

In Copertina: Lettera di Paganini a Hector Berlioz (Parigi, 16 febbraio 1838).

Giorgio Parodi tra cielo e moto..ri

Purtroppo dal momento della sua installazione il monumento ha subito diversi atti vandalici.

L’opera ha infatti suscitato aspre polemiche, in particolare da parte dell’Anpi, per la rappresentazione in divisa coloniale fascista.

Io ritengo invece che questo monumento omaggi un grande genovese fondatore di un marchio storico e che come tale vada rispettato a prescindere dalla propria fede e convinzione politica.

La statua realizzata dello scultore Ettore Gambioli raffigura Giorgio Parodi in piedi, appoggiato all’ala di un aereo, mentre legge un foglio trovato all’interno di un libro. Ogni dettaglio della rappresentazione è carico di valore simbolico e racconta una vita intensa, sospesa tra volo, servizio e impresa.
L’ala richiama la sua grande passione per l’aviazione: Parodi fu infatti tra i fondatori dell’Aeroclub genovese, istruttore di volo e aviatore sportivo di successo. L’uniforme militare sottolinea invece il suo lungo impegno nelle Forze Armate, iniziato nel 1916 come volontario nella Regia Marina e proseguito, dal 1929, nella Regia Aeronautica, senza interruzioni fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Pur non essendo un militare di carriera, rimase sempre “a disposizione”, incarnando uno spirito di servizio che lo accompagnò per ben 27 anni.
Sul bavero spiccano le stellette, simbolo dell’appartenenza militare e, più in profondità, dell’identità nazionale, legate allo “Stellone” d’Italia e tutt’oggi presenti nell’emblema della Repubblica. I sei nastrini sul taschino ricordano le sue decorazioni al valore, tra cui una per aver salvato i compagni nonostante una grave ferita che gli costò un occhio e pose fine alla sua attività di volo. Sopra di essi campeggia l’aquila dei piloti, divenuta anche il celebre simbolo della Moto Guzzi.
Il foglio che Parodi sta leggendo è la lettera del 1919 con cui il padre gli annunciava il sostegno economico al progetto motociclistico che, insieme a Carlo Guzzi, avrebbe dato vita alla futura “normale”. Quel documento rappresenta l’origine dell’avventura imprenditoriale e il forte legame familiare dei Parodi.
Uomo schivo e poco incline alla ribalta, Giorgio scelse di non dare il proprio nome all’azienda e di adottare l’aquila in ricordo dell’amico aviatore Giovanni Ravelli. In coerenza con questo carattere, l’opera non include alcun riferimento diretto alla motocicletta, a differenza del monumento dedicato a Guzzi: un’assenza voluta, che diventa essa stessa racconto.
Il volto, ispirato alle immagini della sua maturità, suggerisce il trascorrere del tempo e la densità delle esperienze vissute. Collocata su un belvedere che domina Piazza della Vittoria, dove l’azienda ebbe uno dei suoi uffici, la statua guarda altrove: come Parodi, sempre proiettato in avanti, con discrezione.

In Copertina: il monumento di Giorgio Parodi sul belvedere delle Mura delle Cappuccine. Foto dal web.

‘Na stöia da doî citti

Il 4 giugno 1805 la Repubblica Ligure, nata appena otto anni prima dopo la caduta della Repubblica di Genova, viene annessa a tutti gli effetti alla Francia.

La Superba diviene città francese fino all’aprile 1814 quando verrà occupata dagli inglesi e da questi l’anno successivo venduta ai Savoia.
Genova perde così la propria autonomia e il territorio viene riorganizzato secondo il modello amministrativo francese, suddiviso in tre dipartimenti: Genova, Appennini e Montenotte.
Con il nuovo assetto politico cambia anche la moneta. Alla tradizionale lira genovese subentra il franco francese, articolato secondo il sistema decimale: ogni franco è diviso in cento centesimi.

Proprio da questi mutamenti nasce una curiosa eredità linguistica. In francese “centesimo” si dice “centime”; nel parlato genovese, attraverso una trasformazione fonetica popolare, il suono “cent” si accorcia e si trasforma in “cit”, poi “citt”, fino a diventare “citto”.

Ancora oggi, a più di due secoli di distanza, oltre al vocabolo ”palanche” per indicare il denaro, soprattutto tra i più anziani sopravvivono le parole “franchi” per la moneta e “citti” per i centesimi: un piccolo segno quotidiano lasciato dalla storia napoleonica.

Fronte e retro della moneta in argento del franco francese in vigore a Genova durante il periodo napoleonico.
Retro della moneta in rame del centesimo in vigore a Genova durante il periodo napoleonico.

Da qui alcuni detti popolari come “No avei un citto” (essere completamente senza soldi), “Mettine un citto d’importo” (per dare ironicamente importanza a qualcosa di piccolo e insignificante), “cerca de sarvâ o citto” (cerca di risparmiare anche il centesimo).

In Copertina: il fronte della moneta da centesimo in rame raffigurante Napoleone.

Vico chiuso della Rana

Percorrendo Salita San Siro da vico dell’Orto circa a metà s’incontra un piccolo slargo dal quale nasce Vico della Rana (che sbuca in Via San Siro).

Come purtroppo altri vicoli minori il passaggio, per motivi di sicurezza, è stato chiuso.

Una cancellata impedisce il transito, ma non la possibilità di ammirare l’ingegnoso sistema di archetti di sostegno. Non passano però inosservati gli ingombri degli impianti di climatizzazione né i muri imbrattati, purtroppo, dai soliti incivili.

Il caruggio fa parte di quella serie di vicoli senza intestazione che, con la riforma toponomastica del 1868, si decise di intitolare a nomi di animali.

In Copertina: Vico chiuso della Rana. Foto di Giuseppe Ruzzin.

La Madonna della Mela

All’interno del Museo di S. Agostino, tra le tante prestigiose opere degne di menzione, ne segnalo una poco nota ma non meno affascinante.

Si tratta della Madonna col Bambino detta, per via del frutto che regge in mano, Madonna della mela.

Tra intimi sorrisi e sguardi inespressivi l’immagine è caratterizzata dalla rotonda morbidezza dei volti.

In anticipo di quasi 700 anni, mi si permetta l’ardito collegamento, sulle celeberrime rubiconde figure di Botero.

I volti arrotondati e imperturbabili, i corpi con volumi dilatati venivano infatti cosi dipinti dal pittore colombiano per conferire ai soggetti un aspetto sereno, compiuto e monumentale.


La scultura, realizzata in marmo bianco apuano, è opera dello scalpellino Campionese detto Maestro di Giano attivo a Genova all’inizio del XIV° sec.

Scipione l’Africano in via del Campo

In via del Campo n. 10 si trova palazzo Bartolomeo Invrea, noto anche come palazzo Cybo dal nome dei precedenti proprietari.

Pur essendo un edificio di pregio non presenta un portale monumentale ma una semplice sottile cornice marmorea con una minuscola maschera demoniaca alla sommità dell’arco.

Il portone di Palazzo Bartolomeo Invrea. Foto dell’autore.

Il prospetto è arricchito da elementi decorativi dipinti a fresco con eleganti motivi architettonici.

A restituire importanza al Palazzo ci pensa l’atrio dotato di uno scalone colonnato che conduce al cortiletto sopraelevato.

Ai due lati due busti marmorei in nicchie e due medaglioni con lo stemma del casato.

Ma il vero protagonista è, posta al centro della scena, la statua di Scipione l’Africano.

Recita il cartilio:

Pvblius / Scipio / Africanus / Reipublicae Propvgnator.

Sul primo ballatoio si notano i resti di un ninfeo

Sotto allo scenografico scalone una lunga galleria porta invece all’altro corpo del Palazzo che si affaccia su via Gramsci. Curiosamente qui l’edificio cambia nome ed è censito come palazzo Cellario dove, durante lavori di restauro, nei primi anni duemila sono stati rinvenuti preziose decorazioni a fresco secentesche, opera di Paolo Brozzi, detto il Bolognese: un trionfo di armi, trofei, erme, cornucopie, conchiglie, elementi floreali e marini.

In copertina: statua di Scipione l’Africano. Foto dell’autore.

L’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio

Da piazza delle Erbe all’inizio di Salita del Prione si trova un edificio religioso completamente abbandonato e trascurato. Gustando il gelato di Viganotti ve lo siete trovato davanti e non ci avete mai fatto caso?

SI tratta dell’Oratorio di Nostra Signora del Suffragio che venne istituito nel 1618 per volere di papa Paolo V.

Interni: Foto di Giovanni Caciagli.

Purtroppo si hanno poche informazioni su questo edificio sacro. Lo storico Alizeri cita un anonimo viaggiatore che accenna appena agli affreschi anche se li definisce “superbi” .

Delle tavole locate agli altari dell’Oratorio una sola vuol’essere nominata, cioè quella a sinistra colla Trinità e i SS. Pio V e Vincenzo Ferreri d’un Francesco Sasso, noto per questa sola opera, che non passa oltre la mediocrità. L’opera è oggi visibile presso un altare laterale dell’Oratorio di San Giacomo della Marina in Via Mura delle Grazie”.

In realtà presso lo stesso oratorio di San Giacomo è esposta di medesima provenienza un’altra pregevole tela “Cristo agonizzante sulla croce” di Giuseppe Palmieri.

Prospetto dell’Oratorio. Foto di Giovanni Caciagli.

L’oratorio sorse grazie al finanziamento di Agapito Centurione «per lui sorse in piè la chiesuola, per lui fu dotata di pingui rendite: e bene sta che i Consorti riconoscenti gli dedicassero nella lor sacristia una lapide onoraria e un marmoreo ritratto, scolpito non saprei dire se dal Traverso o dal Ravaschio».
Carlo Baratta vi affrescò i Profeti «così robusti, così vivaci alle tinte, e che n’abbiano invidia le storie di N.D. sui fianchi del santuario che già smarriscono per umidore».

Agapito era membro di quella ricca schiatta di banchieri che nel secolo precedente aveva fatto fortuna finanziando la corte spagnola e imparentandosi con Andrea Doria. Centurione oltre alla chiesa e agli arredi assicurò alla Confraternita una cospicua rendita per la sua sussistenza e per la dote ogni anno di cinque fanciulle da marito.

Altare laterale abbandonato. Foto di Giovanni Caciagli.

Nel 1810, come molti alti luoghi di culto, fu chiuso causa disposizioni delle leggi napoleoniche, salvo riacquistare la propria funzione nel 1814.

Con le norme governative del 1860 relative all’esproprio dei beni ecclesiastici venne utilizzato come magazzino e alloggio per militari.

L’oratorio venne restaurato riaperto al pubblico nel 1918. Il 14 febbraio del 1934 ricevette solenne benedizione dal Monsignor Francesco Canessa.

La cupola e l’altare principale. Foto di Giovanni Caciagli.

Le rovine che oggi osserviamo sono frutto del bombardamento aereo del 13 novembre del 1942 che rase al suolo l’intero quartiere.

Da tempo sono in corso restauri conservativi volti a preservare quel che resta degli interni.

In Copertina: Foto di Giovanni Caciagli.