Il Bambino e il Presidente…

Intervista immaginaria a Sandro Pertini tra le rotative de il “Lavoro”.

Nel 1977 avevo sei anni e frequentavo la prima elementare della scuola elementare Guglielmo Embriaco. Fu grazie alla nostra maestra Marisa Varnier e al papà di una mia compagna di classe — il giornalista Paolo Saletti dello storico quotidiano genovese Il Lavoro — che la nostra scolaresca varcò il portone in Salita Di Negro 7.

​Oggi ci sono uffici e un silenzio composto. nel secolo scorso c’era un alveare in fermento: il boato delle rotative, il battere delle macchine da scrivere e quell’inconfondibile profumo d’inchiostro che a Genova sapeva di libertà.

L’ingresso di Salita Di Negro 7. Dal 2009 al 2013 ha ospitato il Museo del Genoa. Foto da wikipedia.

​L’obiettivo della gita era scoprire come nascesse una notizia e come si realizzasse un vero giornale.

Quello che nessuno poteva prevedere era la sorpresa che ci attendeva tra i rulli della tipografia: Sandro Pertini in persona. Storico direttore del quotidiano, l’allora Deputato era passato a salutare i vecchi colleghi e, vedendoci così piccoli, decise di farci da Cicerone.

​Mentre ci aggiravamo tra i banconi e le stanze della redazione io rimasi folgorato da quel signore anziano dalla voce profonda. La pipa stretta tra le dita, gli occhiali spessi, il calore di un nonno forte e battagliero che mi ricordava in tutto e per tutto il mio. Meno di un anno dopo quell’autunno, quell’uomo sarebbe salito al Quirinale, diventando il Presidente più amato di sempre: il Presidente Partigiano.

​Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza da quel giorno, mi ritrovo a passeggiare vicino a Salita Di Negro. Se chiudo gli occhi, il traffico sfuma e torna il battito ritmico delle linotype. Il nastro del tempo si riavvolge: prendo il taccuino da adulto, mi avvicino a Sandro Pertini in quella stessa redazione carica di fumo, e gli pongo le domande che il bambino di allora teneva custodite inconsapevolmente nella tasca del grembiulino nero.

​«Presidente — mi permetta di chiamarla così, anche se qui lei è ancora “il Direttore” —, 49 anni fa ero un bambino di sei anni che la guardava dal basso verso l’alto insieme ai suoi ignari compagni di classe. Partiamo dalle sue radici: com’è cominciata l’avventura dell’uomo Sandro Pertini?»

​Sandro Pertini: (Fa una boccata di pipa)

«Tra le colline di Stella, dove sono nato nel 1896, e le trincee dell’Isonzo dove ho combattuto durante la Grande Guerra. Ma Genova è stata la mia vera palestra: qui mi sono laureato nel 1923 e tra questi caruggi è nato il mio amore per la giustizia sociale e per il Partito Socialista.»

Un giovane Pertini studente di Giurisprudenza a Genova nel 1920. Foto da Wikipedia.

«Nel 1924 l’assassinio di Giacomo Matteotti segnò la sua svolta.»

​Sandro Pertini: (Si fa cupo)

«Fu la mia via di Damasco. Quando lo uccisero per aver denunciato le violenze fasciste, andai subito a iscrivermi al partito chiedendo la tessera di Matteotti. Promisi a me stesso che avrei dedicato la vita alla sua battaglia per la libertà.»

​«Poi vennero l’esilio, il carcere e l’incontro con Antonio Gramsci al confino.»

​Sandro Pertini:

«In Francia ho fatto di tutto per vivere: il muratore, il lavatore di auto, persino il manovale! Poi il rientro clandestino, l’arresto e il carcere. Con Gramsci ci incontrammo a Turi e Ponza: eravamo divisi sul piano tattico, ma uniti da una dignità incrollabile. Quando mia madre chiedeva la grazia a Mussolini per salvarmi, la rimproverai duramente e rifiutai: la mia dignità non era in vendita.»

Nel 1927 muratore a Nizza..

​«Nel 1945, alla guida del CLNAI, le toccò la decisione più dura: la condanna di Mussolini.»

​Sandro Pertini: (Sguardo fermo)

«Mi assunsi la piena responsabilità politica dell’esecuzione. Non fu vendetta, ma un atto storico ineludibile per punire chi aveva distrutto l’Italia con la dittatura e le leggi razziali, e far nascere la Repubblica.»

26 aprile 1945. Comizio di Pertini in una Milano appena liberata.

​«E l’anno dopo, il 1946: la Costituente, l’amnistia Togliatti e persino quella famosa rapina sul Passo del Bracco, ironia della sorte, proprio nella sua amata Liguria…»

​Sandro Pertini: (Sorride ironico)

«Sul Bracco mi fermarono i briganti all’alba e mi rubarono tutto: orologio, vestiti e ventimila lire! Pensai: “A brigante, brigante e mezzo!”. Ma il ’46 fu soprattutto l’anno della Costituzione e del doloroso strappo sull’amnistia Togliatti: capivo la necessità di pacificazione, ma mi opposi con tutto me stesso a quel colpo di spugna che perdonò troppi torturatori fascisti.»

​«Da socialista libertario, qual è stato il suo giudizio su Stalin, ma anche sui rapporti con Tito e Craxi?»

​Sandro Pertini: (Sbatte la pipa sul palmo, severo)

Su Stalin nessun compromesso: un dittatore spietato che ha tradito il socialismo con i Gulag e il terrore. Come uomo politico l’ho sempre stimato ma, una volta venuto a conoscenza delle atrocità commesse, mi ha profondamente deluso. Con Tito invece ci fu intesa antifascista, ma pretesi sempre il rispetto della verità sulle foibe. E con Craxi… Bettino è un innovatore di grande intelligenza, ma il mio è il socialismo morale di Turati e Matteotti, lontano dal potere per il potere.»

«In fondo lei ha incarnato alla lettera la celebre massima “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere” — che tutti attribuiscono erroneamente a Voltaire, ma che fu coniata nel 1906 dalla sua biografa Evelyn Beatrice Hall. Per lei la libertà di pensiero e di dissenso è sempre stata sacra.»

Sandro Pertini: (Scuote l’indice con il suo tipico gesto energico)

«Sacra e inviolabile! Un uomo non è libero se non può dire quello che pensa, anche e soprattutto quando la sua opinione va contro la corrente o contro il potere. Tranne ovviamente il fascismo: perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine»

​«Ricordando Genova per il giugno 1960, mi sono sempre chiesto per quale squadra battesse davvero il suo cuore?»

​Sandro Pertini: (Gli brillano gli occhi)

«Nel ’60 a Piazza della Vittoria dimostrammo che la Costituzione si difende anche con i denti contro i provocatori! E sul calcio, a chiunque me lo domandi apertamente, rispondo: “Da giovane mi piaceva il Genoa Club, ma ora la mia squadra è solo una: la Nazionale. Viva l’Italia!”.»

Discorsr di Pertini in Piazza della Vittoria a Genova nel giugno 1960.

​«E se il destino un giorno la portasse al Quirinale, o a giocare a scopone scientifico sull’aereo presidenziale dopo un Mondiale vinto?»

​Sandro Pertini: (Ride di cuore)

«Al Quirinale rifiuterei di abitare, rimanendo nella mia soffitta a Roma, accanto a mia moglie che mi detta la lista della spesa come ad un marito e cittadino qualunque: i palazzi dorati isolano dalla gente! E se nello scopone dovessi sbagliare mossa calando un sette al posto di un asso, me la prenderei prima con il mio compagno, per poi ammettere con onestà lo sbaglio davanti a Zoff!»

La celebre partita a scopone al rientro sull’aereo presidenziale: Zoff e Pertini contro Causio.e Bearzot.

​«Quale insegnamento vorrebbe consegnare a quel bambino di sei anni che la incontrò in prima elementare?»

​Sandro Pertini: (Posandomi una mano affettuosa sulla spalla)

«Gli direi una cosa semplice: “La libertà senza la giustizia sociale è una conquista fragile, che si risolve per i più in una nuova forma di oppressione”. Gli direi di non perdere mai la meraviglia negli occhi, di non aver paura di dire la verità e di schierarsi sempre, senza esitare, dalla parte dei più deboli. Ora però basta con i ricordi: andiamo a vedere la prima pagina di domani, che le notizie non aspettano nessuno!»

Pertini e la sua immancabile pipa.

Sandro Pertini si gira, rimette la pipa tra i denti e sparisce tra le linotype in festa. Il boato delle rotative sfuma lentamente nel rumore del traffico di oggi. In Salita Di Negro 7 non ci sono più i rulli né l’odore di inchiostro fresco, ma quel bambino diventato adulto cammina ancora a testa alta, con il taccuino in tasca, per raccontare Genova e le sue storie come quel giornalista che non è riuscito a diventare e la mano stretta a una bussola morale che non smetterà mai di segnare la strada.

Staglieno, l’altra Genova… seconda parte.

​Dall’Angelo di David Beckham al mito di Faber: le icone e i capolavori della necropoli

​Salendo le imponenti scalinate dai porticati inferiori verso i quelli Superiori, il cammino ci porta di fronte al capolavoro forse più conosciuto di Staglieno: l’Angelo della Tomba Oneto, scolpito nel 1882 da Giulio Monteverde. Dimentica le figure rassicuranti della tradizione: questo è un angelo androgino, teso, dallo sguardo inquietante e magnetico. Incarna una Morte sensuale, inevitabile e bellissima. La sua fama ha attraversato i secoli e i confini: ai giorni nostri persino David Beckham, celebre calciatore inglese di qualche anno fa, (anche se dubito ne conoscesse la storia) se l’è fatta tatuare sul fianco, a riprova di come il desiderio genovese di pietrificare l’emozione sia diventato un’icona pop globale.

L’angelo della Tomba Oneto.

​Ma Staglieno non è solo la vetrina dell’alta società. Sempre lungo i porticati si incontra il monumento forse più amato dai genovesi: la tomba di Caterina Campodonico, la nostra Paisana. Caterina vendeva ciambelle e rèste (corone di nocciole) nei santuari liguri. Con i soldi risparmiati soldo su soldo in una vita di stenti, ingaggiò lo scultore Lorenzo Orengo per rivendicare il proprio diritto all’eternità. Voleva un monumento maestoso come quello dei ricchi. Orengo la scolpì con precisione maniacale: le mani segnate dal lavoro che stringono la collana di nocciole, il grembiule di pizzo, lo scialle sulle spalle e un’epigrafe in dialetto che rivendica con orgoglio di non dover dire grazie a nessuno. In fondo, la Paisana ha sconfitto il tempo proprio come i nobili che voleva emulare.

La Tomba di Caterina Campodonico.

​Poco distante si svela la carica simbolista della Tomba Celle (Il Dramma Eterno, 1893, di Michele Sansebastiano), con il contrasto struggente tra la giovinezza della Vita e l’abbraccio della Morte velata.

Tomba Celle.

​Lasciando i porticati per arrampicarsi verso monte, ci si addentra nell’ombra del Boschetto dei Mille. Tra i lecci e la macchia mediterranea si scorge il Mausoleo di Giuseppe Mazzini, austero tempio dorico dove l’eroe risorgimentale riposa accanto ai suoi compagni d’armi come Nino Bixio e Stefano Canzio e Michele Novaro autore quest’ultimo delle musiche del Canto degli Italiani.

Tomba di Giuseppe Mazzini.

E nel silenzio del Cimitero Protestante, riposa anche Constance Mary Lloyd, la moglie di Oscar Wilde, morta a Genova nel 1898.

Tomba di Constance Lloyd.

​In questa immensa città di pietra trova posto tuttavia la memoria più recente della città. Al Campo 22, in una cappella essenziale, la tomba di Fabrizio De André è meta ininterrotta di un pellegrinaggio fatto di fiori, plettri, biglietti e versi di canzoni lasciati da generazioni di sognatori.

La Tomba di De André.

Poco distante riposa l’ironia genovese di Gilberto Govi, padre del teatro dialettale, insieme alle voci della grande letteratura come Camillo Sbarbaro ed Edoardo Sanguineti.

La Tomba di Gilberto Govi e di Rina Gaioni, moglie e spalla teatrale del comico.

​Sotto queste gallerie si incrociano le mani dei più grandi maestri dello scalpello: da Santo Varni a Giovanni Scanzi, da Eugenio Baroni a Leonardo Bistolfi, da Giacomo Rivalta a Giovanni Battista Villa, da Giacomo Moreno a Lorenzo Orengo, da Giulio Monteverde a Ettore Sclavi e Santo Saccomanno e mi scuso con tutti gli altri che -per ragioni di spazio- ho tralasciato.

Numerose anche le sepolture illustri fra le quali oltre agli architetti stessi e ai pionieri del Genoa CFC, si segnalano il capitano Enrico D’Albertis, il pasticcere Pietro Romanengo, il poeta Edoardo Sanguineti, la scrittrice Fernanda Pivano, il partigiano Fedor Poletaev, l’armatore Raffaele Rubattino, il patriota Anton Giulio Barrili, lo scenografo Luzzati e Ferruccio Parri, il primo presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e Aldo Gastaldi, il comandante primo partigiano d’Italia, Bisagno.

​Alla fine del viaggio si comprende perché Staglieno sia molto più di un cimitero. È il tentativo monumentale di una città di sfidare l’oscurità con il bello. Una passeggiata tra le sue gallerie ci ricorda che, sebbene il nostro passaggio su questa terra sia breve, c’è stato un momento in cui Genova ha preteso che persino il marmo imparasse a parlare e a ricordare.

In Copertina: porticato di levante. Settore A dove è situata la toma Oneto dell’Angelo Nocchiero.

Staglieno, l’altra Genova… prima parte.

Dagli apprezzamenti di Mark Twain ai Joy Division: il marmo e l’illusione dell’eternità

​Tra i fianchi verdi della Val Bisagno e il grigio solenne della pietra, Staglieno non è semplicemente un cimitero. È una città nella città, un doppio speculare di marmo dove la Genova dell’Ottocento e del Novecento ha deciso di raccontarsi per sempre, senza filtri e con quell’orgoglio un po’ schivo che ci portiamo dentro.

​In questo luogo maestoso, il marmo prova a fermare il quotidiano e a sfidare il tempo. Sotto i suoi porticati si avverte chiaramente la condizione profonda dell’uomo: quell’ostinata, toccante e forse vana pretesa di custodire traccia del nostro passaggio su questa terra. Scolpire la pietra, curare il pizzo di un abito o lo sguardo di un congiunto diventa l’unico modo per opporsi all’oblio, il tentativo disperato di conquistarsi una memoria eterna prima che il silenzio inghiotta ogni cosa.

​Non è un caso che una schiera di visitatori illustri sia rimasta folgorata da questo teatro dell’esistenza. Mark Twain, dopo averlo visitato nel 1867, scrisse nel suo Innocenti all’estero:

​”L’ultima visita che abbiamo fatto è stata al cimitero pubblico, ed è una delle cose più memorabili che abbiamo visto… È un luogo grandioso, una città di marmo incastonata tra le colline. Se fosse mio, preferirei stare qui piuttosto che in molti luoghi dei vivi.”

​Nel 1893 fu perfino l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Principessa Sissi, a camminare in incognito tra queste gallerie: devastata dal dolore, cercava tra gli scultori genovesi l’ispirazione e il maestro giusto per realizzare il monumento funebre del figlio Rodolfo, tragicamente scomparso a Mayerling. Prima di lei, Friedrich Nietzsche nel 1880 ne era rimasto ipnotizzato durante le sue passeggiate genovesi, e più tardi Ernest Hemingway e Guy de Maupassant ne celebrarono la bellezza cupa e grandiosa.

​Tutto nasce nel 1835 da un’idea di Carlo Barabino, l’architetto che ha disegnato la Genova moderna, compreso il Teatro Carlo Felice. Il destino però ci mise lo zampino: Barabino morì nello stesso anno causa epidemia di colera e a prendere le redini fu il suo allievo Giovanni Battista Resasco. Fu infatti quest’ultimo a immaginare quell’imponente scenografia neoclassica che vediamo oggi, una necropoli pensata come uno specchio della città dei vivi.

​Ci sono i Porticati Inferiori e Superiori, la zona monumentale dove la ricca borghesia genovese faceva a gara per immortalare il proprio status; il Boschetto dei Mille, immerso nel verde e dedicato ai patrioti risirgimentali; e le Sezioni Acattoliche (Protestante e Israelitica), testimonianza di una Genova storicamente cosmopolita e aperta al mondo.

Più in alto, tra i viali scoscesi del Boschetto Irregolare, si nascondono anche storie di straziante e pura umanità: è qui che si trova la tomba di Italino Iacomelli, il “bimbo col cerchio”. Ucciso nel 1925 a soli cinque anni da un uomo colto da improvvisa follia ai giardini di Carbonara, il piccolo è immortalato nella scultura “Le mani della follia” di Adolfo Lucarini mentre corre felice dietro al suo giocattolo, ignaro delle due mani di pietra che dalla terra stanno per ghermirlo. Una tragedia di fronte alla quale il padre dimostrò uno straordinario gesto di compassione, chiedendo cure per l’aggressore invece dell’odio, lasciando alla scultura il compito di custodire per sempre l’innocenza del figlio.

la Tomba del bambino che rincorre il suo cerchio.
Tomba Appiani.

Varcata la soglia e addentrandosi nella penombra del Porticato Inferiore (Settore A), il cammino comincia subito di fronte a uno dei monumenti più celebri: la Tomba Appiani. Scolpita nel 1910 da Demetrio Paernio, mostra la famiglia stretta attorno al letto di morte del caro. La resa anatomica e dei drappeggi è così drammatica che nel 1980 il fotografo Bernard Pierre Wolff la scelse per la copertina di Closer, l’album capolavoro dei Joy Division di Ian Curtis. E a pochi passi, al Portico Trasversale, la Tomba Ribaudo (opera di Onorato Toso) finì sempre sulla copertina di un altro brano immortale della band inglese: Love Will Tear Us Apart.

Tomba Carpaneto. L’Angelo Nocchiero.

Proseguendo lungo le gallerie del Porticato Inferiore lato levante, la passeggiata si addentra nel cuore del Realismo Borghese, dove la materia sembra perdere peso. Sulla Tomba Carpaneto (1886, di Giovanni Scanzi), un giovane angelo in piedi sulla barca raccoglie e chiude le vele, metafora dell’esistenza umana giunta alla conclusione del proprio viaggio. Alla base la celebre citazione manzoniana tratta dai Promessi Sposi: “Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero si fido”.

Poco più avanti, la Tomba Gnecco (1882, di Antonio Rota) racconta lo straziante lutto familiare con un’immagine a più livelli: accanto ai due ragazzini che pregano un angelo indica loro la via verso l’alto dove si trova la madre la cui anima è raffigurata mentre ascende al cielo. Ad attenderla quattro cherubini che rappresentano gli altri quattro figli morti precedentemente.

Tomba Gnecco.

Sul lato opposto ecco la straordinaria Tomba Badaracco (1875, di Giovanni Battista Cevasco) che racconta il dolore del lutto con una nitidezza quasi fotografica: qui una vedova in abiti d’epoca, avvolta in un pizzo di marmo incredibilmente leggero, è colta nel gesto intimo e struggente di bussare alla porta di bronzo del sepolcro, proprio sotto una clessidra alata che ricorda lo scorrere inesorabile del tempo.

Tomba Badaracco.

​Pochi metri oltre, il linguaggio del Realismo cede il passo alle inquietudini e alla sensualità del Simbolismo con la celebre Tomba Ribaudo (1910, opera dello scultore Giulio Monteverde). Qui un magnifico Angelo della Morte alato appare abbandonato e reclinato sul sarcofago ornato di motivi e geroglifici neo-egizi: un’immagine drammatica, sensuale e moderna dell’Oltrepasso, destinata a diventare una delle icone più celebri e fotografate dell’intera necropoli.

Tomba Ribaudo.

(Continua nella seconda parte…)

In Copertina: il cimitero Monumentale di Staglieno.

La lama di vico di San Matteo

Dai passi veloci di De Ferrari alla penombra dei caruggi: lo stretto corridoio di pietra dove rimbombano ancora l’eco dei passi e delle voci degli ammiragli.

​Un attimo prima sei nel respiro largo di De Ferrari, quello dopo ti sei già buttato nei caruggi. Vico San Matteo ti inghiotte subito, fessura scura e netta tagliata tra la luce della piazza e il silenzio quasi millenario dei Doria.

​Basta girare l’angolo e la città fuori scompare. L’aria si fa fredda all’improvviso, impregnata di quel classico odore di refrescumme e ardesia che nei vicoli antichi non se ne va mai. Un tempo questo non era un passaggio qualunque, ma il corridoio d’accesso al cuore della casata: stretto, sorvegliato dall’alto, fatto apposta per dominare e tenere d’occhio chiunque mettesse piede nel quartiere.

​Se ti fermi a metà strada e appoggi la mano sui muri bicolori, la storia smette di essere un libro: sotto le campate sembra quasi di sentire il selciato restituire i passi di ieri. Quelli pesanti di Oberto e Corrado che qui tirarono su i primi grandi palazzi, l’eco ritmata e fiera delle vittorie di Lamba, Luciano e Pagano, il condottiero della Sapienza. E anche se il grande Ammiraglio Andrea in questo quartiere non ci abitò mai — scegliendo per sé la grandiosa reggia fuori mura a Fassolo —, è proprio qui, nel cuore politico e simbolico della casata, che la sua ombra continua a dirigere il gioco.

​Sui portali l’immagine di San Giorgio, privilegio di pochi, segna ancora il vecchio confine. Il cielo, lassù in cima, resta una striscia stretta tra i tetti. E i tuoi passi che rimbalzano tra le pareti ti ricordano una cosa sola: che questa resta, prima di tutto, una città di mare e di difesa.

In Copertina: Vico di San Matteo. Foto di Giovanni Cogorno.

Una testa di cavallo dentro ad un portone di via Luccoli?

​Al civico 30 di Via Luccoli basta varcare la soglia per trovarsi in un atrio suggestivo, scandito da antiche colonne in pietra. Ma la vera sorpresa attende nel piccolo cortile interno: un ninfeo a grotta custodito da una testa di cavallo.

Non so voi, ma a me a quando penso ad una testa di cavallo, viene subito in mente la celebre battuta pronunciata da Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone nel film Il Padrino del 1972 diretto da Francis Ford Coppola:

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”.

​Non è un semplice elemento decorativo: nella tradizione classica il cavallo è da sempre legato alle fonti d’acqua. Il pensiero va subito al mito di Pegaso, il cavallo alato che fece scaturire una sorgente colpendo la roccia con un solo colpo di zoccolo.

​Ridisegnata nell’Ottocento, questa scenografica nicchia serviva a stupire gli ospiti e a rinfrescare l’ambiente, trasformando l’atrio in un angolo di pace.

Picagge matte e Tocco de Fûnsi

C’era un tempo in cui a Genova la picaggia era solo una cosa: la fettuccia di stoffa. Quella striscia di cotone grezzo, spessa e senza troppe pretese, che le nostre nonne cucivano sui bordi degli strofinacci o usavano in sartoria per rinforzare i colletti. Un nastro solido, rigido, spigoloso, ruvido e “rustego” proprio come il carattere di noi genovesi. Non a caso, se ancora oggi a Zena dici a qualcuno “ti t’ê dritto comme ‘na picaggia”, non gli stai esattamente dicendo che è un tipo flessibile e simpatico.

​Ma da noi c’è sempre stata l’abitudine di non buttare via niente, perché la parsimonia non è solo una necessità, ma il tratto distintivo di un popolo: così quella fettuccia di lino è diventata una delle paste fresche più goduriose e schiette della nostra tradizione.

​Nacquero così le Picagge (o picaggette, se il coltello vi scappa più stretto): le cugine schiette e selvatiche delle tagliatelle bolognesi. Solo che, da buone genovesi, se ne fregano della perfezione geometrica e dei troppi fronzoli.

​D’altra parte, la ricetta andava a braccetto con quello che passava il convento. C’era la picaggia bianca, quella “da festa” fatta con la farina di grano buona e magari pure un uovo se le galline erano in vena; c’era quella verde, profumata di borragine e maggiorana pestata; e poi c’era la picaggia matta (o avvantaggiata), la vera regina dell’ingegno d’entroterra. Quando la farina bianca costava un occhio della testa, in Val Fontanabuona o in Val Trebbia si “avvantaggiava” l’impasto aggiungendo la farina di castagne. Ne usciva una pasta scura, spessa, dal gusto dolce e rustico, nata per sfamare chi tornava dai boschi con la schiena rotta.

​E quale matrimonio poteva essere più perfetto se non quello tra la picaggia matta e u tócco de fûnsi)?

Mentre la picaggia bianca va a nozze con il pesto al mortaio, quella alla castagna pretende il profumo ombroso dei porcini secchi, fatti rinvenire nell’acqua tiepida e messi a pippare in tegame con aglio, prezzemolo e un velo di conserva. Un piatto semplice, di sostanza, che senza troppi giri di parole vi porta dritti nei boschi dopo la pioggia.

Ingredienti (per 4 persone)

  • ​Per le Picagge: 200 g di farina 00, 100 g di farina di castagne, 1 uovo (facoltativo), acqua tiepida e un pizzico di sale.
  • ​Per il Tocco de Fûnsi: 30 g di porcini secchi, 1 spicchio d’aglio, prezzemolo, alloro, rosmarino, 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro, ½ bicchiere di vino bianco secco, olio EVO ligure, sale e pepe.
Tocco di fûnsi. Foto di Valeria Vannucci.

​Preparazione in breve

  1. ​Il Sugo: Ammollate i funghi secchi in acqua tiepida per 20 minuti, poi strizzateli e tritateli (filtrate e tenete da parte la loro acqua!). Soffriggete nell’olio l’aglio, il prezzemolo, l’alloro e il rosmarino. Rosolatevi i funghi, sfumate con il vino bianco e aggiungete il concentrato di pomodoro sciolto nell’acqua dei funghi filtrata. Coprite e lasciate sobbollire per 30-40 minuti, allungando all’occorrenza con l’acqua nera tenuta da parte. Togliete l’aglio e regolate di sale e pepe.
  2. ​La Pasta: Impastate le due farine con il sale, l’uovo (se lo usate) e l’acqua tiepida fino a ottenere un panetto omogeneo. Lasciate riposare 30 minuti, poi stendete una sfoglia spessa un paio di millimetri e ruvida. Arrotolatela e tagliatela a strisce larghe 1,5 – 2 cm.
  3. ​Il Finale: Cuocete le picagge in abbondante acqua salata per 2-3 minuti. Scolatele direttamente nel tegame del sugo, spadellate con un goccio d’acqua di cottura per legare e servite subito.

In copertina: Foto di Tiziana De Nevi

Panissa, panissette e cuculli… a ciascuno il suo…

A Genova, toccare la farina di ceci è un po’ come toccare l’acqua santa in chiesa: si rischia il sacrilegio. Non parliamo di un semplice ingrediente da dispensa, ma di un vero e proprio pilastro dell’identità cittadina, protetto nei secoli dalla Repubblica con un rigore e una gelosia quasi ossessivi.

​I ceci a Zena valevano oro. Le autorità ne controllavano la qualità, le scorte e le gabelle tramite istituzioni dedicate come I Padri del Comune e, dal Cinquecento, il Magistrato dell’Abbondanza.

La farinata genovese. Foto di Fabrizio Perelli.

Fin dal Medioevo la Repubblica imponeva norme rigidissime su chi potesse macinare e vendere i legumi: già nel 1447, con un apposito decreto, si stabilì per legge persino la qualità dell’olio da usare nei forni, vietando severamente per proteggere la preparazione della farinata e l’arte dei fainotti, l’utilizzo di miscele scadenti.

​Per la vicina Savona, questo monopolio genovese si trasformò in una vera e propria strozzatura economica.

La svolta arrivò nel 1528: dopo la sottomissione della città a Genova guidata da Andrea Doria e l’interramento del suo porto, la Dominante impose dazi spropositati sull’importazione dei ceci dal Piemonte e dal Ponente.

Farinata bianca di Savona. Foto dal web.

Stanchi dei soprusi e delle gabelle, i savonesi inventarono la loro rivoluzione fiscale nell’unico modo possibile: cambiarono ingrediente. Sostituirono i ceci con la farina di grano (esente da quei dazi) e crearono la farinata bianca, un atto d’orgoglio e di protesta servito nel testo di rame in sfregio ai genovesi pur di non versare un solo soldo nelle loro casse.

​Ma mentre nei forni delle Sciamadde la farinata cuoceva ricca e sottile, tra le mura domestiche dei caruggi la farina di ceci prendeva la forma di un racconto in tre atti: la Panissa, le Panissette e i Cuculli.

​Tutto cominciava dalla pentola di rame, waar la farina di ceci veniva lasciata cuocere a lungo con acqua e sale, girata pazientemente sul fuoco fino a diventerebbe una polenta soda e vellutata. Una volta versata nei piatti fondi o negli appositi stampi a raffreddare, nasceva la Panissa: semplice, schietta, pronta per essere gustata fredda, tagliata a cubetti e condita con olio buono, limone, pepe e fettine di cipollotto fresco (panissa cundìa).

Panissa condita. Foto e preparazione di Anna Armenise.

​Se però la fame chiamava qualcosa di più caldo e confortante, bastava prendere quella stessa panissa oramai solida, affettarla a striscioline o a triangoli e tuffarla nell’olio bollente. Nascevano così le Panissette, il cibo da passeggio per eccellenza dei caruggi, con quella crosticina dorata e croccante all’esterno che custodisce all’interno un cuore morbido come una crema. Niente da invidiare rispetto alle più diffuse classiche patatine fritte!

​E infine arrivavano i Cuculli, le frittelle da passeggio per antonomasia. Il loro nome deriva dalla tipica forma a goccia o a cappuccio (cucullo) che la pastella assume quando scivola dal cucchiaio nell’olio bollente. Preparati con farina di ceci, acqua, un pizzico di lievito e la profumata maggiorana fresca, i cuculli vengono spesso confusi dai foresti con i frisceu.

Cuculli. Foto di Nico Maria De Benedetto.

Sebbene all’apparenza sembrino due frittelle gemelle — dorate, gonfie e bollenti —, la differenza è fondamentale: mentre il cucullo è fatto unicamente di farina di ceci ed essenziale nelle sue erbe, il frisceu nasce dall’impasto di farina di grano (frumento) e si presta ad accogliere ricchi ripieni di foglie di borragine, cipollotti o pezzetti di baccalà.

​Le Ricette in Breve

​Panissa e Panissette Fritte

  • ​Ingredienti: 300 g di farina di ceci, 1 litro d’acqua, 1 cucchiaino di sale fino, olio per friggere.
  • ​Preparazione: Sciogliere a freddo la farina nell’acqua con la frusta. Cuocere a fuoco basso mescolando per 80 minuti finché il composto non si stacca dalla pentola. Versare nei piatti fondi e far raffreddare. Per la Panissa, tagliare a dadini e condire con olio, limone, pepe e cipollotto. Per le Panissette, tagliare la panissa a striscioline e friggerla in olio bollente fino a doratura.

​Cuculli

  • ​Ingredienti: 200 g di farina di ceci, 300 ml di acqua tiepida, 12 g di lievito di birra, maggiorana fresca tritata, sale, olio per friggere.
  • ​Preparazione: Sciogliere il lievito nell’acqua e incorporare la farina di ceci, la maggiorana e il sale fino a ottenere una pastella morbida. Far lievitare 1 ora. Tuffare la pastella a cucchiaiate nell’olio bollente, scolare i cuculli dorati e salare subito.

​(Nota di casa: fritti e mangiati! Sia le panissette che i cuculli si gustano bollenti, rigorosamente dal cartoccio di carta paglia).

Così recita una tradizionale filastrocca di autore anonimo:

A l’è a riunda di cuculli
che tò moe a l’ha ruttu i tondi
a l’ha ruttu i recamme
cinque lie ghe son costè.

A l’è a riunda di cuculli
i cetroin sensa i peigulli
a bursetta recamma
scignuria sciu spezià.

A l’è a riunda de zenà
che comensa u carlevà
carlevà u l’è zà passou
l’ommu du saccu u se l’è pigliàu.

Traduzione in italiano:

È il girotondo delle frittelle
che tua madre ha rotto i piatti
ha rotto quelli ricamati
cinque lire son costati.

È il girotondo delle frittelle
le arance senza piccioli
la borsetta ricamata
riverisco signor speziali (farmacista).

È il girotondo di Gennaio
che comincia il Carnevale
carnevale è già passato
l’uomo del sacco se l’è pigliato.

In Copertina: Immagine delle tre foto e relative preparazioni elaborata con Copilot.

Via San Bernardo 8r: i quattro guerrieri senza volto

Sul portone di via San Bernardo 8r c’è un sovrapporta scolpito nella tipica pietra nera genovese, la pietra di Promontorio, estratta dalle cave di San Benigno.

​Il rilievo risale al Quattrocento ed è opera dei maestri caronesi, scultori giunti da Carona — sul Lago di Lugano — che hanno firmato molti dei portali più significativi della città. La scena raffigura quattro guerrieri in armatura messi a guardia dell’ingresso, con due piccoli alberi scolpiti sullo sfondo.

​Al centro della composizione c’è uno stemma, ma la pietra è completamente liscia. Nel 1797, con i decreti giacobini, venne ordinato di cancellare le insegne nobiliari dai palazzi: qualcuno è salito su una scala e ha scalpellato via il blasone di famiglia, lasciando la superficie abrasa.

All’epoca via San Bernardo era un’arteria fondamentale per la vita cittadina, dominata dai grandi palazzi dei casati più potenti della zona, come i Sauli, i Giustiniani o i De Franchi. Il rilievo serviva a mostrare il prestigio di chi abitava all’interno; proprio a causa di quel blasone raschiato oggi non abbiamo la certezza di quale di queste famiglie ne fosse proprietaria, ma i quattro guerrieri dei maestri lombardi continuano a fare la guardia al loro ingresso.

In copertina: Foto di Anna Armenise.

Vico Piuma l’anima dimenticata di Prè

Siamo nel cuore di Prè, tra Via Balbi e i Truogoli di Santa Brigida, dove i caruggi scivolano verso la Darsena.

​In questo intrico di pietra si apre Vico Piuma.

​Un passaggio stretto e quasi nascosto. Oggi i suoi muri appaiono feriti dal degrado e segnati dalle scritte dei graffiti, ma a Genova ogni pietra — anche la più trascurata — ha una storia da raccontare. Chi erano dunque Piuma?

​Spulciando i vecchi archivi della Repubblica emerge il ritratto di una caparbia famiglia borghese, capace di scalare la società fino a conquistare il titolo di marchesi.

​Molto prima delle sfarzose ville ottocentesche — come quelle di Coronata e Cesino —, i Piuma avevano le mani sporche di lavoro e di affari nel cuore pulsante della città: commercio marittimo e manifattura. Man mano che i guadagni crescevano, li reinvestivano nel “mattone” strategico: magazzini, botteghe e palazzi proprio qui a Prè, a ridosso delle banchine. Da mercanti si trasformarono così in grandi proprietari immobiliari e finanziatori della Superba.

​​Così, oltre la vernice spray dei nostri giorni, quel piccolo vicolo smette di essere un angolo degradato e torna a essere una traccia viva di memoria: ci ricorda che, prima dei grandi fasti nobiliari, c’era una famiglia la cui fortuna è nata proprio tra l’odore del mare e la pietra dei caruggi.

Foto di Lucia Gibaldo

Il Passo dei Bracconieri e dei Briganti

​Sembra un gioco di parole, ma dietro il nome del Passo del Bracco c’è una storia vera… e decisamente movimentata.

​Tra queste curve, in realtà, il brigantaggio non era una novità ma una piaga che durava da secoli. Da tempo immemore infatti il valico, 615–621 m s.l.m. è stato, per chi voleva evitare il viaggio in mare, un passaggio stretto, tortuoso e isolato tra Genova e La Spezia: il terreno di caccia ideale per i banditi di ogni epoca.

Passo del Bracco. Foto dell’autore.
Vegetazione e curve. Foto dell’autore.

​Nel secondo dopoguerra il fenomeno visse una vera e propria riacutizzazione. Alcuni bracconieri della zona capirono che fermare e rapinare i viaggiatori era decisamente più redditizio della caccia, e quattro bande in particolare — Manzo, Tullio, Pisa e i fratelli Rossi — arrivarono a seminare il terrore, costringendo le forze dell’ordine a scortare intere colonne di auto e corriere.

​Questi banditi non guardavano davvero in faccia a nessuno.

​Ne sa qualcosa Sandro Pertini: il 30 maggio 1946, il futuro Presidente della Repubblica, venne bloccato mentre attraversava il valico in auto. I briganti non si fecero troppi problemi e lo alleggerirono di tutto ciò che aveva con sé: contanti, la valigia, un orologio d’oro e persino la sua pistola.

​Qualche anno più tardi, nell’aprile del 1957, il volto della strada stava pian piano cambiando, ma la guardia restava comunque altissima. Quando Grace Kelly e il principe Ranieri di Monaco attraversarono il Bracco a bordo della loro Rolls-Royce diretti a Roma, una celebre fotografia li immortalò durante una sosta nei pressi del bivio tra Mattarana e Ziona. Accanto a loro, vigile e a brevissima distanza, spicca un motociclista della Polizia Stradale. Un’immagine emblematica che racconta meglio di mille parole come, da queste parti, persino i principi di Monaco dovessero viaggiare con la scorta al seguito.

Grace Kelly e Ranieri III sul Bracco (1957) — Ph. Mario De Biasi / Mondadori Portfolio via Getty Images

​Oggi il vecchio tracciato è diventato il regno di motociclisti, ciclisti e automobilisti in cerca di curve e panorami, oltre a rimanere la via d’uscita fondamentale quando le gallerie tra Sestri Levante e Deiva Marina vengono chiuse.

Scorcio di Moneglia lungo la strada del Passo del Bracco. Foto dell’autore.

​ La prossima volta che vi godrete questa salita, pensate a chi passava di qui nel corso dei secoli: più che alla bellezza del paesaggio, doveva stare molto attento a guardarsi le spalle!

In copertina: Passo del Bracco. Foto dell’autore.