Quando, in quel 1946 di miseria e speranza, il vero protagonista di Piazza Sarzano era lui: il piccolo mercatino rionale nato di fortuna attorno al Pozzo di Giano sovrastato dal busto del mitico fondatore della città.
Quando non c’erano ancora le strutture coperte o le moderne tettoie di oggi, ma solo banchi precari messi su con assi di legno, teli e lamiere sbilenche per proteggere dalla pioggia la poca merce rimasta.
Quando le massaie, con lo scialle di lana nera sulle spalle e la borsa di paglia al braccio, passavano da un banco all’altro contando i pochi franchi d’un tempo svalutato, cercando un cavolo o un po’ di pesce povero per sfamare la famiglia.
Quando quel cordone di banchi improvvisati rompeva il silenzio grigio delle rovine attorno — tra i muri sventrati del futuro Museo di Sant’Agostino a sinistra e l’imbocco di via Ravecca, probabilmente la via più antica della città a destra —, dimostrando che, finché ci fosse stato un mercato a fare comunità, la Vegia Zena di Sarzano non si sarebbe arresa.
Eccoci all’incrocio tra Vico Dritto di Ponticello e la salita dove sostava il carretto dei gelati, proprio sotto lo sguardo attento di un’antica immagine della Vergine.
Un tempo, qui, pulsava il cuore di Vico di Morcento. Quando, per fare spazio alla modernità, si decise di demolire questo popoloso quartiere, Morcento era un rione brulicante di vita, di botteghe artigiane, commerci e storie di strada. Questa fotografia ce ne restituisce uno spaccato vivissimo: il flusso continuo delle persone che lo popolano , l’animazione dei negozi, la dolce sosta del gelataio e quell’edicola votiva che, stoica, sorveglia ancora il caruggio.
Poi arrivò la trasformazione urbana: e il vecchio rione, negli anni ’30 del secolo scorso, in nome dell’illusorio piccone risanatore, scomparve per sempre.
Quando la zona e la vicina Piazza Dante si stavano preparando ad accogliere la maestosa Torre Piacentini — per un ventennio il grattacielo più alto d’Europa —, nacque così l’attuale Via Ceccardi: un’elegante arteria squadrata che oggi unisce Piazza Dante a Via XX Settembre, sostituendo l’antico vocio dei vicoli con il viavai del centro moderno.
Questo scatto che ritrae Strada di Porta Pila con sullo sfondo Porta d’Archi è sicuramente anteriore al 1890 anno di costruzione dell’attuale Via XX Settembre.
Prima di quella data infatti il tracciato che oggi costituisce ” Via Venti” era composto da ben tre strade, tutte dalle dimensioni più ridotte rispetto all’attuale:
Via Giulia a partire dalla “nuova” Piazza de Ferrari, Via della Consolazione (già Strada della Pace) da Porta d’Archi a scendere (oggi Ponte Monumentale) e Via o Strada di Porta Pila nella parte finale, dove c’erano le omonime piazza e porta, sulla piana del Bisagno.
In Copertina: Via di Porta Pila.
Quando sulle mura di Genova frangevano le onde e la città vecchia con tutte le sue vissute rughe si specchiava nel suo mare.
Quando le case dei millenari quartieri della Madre di Dio erano saldamente aggrappate alla scogliera e lo scoglio “campana” era ancora lì al suo posto.
Quando le possenti Mura delle Grazie e della Marina rendevano la Superba inaccessibile dal mare.
Quando appunto c’era ancora il mare oggi interrato dal percorso della circonvallazione e dalle banchine occupate dalle maestranze della cantieristica da diporto.
Quando la visione dell’infinito azzurro orizzonte non era ancora limitata dalla Sopraelevata.
In Copertina: Genova dal mare nel 1880
Quando, prima della sua demolizione avvenuta nel 1968, c’era ancora Vico dei Librai.
Il caruggio sito nel cuore di Portoria era assai breve e comprendeva tre porte di casa. Dallo stesso si accedeva anche all’attigua piazzetta che ne aveva altre sette.
In una di queste abitava la famosa vecchina dell’omonima leggenda secondo la quale l’anziana signora ancora ai giorni nostri gironzola nei pressi di Porta Soprana chiedendo informazioni sulla strada da percorrere per raggiungere la propria abitazione in Vico Librai.
A rendere ancora più affascinante la vicenda di questa nonnina è il ritrovamento, all’interno di un locale dove era entrata per chiedere informazioni, di un borsellino contenente monete del regno, immaginette sacre e un antico rosario.
Tutti oggetti risalenti all’800.
Tutta la millenaria zona per via del nuovo piano regolatore venne atterrata a cavallo degli anni 60/70 senza pietà in nome del piccone risanatore passando tristemente alla storia come lo scempio della Madre di Dio.
In Copertina: scorcio della piazzetta e del Vico Librai.
Quando sotto al Ponte di Carignano esisteva ancora il vivace e popoloso quartiere della Madre di Dio.
In primo piano sulla destra si notano ancora i resti della chiesa di Santa Margherita da cui il nome dell’omonimo tratto cinquecentesco mura.
Quando l’antico monastero, noto anche per via della sua posizione rialzata sul colle di Carignano con il toponimo della Rocchetta, venne riadattato ad edificio ad uso uffici e poi irrimediabilmente danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
.. il ponte sifone sul torrente Rio Geirato, affluente del fiume Bisagno, sovrastava la campagna non ancora urbanizzata….
quando fino al 1926 la piccola casetta sorvegliata dai due palazzoni era la sede del Comune di Molassana…
quando il municipio lungo l’antica valle non era ancora stato inglobato nella “Grande Genova” disegnata dal Duce.
Quando nei primi anni ’60 del secolo scorso iniziarono i lavori di riqualificazione della zona di Piccapietra nel sestiere di Portoria.
Quando al posto degli scalpellini che lavoravano da secoli pietre, marmi e ardesie, si sostituirono i picconi del progresso.
Furono cosi abbattuti l’Ospedale di Pammatone e quello degli Incurabili, l’Oratorio delle Casacce, la chiesa di San Colombano e tutti i caruggi circostanti.
Dalle mappe, fra gli altri, sparirino: via Piccapietra, salita Cannoni, via dei Tintori, vico Pevere e vico delle Fucine.
Quando anche la Vecchia Porta Aurea, da cui il nome Portoria del sestiere, era ormai accerchiata e prossima al vergognoso atterramento.
In Copertina: la demolizione in Piccapietra di Porta Aurea.
Nel dopoguerra il porto di Genova era un crocevia quasi obbligato per l’America.
Non era quindi raro incontrare stars hollywoodiane di passaggio in città in attesa di imbarcarsi.
Nel 1954 il celebre attore messicano ammira dalla Spianata di Castelletto insieme alla sua famiglia, il panorama della Superba.
In copertina: Anthony Quinn e famiglia a Ģenova. Foto Archivio Publifoto.
Sotto lo sguardo vigile della Basilica di Carignano il Borgo dei Lanaiuoli, ormai ridotto rispetto alle sue originarie dimensioni dalla costruzione della moderna piazza Dante, si mostra in tutta la sua struggente bellezza.
Quando nel millenario borgo c’era ancora la casa che aveva visto nascere il 27 ottobre del 1782 Niccolò Paganini.
Il percorso si snodava sul tracciato del sottostante Rivotorbido e partiva a monte da Piazza Ponticello in direzione mare prendendo il nome di Lanaiuoli dall’antica presenza delle botteghe dei Tessitori.
La contrada dei Lanaiuoli, insieme a quelle dei Servi, della Madre di Dio e della Marina, costituiva quello che genericamente veniva indicato come il quartiere della Madre di Dio.
Il territorio dei Servi doveva il suo toponimo all’omonima trecentesca chiesa, oggi distrutta e ricostruita alla Foce, di Santa Maria dei Servi.
L’antica chiesa sul retro della quale vicino al campanile s’inerpicava Via Fieschi, è riconoscibile sulla parte sinistra della cartolina.
Proseguendo fuori campo via dei Servi nel tratto finale mutava, dal nome della secentesca chiesa con annesso convento, intestazione in Madre di Dio.
La chiesa, attuale biblioteca Franzoniana, esiste ancora oggi dimenticata sotto il Ponte di Carignano.
Il tracciato si concludeva in piazza Redoano alla Marina fra le omonime mura e il retro dell’Albergo Popolare.
L’anno è il 1935, 37 anni dopo sarebbe iniziata l’inopinata demolizione perpetrata dagli architetti Dasso, Bruzzone e Gae Aulenti.