Storia di un Doge… di un Papa… di cinque Cardinali…

"Campanile di San Giovanni di Prè". Foto di Leti Gagge.

Davanti all’Ospitale di San Giovanni di Prè, a tutti noto come Commenda, sono affisse due targhe a ricordo di altrettanti illustri soggiorni. La prima ricorda la sosta di Papa Urbano V dal 13 al 20 maggio 1367, durante il suo viaggio di rientro da Avignone. La seconda, la permanenza di oltre un anno, tra il 1385 e il 1386, del Pontefice Urbano VI.

Quest’ultimo, fuggito dal castello di Nocera dove era assediato dalle truppe di Carlo III, re di Napoli, si era rifugiato a portando con sé come prigionieri alcuni cardinali che avevano congiurato contro di lui. Costoro proprio alla Commenda saranno giustiziati nel dicembre 1385 (o nel gennaio 1386) e sepolti in un luogo prossimo alla chiesa. I loro resti furono rinvenuti nel 1829 durante lavori in un terreno adiacente al complesso.

Re Carlo scomunicato dal Papa aveva promesso una lauta ricompensa di 10000 fiorini a chi glielo avesse consegnato vivo o morto.

“Ritratto del Doge ”.

Intanto a Genova il Doge Antoniotto Adorno si stava arrovellando nel tentativo di trovare il modo di riscattare la Superba ancora scossa dalla recente sconfitta veneziana di Chioggia sancita dall’insoddisfacente Pace di Torino del 1381.

“Letti dei pellegrini all’interno dell’Ospitale”. Foto di Leti Gagge.

Antoniotto fece una scelta coraggiosa allestendo una flotta di dieci galee, ma non per catturare Urbano VI e consegnarlo all’imperatore, bensì per condurlo a Genova sano e salvo e salire così agli onori del mondo. L’audace impresa venne affidata al fratello Raffaele che imbarcò il Santo Padre insieme a nove illustri prigionieri e, nel settembre 1385, fece ritorno in patria.

“Galea genovese presso il Museo Galata di Genova”.

Rifugiatosi così a Genova il Papa venne accolto con tutti gli onori ed ospitato, per sua stessa richiesta, presso la Commenda che diverrà la sua residenza ufficiale per oltre 15 mesi. Urbano VI aveva scelto l’edificio dei cavalieri gerosolimitani per potervi tenere incarcerati i cardinali ritenuti traditori, per cinque dei quali, di lì a poco, avrebbe emanato la sentenza di morte.

Il Doge sperava con questa operazione, oltre che di far riguadagnare prestigio alla sua Repubblica, di incrementare il flusso di pellegrini e godere del relativo giro di affari che ne sarebbe conseguito. Speranze disilluse perché il Vicario di Cristo non solo non si prestò ad iniziative o manifestazioni pubbliche, ma anzi si barricò nella Commenda uscendone solo quando, sollecitato dal Doge stesso che gli fornì due galee, riparò a Lucca.

“Ingresso della chiesa inferiore di San Giovanni di Prè”. Foto di Leti Gagge.

I benefici ottenuti da questa impresa, soprattutto se comparati al costo del mantenimento del Papa e della sua corte a carico del Doge, furono davvero irrisori per la Repubblica di San Giorgio: di fatto quantificati nel solo acquisto del mercato di grano di Corneto commutato in piccoli feudi ecclesiastici sottratti ad Albenga e Savona e Noli.

Inoltre l’eco per il crimine commesso non era stato accettato per nulla di buon grado dall’oligarchia genovese che aveva dunque esercitato pressioni sul governo affinché il Papa venisse allontanato dalla città.

“Accesso alla chiesa superiore di San Giovanni di Prè”. Foto di Leti Gagge.

Leggenda narra che la notte dei morti il sangue di quell’efferato delitto riaffiori sul millenario pavimento dell’ospitale ma si tratta solo di una leggenda perché in realtà i prelati furono si giustiziati ma non passati a fil di lama nelle segrete di San Giovanni, bensì impiccati sulla scogliera del Molo.

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