Storia di una Moschea… anzi due… seconda parte…

 forse sei… di un Imam… e di galee…
Si sa per certo che, in pieno ‘700, la comunità islamica incaricò il proprio Imam della Darsena, dai genovesi per scherno soprannominato “Papasso”, perché mediasse con le autorità cittadine.
Nel 1739 questi, stanco di non essere ascoltato, scrisse una lettera al Bey di Tunisi denunciando che: “a Turchi qui schiavi non si permetteva l’esercizio della loro fede, ai vecchi impossibilitati al travaglio non si desse da mangiare, agli infermi non si prestasse assistenza et anzi che per forza si facessero fare Christiani e che, per ultimo, li detti schiavi erano necessitati di pagare per essere sepolti.
E che per questo si apprestassero a Christiani schiavi in Tunisi i più inumani trattamenti.”
Della missiva venne a conoscenza padre Serrano, amministratore dell’ospedale di Tunisi, il quale subito ne informò del contenuto il Magistrato delle Galee di Genova.
Costui furibondo, temendo un incidente diplomatico, predispose un documento di smentita da far firmare a tutti gli schiavi della Darsena.
Istigati dal Papasso, che pure ne ammise la veridicità, nessuno lo sottoscrisse almeno fino a quando, parole dell’Imam, “a vantaggio degli schiavi, non gli si accordasse quanto voleva, sapendo quello che i Christiani passano in Algeri, e che se li Genovesi tratteranno male li schiavi Turchi, faranno essi peggio a Christiani”.
Il Papasso presentò così un vero e proprio decalogo di richieste:
Primo. “la costruzione di una nuova e più grande Moschea il cui accesso fosse interdetto al Magistrato delle galee.

moschea
“Fotomontaggio provocatori0 del Secolo XIX che immagina la nuova Moschea, con tanto di Minareto, all’Expo, cuore del Porto Antico.”

Secondo. permesso a tutti gli schiavi di andare in “branca” (gruppo in catene), sorvegliati dalla guardia, a vendere in Riviera per poi rientrare alla sera.
Terzo. di tenere magazzini in Sottoripa e sul piano di S. Andrea e di poter vendere qualunque mercanzia in giro per la città.
Quarto. proibire alle guardie di perquisirli al rientro presso le loro baracche e di arrestarli nel caso in cui fossero stati trovati in possesso di acquavite.
Quinto. Che in Genova, Corsica e nelle Riviere gli schiavi “in branca” si potessero muovere senza limitazione alcuna di tempo e numero.
Sesto. il permesso di andare all’ospedale, starvi tutto il giorno a servire gli schiavi infermi, vegliando che non si convertissero in Christiani.
Settimo. quando uno schiavo turco moriva chiedeva che non si pagasse per la sepoltura né il lavoro degli addetti che dall’ospedale trasportavano il cadavere in Darsena.
Ottavo. che si lasciasse immediatamente libero lo schiavo che pagava il riscatto.

"Ricostruzione con la Moschea in primo piano e, sullo sfondo la Lanterna. Lo skyline potrebbe essere molto simile a quello di Instanbul."
“Ricostruzione con la Moschea in primo piano e, sullo sfondo la Lanterna.
Lo skyline potrebbe essere molto simile a quello di Istanbul.”

Nono. “che gli si accordassero le cose necessarie, e che se gli si mancava di parola avrebbe saputo cosa fare, avendo in Turchia credito la sua lettera, e non quella degli altri schiavi.”
Decimo. concludeva infine minacciando che a Tunisi e ad Algeri, finché le sue richieste non fossero state accolte, i Christiani sarebbero rimasti in miserevole condizione.” … fine seconda parte… continua….

In Copertina: La Moschea Blu di Istanbul con i suoi suggestivi minareti.

4 pensieri riguardo “Storia di una Moschea… anzi due… seconda parte…”

  1. Il Papasso pretende molte cose, forse e’ un antenato dei cosiddetti “migranti” che stanno invadendo le nostre città. Vedremo come reagiranno i genovesi.

  2. Si è molto quello che chiede il papasso. ..però se c’erano condizioni così dure. .sarebbe stato meglio essere un po più misericordiosi..almeno con i malati. .e i vecchi. .

  3. Si nota in questo decalogo lo stile arabo della contrattazione, chiedere molto per ottenere quello che interessa, sono curiosa di sapere come ha reagito Genova!

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