Vico Piuma l’anima dimenticata di Prè

Siamo nel cuore di Prè, tra Via Balbi e i Truogoli di Santa Brigida, dove i caruggi scivolano verso la Darsena.

​In questo intrico di pietra si apre Vico Piuma.

​Un passaggio stretto e quasi nascosto. Oggi i suoi muri appaiono feriti dal degrado e segnati dalle scritte dei graffiti, ma a Genova ogni pietra — anche la più trascurata — ha una storia da raccontare. Chi erano dunque Piuma?

​Spulciando i vecchi archivi della Repubblica emerge il ritratto di una caparbia famiglia borghese, capace di scalare la società fino a conquistare il titolo di marchesi.

​Molto prima delle sfarzose ville ottocentesche — come quelle di Coronata e Cesino —, i Piuma avevano le mani sporche di lavoro e di affari nel cuore pulsante della città: commercio marittimo e manifattura. Man mano che i guadagni crescevano, li reinvestivano nel “mattone” strategico: magazzini, botteghe e palazzi proprio qui a Prè, a ridosso delle banchine. Da mercanti si trasformarono così in grandi proprietari immobiliari e finanziatori della Superba.

​​Così, oltre la vernice spray dei nostri giorni, quel piccolo vicolo smette di essere un angolo degradato e torna a essere una traccia viva di memoria: ci ricorda che, prima dei grandi fasti nobiliari, c’era una famiglia la cui fortuna è nata proprio tra l’odore del mare e la pietra dei caruggi.

Foto di Lucia Gibaldo

Il Passo dei Bracconieri e dei Briganti

​Sembra un gioco di parole, ma dietro il nome del Passo del Bracco c’è una storia vera… e decisamente movimentata.

​Tra queste curve, in realtà, il brigantaggio non era una novità ma una piaga che durava da secoli. Da tempo immemore infatti il valico, 615–621 m s.l.m. è stato, per chi voleva evitare il viaggio in mare, un passaggio stretto, tortuoso e isolato tra Genova e La Spezia: il terreno di caccia ideale per i banditi di ogni epoca.

Passo del Bracco. Foto dell’autore.
Vegetazione e curve. Foto dell’autore.

​Nel secondo dopoguerra il fenomeno visse una vera e propria riacutizzazione. Alcuni bracconieri della zona capirono che fermare e rapinare i viaggiatori era decisamente più redditizio della caccia, e quattro bande in particolare — Manzo, Tullio, Pisa e i fratelli Rossi — arrivarono a seminare il terrore, costringendo le forze dell’ordine a scortare intere colonne di auto e corriere.

​Questi banditi non guardavano davvero in faccia a nessuno.

​Ne sa qualcosa Sandro Pertini: il 30 maggio 1946, il futuro Presidente della Repubblica, venne bloccato mentre attraversava il valico in auto. I briganti non si fecero troppi problemi e lo alleggerirono di tutto ciò che aveva con sé: contanti, la valigia, un orologio d’oro e persino la sua pistola.

​Qualche anno più tardi, nell’aprile del 1957, il volto della strada stava pian piano cambiando, ma la guardia restava comunque altissima. Quando Grace Kelly e il principe Ranieri di Monaco attraversarono il Bracco a bordo della loro Rolls-Royce diretti a Roma, una celebre fotografia li immortalò durante una sosta nei pressi del bivio tra Mattarana e Ziona. Accanto a loro, vigile e a brevissima distanza, spicca un motociclista della Polizia Stradale. Un’immagine emblematica che racconta meglio di mille parole come, da queste parti, persino i principi di Monaco dovessero viaggiare con la scorta al seguito.

Grace Kelly e Ranieri III sul Bracco (1957) — Ph. Mario De Biasi / Mondadori Portfolio via Getty Images

​Oggi il vecchio tracciato è diventato il regno di motociclisti, ciclisti e automobilisti in cerca di curve e panorami, oltre a rimanere la via d’uscita fondamentale quando le gallerie tra Sestri Levante e Deiva Marina vengono chiuse.

Scorcio di Moneglia lungo la strada del Passo del Bracco. Foto dell’autore.

​ La prossima volta che vi godrete questa salita, pensate a chi passava di qui nel corso dei secoli: più che alla bellezza del paesaggio, doveva stare molto attento a guardarsi le spalle!

In copertina: Passo del Bracco. Foto dell’autore.

Quando il mercato di Sarzano era la vita che rinasceva dalle macerie

​Quando, in quel 1946 di miseria e speranza, il vero protagonista di Piazza Sarzano era lui: il piccolo mercatino rionale nato di fortuna attorno al Pozzo di Giano sovrastato dal busto del mitico fondatore della città.

​Quando non c’erano ancora le strutture coperte o le moderne tettoie di oggi, ma solo banchi precari messi su con assi di legno, teli e lamiere sbilenche per proteggere dalla pioggia la poca merce rimasta.

​Quando le massaie, con lo scialle di lana nera sulle spalle e la borsa di paglia al braccio, passavano da un banco all’altro contando i pochi franchi d’un tempo svalutato, cercando un cavolo o un po’ di pesce povero per sfamare la famiglia.

​Quando quel cordone di banchi improvvisati rompeva il silenzio grigio delle rovine attorno — tra i muri sventrati del futuro Museo di Sant’Agostino a sinistra e l’imbocco di via Ravecca, probabilmente la via più antica della città a destra —, dimostrando che, finché ci fosse stato un mercato a fare comunità, la Vegia Zena di Sarzano non si sarebbe arresa.

Quando in Morcento

Eccoci all’incrocio tra Vico Dritto di Ponticello e la salita dove sostava il carretto dei gelati, proprio sotto lo sguardo attento di un’antica immagine della Vergine.

Un tempo, qui, pulsava il cuore di Vico di Morcento. Quando, per fare spazio alla modernità, si decise di demolire questo popoloso quartiere, Morcento era un rione brulicante di vita, di botteghe artigiane, commerci e storie di strada. Questa fotografia ce ne restituisce uno spaccato vivissimo: il flusso continuo delle persone che lo popolano , l’animazione dei negozi, la dolce sosta del gelataio e quell’edicola votiva che, stoica, sorveglia ancora il caruggio.

Poi arrivò la trasformazione urbana: e il vecchio rione, negli anni ’30 del secolo scorso, in nome dell’illusorio piccone risanatore, scomparve per sempre.

​Quando la zona e la vicina Piazza Dante si stavano preparando ad accogliere la maestosa Torre Piacentini — per un ventennio il grattacielo più alto d’Europa —, nacque così l’attuale Via Ceccardi: un’elegante arteria squadrata che oggi unisce Piazza Dante a Via XX Settembre, sostituendo l’antico vocio dei vicoli con il viavai del centro moderno.

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Il tesoro nascosto in Via Canneto il Lungo n.17

A Genova può bastare un portone qualunque per ritrovarsi davanti a qualcosa che non ti aspetti. È quello che accade in via Canneto il Lungo, dove Palazzo Cicala, poi Donghi, al civico 17, custodisce una storia davvero singolare.
Sull’architrave è incisa una frase che certifica una dichiarazione d’intenti: “Mora non Requies”, “nessun indugio, nessun riposo”.

Un motto che ben si addice a una famiglia di mercanti, abituati a viaggiare, trattare e soprattutto a non lasciarsi sfuggire le occasioni: negli affari, chi aspetta troppo rischia di arrivare tardi. Sul portale campeggia lo stemma nobiliare del casato.
All’interno, l’atmosfera cambia:
colonne doriche e soffitti a volta fanno da cornice a un primo cancello in ferro battuto. Accanto allo scalone, una seconda inferriata, più imponente, protegge il vero protagonista: un ninfeo.
Qui la pietra sembra prendere vita; conchiglie, rocce, stalattiti e stalagmiti rivestono la grotta artificiale, mentre alla base spicca una grande vasca marmorea.
Sull’arco, infine, un mosaico riunisce due animali araldici, uno stemma coronato e un enigmatico mascherone.
A Genova le meraviglie non hanno bisogno di mettersi in mostra: basta sapere dove cercarle. E questo ninfeo, nascosto dietro un anonimo portone dei caruggi, è uno di quei tesori che la città riserva a chi ha la curiosità di scoprirli.

“Genova e Milano: quando una mano non bastò

Genova e Milano non si sono mai amate alla follia. Ma c’è stato un tempo in cui la Superba diede una mano alla città della Madonnina.
E non è un modo di dire.
Nel 1245, durante il conflitto contro Federico II di Svevia e suo figlio Enzo, Genova mandò in aiuto dei milanesi i suoi temutissimi balestrieri.
La guerra, però, presentò loro un conto terribile: almeno quattrocento tornarono a Genova mutilati della mano sinistra e dell’occhio destro. La Repubblica non li abbandonò e assegnò loro una pensione vitalizia.
Milano aveva dunque chiesto una mano a Genova.
E qualcuno, quella mano, la perse davvero.
Ma i rapporti tra le due città erano destinati a diventare decisamente più complicati.
Milano era la grande potenza dell’entroterra e aveva un problema piuttosto evidente:
non aveva il mare.
Genova, invece, aveva un porto strategico, navi, equipaggi, ammiragli e mercanti e una rete commerciale che si estendeva in tutto il Mediterraneo.
Per la città della Madonnina, dunque, Genova era una preziosa porta sul mare.
Per la Superba, invece, Milano rappresentava uno dei principali mercati e fiere dell’Italia settentrionale.
Insomma, si servivano l’una dell’altra.
Finché Milano non cominciò a pensare che quella porta sul mare sarebbe stato meglio controllarla.
Nel Trecento i Visconti entrarono infatti nelle lotte politiche genovesi, appoggiando alcune delle grandi famiglie cittadine e arrivando anche all’intervento militare. Nel 1353 Giovanni Visconti assunse il controllo di Genova, inaugurando una fase di dominio milanese che, tra alterne vicende, sarebbe tornata più volte nel corso del secolo successivo.
E i genovesi, evidentemente, non erano proprio entusiasti della situazione.
Lo racconta bene un curioso episodio del 1476.
Francesco Marchese, ambasciatore genovese alla corte di Gian Galeazzo Maria Sforza, dovendo protestare contro il progetto di ingrandire la fortezza del Castelletto, si vide rimandare l’incontro con il duca.
Per tutta risposta gli fece recapitare un vaso di basilico.
Quando il duca, stupito, ne chiese il motivo, l’ambasciatore avrebbe risposto con una frase diventata celebre:
«La natura dei genovesi, signor duca, è simile al basilico: maneggiato dolcemente profuma, maneggiato aspramente puzza e genera scorpioni».
Insomma, ai milanesi Genova poteva anche servire.
Ma era meglio non stuzzicarla troppo.
Perché un conto è commerciare con Milano.
Un altro è avere Milano che vuole decidere cosa succede a casa tua.
Da allora Genova e Milano continuarono a incrociare i propri destini tra alleanze, commerci, guerre e ambizioni.
Milano aveva bisogno del mare.
Genova aveva bisogno dei mercati milanesi.
Ma quando Milano provò a mettere le mani su Genova, la faccenda cambiò.
Perché la Superba poteva anche dare una mano.
Ma guai a stringerla troppo.
Del resto, lo aveva già spiegato bene quell’ambasciatore genovese con un vaso di basilico.
E forse, dopo sette secoli, Genova e Milano continuano semplicemente a non aver ancora deciso chi debba dare una mano all’altra.

In copertina: Balestrieri genovesi all’assedio di Gerusalemme, affresco del 1624 di Lazzaro Tavarone, Palazzo Cattaneo-Adorno, Genova.

Operaçion «Tutti a câ!»: A Riconquista da Liguria

Per tre lunghi mesi estivi la Liguria era rimasta occupata. Le truppe franco-piemontesi a ponente e austro-lombarde a levante si erano impadronite delle Due Riviere e dell’entroterra, fino a quando arrivò finalmente settembre inoltrato.

​Con la riapertura delle scuole e il richiamo degli uffici, le forze d’occupazione cominciarono a smobilitare verso le città d’origine. I Liguri, fiutata la debolezza del nemico in ritirata, sferrarono cosi il colpo di grazia.

​Per ordine del CLL (comitato ligure di liberazione) diramato dalla capitale Genova scattò l’Insurrezione generale: il segnale luminoso partito dalla Lanterna raggiunse ogni angolo della regione.

​Lungo la costa i ribelli applicarono la tattica del monolite: sguardi impassibili, saracinesche abbassate e l’arma letale del «Finita» pronunciato a bruciapelo, senza speranza di prosecuzione di un qualunque ulteriore dialogo.

A Ponente i coltivatori bloccarono i tornanti coi trattori, a Levante i pescatori usarono i gozzi e i leudi per scortare gli occupanti al largo, mentre nell’entroterra la brigata di boscaioli e fungaioli presidiò i valichi.

​L’avanzata fu favorita dalle forze della natura: forti piogge, torrenti ingrossati e nebbiolina artificiale creata ad arte per suscitare nel turista la nostalgia di casa.

​Le ultime guarnigioni austro-lombarde sulle spiagge vennero travolte dalle prime trombe marine settembrine. Tra i vortici d’acqua all’orizzonte e la scoperta che il parcheggio costava comunque 3,50 € all’ora, gli occupanti fuggirono in rotta scomposta e disordinata.

​I franco-piemontesi tentarono tuttavia la ritirata sulle alture. Un vecchio ligure indicò alla colonna in fuga una traccia tra i rovi: «Andate dritti, di là si taglia per l’autostrada». Non era vero: era un sentiero cieco negli ulivi. Dopo sei ore di marcia al buio sotto i fulmini, gli invasori si arresero pur di farsi riaccompagnare al casello.

​Arrivò così il giorno della Liberazione che si celebra, secondo la tradizione, la seconda domenica di settembre con canti, balli e bicchierate.

​La Croce di San Giorgio tornò a sventolare su ogni borgo. Le spiagge vennero riconquistate, i boschi. allo spuntare dei primi porcini, tornarono ai legittimi proprietari e i carruggi furono nuovamente sgombri.

​Il ligure si affacciò alla scogliera, guardò la riva vuota, osservò le trombe marine sfaldarsi e mormorò: «Belin… se ne sono andati tutti. Di nuovo tutto nostro».

​Poi incrociò le braccia e concluse: «Certo che ora che non c’è più nessuno ci si annoia. E con ‘ste trombe marine fa pure fresco».

​La Liguria era finalmente libera. E i Liguri avevano riconquistato il loro bene più prezioso: il sacro monopolio del mugugno.

In copertina: spiaggia di Deiva Marina. Foto originale di Pasquale Alfano rielaborata con copilot.

Il giorno che non ha notte

Di un esorcismo. E di un’enigmatica profezia.
Nell’anno del Signore 1778, un abate polceverasco di nome Bartolomeo Maggiolo divenne oggetto delle attenzioni della Curia genovese in seguito ad alcune sospette segnalazioni.
L’abate, uomo dai modi semplici e dalla favella tutt’altro che forbita, aveva infatti cominciato improvvisamente a parlare in maniera ricercata e a comportarsi in modo del tutto anomalo.
Dopo un breve soggiorno all’ospedale dei pazzi, si decise di trasferirlo nella sua dimora di campagna nei pressi di Murta, nella speranza che il cambiamento d’aria potesse giovargli.
Accadde invece qualcosa di ancora più inquietante.
Maggiolo cominciò a parlare in tedesco, francese, greco ed ebraico, mostrando inoltre una sorprendente conoscenza di argomenti politici, religiosi e filosofici.
A quel punto, alla Curia cominciò a sentirsi… odor di zolfo.
Furono quindi inviati due esperti esorcisti.
Durante le sedute, quella misteriosa presenza dichiarò di essere Asmodeo.
Il demonio resistette per mesi agli esorcismi, prendendosi gioco dei sacerdoti e arrivando persino a metterli in grave imbarazzo, rivelando alcune loro passate malefatte.
Poi, forte dei suoi successi, lanciò una sfida.
Avrebbe ceduto soltanto “il giorno che non ha notte”.
E non solo.
Affermò che si sarebbe arreso esclusivamente davanti al “custode delle capre”.

Le capre.


Sembrava un enigma impossibile da risolvere.
Finché qualcuno ricordò che, nel poco distante Monastero della Chiappetta, viveva un frate savonese: padre Becco.
E “becco”, nell’antica accezione del termine, significava proprio custode delle capre.
La soluzione dell’enigma sembrava dunque trovata.
Asmodeo fu condotto nella chiesa del frate.
Seguì una lunga lotta, al termine della quale il demonio dovette finalmente arrendersi e abbandonare il corpo dello stremato Maggiolo.
Era l’8 settembre 1779, il giorno consacrato alla Natività di Maria.
Il giorno “quae noctem non habet”.
Il giorno che non ha notte.
La profezia di Asmodeo era stata finalmente svelata.
E con essa, anche il mistero del “custode delle capre”.

In Copertina: Asmodeo tratto dal Compendium rariussimum totis artis del 1776.

La piccola Maria che ogni anno attraversa i carruggi di Prè.

L’8 settembre, a Genova, i caruggi di Pré hanno un appuntamento con una tradizione antica.
È il giorno della Natività di Maria e, come vuole una consuetudine che si rinnova da generazioni, la piccola Maria Bambina esce dalla sua cappella nella chiesa di San Sisto, in Via Pré.

E San Sisto porta con sé anche una pagina della grande storia di Genova. Secondo la tradizione infatti, la chiesa sarebbe stata eretta con parte del bottino come voto per la vittoria ottenuta dalla flotta genovese contro i Pisani nella battaglia della Meloria del 6 agosto 1284, uno degli scontri decisivi della secolare rivalità tra le due gloriose Repubbliche marinare.

La chiesa di San Sisto. Foto di Anna Armenise.


La statua, custodita nella piccola cappella a lei dedicata, viene deposta nella sua urna e portata in processione tra i vicoli del quartiere. Si parte dalla vicina San Giovanni di Pré, accompagnati dai fedeli e dalle note della banda, per arrivare fino a San Sisto.
Per qualche ora, tra i palazzi e i caruggi, Pré ritrova così un volto antico: quello delle feste di quartiere, della devozione popolare e di una Genova che sa ancora custodire le proprie tradizioni.
Poi il vivace corteo continua nel quartiere, tra incontri, sorrisi e quel senso di comunità che, per un giorno, restituisce ai caruggi di Pré un’atmosfera d’altri tempi.

Perché certi rituali non appartengono soltanto alla storia: finché qualcuno li porta ancora in processione, continuano a vivere.

In copertina: sopra l’altare si nota la teca contenente la statua della Madonna Bambina. Foto di Anna Armenise.

Piazzetta Chighizola

A pochi passi da via Luccoli, nel cuore della Maddalena, c’è un piccolo slargo dedicato a Bartolomeo Chighizola (1826-1898). Un nome che oggi dice poco ai più, ma dietro il quale si nasconde una vita degna di essere raccontata.
Patriota e combattente nella Prima guerra d’Indipendenza, nel 1849 Chighizola difese Genova durante i moti e perse un braccio.

Eppure quella ferita non lo fermò: negli anni successivi trasformò il suo impegno per la città in opere civili e benefiche, fino a fondare l’Asilo Infantile di Sturla.
La piazzetta, intanto, viveva la sua stagione più elegante. Per tutto l’Ottocento era un piccolo crocevia della vita cittadina, stretto fra le botteghe di Luccoli e Soziglia, dove il commercio incontrava il passeggio e la Genova dei caruggi mostrava il suo volto più vivace.
Dal 1875 al 1989, per oltre un secolo, qui ebbe sede anche la celebre Ditta Odone, specializzata in tessuti e biancheria, che avrebbe poi trasferito la propria attività ad Albaro.
Oggi rimane uno slargo quasi nascosto, facile da attraversare senza farci caso.
Ma basta fermarsi un momento per scoprire che, a Genova, anche una piazzetta può custodire un pezzo di città.

In copertina: piazzetta Chighizola. Foto di Giovanni Cogorno.