Bartolomeo il Maciste dimenticato.

Ci diamo appuntamento ai piedi della creuza che da Nervi s’arrampica lenta verso le alture di Sant’Ilario.
L’aria del mattino è intrisa di sale, e la brezza porta fin quassù l’odore vivo di legno bagnato e acque salmastre di porto.
Sotto le scarpe i ciottoli umidi scricchiolano, mentre l’uomo che sto aspettando avanza con passo sorprendentemente agile. La sua figura è talmente imponente che per un istante mi toglie la luce del sole.

«Signor Pagano, ma… quanto è alto?»

Si ferma, si raddrizza e sorride con orgoglio.
«Un metro e novanta per centoventi chili di muscoli.»

«Non stupisce che mi scelsero per interpretare Maciste. Era il 1914, recitai in Cabiria di D’Annunzio. Poi arrivarono altri film… e per più di dieci anni fui una star del cinema muto.»

Si volta verso il mare, come se da quelle onde risalisse un ricordo lontano.
«E subito già nel 1915 Eugenio Baroni mi volle come modello per il monumento dei Mille a Quarto. Mi fece posare nei panni di Garibaldi

Il monumento dei Mille di Quarto con in testa Garibaldi.

Il racconto scorre naturale, e allora gli chiedo:
«E negli anni successivi?»

Lui inspira profondamente, come per incamerare memoria.
«Diventai, insieme a Primo Carnera (peso massimo campione del mondo di pugilato), il simbolo del superuomo italiano. Il Fascismo mi idolatrò, mi prese come emblema dell’italiano forte, invincibile. Maciste non era più solo al cinema: era diventato un mito nazionale.»

Locandina con Maciste. Versione latina dell’Ercole greco.

Per un istante nei suoi occhi appare una scintilla di soddisfazione, quasi infantile.

«E poi?»

La scintilla si spegne.
«Poi arrivò l’artrite reumatoide. Lenta… spietata. Mi divorava le articolazioni un giorno alla volta. Alla fine dovetti ritirarmi. E su una sedia a rotelle, al regime, non servivo più. Così fui dimenticato.»

Ancora Maciste.

Il vento sembra fermarsi assieme a lui.
Allora provo a riportarlo ai ricordi che ancora gli scaldano il cuore.

«Ma da dove veniva tutta quella forza?»

La sua risata rimbalza tra gli ulivi.
«Dal Dna dei miei vecchi, forse. E dalla vita dura. Ogni mattina scendevo a piedi fino al porto e macinavo chilometri su chilometri a passo svelto.»

Gli occhi gli brillano: sta tornando con la mente a quella Genova viva, brulicante.

«Il porto allora era un mondo intero. Un frastuono continuo: martelli, carrucole, casse che battevano a terra, cavalli che nitrivano. Le navi a vapore sputavano fumo denso, nero come la pece, e le sirene ululavano all’alba.»

«Alle banchine erano attraccati decine di piroscafi che i camalli scaricavano con grande lena. Certo c’erano delle gru ma il grosso del lavoro era svolto a braccia: legname, tessuti, cereali e presso il Porto Franco anche caffè, cacao e spezie di ogni sorta. La merce regina in quell’aria fuligginosa era il carbone che a fine turno ci dipingeva il volto come minatori gallesi.»

Si concede un sorriso nostalgico.
«Gli odori… ah, quelli non li scordi più. Catrame caldo, legno delle banchine, corde intrise d’acqua salata, pesce fresco e sudore. Era un miscuglio che ti restava addosso, nella pelle e nei vestiti.»

“In quell’aria carica di sale e gonfia di odori” avrebbe cantato mezzo secolo secolo più tardi De André.

«Lì facevo a gara con Penco a chi sollevava più sacchi.»

Foto di gruppo del 1910: il terzo seduto, partendo da sinistra con la maglietta scura è Bartolomeo. Il terzo in piedi da sinistra con baffi è il campione di sollevamento pesi Penco.

«E chi vinceva?»

Allarga le braccia, come dire: è evidente.
«Io, quasi sempre. E Cescu era campione italiano di pesi.»

«A pranzo si andava da Nina, in Sottoripa
Gli si illumina il volto.
«Appena aprivi la porta ti veniva incontro l’odore del minestrone: basilico, cavolo, patate… Io ne mangiavo pignàtte (pentole) intere. E mezzo litro di rosso e un chilo e mezzo di pane non mi bastavano ancora.»

La luce del pomeriggio scivola morbida tra le chiome degli ulivi.
«La sera ripercorrevo il cammino a ritroso. A volte a piedi, a volte appeso a un carro. Arrivavo in cima a questa creuza che ero sfatto.»

Ricordo un gustoso aneddoto che mi ha riportato anni fa la signora Marsano:

«Mi hanno raccontato che una volta ha spostato una Topolino… con dentro una coppietta.»

Scoppia a ridere.
«Eh sì. Quelli si fermavano sempre davanti al cimitero di S. Ilario e mi impedivano il passaggio. Una sera ero più nervoso del solito: ho sollevato la macchina con loro dentro e l’ho messa sul muretto. Due ruote per lato.»

Poi passo alla storia più famosa, quella che mio nonno mi raccontava ogni mattina quando mi accompagnava a scuola alle elementari dell’Embriaco e che è rimasta impressa nella mia memoria come l’avventura di un super eroe.

La strada che sale sulla sinistra è Via Fieschi. Sullo sfondo si intravvedono cupola e campanili della Basilica di Carignano.

«E il carro di via Fieschi? Quello che avrebbe trainato da solo?»

Si raddrizza, il torace si gonfia come allora.
«Aveva piovuto. La salita era “scuggente” (scivolosa). Un cavallo scivolò, il carro si ribaltò, una ruota si ruppe. Tutto fermo. Nessuno sapeva come muoversi.»

Lui socchiude gli occhi, come per rivivere il momento.
«Mi tolsi la giacca e arrotolai le maniche della camicia. Sollevai il carro con tutto il carico, imbracciai le stanghe e lo trascinai su fino alla Basilica di Carignano. La gente… non credeva ai propri occhi.»

«Quando non lavoravo, stavo all’osteria.»
Il tono si fa affettuoso.
«Mi piaceva la compagnia. Ogni tanto, beh… facevo vedere che Maciste esisteva anche fuori dal cinema. Una volta, per scommessa, sollevai il bancone usando solo denti e collo.»

Il sole scivola dietro il Promontorio di Portofino, tingendo di oro e rame i tetti di Genova.
La creuza sotto di noi è bagnata, i ciottoli luccicano come specchi d’acqua. Ogni passo produce un piccolo scroscio, che ricorda il rumore dei passi nelle pozzanghere del porto: sirene, catrame caldo, corde che sbattono e il sordo muggito dei cavalli, tutto un mondo che improvvisamente riaffiora nitido alla memoria.

La collina di S. Ilario con la sua chiesa e sullo sfondo il Promontorio di Portofino.

Pagano si ferma. Il vento gli increspa i capelli grigi, accarezza la barba incolta di qualche giorno. Si volta verso il mare: le onde luccicano come pezzi di vetro, e l’odore salmastro mescolato a terra e rosmarino gli arriva dritto al naso.

«Sa qual è la verità?»
La sua voce è profonda, calma, carica di tutta la vita che ha vissuto.
«La forza… non è nei muscoli. È ciò che ti tiene in piedi quando il mondo ti dimentica, quando nessuno ti guarda e rimani solo con te stesso»

Annuisco, ma sento lo stesso brivido che deve aver provato chi, decenni fa, lo vide sollevare un carro da solo.

Si volta verso di me e sorride, quel sorriso che è insieme bambino e gigante. Poi piega leggermente le ginocchia e riprende il passo, come un uomo che conosce ogni curva della collina.
Io lo seguo, e ogni suo passo fa tremare appena il selciato, come un’eco lontana di battiti forti, di sfide vinte e sudate, di leggende vissute.

All’orizzonte un gabbiano vola basso sul mare mentre Pagano si ferma ancora, allunga le braccia, quasi a misurare il cielo, la collina, il porto e tutto quello che è stato.

«Ora andiamo… prima che faccia buio. E’ facile inciampare, non vorrei che ci facessimo del male»

Scendiamo lentamente. La sua ombra si allunga sul selciato, gigante e fragile insieme, mescolando il mito con l’uomo.
E nel silenzio che segue, tra il vento che muove le fronde degli ulivi e il rumore lontano delle onde che si infrangono, capisco che alcuni uomini non muoiono mai davvero:
restano nei ricordi, nei racconti, nella memoria dei luoghi che hanno attraversato e nelle storie che fanno vibrare ancora chi li incontra.

Bartolomeo si ferma un’ultima volta, guarda il tramonto e sospira.
E io, in quell’istante, vedo Maciste non sullo schermo, ma davanti a me: un gigante reale, umano, indimenticabile.

In Copertina: un elegante Bartolomeo Pagano.

Genova gli ha intitolato una via, una traversa di Via del Commercio, nel quartiere di Nervi.

Ho sceso le scale sottobraccio con il Poeta

Lo aspetto impaziente ai piedi della scalinata che conduce al suo portone di Corso Dogali n. 5. L’aria è tagliente, profuma di pietra umida e di vento salmastro: l’odore delle mattine genovesi che sembrano scolpite più che vissute.

Montale si presenta impeccabile nel suo elegante doppio petto grigio, con l’immancabile Borsalino che trattiene sul capo con una mano per difenderlo dalle raffiche di vento. Ha il passo lento e misurato, quasi assorto. Quando comincia a scendere, percepisco il rumore secco e incerto dei suoi tacchi sulla scala: un suono che mi raddrizza la schiena e mi fa trattenere il respiro.

Gli vado incontro e lo prendo sottobraccio, proprio come nella sua celebre poesia:

«Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue».

La casa natale con relativa targa in Corso Dogali n. 5.

Sono imbarazzato: non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un monumento della letteratura. Mi sento goffo, fuori posto, come se stessi violando un territorio sacro.

Professore — esordisco — come è iniziata la sua passione per la scrittura?

Lui sospira, appena, come chi richiama alla mente anni lontani.

«A causa della mia cagionevole salute mio padre mi iscrisse all’Istituto Tecnico di Ragioneria. Secondo lui il Vittorio Emanuele sarebbe stato più funzionale al mio benessere. In realtà voleva assicurarsi un valido ragioniere per la sua ditta di prodotti chimici. Ma io, in uno scagno chiuso fra quattro pareti a fare i conti senza vedere il mare, non mi ci vedevo proprio. Così non perdevo occasione per ampliare i miei orizzonti: fuggivo in biblioteca. Da autodidatta, i miei compagni di avventura divennero Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, D’Annunzio, ma anche anche Rousseau, Proust Baudelaire, Valery, Mann, Rainer Maria Rilke e Mallarmé.

Assistevo inoltre alle lezioni private di filosofia di mia sorella Marianna e mi appassionai a Schopenhauer, Kierkegaard, Heidegger e Nietzsche.

Corso Dogali nel 1904

Nel 1917, poco più che ventenne, i miei sogni si sgretolarono sotto i colpi dei mortai della Grande Guerra. Lì imparai che il dolore può diventare una stanza permanente nella memoria.»

Un silenzio breve cade fra noi, e in quel silenzio mi sembra di sentire il peso di anni che non ho vissuto.

È a Monterosso, dove passa le estati con la famiglia, che Eugenio elabora la sua prima poetica, quella che con Ossi di seppia lo renderà immortale.

La villa liberty a Monterosso che lui chiamava la Pagoda giallognola o Villa delle due palme. Foto tratta dal sito delle Cinqueterre.

«Volevo esprimere tutto il mio male di vivere e l’incapacità di dare un senso all’esistenza. La Liguria, così scarna, rude, essenziale, è stata il palcoscenico ideale: scavata nella pietra, aggrappata agli scogli, in continua tensione verso il mare, perennemente insoddisfatta.»

«Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama…»

La sua voce si spegne appena sulla citazione. Il discorso si fa tetro e — mi maledico per non essermi saputo trattenere — tento goffamente di alleggerire.

— Però a Monterosso c’era anche pieno di formose valchirie teutoniche a dare un senso a tutto questo incerto vagare…

Appena lo dico, vorrei riprendermi le parole.
Mi fulmina con uno sguardo sprezzante. Basta quello per farmi sentire sciocco.

Dal 2015 alle Cinqueterre è stato istituito il parco letterario a Eugenio Montale. Un percorso nei suoi luoghi e fra i suoi versi. Foto tratta dal sito delle Cinqueterre.

Tossisco, imbarazzato, poi riprendo il filo.

— E… cosa ha significato per lei il Fascismo?

Lui si ferma un istante, come per scegliere con cura le parole.

«Ho subito intuito che si sarebbe stagliato all’orizzonte un futuro plumbeo e nefasto. Così, nel 1925, ho firmato il manifesto antifascista di Benedetto Croce. Ma, oltre alla politica, c’era la mia inquietudine personale. Nel 1929 cercai ristoro trasferendomi a Firenze, la patria dei miei amici di gioventù, che leggevo con ardore e meraviglia. Qui conobbi Gadda e Vittorini.

Inizialmente i gerarchi non badarono a me; dieci anni più tardi, quando ormai avevo una certa notorietà, mi imposero di entrare nel Partito. Mi rifiutai e loro, per tutta risposta, mi lasciarono diciotto mesi senza stipendio, poi mi licenziarono dal Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux.»

Abbassa lo sguardo, come se rivedesse i caruggi della sua infanzia.

«Genova la amavo alla follia… “Quando io venni al mondo Genova era una delle più belle e tipiche città italiane…”»

Mentre cita se stesso, ha un tono diverso: più caldo, più intimo. Forse casa è una ferita che brucia e consola insieme.

Lessi “Pianissimo” di Camillo Sbarbaro, per me fu un maestro e la sua opera una e vera e propria illuminazione. Grazie a lui frequentai anche Quasimodo.

«Ma Genova mi stava troppo stretta, troppo indaffarata nei suoi commerci. Non c’era spazio per i miei versi. Avevo bisogno di immergermi in una nuova realtà e come se non bastasse faticavo anche ad arrivare alla fine del mese.»

«Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!»

«Così, nel 1948, fu la volta di Milano, la città del lavoro. Lì trovai impiego al Corriere della Sera, occupandomi di musica e continuando a scrivere.

Nel 1975 mi giunse inaspettata una lettera da Stoccolma: il Premio Nobel.
“Per la sua poetica distinta..” — la motivazione era questa.
Mi sono sempre chiesto — ride amaro — se quei vichinghi avessero mai letto davvero una mia poesia.»

12 Dicembre 1975 Montale posa per la foto di rito alla cerimonia dei Premi Nobel di Stoccolma.

«Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida…»

La sua voce si fa più bassa, quasi un soffio.

Il tempo è volato. L’aria si è fatta più fredda e trasparente, come se il mondo avesse deciso di imitare i suoi versi. Ora è giunta l’ora di rientrare.

Lo accompagno sulle scale. In “quell’aria di vetro” si stringe nel cappotto: con una mano si solleva il bavero, con l’altra trattiene il cappello perché il vento non glielo strappi via.

Poi si allontana, un’ombra elegante contro la luce bianca del mattino, «zitto tra gli uomini col suo segreto».

Io resto fermo un istante, ad ascoltare il suo passo che si dissolve.
E capisco che certe presenze svaniscono così: lasciando nell’aria un tremito, un segno che non si può spiegare.

Genova lo ha omaggiato con la targa commemorativa sulla sua casa natale, un Auditorium sull’omonimo Largo e una scuola (Nuovo IPC).

A proposito di bocce, teatro e dialetto… incontro con Gilberto Govi.

Un secco e nitido rumore metallico di bocciata interrompe il brusio dei presenti attorno ai giocatori.
Gilberto Govi sorride sornione, soddisfatto della sua giocata. Poi saluta gli amici con un cenno, si infila la giacca e inizia con me una lunga passeggiata per le stradine di Carignano. Eh si perché, da grande amante del giuoco delle bocce, era socio praticante della bocciofila Andrea Doria.

Però -sia ben chiaro- io alla Doria ci andavo per stare con gli amici e tirare alle bocce, ma sono sempre stato genoano, non facciamo confusione!

Immagine che ritrae Govi in tribuna stampa al Luigi Ferraris di Genova. Tratta dalla storia del Genoa di Renzo Bidone.

– Gilberto, com’è nato il suo amore per la recitazione?
«Eh, caro mio, la colpa è di mio zio Torquato! A Bologna mi portava sempre al teatro delle marionette. Mi affascinavano le battute, i personaggi, ma anche i costumi: mi piaceva disegnarli, cucirli… insomma, dare vita a quelle figure di legno.»

– E infatti lei ottenne un diploma di disegno, giusto?
«Proprio così! Mi diplomai all’Accademia Ligustica di Belle Arti e fui assunto come disegnatore alle Officine Elettriche Genovesi. Ma, come si dice…» – sorride – «‘Fatti coraggio!’, e io me ne feci: il teatro era troppo forte dentro di me.»

– Come arrivò al palcoscenico?

Mentre ero lì a Banchi, tanto che non c’era niente da fare,e mi prendevo due o tre raggi… scherzi a parte..

Govi nei panni di Pignasecca protagonista della celebre commedia “Pignasecca e Pignaverde” di E. Valentinetti.

«Entrai nella compagnia dell’Accademia Filodrammatica Italiana. All’inizio recitavo in un italiano perfetto, senza una parola di dialetto. Ma sentivo che mancava qualcosa… quella musicalità, quella verità che solo il nostro genovese sa dare.»

– E fu lì che conobbe Rina Gaioni?
«Sì, alla sede di Genova, nel 1911. Si chiamava Caterina Franchi, ma tutti la conoscevano come Rina Gaioni. Fu l’inizio di un sodalizio artistico e affettivo che durò tutta la vita. Insieme formammo una piccola compagnia di dilettanti appassionati di Bacigalupo e delle sue spassose commedie dialettali.»

Rina e Gilberto Govi nei panni dei loro due personaggi forse più famosi: Giggia e Steva gli indimenticabili protagonisti dei “Maneggi per maritare una figlia” scritta nel 1880da Niccolò Bacigalupo.

– E l’Accademia come prese questa svolta dialettale?
«Male, molto male! Nel 1916 mi dissero: “O smetti con il dialetto, o ti espelliamo.”»
Fa una pausa, poi aggiunge con il suo inconfondibile sorriso:
«E io risposi: ‘Finirà Gigia, non so come, ma finirà!’… e infatti finì: fondai la Compagnia Dialettale Genovese!»

– Una scelta coraggiosa.
«Coraggiosa e fortunata! Trenta anni dopo, quelli dell’Accademia mi scrissero per chiedermi scusa e mi nominarono socio onorario. ‘Facciamoci coraggio e andiamo avanti’, dissi allora. E avanti andai.»

– Il successo arrivò presto.
«Sì, nel 1923 a Milano, con “Manezzi pe majâ na figgia”. Da lì in poi fu un crescendo. Ma la vera emozione fu la tournée in Sud America: teatri gremiti da Buenos Aires a Montevideo. Migliaia di liguri e italiani emigrati venivano a sentir parlare la loro lingua, a ridere e piangere con me.»

“Appena sbarcato ebbi la sensazione di non giungere in terra straniera e tutto mi sembrò familiare, dalle persone alle cose, dai costumi alla lingua. Eppure lo spagnolo fu rare volte parlato in mia presenza perché tutti venivano da me col mio dialetto sulle labbra, tanto i vecchi emigranti quanto i loro figli, i quali, se azzardavano al principio qualche frase italiana contorta e stentata, finicsno col parlare il dialetto dei loro padri, meravigliandomi per certe tipiche espressioni che qui già sono in disuso”.

Locandine che ricordano la trionfale tournée del 1926 in Sudamerica.

– E il pubblico la ricorda ancora oggi.
«Forse perché non recitavo: vivevo. Le battute nascevano così, sul momento, come quando dicevo: ‘Cosa vuoi che ti dica?’ o ‘Sempre avanti!’… Non erano solo parole, erano il modo di essere dei genovesi: concreti, ironici, testardi, ma con il cuore grande.»

Camminiamo ancora un po’.
Govi si ferma davanti al mare e, con quello sguardo furbo e malinconico che tutti conoscevano, dice piano:
«Bravo Giovannino che è venuto in campagna con le braghe dell’anno passato!»
Ride. Poi si sistema la giacca.

“Gassetta e pomello” pronuncia con lo sguardo furbetto che di lato scruta la mia divertita reazione.

«Vede, la vita è tutta lì: trovare il sorriso anche nelle braghe dell’anno scorso.»

Gioviale battuta attribuita a Govi durante una partita a carte fra amici per sottolineare la propria sfortuna.

Le sue battute sono per sempre impresse nel nostro immaginario e il solo pensiero è sufficiente per strapparci un sorriso.
Ma è la sua inimitabile mimica, i tempi, le pause, il gioco di sguardi sono queste le caratteristiche che lo hanno reso un vero e proprio simbolo per noi genovesi.
Capace come nessun altro di incarnare la nostra indole.

“Essere riuscito a far amare il dialetto genovese, questo è il mio vanto.”

Traduzione in genovese di Lorenzo Bottero e Carla Lauro.

Na botta secca da paì scinn-a metallica a ferma o borboggio de a gente in giô a-o zêugo de bocce.

O Gilberto Govi o fa ‘n sorîzo sodisfæto pe a seu zûgata. Dappêo o saluta i amixi co ‘n segno, o se infia o giacchè e asemme se mescemmo pe ‘na lunga pasegiâta in te stradinn-e de Caignan.

E scì perché o l’è inamoòu de o zêugo de bocce e o l’è stæto socio de a Bocciofila Andrea Doia. O me dixe: ma seggie ben ciæo che mi a-a Doia g’anavo pe sta con i amixi a tià de bocce, mi son de longo stæto genoano , no femmo confuxion!

Mi ghe diggo: scia sente ‘n pò sciô Gilberto, comme a l’è nascìûa a seu passion pe o Tiatro ?

Eh, cao mæ , a l’è culpa de mæ barba TORQUATO de Bologna, o frae de mae mamà Francesca Gardini. Quande eo zu da le o me portava de longo a vedde e marionette. Me piaxevan e battûe e i personaggi, sorvetùtto o gùsto de disegnà e fâ di costummi e daghe vitta a quelle figûe de legno.

Ghe diggo: allôa scia s’è aciappòu ‘n diploma da disegnatô, vea ? Proprio coscì, in te l’Academia Ligustica de Belle Arti e poi m’an pescòu e Officinn-e Elettriche Zeneixi. Ma comme se dixe , con o fatorizo, me son dito: fatte coraggio e mi me n’ho fæto. O Tiatro o me giâva de longo in ta mæ testa.

Ma comme scia l’è arrivòu in te töe de o palcoscenico?

Quande eo a Banchi, tanto ghe no gh’ea ninte da fa e me aciapavo trei raggi … schersci a parte, son intròu in ta Compagnia filodramatica italiann-a.

In prinçipio reçitavo in perfetta lengua e manco ‘na poula in dialetto. Però me sentia che me amancava quarcosa… quella mùxica, quella veitè che solo o nostro zeneize o sa da. E l’è stæto lì che scia l’ha conosciou a sciâ Rina Gaioni ?Scì, in ta sede de Zena, in to millenoveçentounze: a se ciamava Catæn Franchi ma tutti ghe dixevan a sciâ Rina Gaioni . E l’è stæto o prinçipio de ‘n sodalizio de arte e de cheu e che o l’è duòu tutta ‘na vitta. In duî emmo fondou ‘na Compagnia de dilettanti apascionè de o Bacigalupo e de seu divertenti comedie dialettalii

Ma l’Academia comme a l’à piggiou ‘sto nêuvo giô?

A l’à piggià mâliscimo, tanto che l’è vêo che in to millenoveçentosezze a m’à dito “ o ti a cianti co-o dialetto o te cacemmo feua ! ”O Govi o sta scilensioso ‘n momento, poi o l’azonze co-o seu inconfondibile fatorizo: e mi g’ho dito a-a Giggia che a finià, no so comme, ma a finià. E infæti a l’è finia che ho fondòu a Compagnia Dialettale Zeneize…

Na scelta coragiôsa, no ? Coragiôsa e afortunà, trent’anni doppo quelli de l’Academia m’han scrîto pe domandame scûsa e m’han fæto socio onorario. Fémmose coraggio e andemmo avanti, me son dito, e son andaeto avanti. O socesso o l’è arivou fito? Scì, in to millenoveçentovintitrei a Milan co-a comedia “ I manezzi pe maià ‘na figgia”. Dappêo o l’è staeto ‘n gran botto. Ma a vêa emoscion a l’è vegnûa in te a tournè in Sud America, co-i Tiatri de longo pin a Buenos Aires e a Montevideo. Dove miggiæ de Liguri e Italien emigré vegnivan a sentì o seu lengua, a rîe e a cianze con mi.

Comme semmo sbarché ho avuo a sensaçion de no ese in tæra straniera e tutto me paiva famigliare, a partì da a gente finn-a a- e cose, dai costummi a-a lengua. Anche se o spagnollo l’emmo parlòu pochiscimo in mæ presenza perché tutti vegnivan da mi co-a lengua de o mæ parlà, e tanto dai vêgi emigranti quante da i seu figgieu che da subito çercavan de dime quarcosa ma in catîo e scciappin italian e finivan da parlà in dialetto di seu pué e mi arestavo mâveggiou de senti espresciuin che finn-a da noiatri no se adêuviavan ciù.

E ancon alôa o publico o se aregordava ?

Sci, foscia perché no reçitavo: viveivo. E battûe sciortivan coscì, in sciô momento, comme quande “ cose ti veu che te digghe”o de longo avanti !”. No ean solo parolle, ean i moddi de ese di zeneixi, concreti ironici, testuin ma da ‘n grande cheu.

Caminemmo ancon ‘n pö, ma o Govi o se ferma davanti a-o mâ e co-o seu euggio da fuin scin malinconico, che tutti conoscevan, e o dixe cianin “ e bravo Giovannino che è venuto in campagna con le braghe dell’anno passato. E o rîe, e poi o se dà recatto a-o giacchè. “ Gassetta e pomello” o prononçia, e o m’agueita pe vedde a mæ divertia reaçion. Scia vedde, a vitta a l’è tutta lì: trovà da rîe in te braghe de l’anno passou ascì. E seu batûe son de longo ciantè in to nostro imaginaio e basta pensaghe pe strepate ‘n sorîzo.

A seu inimitabile mimica, i seu tempi comici, e seu pause e o seu zêugo de euggi:.. son queste e cöse che o caraterizan e l’han reiso un veo e proprio scinbolo de noiatri zeneixi.

E bón comme nisciùn âtro a incarnase in ta nostra indole. E êse riuscîo a fâ vuei ben a-o nostro dialetto.


Scritto in Grafîa Oficiâ

Genova gli ha dedicato (insieme alla moglie) il teatro di Bolzaneto, i giardini sopra il depuratore di Punta Vagno in Corso Italia e una scuola nel quartiere di Quezzi. Govi è sepolto all’interno del Cimitero monumentale di Staglieno.

Un incontro visionario…

Ci incontriamo a pochi passi dalla sua casa natale alla Liquoreria Marescotti in via Fossatello.

Mazzini siede composto, lo sguardo profondo e vigile, ordina una fetta di torta alle mandorle, la sua preferita. Io invece consapevole di trovarmi davanti alla storia, per farmi coraggio, sorseggio un Lagavullin.

Casa natale di Mazzin in Via Lomellini 11. Dal 1915 Museo del Risorgimento. Foto dell’autore.

Maestro -rompo il ghiaccio io- cosa si prova a tornare a casa, dopo tanto esilio?

Tanta emozione e riconoscenza verso questa città che molte volte mi ha protetto.

Come quella volta quando durante la rivolta del 1857 mi rifugiai, braccato dalla polizia sabauda, in Vico delle Monachette. In quel dedalo di vicoli angusti e ostili ai foresti, mi sentivo al sicuro.

Suo padre, se non erro, era medico, vero?

Sì, si chiamava Giacomo.
Un uomo tutto d’un pezzo, di poche parole e mani sicure, caratteristiche queste proprie di noi genovesi. Ricordo che, da bambino ogni tanto, lo accompagnavo nelle visite ai poveri.
Non prendeva mai denaro da chi non poteva pagare.
Una volta curò un vecchio marinaio che non aveva neppure le scarpe.
Quando uscimmo, gli dissi: “Papà, non ti ha dato niente.”
Lui mi rispose: “Mi ha dato la fiducia. E quella, Pippo, vale più di qualunque compenso ”

183 North Gower Street, Bloomsbury, la dimora londinese di Mazzini. Foto dal web.

Credo di aver compreso quel giorno con il suo esempio cosa significhi essere fedeli a se stessi e servire una causa.

Il suo sguardo si allontana all’orizzonte come se stesse rivivendo la scena poi riprende a guardarmi negli occhi con quella franchezza austera che solo i grandi idealisti e le coscienze pure possono permettersi.

Sua madre Maria Drago -riprendo emozionato il filo del discorso- le fu sempre vicina, anche da lontano, seguì con grande partecipazione le sue vicissitudini.

Sempre.

I suoi consigli, anche se a volte non li ho seguiti, sono stati preziosi per me.
Le sue lettere erano la mia patria quando non ne avevo una.
Mi chiamava “Giuseppino”, anche quando il mondo mi chiamava traditore.
Ogni parola sua era una carezza di Genova che mi arrivava fino a Londra, in Svizzera o ovunque mi trovassi.

Maria Drago, la madre che scrisse al figlio più di cento lettere, senza mai rimproverarlo davvero.
E Giacomo, il padre che gli insegnò a curare senza chiedere nulla in cambio.
Da loro nacque un visionario che avrebbe tentato di guarire un popolo intero e di dare un’identità unitaria a tutto un continente. Chimere ancora oggi ben lontane dall’essere realizzate.

Monumento dedicato a Mazzini in Piazza Corvetto. Realizzato nel 1882 dallo scultore Pietro Costa. Foto di Antonio Corrado.

Ci alziamo dal tavolino, la torta non sarà stata buona come quella che gli preparava la mamma, ma di certo gli è piaciuta e proseguiamo la nostra chiacchierata passeggiando in direzione del Porto Antico.

Eppure, Maestro, la sua vita è stata piena di fughe, arresti, processi e delusioni. Non si è mai chiesto se ne valesse la pena?

Ogni notte, sì. Ma poi guardavo le stelle.
Sono le stesse che brillano sopra Genova, sopra Londra, sopra Berna.
E pensavo: la patria non è un luogo, è un dovere che ti segue ovunque e al quale non puoi sottrarti.

Ricordo ancora la sera del 26 aprile del 1827. Non avevo ancora compiuto ventidue anni quando titubante ma pieno di speranze varcai l’atrio di Palazzo Baxadonne al civ. n. 32 di Via San Giorgio, sede della Carboneria genovese.

Palazzo Baxadonne De Franchi in via San Giorgio 32. Foto di Ettore Parodi.

Dunque lei era davvero un massone come sostengono in molti?

La parola massone deriva dal francese “macon”e significa muratore libero. In questo senso quindi si, essendo un costruttore di democrazia dallo spirito libero, si lo ero!

Giuseppe prosegue ora serio e determinato:

A Marsiglia fondai la Giovine Italia.
Abitavo sopra un’osteria e scrivevo i miei proclami con il clamore gente che rideva e brindava, di sottofondo.
La rivoluzione nasce sempre tra i rumori del mondo: non in silenzio, ma in mezzo alla vita.

La storia non è fatta di soli ideali, ma anche di compromessi, lo so bene e anche di percorsi disegnati dal destino.

A Londra invece conobbi e frequentai, fra gli altri, anche Mary Shelley (vedova del poeta P.B. Shelley), Anne Isabella Milbanke (vedova di Lord Byron, mio idolo di gioventù), il filosofo ed economista John Stuart Mill, Thomas Carlyle e sua moglie Jane Welsh, lo scrittore Charles Dickens, che finanziò la mia scuola e al quale consigliai di visitare Genova e il poeta decadente Algernon Swinburne che mi dedicò addirittura un’ode.

Ma è vero che fece amicizia anche con Marx?

Abitavamo nello stesso quartiere ma l’ho incrociato solo qualche volta a distanza al Red Lyon dove arringava, tra un boccale di birra e l’altro, i suoi adepti. Abbiamo intrattenuto -questo si- un lungo confronto ideologico epistolare. Ci siamo sempre rispettati, ma mai stimati. Lui mi definì “un utopista borghese” ed io, di contro, disprezzavo il suo socialismo ateo e materialista che contrastava con i miei valori morali e spirituali di libertà.

A proposito di libertà: E se oggi il suo apostolo potesse dare un consiglio ai posteri?
Mazzini volge ora lo sguardo al mare e il tono si fa grave.
L’Italia è nata, ma non ancora raggiunto la maturità.
È come un ragazza che ha il nome di suo padre ma non ne ha ancora il carattere.
Per diventare finalmente adulta dovrà imparare la dignità, la giustizia, la bontà.

.. e- mi permetto di aggiungere io- l’onestà….

Ah! Certo l’onestà, questa sconosciuta nella nostre misera indole di adulatori dei padroni.

Per quanti secoli abbiamo preferito alla nostra integrità lo squallido opportunismo mirabilmente riassunto nel ‘500 da Guicciardini “Franza o Spagna pur che se magna?

La tomba di Mazzini nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova. Foto di Antonella Rossi.

Dite ai giovani che la libertà non è un dono, ma una conquista da difendere tutti i giorni.
E che i sogni, anche quando sembrano fallire, lasciano sempre un segno nella realtà, un piccolo passo lungo l’arduo cammino verso la giustizia.

Io ho sognato un popolo, ma ho amato una famiglia — la mia, e quella che volevo far nascere: l’Italia.

“Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini”

Cit: Klemens Wenzel Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein Coblenza 1773 – Vienna 1859 Diplomatico e politico austriaco.

Genova, oltre ad avergli eretto un monumento nella principale piazza ottocentesca e reso la sua casa natale museo del Risorgimento, ha intitolato al suo illustre figlio una strada, un liceo, e una galleria.

In Copertina. ritratto ottocentesco di Giuseppe Mazzini.

Guglielmo… il gigante che venne dal mare..

Sotto il Mandraccio soffia un forte vento di tramontana che spazza tutti gli olezzi del porto.
Laggiù, dove “l’aria è carica di sale e gonfia di odori” il mare lambisce incessantemente le ardesie antiche. Se tendi l’orecchio pare di sentire una voce ruvida, come temprata dal viaggio e dal ferro. È la voce intrisa di salsedine di Guglielmo Embriaco, detto Testadimaglio, figlio di una città che da sempre sa intrecciare coraggio e commercio, fede e astuzia, mercanti e soldati.

Guglielmo Embriaco dipinto e dipinto sul prospetto di Palazzo San Giorgio da Ludovico Pogliaghi (1857-1950). Pittore e scultore.

«Non so perché mi chiamino così,» esordisce sornione, «forse perché, quando mi metto in testa una cosa, non c’è muro che tenga, o forse per la mia inusuale prestanza fisica che mi fa somigliare piuttosto ad un guerriero vichingo».

Gli occhi chiari, blu come il mare, si accendono quando parla della sua Genova.
«Una città piena di opportunità per chi le sapeva cogliere. Bisognava però avere il coraggio di abbandonare le certezze della terra ferma per salpare verso gli imprevisti dell’ignoto marino. Ed io di coraggio ne avevo davvero da vendere. A quel tempo la mia città odorava di spezie e di pece, di reti stese al sole e si sentiva l’eco di voci in mille lingue diverse, rimbombare in ogni caruggio. Un porto di mare è così: un brulicare di genti affaccendate alle quali non si ha nemmeno tempo di chiedere la provenienza.

Cappella Dogale. Sulla parete di destra, dando le spalle all’ingresso, è raffigurata La presa di Gerusalemme da parte di Guglielmo Embriaco

Noi Embriaci avevamo navi, fondachi e contatti in mezzo mondo. Ma soprattutto eravamo ambiziosi e avevamo fame: di gloria, di rotte nuove, di ricchezze e terre da conquistare.»

Dettaglio dell’affresco realizzato da Giovanni Battista Carlone fra il 1653 e il 1655.

Il suo sguardo si fissa impaziente all’orizzonte scrutando il mare come se aspettasse ora il vento giusto per gonfiare le vele e riprendere il largo verso chissà quale destinazione d’Oltremare. Forse quella Gibelletto in Libano di cui, su concessione del Conte Bertrand di Saint Gilles divenne, a riprova del lignaggio ottenuto, signore per oltre vent’anni.

“Per la prima Crociata, io e mio fratello Primo armammo due legni: l”Embriaca e la Grifona. Forti di circa 200 uomini arrivammo al porto di Giaffa in Terrasanta. Quando vidi in lontananza comparire la flotta degli infedeli capii che non si vince solo con la spada. Se fossimo andati allo scontro in inferiorità numerica avrei avuto la peggio e non sarei qui a raccontare la mia epopea.

“Guglielmo Embriaco espugna Gerusalemme” affresco di Lazzaro Tavarone presso il Palazzo Cattaneo Adorno di Via Garibaldi 10. Immagine dal web.

Ci voleva l’ingegno. Così smontammo le navi — le nostre gagliarde galee genovesi — e ne facemmo torri d’assedio. Il legno del mare divenne scala verso il cielo. E le possenti mura di Gerusalemme cedettero sotto i dardi dei miei Balestrieri davanti agli sguardi increduli sia di Iftikhar ad-Dawla (governatore fatimide della città) che di Goffredo di Buglione (Duca di Lorena e comandante della spedizione crociata).

Ride piano, con un’ombra d’orgoglio.
«Fu un gesto di follia o di fede, non saprei. Ma certo di genovesità pura: non si getta via niente, figurarsi se si rinuncia ad una nave. Per primo scalai le mura e feci gran strage di nemici. Il resto è scritto nei libri. Ci ha pensato Caffaro a far si che non si perdesse traccia di quell’incredibile impresa»

Il Sacro Catino custodito presso il Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Foto dell’autore.

Suo fratello Primo fu nominato governatore della città e Guglielmo ottenne per Genova in nome del Capitolo di San Lorenzo, un fondaco, un pozzo, una chiesa, trenta case e un terzo del bottino.

“E poi che soddisfazione, che orgoglio, vedere inciso sull’architrave del Santo Sepolcro di Gerusalemme l’epigrafe che recitava: Praepotens Genuensium Praesidium“(potentissimo presidio dei genovesi). Eloquente e prestigioso riconoscimento dell’operato dei genovesi voluto da Goffredo di Buglione in persona per onorarne la forza.

Quando tornò a Genova, le campane suonavano a festa. Sulla spiaggia di Capo d’Arena ad accoglierlo c’è tutta la cittadinanza con in testa nientepopodimeno che il Vescovo. Nei carruggi si parlava solo di Testa di Maglio, “Guglielmo il conquistatore di Gerusalemme”. Portava con sé un tesoro, il Sacro Catino (per molti secoli ritenuto il Sacro Graal), le reliquie del Battista, onori, e un nome che sarebbe rimasto scolpito nella pietra per l’eternità. Ma lui, racconta, voleva solo tornare a casa, rivedere il suo mare e dimostrare a suo padre di che pasta fosse fatto.
«Severa e un po’ matrigna è la mia città. Prima ti forgia e prepara, poi ti accoglie e ti misura nello stesso tempo. Ti chiede cosa hai portato indietro. Io risposi: “Una storia, e un orizzonte più largo di quello che avevo lasciato”».

Le ombre frattanto si fanno largo sulla piazza dove si staglia superba la sua torre di famiglia secolare testimonianza del suo prestigio. In realtà-precisa lui- questa torre non è la mia (che invece si trovava poco più sopra) ma è quella dei De Castro.

La Torre De Castro per secoli erroneamente ritenuta Torre Embriaci. Foto dell’autore.

Al calar del sole la voce di Guglielmo si dissolve tra le grida dei gabbiani.
Ma se chiudi gli occhi, puoi ancora sentirlo ridere piano, come un vecchio marinaio che sa di aver lasciato il proprio nome inciso non su una lapide, ma su un’onda. Proprio come il pescatore di De André che “all’ombra dell’ultimo sole si era assopito e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”

L’Archivolto di Santa Maria in Passione individuato dagli storici come la base di una delle due vere torri Embriaci. Foto di Stefano Eloggi.

Eppure sulla cresta di quell’onda è nata la gloriosa storia della Repubblica marinara di Genova con i suoi simboli (vedi la croce di San Giorgio) le cui gesta costituiscono un punto cardine del progresso nautico, militare e commerciale dell’intero Continente.

Nella sala delle conferenze della vicina Casa Paganini (ex chiesa del convento di S. Maria delle Grazie la Nuova) attraverso una botola si può accedere allo scavo che ha portato alla luce la sottostante originaria base della primitiva torre. Foto i Giuseppe Ruzzin.

Salite, salite e prendete in fretta la città»

(Testadimaglio ai suoi uomini durante la presa di Cesarea, Caffaro di Rustico da Caschifellone, Annali)

In copertina: statua dell’Embriaco posta sopra la galleria Bixio realizzata da E. Baroni nel 1929.


Quattro chiacchiere con Paganini


Non è stato per niente facile fissare un incontro con lui. Fino all’ultimo si è fatto desiderare, proprio come una vera rock star.
D’altra parte, non poteva essere altrimenti: Paganini è stato un autentico antesignano in materia. Ai suoi concerti gli isterismi collettivi — soprattutto femminili — erano all’ordine del giorno. Il suo aspetto emaciato, il viso scavato, i lunghi capelli e i leggendari assoli facevano il resto.

Ritratto di Paganini. Opera di Jean Auguste Dominique Ingres realizzato attorno al 1819.

«Mi venga a prendere con la carrozza in piazza Acquaverde; devo passare da casa a prendere alcuni spartiti» — mi aveva detto — «lì sarà facile trovarne una.»

Non ho avuto il coraggio di confessargli che le carrozze non esistevano più già da un pezzo, e che neppure la sua casa in Vico Gattamora era sopravvissuta. Solo l’edicola votiva della Madonna si era salvata, oggi custodita nel Museo di Sant’Agostino.

La casa natale di Paganini con relativa lapide in Vico Gattamora nel quartiere scomparso della Madre di Dio a Genova. “Alta Ventura Sortita ad Umile Luogo / in Questa Casa/ il Giorno XXVII di Ottobre dell’Anno MDCCLXXXII / Nacque / a Decoro di Genova a Delizia del Mondo / Nicolò Paganini / nella Divina Arte dei Suoni Insuperato Maestro”.

Mi sono presentato all’appuntamento all’ora stabilita. Non è stato difficile riconoscere la sua inconfondibile sagoma: sottile, elegante, lo sguardo assorto verso il monumento a Cristoforo Colombo.

«Maestro — gli ho sussurrato con un inchino — è un onore per me conoscerla.»

Non mi ha risposto. Perso nei suoi pensieri, continuava a osservare la statua. Ho deciso allora di assecondare il suo sguardo ammirato.

«Bello, vero, il monumento? Di recente ne hanno inaugurato uno anche in suo onore, sotto il porticato del teatro Carlo Felice.

Il monumento dedicato a Paganini davanti al teatro Carlo Felice di Genova. Foto di Salvatore Camba.


A proposito di teatro, la accompagno al Sant’Agostino, oggi Teatro della Tosse. Se non sbaglio, lì, a soli tredici anni, ha suonato il suo primo concerto.»

In Piazza Negri sulla sinistra si scorge l’odierno teatro della Tosse. Foto di Leti Gagge.

«Sì, ricordo bene quel giorno» — ha annuito nostalgico — «ma in realtà mi ero già esibito un paio d’anni prima, nell’oratorio di San Filippo Neri, in via Lomellini, per la festa del santo.»

«Chissà che emozione» — ho commentato.

«Di quella giornata ricordo la paura di sbagliare… e le lacrime di commozione di mio padre, seduto in fondo alla chiesa. Ma anche gli applausi, quelli non li ho mai dimenticati.»

La volta dell’oratorio di San Filippo Neri. Foto di Stefano Eloggi.

Abbiamo proseguito la passeggiata tra i caruggi, fino a Palazzo Ducale. Il suo sguardo, quasi per istinto, si è alzato verso la Torre Grimaldina.
Il volto gli si è improvvisamente rabbuiato quando ho accennato alla sua prigionia.

«Fui accusato ingiustamente di aver abusato di una giovane donna che in realtà voleva soltanto spillarmi del denaro. In camerino, dopo ogni concerto, mi aspettavano più donne che violini. Crede che avessi bisogno di costringere una fanciulla con la forza?»

Non ho replicato. Ho preferito cambiare argomento.

La Torre Grimaldina. Foto di Leti Gagge.

«E quella storia del diavolo? Del patto per diventare il più grande violinista del mondo?»

Ha scosso la testa, con un sorriso amaro.
«Tutte calunnie, messe in giro da colleghi frustrati e invidiosi. Il trattamento al mercurio per curare la sifilide mi aveva rovinato il volto, e così nacque la mefistofelica leggenda. Mi spiace solo che mi sia costata la sepoltura in terra consacrata.»

Poi, con tono serioso, ha aggiunto:
«A causa della sindrome di Marfan avevo dita lunghissime e assai snodate: potevo premere tutte le corde insieme. Mi esercitavo ogni giorno sulla velocità. In precedenza avevo studiato anche la chitarra: fui cosi il primo a capire che pizzicare le corde, imitare suoni, rompere gli schemi, era molto più affascinante delle solite melodie da salotto.
Spesso, prima di salire sul palco, tagliavo di proposito tre corde del violino, lasciando solo il sol. Così, durante l’esibizione, le altre si spezzavano una a una. Il pubblico impazziva. Era magia.»

Ha sorriso, con un lampo d’orgoglio.
«Ho suonato in tutta Italia, nelle principali corti d’Europa. E ovunque ho raccolto applausi, ma anche invidie.»

Locandina del concerto al Covent Garden di Londra.

«E la famosa frase: Paganini non ripete?» — ho azzardato. — «Non crede che abbia alimentato il mito dell’artista arrogante?»

«Mi spiace che sia stata fraintesa. Io improvvisavo sempre. Intendevo dire che non avrei saputo ripetere la stessa magia una seconda volta.»

«È vero che ha perso un Guarneri del Gesù al gioco?»

Ha riso, sarcastico.
«Ah, il gioco… Le donne… E i ravioli di mia madre! Le mie uniche altre passioni, oltre alla musica.»

La rCosì in una lettera spedita all’amico Luigi Germi nel 1839 e conservata presso la Library del Congresso di Washington Paganini descriveva le ricette per il tuccu e per i ravioli:

«Le piacerebbe rivedere il suo Cannone

«Più che vederlo, vorrei suonarlo ancora una volta. Ma dubito esista ancora…»

«Esiste eccome, Maestro. È perfettamente conservato a Palazzo Tursi. La accompagno, ma facciamo in fretta: non so che spiegazioni potrei dare se ci scoprissero.»

Davanti alla teca che custodisce il violino, gli è scesa una lacrima.
«È proprio lui. Lo riconosco.»

Il Guarneri del Gesù il celebre “Cannone” custodito a Tursi, palazzo del Comune di Genova. Foto dell’autore.

«Ogni anno — gli ho detto — il vincitore del concorso a lei intitolato ha l’onore di suonarlo durante la premiazione. Genova le ha dedicato oltre alla competizione e alla statua, anche una strada ed il Conservatorio.»

La nostra passeggiata si è conclusa in Sarzano, dove fu battezzato nella chiesa di San Salvatore, davanti alla colonna infame che ricorda le vicende del suo quartiere natale. Ho citato le splendide parole che Liszt gli dedicò.

Il certificato di battesimo di Paganini del 28 ottobre 1782 conservato nella chiesa di San Donato a Genova. Foto dell’autore.

Paganini si è commosso.
«Io e Franz parlavamo la stessa lingua» — ha sussurrato. — «La lingua del genio.»

Ha poi distolto lo sguardo, turbato nel vedere una Genova così diversa da quella che portava nel cuore.
Mi ha salutato in fretta, quasi dovesse correre a prepararsi per un concerto.
E, così come era apparso, se n’è andato.

La Colonna infame voluta dagli abitanti dei caruggi. Foto dell’autore.

Avvolto nel suo inconfondibile mantello nero, dissolto nel silenzio.

Arrivederci, Maestro. A presto.

In Copertina: fumetto di Manlio Tuscia che ritrae Paganini in via San Lorenzo davanti alla cattedrale di Genova.


Il San Giorgio di Rubens

Al Museo del Prado di Madrid è custodita questa meravigliosa rappresentazione di San Giorgio che uccide il drago dipinta da Rubens probabilmente a Genova tra il 1606 al 1608.

Il pittore fiammingo rappresenta il cavaliere nei panni di un Duce dell’esercito romano mentre sguaina la spada per colpire l’animale e si rifà al testo agiografico “Legenda aurea” in cui il Vescovo Jacopo da Varagine racconta la storia di San Giorgio.

Il cavaliere, giunto nella città di Salem in Libia, venne a conoscenza di una terribile usanza locale: gli abitanti, per placare un feroce drago che viveva in un lago vicino, gli offrivano ogni giorno due pecore come pasto. Quando gli animali non furono più sufficienti, iniziarono a sacrificare i cittadini, scelti a sorte. Un giorno, la sorte cadde sulla giovane figlia del re, che fu destinata a essere data in pasto al drago. Tuttavia, proprio allora arrivò San Giorgio, che affrontò la creatura e la uccise, salvando così la principessa. In segno di gratitudine, il re e tutti gli abitanti di Salem si convertirono al cristianesimo.

Il dipinto intitolato Lotta di San Giorgio e il Drago di Pieter Paul Rubens risale al 1606-1608. L’artista realizzò questo dipinto durante il soggiorno genovese. Per questo motivo storico D. Jaffe ipotizzò che la città di Genova avesse commissionato l’opera proprio per onorare il patrono militare della Repubblica.

Il cavallo domina la scena, tracciando una possente diagonale che struttura l’intero dipinto. La sua linea ascendente, slanciata da sinistra a destra, si contrappone all’inclinazione obliqua del corpo di San Giorgio, creando un incrocio visivo vicino al cuore dell’opera. Questa tensione dinamica infonde energia alla composizione, amplificando il senso di movimento. L’incedere impetuoso del cavallo e il gesto risoluto del braccio alzato di San Giorgio si fondono in un’armonia visiva che esalta l’epicità dell’azione. L’inconfondibile rosso, tendente all’arancione, nel mantello del cavaliere, la firma dell’artista.

In Copertina: Dipinto di Rubens, olio su tela di 309 centimetri di altezza e 257 cm di larghezza. Museo del Prado Madrid.

Il Presepe dell’Isola

Il suggestivo presepe di Camogli non poteva altro che essere esposto in quella che un tempo, come raccontato nella maiolica sul sagrato della basilica, era la sua isola.

La maiolica sul sagrato della chiesa che racconta l’originaria conformazione come isola di Camogli. Foto dell’autore.

Frutto di mesi di lavoro meticoloso, passione e dedizione, il presepe all’Isola di Camogli è molto più di una semplice Natività: è un capolavoro di artigianato e amore per il proprio territorio. Un vero omaggio alle tradizioni locali e alla magia del Natale, realizzato da un gruppo straordinario di volontari, gli “Amici del Presepe”che hanno raccolto la dimenticata eredità degli anni Ottanta, riportando in vita un progetto che incanta residenti e visitatori, anno dopo anno.

Allestito dunque nei locali di via dell’Isola 3, questo presepe è un viaggio emozionante tra i colori e le atmosfere di Camogli.

Ogni dettaglio racconta il borgo: dal porticciolo ai vicoli, dai locali e stabilimenti balneari lungo la passeggiata, fino alle tradizionali case dai colori pastello. La cura artigianale è straordinaria e ogni anno l’opera si arricchisce di nuovi particolari. Così, il celebre Dragun, il tipico sciabecco ligure, solca il golfo, mentre le luminarie della basilica di Santa Maria Assunta e delle case si riflettono nel mare, creando un gioco di suggestioni che cattura lo sguardo e invita a perdersi nella bellezza dei dettagli.

Il Dragun originale esposto all’imbocco della passeggiata. Foto di Claudio Bottaro

La scena si dipana dal mattino fino all’imbrunire arricchita, per renderla più verace, dal rintocco delle campane, dai garriti dei gabbiani e dalle sirene delle navi.

il Presepe all’imbrunire con la suggestiva palazzata illuminata. Foto di Claudio Bottaro.

Ma questo presepe non è solo un’opera d’arte, è anche un simbolo di solidarietà. Basta inserire una moneta da uno o due euro per attivarlo, e il ricavato viene devoluto a scopi benefici: dall’acquisto di un defibrillatore per l’asilo Umberto I, a donazioni per la scuola dell’infanzia di Ruta e i volontari del Soccorso.

Oltre all’allestimento dello scorso anno, all’interno dell’Abbazia di San Fruttuoso è presente questa gradevole rappresentazione presepiale dell’Abbazia stessa. Foto di Claudio Bottaro.

La quarta edizione, esposta lo scorso anno nell’abbazia di San Fruttuoso, ha raccolto fondi per una sedia per disabili destinata alla comunità. Un progetto che non smette mai di stupire e di far del bene, unendo tradizione, bellezza e generosità in un’esperienza unica.

“Seconda stella a destra, questo è il cammino
E poi dritto fino al mattino
Poi la strada la trovi da te
Porta all’isola che non c’è”.

Cit. L’Isola che non c’è. Edoardo Bennato 1980.

In Copertina: Foto di Claudio Bottaro. Gennaio 2025.

Il viaggio nei Presepi dei Cappuccini

Presso il Museo dei Cappuccini sito in Viale IV Novembre 5 è possibile immergersi in un affascinante viaggio nel mondo dei presepi.

Il Presepe all’interno della chiesa di Santa Caterina.

Si può accedere sia dalla chiesa della SS Annunziata di Portoria dove sono custodite le spoglie di Santa Caterina da Genova, che dall’ingresso con scenografico settecentesco scalone situato praticamente di fronte al Parco dell’Acquasola.

Sulle pareti dello scalone come succulento antipasto sono esposte tele provenienti da chiese e conventi cappuccini liguri di autori di assoluto prestigio quali, cito i principali: Gio. Andrea De Ferrari, Giulio Benso, Luca Giordano, Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi, Domenico Fiasella, Orazio De Ferrari, Giovanni Battista Paggi, Luigi Miradori detto il Genovino e Domenico Piola.

Prima dell’ultima rampa a dare il benvenuto ai visitatori è una splendida quanto geniale scultura marmorea bifronte di autore ignoto che da un lato rappresenta Sant’Antonio da Padova con Gesù e dall’altro la Vergine con il Bambino.

Sant’Antonio da Padova con in braccio Gesù
La Vergine con il Bambinello.

Giunti al piano sulla sinistra ecco il pezzo forte del percorso costituito dell’imponente presepe meccanico realizzato dell’artigiano piemontese Domenico Curti. La rappresentazione si dipana lungo tre scene principali collocate a Betania, Gerusalemme e Betlemme e racconta oltre alla Natività anche molti altri episodi legati alla Bibbia. Non a caso lo stesso autore lo ha definito “un presepe biblico animato”.

Scena di Betania.
Scena di Gerusalemne.
Scena di Betlemme.

Quasi cento anni di storia, quaranta metri quadri di stupore e oltre 150 movimenti generati da originali meccanismi azionati mediante vecchie cinghie di cuoio, ne fanno un capolavoro del suo genere.

Il viaggio prosegue nella stanza di fronte raccontando la grande tradizione presepiale genovese attraverso i suoi grandi maestri in particolare, Bissone, Maragliano, Navone, Garaventa e Casanova, fino a Capurro l’ultimo esponente di rilievo di una scuola che annoverava fra gli altri artisti quali Storace, Ciurlo, Pittaluga, Pedevilla e il Castellino il primo di cui si ha notizia ad inizio del XVII secolo.

Dalla ricca committenza nobiliare del presepe artistico si passa poi a quella più economica e popolare tradizione detta dei macachi. Ovvero quella particolare produzione di statuine in terracotta o carta pesta per presepi allestiti spesso con materiali di recupero. In proposito i più famosi sono quelli realizzati con le ceramiche di Albisola.

A corollario della mostra altri 8 presepi di più recente fattura di chiara ambientazione ligure di fogge, dimensioni e materiali diversi, arricchiscono il museo. In queste rappresentazioni spesso la “piazza del mercato” costituisce l’ambientazione principale.

Presepe per scarabattola. Ambito ligure Sec. XIX. Collezione Museo. Donazione privata.

Ma il vero protagonista è il presepe settecentesco con i classici manichini snodabili vestiti con sfarzosi abiti su misura.

Manichini, abiti e accessori dei manichini genovesi.

Al centro della scena ecco il fastoso corteo dei magi attribuito alla bottega del Maragliano. Da notare l’utilizzo dei cavalli al posto dei cammelli, caratteristica questa tipica della scuola genovese.

Il Corteo dei Magi.

A proposito del grande scultore non vi è prova alcuna che scolpisse statuine presepiali ma si sa che disegnava personalmente i bozzetti che dovevano essere poi realizzati dai suoi allievi.

Fra i tanti personaggi spiccano, custoditi in una teca a parte, le figure della benefattrice e del mendicante realizzate da Pasquale Navone, il grande continuatore dell’arte del Maragliano. Se la prima si distingue per la sua raffinata eleganza, la seconda risalta perché interamente vestita in tela jeans originale dell’epoca.

La benefattrice e il mendicante. Seconda metà del XVII sec. Acquisizione dal convento dei Cappuccini di Sarzana (SP). Pasquale Navone.
Il mendicante.

Da segnalare infine il pregevole quattrocentesco polittico di San Barnaba di Giovanni di Pietro da Pisa, proveniente dall’omonima chiesa di San Barnaba del Castellaccio.

Il quattrocentesco polittico.

In Copertina: Il Corteo dei Magi attribuito alla Bottega del Maragliano. Tutte le foto sono dell’autore.

Il Presepe di S. Egidio alla Nunziata

La Comunità di Sant’Egidio ha affidato agli artigiani di via San Gregorio Armeno a Napoli la creazione di un presepe unico, in esposizione fino al 2 febbraio 2020 nella basilica della Santissima Annunziata del Vastato a Genova. Qui, la tradizione napoletana incontra la realtà ligure, dando vita a una rappresentazione della Natività che vibra di significato e attualità.

Il presepe nel suo insieme. Foto di Anna Armenise.

Le figure di Gesù, Maria, Giuseppe, i tre Magi e gli angeli sono state scolpite in legno con dettagli preziosi come gli occhi in vetro, create appositamente negli storici laboratori napoletani. Sullo sfondo, un rudere con tre colonne bianche evoca l’architettura della basilica stessa, simbolo del luogo di preghiera dove ogni sera si riunisce la comunità di Sant’Egidio. Questa Natività raccoglie in un abbraccio Genova e Napoli, due città lontane ma unite dal messaggio universale di accoglienza e solidarietà.

Nel presepe sono riconoscibili angoli iconfondibili di Genova: le vie strette di Sottoripa, la chiesa di San Matteo, la Lanterna e Porta dei Vacca.

Al centro la chiesa di San Matteo. Foto di Anna Armenise.

È tra queste strade che si muovono le figure0 degli abitanti, immersi nella loro quotidianità e nel servizio ai più poveri. Attorno alla mangiatoia, le statuine raccontano il messaggio evangelico di Matteo: poveri, forestieri, ammalati, carcerati, affamati e assetati – sono loro i protagonisti di questa scena, ciascuno con la sua dignità, rappresentato con delicatezza e realismo.

La Lanterna domina la scena. Foto di Anna Armenise.

Ai due estremi della scena, quasi in un abbraccio a Gesù bambino, mani amiche portano un piatto caldo a chi ha fame e sete, come ogni giorno Sant’Egidio fa nelle mense di via delle Fontane e per le strade della città. E sotto la Natività, in una stanza nascosta, troviamo i “forestieri” intenti a raccontare le loro storie di speranza, proprio come avviene nelle scuole di lingua e cultura italiana che Sant’Egidio gestisce per i migranti nel centro storico e a Sampierdarena.

Nella rappresentazione della “casa famiglia”, una donna anziana attende con gioia chi le porta affetto, e accanto a lei c’è un uomo dalla pelle scura, malato di Aids, che grazie alle cure del Programma Dream di Sant’Egidio tornerà a vivere – un richiamo alla speranza offerta a tanti in Africa.

A destra del presepe troviamo i “carcerati” e a sinistra i “nudi” che aspettano vestiti, proprio come avviene nei Centri “Genti di Pace”.

In primo piano dettagli del presepe. Foto di Anna Armenise.

E infine, dietro la Sacra Famiglia, i “piccoli” giocano alla Scuola della Pace, seguiti dallo sguardo attento di un giovane amico.

Questo presepe è una testimonianza di vita autentica, che ricorda a tutti che Gesù non nasce in un palazzo lussuoso, ma nei luoghi dimenticati e poveri – come lo erano i ruderi di Napoli un tempo e come lo sono oggi tante periferie. È un invito a vivere l’Avvento come un’attesa attiva, che ci spinge a “uscire” verso chi è meno fortunato, onorando, come ci ricorda papa Francesco, il corpo di Cristo nelle membra dei poveri.

Comunità di S. Egidio. Piazza della Nunziata 4. Natale 2019

In Copertina: Foto di Anna Armenise