La Madonna della Pappa

Opera del pittore olandese di scuola fiamminga David Gerard (Oudewater 1460-Bruges 1523) a si trova questa particolare rappresentazione della Vergine con il Bimbo.
” (1510 -1515), questo il suo nome, è un dipinto appartenuto alla collezione privata Brignole -Sale che fu acquistato probabilmente nel corso del ‘800 dalla duchessa stessa.

Trasferito dapprima nella residenza parigina dei Galliera, nel 1874 rientrò a a Palazzo Rosso ed insieme alla raccolta di altre opere che avrebbero costituito il futuro embrione dei Musei di Strada Nuova, venne donato al Comune di Genova.

La specificità di questo quadro si ravvisa nell’intimità della scena rappresentata.

La Vergine, dall’umile atteggiamento e il dolce sguardo sembra una mamma qualunque immortalata nel più materno dei gesti quotidiani, la preparazione – appunto – della pappa.

Una mamma premurosa che tiene sulle ginocchia il suo bambino e si prepara ad imboccarlo.

Un’immagine quindi semplice, familiare che rivela però significati e simbologie sottese.

Dalla finestra si scorge un paesaggio che si apre all’orizzonte ma la vera protagonista diviene proprio la quotidianità con la descrizione puntuale degli oggetti in primo piano: il pane, la ciotola con il latte, il coltello e la mela che paiono rispettivamente alludere a un preciso messaggio di contenuto eucaristico; in questo modo gli oggetti quotidiani acquistano anche un significato metafisico e il pane e il latte della pappa diventano simbolo dell’Eucarestia di Cristo mentre il coltello ne prefigura la Passione.

Il verde di Genova

è molto bella con le sue case dipinte, i suoi giardini verdi a spalliera e gli Appennini dietro. Ma quanto rumore! Che moltitudine! Su tre uomini che passano per le strade, ci sono un monaco e un soldato.

Cit. Alfred romanziere francese (1810 – 1857).

Villa Piaggio e Castello Bruzzo da Corso Carbonara. Foto di Leti Gagge.

La città come una fortezza

“Disdegnando la terra, che ignorava e disprezzava, questa città ha ammucchiato sullo stretto lembo, tra mare e monte, di gradino in gradino, come una titanica scalata di marmorei palazzi, che, da lontano, appaiono gli uni sugli altri. Questi piani stupendi, intersecati da aranceti, da terrazze, colpiscono e sorprendono prima ancora di affascinare. Perché? Si partecipa alla fatica di un sì grande sforzo; si avverte troppo sensibilmente che un tale popolo, poco amante della natura, non lo ha compiuto per semplice divertimento. I palazzi sono fortezze, in basso tutti difesi da inferriate, chiusi da porte di ferro massiccio come quelle di una città, che stanno a difesa dei forzieri. Le terrazze pensili, che si sforzano di salire sempre più in alto, di guardare al di sopra dei vicini, sono degli osservatorii, da dove il capitalista osservava le sue navi sul mare, e l’armatore seguiva con gli occhi i suoi corsari”.

Cit. Jules (1798 – 1874) storico francese.

Torre De Castro, campanile di S. Giorgio e S. Maria di Castello. Foto di Leti Gagge.

L’Ultima Cena e il cardinale

Nella navata destra della Cattedrale di San Lorenzo si trovano, a pochi centimetri l’uno dall’altro, due splendidi capolavori.

Il primo è il monumento funebre del cardinal Pietro Boetto, realizzato nel 1949 dallo scultore Guido Galletti.

L’alto prelato genovese si era distinto nella trattativa della resa nazista avvenuta nella sua residenza di Villa Migone nell’aprile del 1945.

Inoltre il cardinale si era attivato, fondando l’associazione clandestina Delasem, per aiutare gli ebrei a sfuggire dal regime nazista. Per questa sua attività meritoria l’arcivescovo di è stato nominato”Giusto fra le Nazioni” ed è uno dei soli quattro membri del clero che in hanno ricevuto questo autorevole riconoscimento.

Boetto morì nel 1946 in seguito ad una crisi cardiaca ed ebbe giusta sepoltura con il massimo degli onori nel principale tempio cittadino.

L’epigrafe commemorativa alla base del sarcofago recita:

PETRUS CARD. BOETTO S.J. ARCHIEP. GENUEN. CIVITATIS DEFENSOR 1871-1946.

Con la sua scomparsa ebbe inizio l’epoca del suo successore Giuseppe Siri il cui mandato fu il più lungo, durato ben 41 anni fino al 1987, della storia della diocesi genovese.

A realizzare la scultura fu l’artista celebre, fra le sue tante opere, per il monumento subacqueo del Cristo degli Abissi collocato nei fondali davanti a San Fruttuoso.

Ma lo stupore non finisce qui perché alzando lo sguardo dietro al monumento si rimane estasiati dalla bellezza dell’Ultima Cena di Lazzaro Tavarone.

L’affresco dipinto nel 1626 in origine si trovava nel refettorio dell’ospedale Pammatone e venne trasferito in cattedrale quando il nosocomio, nel dopoguerra, venne demolito e smantellato.

Fra le innumerevoli opere d’arte di questo straordinario pittore basti ricordare il – a tutti familiare – prospetto di Palazzo San Giorgio decorato con le effige dell’omonimo santo.

A Pasqueta

Dal termine greco ἐπιφάνεια, epifáneia si arriva per storpiatura attraverso bifanìa e befanìa alla parola che identifica la festa dell’Epifania.

Negli antichi riti pagani intrisi di influenze mitraiche prima e celtiche dopo, tale ricorrenza era legata ai cicli stagionali dell’agricoltura, in relazione sia al raccolto dell’anno appena trascorso che, a scopo propiziatorio, per quello dell’anno futuro.

Gli antichi Romani ereditarono tali riti, associandoli quindi al calendario romano, e celebrando, appunto, l’interregno temporale tra la fine dell’anno solare, fondamentalmente il solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus.

La dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita attraverso Madre Natura.

I Romani credevano che in queste dodici notti (il cui numero avrebbe rappresentato i dodici mesi dell’innovativo calendario romano nel suo passaggio da prettamente lunare a lunisolare, probabilmente associati anche ad altri numeri e simboli mitologici) delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei futuri raccolti, da cui il mito della vecchina “volante”.

Secondo alcuni, tale figura femminile fu dapprima identificata in Diana, la dea lunare non solo legata alla cacciagione, ma anche alla vegetazione, mentre secondo altri fu associata a una divinità minore chiamata Sàtia (dea della sazietà), oppure Abùndia (dea dell’abbondanza).
Un’altra ipotesi collegherebbe con un’antica festa romana, che si svolgeva sempre in inverno, in onore di Giano e Strenia (da cui deriva anche il termine “strenna”) e durante la quale ci si scambiavano regali.

Un’altra leggenda racconta invece di una solitaria vecchina che viveva isolata da tutti e passava il tempo a cucire calze. Un giorno alla sua porta bussarono i Re Magi che la invitarono a seguirla per portare i loro doni a Betlemme dove stava per nascere il Salvatore.

La Befana rifiutò di accodarsi ma, per non essere scortese, lasciò comunque appesa una calza vuota da portare al nascituro.

Quando anni dopo ebbe notizie del Redentore comprese che quel bambino che aveva snobbato era Gesù.

La Befana pentita si vergognò della propria meschineria. Non sapeva darsi pace per il disonore.

Finché una notte Gesù le apparve in sogno e la perdonò.

Da allora la vecchia carampana cavalca la sua scopa per portare ad ogni bambino una calza colma di piccoli doni e leccornie.

La Befana è una bonaria vecchina che nulla ha a che fare, nonostante la scopa e alcuni tratti in comune, con le streghe. Non veste di nero, né calza stivali o indossa cappelli a punta. Si copre infatti con un fazzolettone di stoffa pesante (la pezzóla) o uno sciarpone di lana annodato in modo vistoso sotto il mento e vola, al contrario delle fattucchiere, con il manico alle spalle e le ramaglie davanti.

I Re Magi del Presepe della Madonnetta. Foto di Leti Gagge.

Da queste tradizioni pagane si ha poi il passaggio, con il Cristianesimo, alla simbologia della prima manifestazione (epifánein in greco significa apparire, mostrarsi) di Gesù in pubblico, presentato dunque ai Re Magi.

La Befana passando dal camino rappresenta l’unione fra cielo e terra e con il suo passaggio segna l’apertura del nuovo anno. Per questo è rappresentata vecchia e brutta e i suoi fantocci a immagine dell’anno appena trascorso venivano bruciati.

Da 1 al 6 gennaio la sua comparsa simboleggiava rigenerazione e prosperità. Non a caso nella notte fra il 5 e il 6 il ciclo del rinnovamento si compie e il mondo cambia, si trasforma: gli alberi si caricano di frutti, le acque sono oro liquido, e le fanciulle pongono foglie d’ulivo.

A invece la festa della Befana, “Basara” in genovese, non solo non è l’ultima delle feste come vuole il noto proverbio che “l’Epifania tutte le feste porta via” ma è la prima di quelle importanti dell’anno appena iniziato e, proprio per questo, viene chiamata “” perché precedente anche la Pasqua. Secondo questa concezione, di conseguenza, il giorno dopo Pasqua non può più essere Pasquetta ma semplicemente il lunedì dell’Angelo.

La Basara, accompagnata dal vecchio marito la cui presenza si è poi pian piano smarrita nei tempi, in origine portava i suoi regali e il suo carbone e aglio in gerle di vimini o in sacchi di iuta sfatti e slabbrati che assumevano la forma di calzettoni enormi.

Il carbone, o la cenere, infatti erano un simbolo rituale dei falò che inizialmente venivano inseriti nelle calze o nelle scarpe insieme ai dolci, in ricordo, appunto, del rinnovamento stagionale, ma anche dei propiziatori fantocci bruciati.

Befana di notte in un paesaggio di mare. In realtà il profilo è più da strega.

Da qui l’usanza della calza in cui i bimbi trovavano frutta fresca o secca e qualche piccolo dolciume se erano stati bravi, il temuto carbone se erano stati discoli, adottata anche dalla chiesa cattolica.

In ogni caso niente regali perché quelli venivano dispensati a S. Lucia (13 dicembre) e/o a Natale.

E a tavola come si celebrava?

come recita l’antico adagio “Epifàgna, gianca lasagna” a Genova erano d’obbligo le intese come impasto di sola acqua e farina senza uovo, bollite (ma non cotte al forno) e condite con il pesto.

“Mandilli al pesto”. Foto di Leti Gagge.

Insomma la classica pasta genovese molto simile ai tradizionali mandilli de saea.

Si proseguiva poi con il pesce bollito e l’immancabile Cappon Magro in una versione però molto più essenziale di quella odierna, priva di gelatina e con la salsa verde, per non occultare il sapore del pesce, servita a parte.

Cappon Magro dei giorni nostri. Foto e preparazione di Nicola Bellebuono.

Si concludeva infine come per tutte le feste con un brindisi e una fetta di Pandolce.

In copertina befane al Porto Antico nel 2019. Foto di Giulio Gazzale

Il presepe dei Cappuccini

Nell’oratorio attiguo alla chiesa della Santissima Concezione in Piazza dei Cappuccini, meglio nota come del Padre Santo, si trova uno dei presepi più amati dai genovesi.

Particolare della Natività.

Tale ambientazione venne allestita per la prima nel 1842: i personaggi sono sparpagliati in un classico borgo nostrano impreziosito sullo sfondo da una scenografia di monti con uno scorcio di mare all’orizzonte.

La tradizione che vuole le principali statuine riconducibili al Maragliano, o quanto meno alla sua bottega, non trova in realtà riscontro oggettivo nei documenti dei Cappuccini.

Anzi le figure di dimensioni e gli abiti di fogge varie, per quanto pregevoli, lasciano ipotizzare fatture e genesi diverse.

Il presepe nella fase notturna s’illumina.

Da recenti studi è apparsa infatti plausibile la paternità di un altro meno noto esponente settecentesco della scultura genovese di nome Giulio Casanova.

A conferma di tale ipotesi è la presenza ricorrente di tale artista, associata ad altre opere, negli archivi del complesso religioso stesso.

Oltre a quelle del Casanova degni di attenzione sono in particolare alcuni manichini lignei di scuola napoletana e alcune sculture di animali provenienti dal presepe Brignole -Sale, custodito quasi integralmente nel convento delle Brigoline in Viale Centurione Bracelli, a Marassi.

Fra queste risalta in primo piano la figura di un asino caduto e disobbediente e sordo agli ordini del suo padrone.

…. Quando era ancora Quarto…

… e i Mille di Garibaldi suscitavano emozioni ancora troppo vicine per meritarsi la gloria del ricordo…

No, non siamo in qualche sperduta landa del Far West, ma alla stazione ferroviaria di inaugurata nel 1868 lungo la tratta Chiavari.

I personaggi immortalati nello scatto a cavallo tra i due secoli non sono coloni, cow boys o sceriffi, ma operai, donne e capostazione, nostri concittadini.

Solo nel 1913 infatti divenne Quarto dei Mille in onore dell’impresa dei garibaldini partiti – appunto – dal celebre scoglio vicino allo scalo ferroviario.

D’ä mæ riva

Di fronte ad un panorama come questo non è difficile immaginare quanto dovesse essere duro per il navigante genovese abbandonare la propria città.

Allora si comprende come in quel fazzoletto chiaro sventolato dalla moglie ci sia tutto il dolore del distacco e come questo, con quella foto di ragazza dentro quella berretta nera, si trasformi in speranza del ritorno.

D’ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d’ä mæ riva
‘nta mæ vitta

u teu fatturisu amàu
‘nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su

e u so ben t’ammii u mä
‘n pò ciû au largu du dulú
e sun chi affacciòu
a ‘stu bàule da mainä

e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
dui cuverte u mandurlin
e ‘n cämà de legnu dûu

e ‘nte ‘na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
‘nscià teu bucca in naftalin-a.

Traduzione per i foresti:

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita

il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole

e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio

e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro

E in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora
sulla tua bocca in naftalina.

“D’ä mæ riva” brano tratto dall’album “Creuza de ma” del 1984 di Fabrizio De Andre’.

Foto di Lino Cannizzaro.

Da Salita del Fondaco

Il toponimo di richiama l’antica consuetudine mediterranea legata all’utilizzo di un magazzino di merci aperto in terra straniera con relativo alloggio per i mercanti.

Il termine fondaco infatti deriva (pron. fóndaco) dal greco πάνδοκος, albergo, e attraverso l’arabo فندق‎, funduq, diviene letteralmente “casa-magazzino”.

“Un abete speciale Quest’anno mi voglio fare un albero di Natale di tipo speciale, ma bello veramente. Non lo farò in tinello, lo farò nella mente, con centomila rami e un miliardo di lampadine, e tutti i doni che non stanno nelle vetrine. Un raggio di sole per il passero che trema, un ciuffo di viole per il prato gelato, un aumento di pensione per il vecchio pensionato. E poi giochi, giocattoli, balocchi quanti ne puoi contare a spalancare gli occhi: un milione, cento milioni di bellissimi doni per quei bambini che non ebbero mai un regalo di Natale, e per loro ogni giorno all’altro è uguale, e non è mai festa. Perché se un bimbo resta senza niente, anche uno solo, piccolo, che piangere non si sente, Natale è tutto sbagliato”.


Cit. Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra.

La galleria degli specchi

di Palazzo Reale fu fatta costruire dai Durazzo e decorata a fresco 1730 da Domenico Parodi con statue romane e affreschi metaforici sulle virtù e sui vizi.

L’ambientazione comprende e fonde con eleganza e raffinatezza pittura, scultura, architettura accompagnando il meravigliato ospite in un viaggio nell’arte a tutto tondo.

Le scelte artistiche dei committenti furono certamente influenzate dai precetti del vicino centro gesuitico dei Santi Gerolamo e Saverio di cui i nobili del casato erano abituali frequentatori.

Tutte le scene realizzate hanno infatti un comune trait d’union di monito moraleggiante. Le antiche divinità, Venere, Bacco, e Apollo con Marsia, riproducono dunque i vizi che portarono alla rovina i grandi imperi dell’antichità, rappresentati dai quattro imperatori raffigurati nei medaglioni ovali: Sardanapalo, Dario, Tolomeo e Romolo Augustolo.

Le figure femminili simboleggiano invece le allegorie delle virtù teologali e cardinali riferimento dei Durazzo, il cui stemma campeggia al centro del percorso.

La galleria degli Specchi nella sua meravigliosa armonia costituisce veramente un gioiello di rara eleganza e sfarzo in cui spiccano quattro statue (Giacinto, Clizia, Amore o Narciso, Venere) di Filippo Parodi (padre di Domenico) e un superbo gruppo marmoreo (Ratto di Proserpina) di Francesco Schiaffino.