I Corzetti…

I corsetti o , detti curzetti o cruxetti in lingua genovese, sono una pasta tipica della cucina ligure la cui origine risale al Medioevo. Il nome deriva dall’immagine stilizzata di una piccola croce, una crocetta (“cruxetta“) appunto con la quale veniva originariamente decorato un lato di questi medaglioni (l’altro con lo stemma del casato), da qui il nome “cruxettu“. Nel levante ligure, con la parola “corzetto“ s’intende sia lo stampo di legno che la pasta così incisa.

“I Corzetti”.

Fra i corzetti se ne possono distinguere due tipologie: la prima detta alla polceverasca, che ha una tipica forma a piccolo otto la seconda, quella preparata invece nel Levante, che ha il formato di piccolo medaglione di pasta decorato in modo particolare, e per questo si definisce anche corsetto stampato. La pratica di decorare la pasta  con lo stemma della propria famiglia era in voga presso i nobili rivieraschi fin dal Rinascimento. era diffusa presso i nobili rivieraschi.

Allo scopo utilizzavano  uno stampino in legno. Il motivo di tale singolare consuetudine era da collegarsi  alla necessità del signore di turno di affermare il proprio potere sul territorio e prestigio sulla comunità.

Gli stampi di legno, sono composti da due parti: una che ha la funzione di “timbro” e l’altra di forma cilindrica con una parte incisa e concava, che serve per tagliare la pasta. I tipi di legno generalmente usati sono: pero, melo, faggio o acero.

Sia nei caruggi genovesi  che nella zona di Chiavari si trova ancora qualche artigiano in grado di fabbricare e personalizzare questi originali stampi.

I corzetti invece si  possono ancora trovare confezionati a mano in alcune botteghe artigianali del centro storico genovese e dell’entroterra ligure, zone della Valpolcevera e del chiavarese in particolare o,  più facilmente, sugli scaffali dei principali supermercati, prodotti industrialmente con tradizionali macchine raviolatrici.

Si sposano bene con il sugo di carne e selvaggina o funghi, con il pesto, con la salsa di noci o con una salsina composta da burro, pinoli tritati, maggiorana o salvia.

 

… Quando c’era Corso Giulio Cesare…

Quando non era ancora stata intitolata al primo partigiano d’, nome di battaglia Bisagno come il torrente che attraversa la città, e si chiamava Giulio Cesare in onore del celebre “Dictator” romano.

Quando l’arteria era stata progettata in funzione dell’importante scalo merci della vicina stazione ferroviaria di Terralba.

Quando l’architetto Braccialini non aveva ancora disegnato nè il tracciato con palazzi in stile razionalista né la Casa dello Studente che poi sarebbe diventata “Casa del Fascista Universitario” e teatro di macabre violenze.

“Voglia di gelato”…

Chi non ha mai gustato seduto ad un tavolino in compagnia dei propri genitori Il alzi la mano?

Il gelato Paciugo nacque durante la guerra presso il celebre bar Excelsior di Portofino dove veniva realizzato un composto di panna e creme annaffiato di sciroppo di granatina, amarene sciroppate e granella di nocciola. A dargli il nome fu il suo ideatore  Lina Repetto che la battezzò, in risposta alla domanda su come si chiamasse quel gelato:” U lè un paciugo”, un pasticcio. Mai nome fu più azzeccato riportando alla mente, soprattutto dei meno giovani, le ingarbugliate vicende dei protagonisti della leggenda tramandata presso il santuario di Coronata.

“Coppa di Paciugo”.
“Il ”.

Un altro gelato  ormai patrimonio dell’assortimento nazionale è “Il Pinguino” la cui affascinante genesi venne raccontata da Gerolamo Boero titolare della Gelateria Giumin di Nervi. Questi ricordava come acquistò delle forme di acciaio da un ferramenta alle quali unì la panna montata intingendola nel cioccolato fuso. Il nuovo gelato venne chiamato Macallè in onore del nome dii una vittoria, assai celebrata in quell’epoca, in Etiopia. Nel dopoguerra  l’originale stecco  mutò nome in pinguino e venne assaggiato dal Cavalier Motta in persona che, pienamente soddisfatto, ne iniziò la produzione su larga scala. E fu così che dal Pinguino genovese nacque il gelato che ancora oggi troviamo nei bar e nei banchi frigo dei supermercati, il Mottarello.

A proposito di gelati, impossibile non parlare poi, vista la recente riapertura della Cremeria di Buonafede, della l’autoctona crema genovese a base di panna fresca, caffè arabico in polvere, tuorli d’uovo e zucchero.  ha una sorella dal nome, in due lingue diverse, identico che è Napoli (dall’etrusco Kainua Genova, dal greco Neapolis Napoli, entrambe significano “città nuova”) dove –  guarda caso – esiste una preparazione molto simile, chiamata “Coviglia”.

“Coppa di pànera”.

In molti, a cominciare da “Amedeo”, la premiata gelateria di Boccadasse dal 1927, ne rivendicano la paternità. Panna nera per contrazione Pànera.

Se l’inventore del moderno gelato fu nel 1686 il siciliano Francesco Procopio che lo esportò a Parigi, l’origine di quello genovese risale al 1770 quando il nostro conterraneo Giovanni Bosio, emigrato in America in cerca di fortuna, la trovò proprio aprendo a New York la prima gelateria italiana artigianale. Fu così che iniziò a proporre un’antica preparazione semifredda ligure diffusa fra le famiglie nobili della sua città natale ideata per soddisfare i capricci estivi dei propri pargoli che non gradivano il caffèlatte caldo, preferendo invece la casalinga versione di quella che sarebbe stata chiamata pànera.

Gli americani ne furono subito entusiasti (e ancor oggi sono i più grandi consumatori di gelati al mondo) e iniziarono a variarne la ricetta, secondo il loro gusto unendo latte intero e aggiungendo altri ingredienti come caramello e noci. perfezionando le prime gelatiere casalinghe, mastelli di legno con manovella che andavano a ghiaccio e sale e in seguito aprendo le prime “fabbriche di gelato”, dando vita così al gelato industriale.

“La Cremeria di Buona Fede in ”. Foto di Leti Gagge.
“Antica latteria igienica” di Amedeo in Piazza Nettuno a Boccadasse”.

Il gelato insomma a Genova vanta una lunga tradizione che prosegue sia nel nome di prestigiose storiche gelaterie quali in ordine sparso: Carla a Sturla, Amedeo a Boccadasse, Tonitto in Albaro, Guarino in Castelletto, Profumo e Cremeria di Buona Fede nei caruggi, sia nel solco di esperienze più recenti ma non meno gratificanti, quali Chicco e Gaggero a Nervi,Vittorio a Recco,.Gelateria Priaruggia a Quarto, Cremeria delle Erbe e Cremeria Gran Sasso in centro, Don Paolo in circonvallazione, il Siculo alla Foce, Cucchi nel ponente cittadino… e mi scuso con tutte le altre altrettanto meritevoli realtà che nella mia ignoranza ho sicuramente dimenticato.

Annotò a proposito del gelato Marcel Proust in un brano della sua “À la recherche du temps perdu”: “Tutte le volte che ne mangio, templi, chiese, obelischi, rocce, è come una geografia pittoresca che guardo prima, e di cui converto poi i monumenti di lampone o di vaniglia in freschezza nella mia gola”. Un pensiero che a Genova calza a pennello. Non v’è dubbio che l’affermato scrittore quando appuntava questi pensieri si riferiva a Parigi. Ma se nella Superba di rocce, chiese e palazzi ve ne sono in abbondanza di certo è priva di obelischi, una carenza questa ampiamente compensata dalla scenografica presenza del  mare.

Storia di un magnifico portale e del suo glorioso stemma…

… storia del palazzo Antonio Doria, poi

Se Andrea fra il 1521 e il 1529 fece edificare il suo strepitoso Palazzo del Principe fuori le mura commissionandolo a Perin del Vaga, Antonio, dal canto suo, non volle essere da meno. Il capitano parente del più celebre ammiraglio costruì infatti nel 1541 la propria degna dimora ingaggiando sia Bernardo Cantone che G.B. Castello detto il Bergamasco in un’area immersa nel verde degli orti e della collina retrostante nella zona di S. Caterina vicino alla Porta dell’Acquasola.

Il magnifico palazzo, oggi sede della Provincia e della Prefettura, ha mantenuto nei secoli la sua smagliante bellezza anche se nel 1879 è stato fortemente ridimensionato soprattutto nella parte concernente il suo sontuoso giardino per l’apertura di Via Roma e della Galleria N. Bixio.

I prospetti rivolti su Largo Lanfranco e Piazza Corvetto sono stati affrescati dalla bottega dei fratelli Calvi e celebrano, attraverso scene di Trionfi di Antichi romani, le gesta del casato. All’altezza dei balconi del primo piano sono ancora leggibili alcune iscrizioni che raccontano le avventure della famiglia: Gli affreschi cinquecenteschi della facciata, opera di Lazzaro e Pantaleo Calvi che raccontano le gesta dei Doria, sono stati restaurati nel 2001.

“Affreschi della bottega Calvi”.
“Ancora affreschi dei Calvi in facciata”.

“Ansaldus Doria Rebus Optime et Felicissime Gestis Victor in Patriam Redit An. MCXLVII –

Magna in Almeriam Instructa Classe AN . MCXLVII Ansaldus Doria ex Coss Triremium XXV

Praef Mauros Profligavit Genuensis Haud Impar Nomini”.

Spettacolare è il portale scolpito intorno al 1580 da Taddeo Carlone autore anche della maggior parte degli affreschi interni. Monumentale è il portone con doppio ordine di colonne doriche scanalate. Sul trave statue con armature e due armigeri che reggono lo stemma nobiliare degli Spinola il casato che subentrò ai Doria nel 1624; Metope con bucrani, clipei ed elmi, due teste di Medusa alternate a mensole intarsiate a triglifi.

Lo stemma ad inizio ‘800 fu oggetto di una orgogliosa disputa per un contrasto tra il Marchese Massimiliano Spinola proprietario del palazzo e Re Vittorio Emanuele I. Lo Spinola era stato nominato Ciambellano del Re. Avendo egli rifiutato la carica, il Re lo chiamò a Corte. Chiestogli il motivo del rifiuto di cotanto onore lo Spinola rispose: “Maestà son nato per essere servito e non per servire gli altri”.

Congedato dal Re con l’avviso che da quel giorno non avrebbe più avuto relazioni con la Reggia, lo Spinola, di ritorno a , fece apporre sul portone del palazzo l’epigrafe “Omnia Tempus Habent” (ogni cosa ha il suo tempo)  in risposta al poco gradito motto utilizzato dal sovrano sabaudo “Sic Transit Gloria Mundi” (così passa la gloria di questo mondo). Il Governatore ne intimò la rimozione per ordine reale e non avendo il Marchese obbedito la fece coattivamente eseguire.

“Il portale di Taddeo Carlone”.
“Lo stemma degli Spinola sul trave”.
“Primo piano dello stemma del casato”.
“Particolare”.
“L’ingresso visto dall’interno”. Foto di Leti Gagge.

Varcato l’ingresso subito si nota la volta dell’atrio affrescata da M. A. Calvi con al centro il medaglione che raffigura il capitano Antonio Doria. Proseguendo lungo le scale che iniziano con teste imperiali si accede al cortile interno allestito con due ordini di loggiato che conduce al piano nobile. Il perimetro del cortile è decorato con ritratti di guerrieri.

“La volta con al centro il Capitano Antonio Doria”.
“Uno dei guerrieri dipinti lungo il perimetro del cortile”.
“I guerrieri sotto il loggiato”.
“Ancora guerrieri sotto il loggiato”.
“Decorazioni delle volte”.
“Il doppio loggiato”. Foto di Leti Gagge

Nel cortile si trova anche un secondo portale che un tempo consentiva il passaggio verso la parte di palazzo rivolta sui i giardini oggi convertiti in maniera più pragmatica a posteggi per la Prefettura.

“Il doppio ordine de loggiato con al centro il portale proveniente dal palazzo del Principe”.
“Dettaglio del portale in pietra nera con la nicchia vuota”. Foto di Leti Gagge.
“Sbirciando dentro alle vetrate”. Foto di Leti Gagge.

Tale portale con colonne ioniche in marmo è completato da un fastigio in pietra nera di promontorio. Nella nicchia Al centro del piccolo tempio era ricoverato un tempo il busto dell’Imperatore Carlo V, grande amico ed alleato di Andrea. In origine infatti tale portale era custodito nel palazzo del Principe ma non se ne conosce né la locazione esatta né il motivo del trasferimento.

A testimonianza del prestigio dei Doria che avevano interessi commerciali sparsi un po’ ovunque la loggia superiore è impreziosita da una serie di vedute a fresco di città realizzate da Felice Calvi: Genova, Venezia, Milano, Gerusalemme. Firenze, Anversa e Napoli.

“Le rappresentazioni cittadine di Felice Calvi”,

Nel XVII secolo Bartolomeo Bianco apportò significative migliorie fra le quali, a levante, la costruzione di una galleria (affrescata poi da ) e l’aggiunta di balaustre marmoree sul prospetto principale. Tra il 1791 e il 1797 l’edificio viene sopraelevato di un piano.

“Salone maggiore affrescato da Giovanni e ”.
“Particolare di Ercole in lotta con le Amazzoni. Foto di Marco Toma.
“Apollo che saetta i Greci di Luca Cambiaso”. Foto di Leti Gagge.

Oltre alle opere di Aurelio, Lazzaro, Pantaleo e Felice Calvi, e quelle di Andrea Ansaldo il palazzo conserva due pregevoli affreschi di Giovanni e Luca Cambiaso: nella Sala degli Arazzi “Ercole in lotta con le Amazzoni” e nel Salone della Vendetta alle pareti “Storie della guerra di Troia” e sul soffitto “Apollo che saetta i Greci alle porte di Troia”. Si tratta, quest’ultima della prima commessa di una certa importanza, in autonomia dal padre Giovanni, realizzata dal giovane Luca. L’allora diciassettenne artista monegliese, che in età matura verrà chiamato dai reali di Spagna per decorare nientemeno che l’’Escorial madrileno, sprigiona qui tutto il suo emergente talento, sebbene ancora influenzato dal fascino manieristico di Giulio Romano e Perin del Vaga. Artisti dei quali Cambiaso aveva avuto occasione di ammirare le opere dal vivo in città (“Decollazione di S. Stefano” del primo e “Sala degli Eroi” del secondo).

“L’edicola della Madonna Assunta incastonata nell’angolo del palazzo”. Foto di Bruno Evrinetti.

 

“Edicola della Madonna dell’Assunta”. Foto di Bruno Evrinetti.
“L’attigua Salita di S. Caterina decorata con gli ombrellini colorati”. Foto di Leti Gagge.

Tornati nel traffico della sottostante Via Roma e del viavai di Salita S. Caterina, oltre che osservare ammirati il cielo per i colorati ombrellini, è opportuno rivolgere una preghiera all’edicola della Madonna Assunta del XVII-XVIII sec. Un’elegante edicola barocca di pregevole fattura. Posta sull’angolo dell’edifico in direzione della Salita. La statua della Madonna poggia su un basamento sporgente mentre dalla cornice con riccioli e volute, spuntano due angeli adoranti ai lati: uno prega e l’altro porta le braccia al petto.

Poco distante in cima alla torre Grimaldina sventola orgoglioso il vessillo di San Giorgio.

“La Croce di San Giorgio svetta sulla torre Grimaldina”. Foto di Leti Gagge.

… Quando c’era la Torre Piloti…

Quando al molo Giano c’era la Torre dei Piloti originariamente vegliata dalla statua della Madonna della SS. Concezione che, accanto alla Porta di Ponte Reale, sovrintendeva a tutte le attività portuali. Poggiava su un basamento di teste di cherubini da cui spuntava una mezzaluna. Nella mano destra impugnava lo scettro mentre, nella mano sinistra reggeva il Bambinello con in mano il globo”.

Fra la metà degli anni Novanta e il 1997 la vecchia torre venne affiancata dalla nuova concepita sia come sede del corpo piloti che come centro di coordinamento di un’area ininterrotta di 22 chilometri di fascia costiera dedicata alla movimentazione di persone e merci dello scalo genovese.

La nuova torre alta 50 metri aveva una sala di controllo,  di 165 metri quadri di superficie, che si stagliava, per meglio controllare l’arco portuale, a 40 metri dal suolo.

“Vecchia e nuova torre piloti”.

L’area portuale genovese  è dotata di circa 20 terminal privati attrezzati per accogliere ogni tipo di nave per ogni tipo di merce: contenitori, merci varie, prodotti deperibili, metalli, forestali, rinfuse solide e liquide, prodotti petroliferi e passeggeri.

Il Corpo Piloti è attivo 24 ore al giorno, tutto l’anno ed è composto da 22 membri che hanno a disposizione 6 pilotine. La loro sede era la torre sulla testata del Molo Giano dotata di ogni moderna strumentazione possibile immaginabile. Si legge sul sito del Consorzio:  «La sala controllo è provvista di impianti VHF per l’ascolto simultaneo dei canali di soccorso e di quelli di uso portuale, di impianti telex e fax, stazione meteo oceanografica automatica e di impianti AIS (Automatic Identification System) per la copertura dell’intera area portuale»

Il 23 maggio 2013 a causa di una manovra errata della la moto nave Jolly Nero che urtò , la loro sede crollò e alcuni di loro persero tragicamente la vita.

 

 

… Quando davanti a Porta Sottana…

Quando in Via Gramsci davanti a Porta dei Vacca o Sottana (così chiamata per distinguerla dalla coeva Porta Soprana) in darsena c’era la sede della C.U.L.M.V., la Compagnia Unica fra i lavoratori delle Merci Varie che raggruppa tutte le varie Compagnie e i gruppi organizzati che svolgevano attività nell’ambito operativo delle merci varie raccogliendo la secolare eredità dei camalli e dei caravana. Questi ultimi affondavano le loro radici nel giugno 1340 quando ottennero l’esclusiva per il facchinaggio delle merci soggette a dogana.

La Compagnia dei Caravana resistette sostanzialmente immutata durante i secoli, mantenendo un forte potere contrattuale che le consentì di sopravvivere anche quando, nel 1800, il governo centrale del Regno d’ sciolse per decreto tutte le corporazioni d’arti e mestieri presenti nei porti. Unica in mantenne il suo status privilegiato fra tutte le corporazioni e venne esplicitamente esclusa dalla legge di soppressione del 29 maggio 1864.

Con l’avvento del Fascismo, le associazioni operaie furono sciolte. I lavoratori portuali fornirono un enorme apporto alla lotta antifascista a e, contribuendo in modo determinante allo sminamento e al salvataggio del porto, scrissero una pagina gloriosa della nella nostra città.

“La targa posta dai Portuali nei pressi della Lanterna in ricordo della Resistenza”.

Quando l’antica sede non aveva ancora dovuto, causa abbattimento per far spazio nel 1964 alla sopraelevata, trasferirsi in Piazzale San Benigno proprio in faccia alla Lanterna.

… Quando a Sestri abitava il Campionissimo…

« Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è  » con queste lapidarie parole iniziò una famosa radiocronaca ciclistica di Mario Ferretti. La celebre frase entrata nel patrimonio giornalistico sportivo degli italiani fu pronunciata dal cronista all’apertura della radiocronaca della Cuneo-Pinerolo, terzultima tappa del Giro d’ del 1949.

Protagonista assoluto di quegli anni era Fausto Coppi , soprannome che in passato era appartenuto a Costante Girardengo. che sì ebbe i natali si a Castellania in basso Piemonte ma che, avendo sposato una genovese, un po’ genovese lo è diventato.

Nel memoriale che Fausto Coppi aveva pubblicato in esclusiva su “Oggi” c’era anche il racconto dell’inizio di quella storia d’amore:” Nell’agosto del 1940, esattamente il giorno 29, avevo conosciuto sullo stradone che porta a Villalvernia, la statale 35, una ragazza di Sestri, Bruna Ciampolini, che cinque anni dopo sarebbe diventata mia moglie. Il giorno che le parlai la prima volta stavo pedalando in un breve allenamento. Sono sempre stato timido, ma quella sera, vedendola sola, presi finalmente il coraggio e frenai”…

“Coppi in Piazza Rossetti alla Foce nel 1952”.

“Fu mio fratello Serse ad informarsi : si chiama Bruna Ciampolini, ha diciotto anni e proprio quest’anno è diventata maestra.
Viene da Sestri, vicino a e si trasferita a Villalvernia per sfuggire ai rischi di bombardamento della sua città”.

Cosi Fausto interrompe un giorno l’allenamento, scende ed inizia a parlare con Bruna.
Ma i giorni sono contati, c’è la guerra ed il Campionissimo deve partire.
Si ritroveranno a guerra finita per poi sposarsi il 22 novembre 1945 a , nel quartiere dove andranno a vivere da sposini nella casa dei genitori di lei.

L’appartamento, condiviso con i suoceri, era al terzo piano di un edificio d’angolo tra Via Donizetti e Via Sestri, a poca distanza dal tratto di Via Travi che, per iniziativa dei ciclisti sestresi, è stato intitolato al campione. Coppi infatti spesso frequentava nel quartiere il negozio di Via Puccini di articoli e cicli sportivi del suo amico Azzari.

Qui sulla facciata del palazzo nel 1991, alla presenza della figlia Marina (che in quella casa era nata nel ’47), è stata affissa la targa  dall’allora Presidente della Ciclistica Sestrese, Attilio Canneva, e realizzata dall’Arch. Enzo Rossi, nonché dallo scultore Giuseppe Bottaro.

Gli intarsi in rame sulla lastra d’ardesia rappresentano il volto del campione, la Galleria del Turchino (per ricordare i successi nella Milano-Sanremo), la stilizzazione di una gru della Fincantieri (per ricordare la presenza a Sestri Ponente del campione) e una stilizzazione della Tour Eiffel (per ricordare i successi francesi di Coppi).

“La targa sul Palazzo di Via Donizetti a Sestri P.”.

”Al Giro d’Italia – ricorda  Bruna – quando correva per i colori della squadra di Learco Guerra di averlo visto cadere ,proprio a pochi metri,e rialzarsi tutto sanguinante. Lo spavento di quel giorno le è rimasto sempre nel cuore”. Per questo non amava seguire Fausto nelle corse. Proprio alla fine di una corsa, a Lugano, Coppi incontrò Giulia Occhini quella che i giornali definirono “la Dama Bianca”. E la relazione con Bruna finì. Forse se i coniugi Coppi fossero rimasti a Sestri Ponente, il loro destino e la storia sarebbero stati diversi.

“U vin giancu de Cônâ”…

Nell’anno 218 a.C., durante la Seconda Guerra PunicaGenova alleata di Roma, subì l’imprevisto e violento attacco di Magone, fratello minore dei più celebri condottieri cartaginesi Asdrubale e Annibale. Distrusse, devastò e saccheggiò la città che, parole sue: “non meritava di essere risparmiata perché priva di una buona vigna” (il nostro vino gli era parso infatti aceto). Probabilmente – dico io -non aveva avuto occasione di assaggiare il altrimenti non avrebbe potuto pronunciare tale nefasta sentenza e si sarebbe salvata.

Sulle alture di Cornigliano si erge infatti la collina di Coronata il cui nome deriverebbe da “columnata”, le colonne che erano impiantate nei terreni a confine, o a supporto della vigna stessa. Eh si di vigna stiamo parlando perché per noi genovesi Coronata è sinonimo dell’omonimo vino bianco che da secoli viene prodotto in Val Polcevera nei comuni di Morego, , Fegino, Borzoli e, appunto, Coronata.

Oggi, dopo essere stato per anni quasi introvabile, se non nelle cantine di qualche contadino che ne produceva per il fabbisogno familiare, grazie all’intraprendenza di alcune piccole aziende agricole locali (quella di Cognata su tutte che ha ottenuto anche diversi riconoscimenti a livello nazionale) sta vivendo una sorta di rinascita.

Nella galleria dei miei ricordi il profumo fruttato di questo vino mi riporta indietro nel tempo ai primi anni ’90 quando ragazzo, insieme ad altri coetanei, fui ospite ad una cena di un caro amico: ad un certo punto il papà del padrone di casa presentò in tavola una casareccia bottiglia di vetro verde spesso con tappo di sughero artigianale e disse: “Questo è il vero bianco di Coronata… non se ne trova tanto facilmente … assaggiate e ditemi…”. La bottiglia ancora perlata di frigo fu un successo sorprendente e il nostro Trimalcione dovette dare fondo alle scorte della cantina per accompagnare il nostro pantagruelico pasto a base di pesce amorevolmente preparato dalla padrona di casa.

Non so se il mio giudizio sia influenzato dal piacevole ricordo di quella spensierata serata fra amici ma, quel profumo e aroma non li ho mai dimenticati, un po’ come  il sapore delle madeleines della nonna per Proust nel suo celeberrimo “À la recherche du temps perdu”.

Il Papà del mio amico era giardiniere del Comune ed era entrato in possesso di una vera partita di Coronata regalatagli da un contadino del luogo che intendeva così sdebitarsi per un intervento da questi effettuato nella sua vigna, per risistemare alcuni viticci.

Il Val Polcevera Coronata si produce con le uve dei vitigni Bianchetta Genovese,Vermentino e Albarola da soli o congiuntamente per almeno il 60%; possono inoltre essere utilizzate le uve dei vitigni Pigato, Rollo e Bosco per un massimo del 40%. Deve avere una gradazione alcolica non inferiore a 11 gradi. Va consumato entro un anno dalla vendemmia e va servito ad una temperatura tra i 10 e gli 11 gradi.

“Il Bianco di Coronata etichetta Cognata”.

Il Coronata ha un colore tonico, non slavato, e al naso ha una fragranza intensa, con note di frutta bianca un po’ macerata. Nell’assaggio colpisce subito la vena salata intensa, affilata, e un sottile amaro finale, così delicato da risultare in definitiva elegante. La sua caratteristica più tipica del bianco di Coronata è il suo sentore di zolfo che qualcuno sostiene fosse generato dalle abbondanti dosi di verderame utilizzate nelle vigne mentre altri, vogliono che lo zolfo provenisse dai fumi delle vicine acciaierie. “U vin giancu de Cônâ” si accompagna al pesce in  generale al “ciupin” – la zuppa di pesce ligure – alle acciughe all’ammiraglia, ai totani e cavoli ripieni in particolare e, secondo alcuni, può essere una valida alternativa alla Bonarda (vino rosso) per il classico abbinamento fave e salame di S. Olcese.

E se non è dato sapere se Magone l’avesse assaggiato e se gli fosse piaciuto o meno certamente Stendhal ne era rimasto più che soddisfatto a tal punto da citarlo nel suo famoso “Viaggio in ”.

“Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro e un buon amico”. Cit Molière.

“Due passi in Via Luccoli”…

Anticamente era poco più che una mulattiera che attraversava un bosco consacrato alle divinità pagane. “Luculus”che in latino infatti significa “piccolo bosco” era l’area dedicata a Camuho Dio del Sole e ad Acca la dea della Luna. Da questa curiosa unione deriva anche il nome di Acquasola che culminava proprio in cima alla zona dei boschetti sacri. In quel tempo era purtroppo normale fare sacrifici umani per ingraziarsi le divinità.

Secondo una popolare leggenda una di queste vittime che, oltre mille anni dopo, gironzola ancora oggi nel vicolo, ignara del proprio triste destino, è il fantasma di un ingenuo fanciullo che sorride ai passanti.

Il caruggio fu costruito nel XIII sec. al tempo in cui gli Spinola si insediarono nella zona costruendo i propri palazzi e aprendo le proprie botteghe.

Il tracciato della creuza segue pari pari il corso del sottostante rio che convoglia le acque provenienti da Via Caffaro e proseguiva fino alla Porta dell’Acquasola. In origine, era fuori le mura, all’interno delle quali venne inserito solo con l’erezione della cinta cinquecentesca.

La funzione di tale strada venne ridimensionata nei secoli successivi  quando venne interrotta a causa dell’ottocentesca costruzione di Via Carlo Felice e all’ ampliamento di Piazza Fontane Marose nel 1825.

La conformazione in cui ancora oggi la possiamo ammirare risale al XVI sec quando le torri furono abbattute, le logge murate e i porticati chiusi. Vennero così edificate nuove costruzioni sfarzosamente decorate ed affrescate. Alcune di esse, nonostante gli stravolgimenti urbanistici avvenuti fino ai giorni nostri, mantengono ancora intatto il loro fascino e sono sempre fonte di sorprendenti scoperte..

“Portale di San Giorgio e il Drago al civ. 14”.

Proseguendo nella passeggiata al civ. n. 14 si può ammirare un raffinato portale marmoreo che riproduce la tradizionale scena di S. Giorgio che uccide il drago.

Ai numeri 16 e 18 si nota il basamento in pietra nera di promontorio di una loggia tamponata del XV sec. che in origine, proseguiva in Vico Lavagna e Via ai Macelli di Soziglia e occupava tutto il perimetro del palazzo. I sei archi tamponati, speculari rispetto a quelli della parte residenziale della loggia lato Via Luccoli, un tempo ospitavano le botteghe dei macelli.

“Due delle logge tamponate”.
“A sinistra il portale bianco con le cornucopie”. Foto di Bruno Evrinetti.

Al civ. 11 r si nota sopra un portone bianco un bel fregio con tre cornucopie colme di frutta che sovrasta un’attività commerciale.

“L’atrio con il Ninfeo in Via San Sebastiano 15”.

Sul retro del civ. n. 22 nel giardino pensile ricoverava, prima di essere trasferito nell’atrio del palazzo di Via Sebastiano 15, un ninfeo con Tritone del XVII sec.

“Portale e stucchi della facciata di Palazzo Niccolò Spinola”. Foto di Francesco Auteri.

 

Nella piazzetta al civ. n. 23 si ci imbatte nello spettacolare Palazzo Niccolò Spinola di Luccoli, noto anche come Bertollo già Franzoni. Il portale presenta semicolonne ioniche mentre nel bel atrio con volte alcune colonne barbaramente murate sono semi nascoste dalla vetrina di un negozio di erboristeria. L’edificio è stato completamente ristrutturato nel XVIII sec. e arricchito sul prospetto con eleganti ornamenti in stucco.

Ai civ. 9 r e 24 di Madonne col Bambino o mancanti o mutile.

“La scritta abrasa ma ancora leggibile sul trave del portale del civ. n. 26”.

Al civ. 26 sopra il portale in marmo bianco inciso un motto, per noi genovesi, assai pertinente: “Sumptus Censum non Superet” (la spesa non sia maggiore dell’entrata). Varcato il portone, scale, ballatoio e colonne tutti rigorosamente in marmo con i primi due piani superbamente rivestiti in azulejos.

“L’edicola gotica del pluviale”. Foto di Leti Gagge.

Infine, sempre al 26 l’edicola gotica del XIV sec. della Madonna col bambino, San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo attraversata, senza il minimo rispetto, da un pluviale e offesa da una persiana. Il trittico raffigura la Madonna e il Bambino al centro e ai lati sotto le cuspidi coniche i due santi con S. Michele che calpesta il drago. Alla base una metaforica rappresentazione della grottesca natura umana.

La Madonna del pluviale…

Collocata all’altezza del secondo piano del civ. n. 26 di Via Luccoli si trova un edicola del XIV sec. della Madonna col Bambino, San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo, una delle poche in stile gotico della città. Fin qui nulla di strano –direte voi- una delle tante edicole sparse per i caruggi. Peccato che il muro al quale si appoggi risulti sommariamente intonacato e la statua,  infastidita da una sbatacchiante persiana, sia affiancata da un orrendo tubo di raccolta delle acque piovane. Per questo l’ho amaramente ribattezzata “la ”.

La particolarità di quest’immagine sta nel fatto che non è, come di solito avviene, contenuta in un tempietto, bensì concepita come un trittico di una pala: al centro la statua della Vergine con il bambinello mentre , ai lati, sotto due cuspidi coniche , i santi Giovanni Battista e Michele con quest’ultimo che calpesta il drago.

Alla base una grottesca rappresentazione della natura umana.