Vico dell’Umiltà

Vico dell’Umiltà è uno di quei caratteristici ombrosi e luveghi genovesi.

L’origine del toponimo non è accertata tuttavia il tono dimesso del vicolo non deve trarre in inganno poiché qui vi era uno degli accessi del accorpato al civ. 4 di Campetto della famiglia Imperiale

Tale ingresso, sovrastato da un portale in pietra nera con stemma abraso, fregi e fogliami, versa nel più completo abbandono.

Due cancelli posti alle estremità ne impediscono il passaggio.

In copertina: Vico dell’Umiltà incrocio Vico della Neve. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

Orologi genovesi

“I passi di chi cammina nella sua città volendone vivere tutti i momenti, ricalcano le orme già lasciate in altre ore; è un fatto automatico che considero una caratteristica dei genovesi. Comperare sempre nello stesso negozio, passare dalla stessa strada, prendere il bianco (una volta) o aperitivo nello stesso bar, girare a quell’angolo. Un tempo si controllava l’ora al solito orologio (erano con lo stemma di Genova) e si diceva magari la preghierina propiziatoria davanti alla Madonnina illuminata. Una ripetitività che dimostra il senso del possesso delle cose e soprattutto una gran voglia genovese di non cambiare, di non correre”

Cit. Vito Elio Petrucci (1923 -2002) poeta, commediografo e giornalista.

In Copertina: orologio di Piazza Alimonda. Foto del Comune di Genova.

Vico Usodimare

Nel quartiere della Maddalena tra via dei Macelli di Soziglia e vico Sottile si imbocca vico Usodimare.

Era questa, di qui il nome, la contrada dove si trovavamo le proprietà della famiglia Usodimare.

La stirpe prende il nome da Uso di Mare, figlio di Otto Visconti, così detto per via del suo essere avvezzo alla lunga navigazione.

Gente di mare dunque, fra i suoi esponenti marinai, e mercanti.

Antoniotto Usodimare insieme al veneziano Alvise da Mosto nel 1456 arrivò fino in Gambia dalle cui coste risalí all’interno navigando lungo l’omonimo fiume per decine di chilometri. Durante il viaggio commerciò con le popolazioni indigene incontrate.

Impresa compiuta per conto del Portogallo dal cui re Enrico il Navigatore ottenne la Capitaneria dell’isola di Sao Tiago avamposto della colonizzazione lusitana.

Con la riforma degli Alberghi del 1528 gli Usodimare costituirono il quinto dei 28 alberghi.

In Copertina: Vico Usodimare. Foto di Alessandra Illiberi Anna Stella.

… “Le cime dei palazzi… quasi si uniscono”…

“In genere le strade sono larghe all’incirca da quattro-cinque piedi a otto, e contorte come cavatappi. Percorri una di queste tetre fenditure, guardi su e vedi il cielo ridotto a somiglianza di un nastro di luce, molto in alto, dove le cime dei palazzi sui due lati della strada quasi si uniscono. Ti sembra di essere sul fondo di qualche terribile abisso, col mondo intero molto al di sopra di te. Ti aggiri a caso attraverso di esse nella maniera più misteriosa e non sai orientarti meglio che se fossi cieco. Non riesci a persuaderti che queste sono vere strade e che i torvi, foschi, mostruosi palazzi siano case, finché non vedi una donna elegante e bella emergere da qualcuna di queste buie e desolate tane che per metà sembrano prigioni. E ti chiedi come possa una così incantevole crisalide venir fuori da un bozzolo tanto poco attraente”.

Cit Mark Twain (1835-1910) scrittore statunitense.

In Copertina: I Quattro Canti. Foto di Anna Armenise.

“Genova… la più bella”…

“Tra le città d’Italia mi è parsa in gran parte la più illustre per taluni aspetti e la più bella, a meno che non mi inganni e non mi tragga in errore l’affetto per l’antico progenitore Opizzino Adorno, che trasse origine da qui. Non mi ricordo di aver visto nessuna città, eccetto Damasco, più piacevole dall’aspetto esteriore: se uno si ferma presso la torre di Capodifaro, considererà la visione della città che gli si offre molto piacevole e mirabile”.

Anselmo Adorno, (1424 – 1483), mercante, politico e diplomatico olandese di origine genovese.

In Copertina: La riflessa in una pozzanghera. Foto di Lino Cannizzaro.

“Genova… una delle più belle città del mondo”…

è senza dubbio una delle più belle città del mondo, il suo Centro Storico uno dei più affascinanti oltre che dei più integri, Prè uno dei suoi quartieri più significativi e memorabili, quello che i viaggiatori e i naviganti e i turisti attenti raccontano con più vivezza quando tornano a casa”.

Cit. Giancarlo De Carlo. Architetto e Accademico (1919-2005).

In Copertina: Via Prè. Foto di Andrea Robbiano.

Gente di mare

Marinai, pescatori, ammiragli, guerrieri, cartografi, esploratori, maestri d’ascia, armatori e costruttori di navi… insomma i Genovesi “Uomini diversi“… Gente di mare…

“Le grandi navi genovesi a tre alberi con velatura mista del Quattrocento e del primo Cinquecento (comunemente ma erroneamente definite caracche) destavano meraviglia negli osservatori contemporanei per le loro dimensioni. Si trattava di enormi (per l’epoca) bastimenti da trasporto – nati dall’incontro tra la nave mediterranea a vela latina e la cocca nordica a vela quadra – che all’occorrenza venivano, com’era consueto, utilizzati come unità militari. Avevano una notevole capacità di carico e potevano essere potentemente armati con artiglierie antiuomo piazzate sul castello di prua e sul cassero di poppa, in modo da colpire da posizione dominante gli equipaggi nemici. Le alte murate li proteggevano dai tentativi di abbordaggio della galere: i contemporanei le descrivono come una sorta di grandi fortezze galleggianti. Naturalmente possedevano una capacità di manovra inferiore a quella dei legni sottili da guerra, ma questo fattore non rappresentava un handicap rilevante in combattimenti che solitamente erano impostati, a livello tattico, sulla difensiva. Solo per fare un esempio: nel 1453, nelle acque del Bosforo, quattro navi genovesi uscirono indenni dallo scontro con alcune decine di galee turche (le cronache parlano di 150 galee, ma si tratta di una cifra sicuramente esagerata) schiantandone molte semplicemente sfruttando la loro mole. Sotto il profilo mercantile questi battelli erano specializzati nel trasporto su lunghe distanze di merci ingombranti (come il sale, il grano e l’allume) e nella navigazione ognitempo (vale a dire che, in virtù delle loro qualità nautiche, potevano navigare senza problemi, a differenza delle galere da mercato, anche in inverno) .

Cit. Esauriente spiegazione tratta da Emiliano Beri, Professore presso il Laboratorio di Storia marittima e navale dell’Università di Genova.

“È gente molto potente sul mare; soprattutto le sue carrache sono le maggiori del mondo e, se non fosse per i grandi dissidi che da tempo antico hanno avuto ed hanno oggi tra di loro, il loro dominio si sarebbe esteso di più nel mondo.

È gente molto industriosa e di pochi vizi, tanto più nei piaceri, perché la terra non lo consente; gente ricchissima e ben regolata anche nel vestire si comporta in modo da non indossare abiti lussuosi oltre il necessario, altrimenti si dovrebbe pagare una tassa.

È gente molto bella di colore, ma non di fattezze. Uomini e donne sono molto alte e prendono le mogli a misura: e più una è alta, meno dote pretendono; le vedove non prendono un secondo marito e, se lo fanno, con grande vergogna”.

Cit. Pedro Tafur esploratore spagnolo (1410-1487).

In Copertina: Nave genovese assalita da galere turche (XV secolo). Immagine del Prof. Emiliano Beri.

Montalbán in visita al Cimitero di Staglieno.

“Genova ha almeno una cosa durevole: il suo cimitero. Non conserva nemmeno quanto basta la sua memoria storica, almeno quella memoria storica ormai relativamente moderna che ci permetterebbe di spiegare il nefasto presente di un’Italia governata da un blocco reazionario.

Lo sapevate che l’unica vittoria aperta dei partigiani contro l’esercito nazista durante la Seconda guerra mondiale ha avuto luogo qui, a Genova?

Questa è stata una delle culle più singolari della sinistra italiana, ma cos’è oggi? L’emblema stesso di un’Italia passata dal sogno di Berlinguer alla realtà di Berlusconi e dei postfascisti”.

Cit. Manuel Vázquez Montalbán (1939-2003). Scrittore e poeta spagnolo.

In Copertina: Maestosa statua della Fede (alta 9 mt) posta davanti al Pantheon all’incrocio dei due viali al centro del quadrilatero storico Settore A. Opera dello scultore genovese Santo Varni (1807-1885).