Da via Prè addentrandosi in quel reticolo di caruggi che collegano con via Balbi si incontrano luoghi sconosciuti ai più.
Causa la nomea non proprio edificante della zona sono pochi infatti quelli che vi si addentrano non privi di un qualche timore.
Sopra la nicchia vuota dell’edicola votiva vuota una lapide certifica la proprietà e l’utilizzo del pozzo.
Eppure si tratta di un dedalo antichissimo ricco di tracce del passato, purtroppo mal conservato, in cui le edicole votive sono scomparse o rovinate.
Pietre di sbrecciati muri tardo medievali con arcate in laterizio spuntano dai prospetti dei palazzi del ‘600.
Il restauro della piazza avvenuto circa una decina di anni fa, se da un lato ha reso più vivibile il luogo, dall’altro non ha saputo tramandarne l’anima.
Al centro della piazza, al posto dello scomparso pozzo, una bella pianta verde infonde tuttavia speranza creando un legame con il passato.
Sia la via che la piazza del Roso infatti devono il nome alla forma latino arcaica per indicare il giunco.
Non tutti gli esperti però concordano con questa spiegazione: secondo alcuni storici invece il toponimo deriverebbe dalla macerazione delle corteccia di quercia ad utilizzo della concia delle pelli, secondo altri dalla denominazione di una località detta del Roso nei pressi di Fontanegli.
In Copertina: Piazza Inferiore del Roso. Foto di Stefano Eloggi.
Qui, presso la trattoria Gaia, è possibile gustare i piatti della cucina genovese sotto le volte e i mattoni a vista di un palazzo storico o, se preferite, a cielo aperto nel caruggio stesso.
Orgogliosa sventola la Croce di San Giorgio a ricordarci il nostro glorioso passato.
In Copertina: Vico dell’Argento. Foto di Maurizio Romeo.
Nella zona della Maddalena si trova vico Mallone oggi chiuso, come per altro diversi caruggi per motivi di sicurezza, da un imponente cancello.
Il vico trae origine del casato dei Maloni o Mallone provenienti da Quarto nel 1100. Fra questi nel 1263 un tal Pescetto capitano di galee si distinse nelle guerre contro Pisa.
Costoro nel 1305 confluirono nei Cattaneo Della Volta che diedero alla Repubblica ben cinque dogi: Uberto (1528), Leonardo (1541), Giambattista (1691), Nicolò (1736) e Cesare (1748).
Nel quartiere del Molo Vecchio sulla destra del Palazzo della Dogana oggi Caserma della Finanza si imbocca vico dei Lavatoi.
L’origine del nome trae origine dal fatto che, tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700, si rese necessario, per motivi di igiene, l’utilizzo dei trogoli.
“Trogli” che vengono citati per la prima volta alla Marina, nel 1656 per poi diffondersi, vista l’importanza dell’approvigionamento idrico, ovunque ben protetti in prossimità delle Mura.
Damiata, odierna Dumyãt in Egitto, è Damietta l’antica città portuale sul Nilo delle Crociate dove le forze militari occidentali, nel 1248 durante la settima crociata, costituirono un loro avamposto. Avamposto di effimera durata poiché già nel 1250 il territorio fu riconquistato dai Musulmani.
Fu la crociata fallimentare del re di Francia Luigi IX detto il Santo con il quale i Genovesi avevano siglato un cospicuo contratto per l’allestimento e l’armamento delle navi.
In Copertina: Vico dei Lavatoi incrocia Vico Damiata. Foto di Stefano Eloggi.
In Vico dell’Arancio 9r. si trova quel che resta di una settecentesca edicola di Madonna col Bambino.
Il tabernacolo marmoreo a tempietto è in stile classico.
Purtroppo la statua della Vergine, così come il rilievo raffigurante Dio Padre Benedicente che si trovava nel timpano è stato trafugato. Si è salvato invece, sotto la mensa, il rilievo di un cherubino alato.
Anticamente nel 1200 tutta la zona occupata da vico indoratori e dagli attigui Piazza dei Ragazzi, Vico dei Carlone e Vico Scudai costituiva il principale collegamento fra la zona del futuro palazzo ducale e il mare.
A partire dal ‘500 vi si insediarono le botteghe dei doratori ovvero quegli artigiani che rivestivano le armi e decorazioni in legno con sottili e pregiate lamine d’oro.
Così mentre Campetto era il campo dei fabbri, Scurreria e Vico Scudai si specializzarono negli ornamenti degli scudi.
All’inizio del caruggio si notano le fasce in conci bicromi del palazzo medievale al civ. n.1 la cui loggia è stata tamponata con intonaco dozzinale ed invadenti finestrature in ferro.
In Copertina: Vico Scudai. Foto di Giovanni Cogorno.
Il toponimo rimanda al nome della famiglia proveniente dall’omonima città albanese.
Costoro che giunsero a Genova attorno al 1350 divennero una delle schiatte più influenti della città.
Vico Durazzo. Foto di Gabriella Paola.
I Durazzo annoverarono tra le loro file decine di senatori, due cardinali Marcello nel 1683 e Stefano nel 1633 che ricoprì anche la carica di arcivescovo e ben nove dogi: Giacomo di Giovanni nel 1573, il figlio Pietro nel 1619, Gio-Batta di Vincenzo nel 1639, Cesare figlio del precedente Pietro nel 1665, suo figlio Pietro nel 1685, Vincenzo di Gio-Matteo nel 1709, Stefano di Pietro bel 1734, Marcello nel 1787 e Gerolamo, forse il più famoso per la sua inconsapevole parte nella nascita della maschera piemontese di Gianduja, nel 1802.
Il nome del caruggio rimanda alla lavorazione in loco delle “cavigge”, grossi chiodi di legno o ferro utilizzate per fissare le corbe nelle stive delle navi.
L’edicola votiva in Vico delle Cavigliere alla confluenza con Vico della Croce Bianca e di Untoria. Foto di Grazia Musso.
Il pezzo forte del caruggio però è un sovrapporta in pietra nera del XV secolo al civ. n.21 che ritrae il Dio Padre che mostra il Bambino avvolto in una raggiera all’Imperatore Ottaviano Augusto raffigurato in ginocchio ed in adorazione. Alle sue spalle la Sibilla che consiglia al Sovrano di rivolgersi il preghiera direttamente a Gesù. Fanno da sfondo i sette colli di Roma.
Il sovrapporta al civ. n. 21.
La rappresentazione trae origine dal racconto secondo cui la Sibilla Tiburtina nel tempio di Giunone Moneta avrebbe predetto all’Imperatore l’avvento del Cristo, l’unico vero re degno di adorazione. Secondo la tradizione nel cielo apparve una raggiera di fuoco con al centro la Vergine e il suo Bambino.
“Haec est ara primogeniti” proclamò una voce divina. Fu così che Ottaviano rifiutò di farsi chiamare Signore e abbracciò la vera fede. Nel luogo dove in Campidoglio avvennero i fatti i francescani eressero la basilica di Santa Maria in Aracoeli.