Dai passi veloci di De Ferrari alla penombra dei caruggi: lo stretto corridoio di pietra dove rimbombano ancora l’eco dei passi e delle voci degli ammiragli.
Un attimo prima sei nel respiro largo di De Ferrari, quello dopo ti sei già buttato nei caruggi. Vico San Matteo ti inghiotte subito, fessura scura e netta tagliata tra la luce della piazza e il silenzio quasi millenario dei Doria.
Basta girare l’angolo e la città fuori scompare. L’aria si fa fredda all’improvviso, impregnata di quel classico odore di refrescumme e ardesia che nei vicoli antichi non se ne va mai. Un tempo questo non era un passaggio qualunque, ma il corridoio d’accesso al cuore della casata: stretto, sorvegliato dall’alto, fatto apposta per dominare e tenere d’occhio chiunque mettesse piede nel quartiere.
Se ti fermi a metà strada e appoggi la mano sui muri bicolori, la storia smette di essere un libro: sotto le campate sembra quasi di sentire il selciato restituire i passi di ieri. Quelli pesanti di Oberto e Corrado che qui tirarono su i primi grandi palazzi, l’eco ritmata e fiera delle vittorie di Lamba, Luciano e Pagano, il condottiero della Sapienza. E anche se il grande Ammiraglio Andrea in questo quartiere non ci abitò mai — scegliendo per sé la grandiosa reggia fuori mura a Fassolo —, è proprio qui, nel cuore politico e simbolico della casata, che la sua ombra continua a dirigere il gioco.
Sui portali l’immagine di San Giorgio, privilegio di pochi, segna ancora il vecchio confine. Il cielo, lassù in cima, resta una striscia stretta tra i tetti. E i tuoi passi che rimbalzano tra le pareti ti ricordano una cosa sola: che questa resta, prima di tutto, una città di mare e di difesa.
In Copertina: Vico di San Matteo. Foto di Giovanni Cogorno.
