Mandilli de saea…

Le storie ufficiali fanno risalire al XIV sec, in piena età comunale, la nascita delle corporazioni dei pastai. La più antica di queste, quella dei “lasagnari”, venne registrata a Firenze nel 1337 con lo scopo di accorpare pastai e panettieri.

Ma fu dopo la metà del ‘500 che i maestri di secca, trapiantati ormai in tutta , cominciarono diffusamente a riunirsi in sodalizi di mestiere.
L’arte dei “Vermicellari” nacque a Napoli nel 1571; nel 1574 i produttori genovesi di “fidei” (pasta lunga e filiforme) costituirono insieme ai formaggiai la corporazione dei “Fidelari” specializzati nella produzione dei maccheroni.

In realtà a , da molto tempo in contatto con l’oriente e il mondo arabo, la pasta era già patrimonio comune.

Non è un caso che Trenetta e Fidelino siano termini di origine araba come, del resto, Scucusu sia una derivazione di cous cous.

I Genovesi infatti, giunti in Asia ben prima di Marco Polo, avevano appreso l’arte della conservazione dai Mongoli di Gengis Khan ed avevano costruito un monopolio del frumento, intuendone per primi le potenzialità, in virtù dei commerci con l’Italia meridionale, l’Oriente e il Nord Africa.

Se ne ha traccia scritta già in un documento del 17 agosto 1188 “L’Ordo Cocariae episcopi Ianuensis” in cui viene descritta tutta la trafila necessaria per i sontuosi banchetti indetti dal Vescovo. Qui, per la prima volta, vengono citati i “pistores”, i pastai che devono occuparsi di preparare e servire la pasta.

“Preparazione della pasta, Tacuinum sanitatis Casanatense (XIV secolo)”.

Addirittura nel 1244 alla presenza del notaio de Predono, in cambio di sette lire genovine, il medico bergamasco Ruggero di Bruca s’impegna a guarire il lanaiolo Bosso da una fastidiosa malattia del cavo orale. Oltre alle medicine prescritte dal medico, il paziente si deve impegnare, di fronte a testimoni, a non consumare carne, frutta, cavoli e pasta. (cit. tratta da “La Cucina dei genovesi: Storia e Ricette di Paolo Lingua).

Fra i vari formati forse quello delle , condite in tutte le maniere, era il più apprezzato.

Una quartina del poeta Jacopone da Todi recita:

“Chi guarda a maggioranza spesse 
volte si inganna. 
Granel di pepe vince per virtù 
la lasagna”. 

Anche Cecco Angiolieri cita questa pasta nei suoi scritti:

“chi de l’altrui farina fa lasagne,
il su’ castello non ha ne muro ne fosso”

e ancora in una citazione di fra’ Salimbene da Parma che raccontando di un monaco scrive nella sua “Cronaca”:

“Non vidi mai nessuno che come lui
si abbuffasse tanto volentieri
di lasagne con formaggio

A Genova in particolare, venivano servite con un battuto (pesto in genovese) antenato dell’attuale salsa, ma privo di basilico.

Venivano chiamate , fazzoletti di seta perché, probabilmente, richiamavano con il loro gusto vellutato la morbidezza della seta, tessuto commerciato dai genovesi e assai in voga in quel periodo.

Ed io me la sono immaginata così la nascita del mandillo:

Un giorno capitò in città un commerciante di tessuti proveniente da una terra molto lontana. Parlava una lingua mediterranea contorta ma familiare sui moli della Darsena e subito si mise ad intonare la sua nenia per proporre i suoi manufatti.

Stoffe sgargianti di ogni colore, taglio e foggia. Ma su tutte a colpire l’interesse delle massaie che si erano radunate intorno al suo bazar itinerante, furono dei graziosissimi fazzoletti di seta, “mandilli de saea” decorati con deliziosi macramè.

In particolare piacquero ad una giovane “lasagnara” che, non potendosi permettere di comprarli dal mercante, si mise a tirare la sfoglia delle sue lasagne così sottile da farli diventare simili ai suoi agognati fazzoletti di seta.

All’ora di pranzo la donna offrì un piatto delle appetitose lasagne condite con il pesto allo straniero che, entusiasta, proclamò: ”questo piatto è ben più prezioso dei miei mandilli de saea”. Quindi offrendo in cambio i fazzoletti desiderati dalla massaia, diede origine anche al nome .

“Siano le vostre Mura inespugnabili”…

La leggenda narra che i genovesi eressero in soli otto giorni, 53 secondo altre fonti, le poderose mura della terza cinta muraria, quella del 1155 detta del Barbarossa.

In realtà si tratta di una metafora poiché ci vollero 8 anni e furono completate nel 1163. Devono il loro nome all’Imperatore Federico I di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero, dal quale i genovesi volevano proteggersi per difendere la propria autonomia.

Per finanziare la colossale impresa i denari pubblici non erano sufficienti. Perciò il Comune raccolse donazioni e finanziamenti di privati e prestiti di banchieri piacentini. Persino il l’Arcivescovo Siro II contribuì, in cambio di una considerevole somma, vendendo parte degli arredi sacri delle chiese della città.

La narrazione epica dei fatti è fornita negli “Annali” del Caffaro in cui il cronista racconta come le mura esistenti, quelle delle Grazie e della Marina, fossero state rafforzate.

“Uomini e donne tutti, in , non ristando, dì e notte, di portar pietra d’arena, avean le mura a tal punto avanzate in solo otto giorni, che qualsiasi altra città d’, pur con lode non sarebbe riuscita ad altrettanto”.

“Il tratto di Via del Colle che parte da ”. Foto di Leti Gagge.

Queste esistevano già prima dell’anno Mille. Il nuovo tratto saliva dal Molo fin sopra Campo Pisano e terminava, percorrendo Via del Colle, a Porta Soprana. (Vico Sotto le Murette e Via del Colle).

“Porta Soprana”.Foto di Leti Gagge.

Dalla torre sud della porta, riedificata per l’occasione, comincia il tragitto, oggi interrotto da un cancello, delle Murette.

“I trogoli in Salita della Coccagna”.

Queste si possono comunque raggiungere passando da Salita della Coccagna dove s’incontra la scaletta che conduce al camminamento.

“Le Murette col Portello in cima alla Salita della Fava Greca”. Foto di Leti Gagge.
“Mura del Barbarossa presso la facoltà di Architettura in Stradone S. Agostino”.

Nel primo tratto le abitazioni, ormai addossate alle mura, dal lato di levante impediscono l’originaria vista verso la valle del Rivo Torbido che scorre sotterraneo. A ponente si notano ancora, fra le altre, le case danneggiate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

“Camminamento sulle Murette nel tratto sopra il portello di Salita della Fava Greca.”
“I Trogoli del Barabino nei Giardini Baltimora  sovrastati dal tratto di Mura di Via del Colle”. Foto di Leti Gagge.

 

“Suggestivo tratto di Mura in Vico Noli, caruggio traversa di Via Ravecca”. Foto di Leti Gagge.

Valicato un piccolo dosso si apre un maestoso panorama sulla collina di Carignano dominata dalla Basilica di santa Maria dell’Assunta con il ponte vecchio di Via Ravasco, uno scorcio di mare e, a monte, dove un tempo v’era il quartiere della Madre di Dio, le palazzate di Piazza Dante e gli orribili Giardini Baltimora.

Proseguendo si varca l’archivolto della Fava greca, dal nome del diffuso legume simile alla cicerchia. molto usato, a quel tempo, nelle zuppe dove è possibile ammirare brani delle antiche mura senza la sovrapposizione successiva di case. Giunti in Via Ravasco, lungo le scalette, si notano i resti dell’antico acquedotto che percorreva ingegnosamente tutte le mura fino al Molo Vecchio.

“Le Murette nell’omonimo Vico nei pressi di Campo Pisano”.

Le Murette continuano col Vico San Salvatore che degrada verso Campo Pisano e il Vico, appunto, Sotto le Murette, fino ad unirsi alle nei pressi della scalinata di Sant’Antonio e dell’omonimo oratorio.

“Tratto di mura fra il Colle e San Salvatore”. Foto di Leti Gagge.

Questo è quello che ancora oggi rimane dell’antico tracciato, il resto che non esiste più aveva un’altezza media di circa dieci metri, si dipanava da Porta Soprana.

Da qui raggiungeva una torre posta dove è l’attuale sbocco di Via XX, un tempo Via Giulia, con Piazza De Ferrari. Saliva per Piccapietra e la Torre Fiorente, posta a protezione del portello di Sant’Egidio, situata nell’attuale Via Vernazza, (fu dapprima inglobata nei vicini palazzi e infine demolita con lo sterro del colle e l’ampliamento di Piazza De Ferrari dopo il 1892) fino alla Porta di Sant’Egidio () e si congiungeva nell’odierna Piazza Corvetto con la Porta dell’Acquasola.

“Tratto imponente delle mura in Salita delle Battistine”. Foto di Leti Gagge.
“Le Mura di Salita delle Battistine inquadrate dal basso”. Foto di Leti Gagge.

Le Mura s’inerpicavano nei terreni oggi occupati dal Museo Chiossone nella Villetta Di Negro, dove raggiungevano all’altezza della Torre di Luccoli il punto più alto, scendevano lungo l’attuale Salita delle Battistine.

Dal Portello si saliva lungo l’attuale Salita Inferiore di San Gerolamo fino a raggiungere il Castelletto, oggi Piazza Villa.

“Il Torrione lato mare della ”. Foto di Leti Gagge.

Di qui scendevano per Salita della Rondinella fino a S. Agnese nel quartiere del Carmine e terminavano a Porta di S. Fede o dei Vacca.

“Porta dei Vacca vista dall’interno in Via del Campo”. Foto di Leti Gagge.

La cinta era dunque costituita da tre principali porte munite di poderose torri: Porta Superana o di S. Andrea (Piano di S. Andrea), Porta Aurea o di S. Egidio (Piccapietra), Porta Sottana, dei Vacca o di S. Fede (Darsena).

“La Porta Aurea in Piccapietra”.
“Porta Castri in S. Croce”.
“Il Portello di Pastorezza visto dall’esterno”.Foto di Leti Gagge.

Esistevano anche tre porte minori fornite di torretta: Portello (Piazza del Portello), Pastorezza (Largo della Zecca) e S. Agnese (Nunziata)e, infine, di due varchi minori Castello o S. Croce, (Sarzano dalla chiesa di S. Croce) e Murtedi (Largo Lanfranco, S. Caterina), privi di torrioni.

“Il Portello di Pastorezza visto dall’interno”. Foto di Leti Gagge.

Dalla Porta Soprana  la nuova cinta muraria ampliava notevolmente la porzione di città racchiusa in essa, rispetto a quella precedente del IX sec. più che duplicata racchiudendo un territorio di 55 ettari.

Invitato all’inaugurazione Papa Alessandro II esclamò: “Siano le vostre Mura inespugnabili come lo sono i vostri cuori”.

Il risultato fu più che soddisfacente e legittimo l’orgoglio dei genovesi per l’impresa compiuta. Tanto è vero che ancora Caffaro annotò: “l’impeto di tutta Italia e Alemagna, purché non fosse contrario Iddio, non vi avrebbe dischiuso un passo”.

“Con la noncurante maestà di una Regina”…

Quando nel 1841 Alexandre Dumas (padre), all’età di 39 anni, giunse a era già uomo di un certo successo.

E pensare che non aveva ancora scritto i suoi capolavori e nemmeno fatto amicizia con il Generale Giuseppe Garibaldi per il quale nutriva una profonda stima.

L’autore de “I Tre Moschettieri” e “Il Conte di Montecristo”così annotava nei suoi appunti raccolti in “Genova la Superba”:

“Genova viene, per così dire, incontro al viaggiatore … Una città che s’è data da sola il soprannome di “Superba” e che da sei o sette leghe già si scorge all’orizzonte, distesa in fondo al suo golfo con la noncurante maestà d’una regina … Quale fu la causa del lusso quasi incomprensibile di palazzi che il viaggiatore trova sparsi sulla sua strada con la stessa profusione delle villette nei dintorni di Marsiglia? Furono le leggi sumptuarie della Repubblica [di Genova] che proibivano di dar feste, di abbigliarsi di velluti e di broccati e di portar diamanti; tali leggi non si estendevano oltre le mura della Capitale e perciò il lusso di quei turbolenti ed orgogliosi repubblicani si era rifugiato in campagna.

“Dumas racconta Garibaldi. Gli dedicò due libri: Memorie redatte nel 1860 e I garibaldini scritto, l’anno successivo, al seguito della spedizione dei Mille”.

In data 28 maggio 1860, il cinquantottenne Alexandre Dumas, da Genova – dove era giunto dodici giorni prima a bordo della sua goletta “Emma” -, annotava in una pagina di diario che poi avrebbe riportato nel volume Les garibaldiens:

“L’Hotel de France in Via al Ponte Reale”. Cartolina tratta dalla collezione di Stefano Finauri.

“Avevo appena messo la parola fine alle mie Memorie di Garibaldi; e quando dico “fine” è chiaro che alludo solo alla prima parte. Infatti, con l’andatura che ha preso, il mio eroe promette di fornirmi materia per una lunga serie di volumi! Appena sbarcato, appresi che Garibaldi era salpato alla volta della Sicilia nella notte tra il 5 e il 6 maggio: prima di partire aveva lasciato degli appunti per me all’illustre storico Vecchi, nostro comune amico, e aveva pregato Bertani, Sacchi e Medici di darmi a voce altri particolari che non aveva avuto il tempo di dettare. Ecco perché mi trovo da dodici giorni all’Hotel de France, dove lavoro sedici ore su ventiquattro; il che, del resto, non si discosta molto dalle mie abitudini”.

Sotto le finestre dell’Hotel lei, incomparabilmente affascinante, “distesa in fondo al suo golfo con la noncurante maestà di una regina.

Il Reliquiario di San Prospero…

Nell’anno del Signore 711 Prospero Arcivescovo di Tarragona con il suo seguito fu costretto a fuggire dalla sua terra d’origine a causa dell’invasione araba che stava interessando tutta la regione.

L’alto prelato spagnolo portò con sé le ceneri di quello che era stato il primo Vescovo della sua città: San Fruttuoso.

Secondo la tradizione infatti, un angelo guidò i fuggiaschi fino a Camogli, in Liguria, ove trovarono riparo in un’insenatura; la grotta, nascosta dalla vegetazione e ricca d’acqua grazie alla presenza di una sorgente, fu scelta quale dimora dalla piccola comunità che vi edificò una chiesuola.

“Il Monastero di San Prospero sopra ”.

Prospero morì alcuni anni dopo proprio a Camogli, secondo la leggenda esattamente nel luogo ove nel XIX secolo fu edificato il grande monastero a lui dedicato.

“La chiesa Vecchia o Millenaria della Ruta di Camogli”.

I resti dell’antica chiesetta sarebbero stati individuati nella piccola località di Chiesa Vecchia, sulle alture del borgo ligure.

Nella basilica dell’Assunta è invece conservato uno strepitoso reliquiario cinquecentesco che ospitava le ceneri del santo.

“La spiaggia di Camogli con la Basilica dell’Assunta che domina l’isola”.

Nelle varie cappelle della chiesa sono custodite numerose opere d’arte. Meritano menzione fra le altre; il Crocifisso con i santi Prospero e Caterina d’Alessandria e la pala d’altare raffigurante la scena della celebre Pesca miracolosa con San Pietro e San Fortunato (sopra le reliquie del santo), entrambe di Bernardo Castello; la pala con la Vergine col Bambino, Santa Caterina e San Giovanni, di Domenico Fiasella; le statue dei santi Pietro e Paolo di Francesco Schiaffino.

Ma nella penombra dell’altare intitolato a San Prospero colpisce la purpurea quinta della teca che fa da sfondo ad un capolavoro di alta oreficeria. Si tratta appunto del prezioso reliquiario argenteo realizzato nel 1514 dal maestro orafo di Albenga Domenico De Ferrari per accogliere i resti del santo.

“L’Isola che non c’è… più”

Camogli è uno dei borghi più suggestivi e affascinanti della Liguria, un luogo magico e ricco di storia, dove realtà e leggenda si fondono mirabilmente in un contesto inimitabile. Oltre ai racconti che ruotano intorno all’origine del suo etimo mi ha sempre incuriosito, ad esempio, la vicenda legata all’isola che c’era e che ora non c’è più, facendo riaffiorare alla mia mente i versi di una  celebre canzone, “L’Isola che non c’è”, di E. Bennato.

“Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
non ti puoi sbagliare perché,
quella è l’isola che non c’è”…

“La targa della via che ricorda l’antico toponimo”.

Osservando la piazzetta antistante la chiesa di Santa Maria Assunta che precede la salita al castello si può intuire quanto descritto dalla maiolica, posta sul sagrato della basilica, che raffigura nel 1518 proprio come se fosse un’isola!

“Arrampicato sullo scoglio ”.
“La spiaggia principale di Camogli con sullo sfondo la basilica di S. Maria Assunta”.

Tra il percorso del lungomare ed il porto è stato eretto un alto palazzo che, imitando l’architettura veneziana, non ha fondamenta ed è stato costruito su un lembo di mare. Un’imponente edificio che funge quasi da scenografica quinta teatrale per confondere il distratto osservatore. Effettivamente questa struttura sembra dilatare il continente quando in realtà il castello, la chiesa e le abitazioni che ne fanno da cornice, formavano una vera e propria isola, collegata alla terraferma con una stretta passerella di legno.

Nella sua opera “Descriptio orae ligusticae” lo storico ed umanista Jacopo Bracelli, descrive così Camogli nel 1448:
“Camuglio è un borgo antico composto in prevalenza da pescatori e marinai ed è difeso da un castello. Vista dal mare Camuglio, la contrada tutta non solo quella che è presso il mare, ma quanto le sue valli e i suoi colli, è pieno di bellissime case e di altri vaghi e belli palazzi, tale che navigando questa costiera, pare che tutta la contrada sia una bella città.
Da Camuglio comincia un capo che è dedicato a San Fruttuoso. Nelle sue acque c’è tanta pescosità di pesce ed inoltre dai monti che sono alle sue spalle se ne ricava legname che serve per costruire alberi e fasciame per le navi della Repubblica, al cui prestigio marinaro uomini di Camogli vi sono imbarcati ed abili costruttori lavorano per le flotte genovesi e della Toscana.”

 

“Il Castello della Dragonara”.
“La Croce di San Giorgio sventola orgogliosa sul torrione del castello”.

Era costituita da un sistema difensivo di fortificazioni di cui il principale componente era il Castel Dragone o della Dragonara di cui si hanno notizie fin dal 1130. Sull’isola si trovano anche un altro piccolo baluardo, il Rivellino e la chiesa di Santa Maria Assunta, sorta per assistere religiosamente i militari di stanza al castello e la popolazione che si rifugiava entro le mura dell’isola per difendersi dalle razzie dei corsari o dagli attacchi delle fazioni nemiche del governo genovese da cui dipendeva Camogli.

“La scogliera su cui si staglia il castello”.

Il paese faceva parte del territorio della Repubblica di Genova che nei secoli XIV e XV  patì un periodo di tribolate vicissitudini governative a causa del bellicoso alternarsi al potere delle famiglie nemiche.

Per questo motivo il Castel Dragone fu oggetto di numerosi attacchi e subì in svariate occasioni gravi danni, a tal punto da essere a più riprese, parzialmente distrutto e ricostruito.

La scomparsa, o meglio la trasformazione dell’isola, avvenne dopo la prima metà del XV secolo quando si decise di unirla alla terraferma.

“La competizione tra il mare e il tempo trova a Camogli il suo naturale palcoscenico”.

Venne così a formarsi una piccola spiaggia di 50 metri di lunghezza e di 30 metri di larghezza sulla quale durante l’inverno le imbarcazioni camogliesi utilizzate nella pesca e nei commerci venivano tirate a secco e messe al sicuro.

“Vista dall’alto si può facilmente immaginare la morfologia dell’isola”.

Con un piccolo sforzo d’immaginazione vi troverete aggrappati ad uno scoglio accarezzato dal mare nella Camogli del ‘500 e, come d’incanto, l’isola che non c’è si materializzerà davanti ai vostri occhi e sotto i vostri piedi.

“Forse questo ti sembrerà strano
ma la ragione
ti ha un po’ preso la mano
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un’isola che non c’e.

se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse ancora più pazzo di te!”.

Il Castello Türke…

Si staglia imperioso sul Capo di S. Chiara a dominare la spiaggia di Sturla e il Borgo di Boccadasse. Il castello Türke venne eretto nel 1903 dall’architetto fiorentino già progettista, fra le altre, di opere assai apprezzate quali il castello Mackenzie prima e quello Bruzzo poi.

Il successo riscontrato per questo suo fiabesco immaginare gli valse numerose committenze da parte della più ricca borghesia cittadina. Sua, ad esempio, anche la firma sulla villa che porta il suo nome in Via Rossetti nel quartiere di Priaruggia e, soprattutto, sulla scenografica e faraonica realizzazione dell’Expo d’Igiene Marina e Colonie del 1914 in occasione della quale, tra Piazza della Vittoria e Piazza , ideò una vera e propria città nella città.

“Il Castello, visto dal mare, domina il Capo di S. Chiara”.

Per quanto concerne il castello di Sturla la forma adottata è un miscuglio di linguaggi, detto “floreale” in cui si armonizzano diversi stili; dal borghese al moresco, dall’assiro babilonese al medievale, con citazioni del Palazzo della Signoria della natia Firenze, fino al gotico e al neoclassico.

Il Castello Türke, o “del Turco” come comunemente identificato dai residenti del luogo, fa ormai parte di uno degli scorci paesaggistici più suggestivi della città.

“O caroggio do fi u nu va ciù dritu a San Loenso”…

Carrubeo Fili questo era il suo antico nome. Il toponimo trae origine dalla zona dove fino al XIV sec. si lavorava il lino. Nel 1400 vi si stabilirono anche le botteghe dei copisti, gli artigiani che riproducevano i manoscritti su pergamena decorandoli con preziose miniature.

Per secoli, prima del riassetto urbanistico iniziato nel 1835, il vicolo si dipanava in salita, districandosi in un dedalo intricato di caruggi, fino a pochi metri dalla porta di destra della cattedrale. La sistemazione del quartiere si era resa necessaria sia per fornire il duomo di una piazza degna di tal nome, che per dare adeguato sfogo alle merci che transitavano in Piazza Caricamento.

Ebbe così origine, in quell’epoca, il celebre detto “O caroggio do fi u nu va ciù dritu a San Loenso”, ovvero il caruggio del filo non va più dritto in San Lorenzo, ad indicare che a volte, purtroppo, le cose vanno storte e non più dritte come ai bei tempi.

“Edicola di all’incrocio con Vico Cinque Lampadi”.

Dell’antico percorso oggi rimane traccia fino al punto in cui, a pochi passi da San Lorenzo, il caruggio gira a sinistra spegnendosi nel loggiato di Palazzo Cicala.

“Genova come Istanbul”…

“Mi sono perso nel dedalo del centro storico di , lungo i caruggi che sono simili ai vicoli della mia Istanbul più segreta, più nascosta. Ho ritrovato gli stessi odori e gli stessi profumi un po’ aspri e pungenti portati dal mare, che balugina con improvvisi lampi di luce lontano fra le case simili a quelle che si affacciano sul Bosforo o sul Corno d’Oro. Case un po’ scrostate, ma anche palazzi orgogliosi e monumentali, che hanno le stesse persiane , gli stessi grandi portali, imponenti e pomposi, o gli stessi modesti portoni, i cui anditi sono invasi da muffe umide. Case e palazzi che custodiscono storie antiche e accolgono un’umanità che ha attraversato le acque del Mediterraneo, in fuga da paesi bruciati dal sole dove il terrore e la fame sono in agguato. Anche i gatti sono simili a quelli di Istanbul. Indolenti e sornioni, si lasciano accarezzare e poi scompaiono quasi per incanto, persi nelle loro cacce imperscrutabili”.

-prosegue-

durante la conferenza anella sala del Minor Consiglio a Palazzo Ducale”.

“Anche i suoni che ho ascoltato nei vicoli e delle strade di Genova avevano armonie comuni a quelle di Istanbul. Erano quelle delle musiche che scendevano dalle finestre aperte fino sull’acciottolato. Erano canzoni che parlavano di amori lontani e della nostalgia per la propria terra, contrappuntate dalle parole agglutinate delle mille lingue del Mediterraneo. Poi ci sono le parole che Genova condivide da secoli con la Turchia portate e contaminate da marinai e mercanti: mandilli, i grandi fazzoletti che servono anche a coprire il capo delle donne; camallo, il facchino del porto; gabibbo, il forestiero indesiderato; giöxìa, la persiana, l’imposta, la gelosia, nata per tenere nascosta la bellezza delle donne pur permettendo loro di guardare all’esterno.

Ho ritrovato nella cucina genovese i sapori dei cibi che più amo: i minestroni di verdure, densi e spessi, come quelli che preparava mia madre; le acciughe fritte e croccanti come quelle che si gustano nei ristorantini sotto il Ponte di Galata; le torte pasqualine infarcite di verdure dell’orto che ricordano nella loro preparazione in modo impressionante il nostro börek.”

Così Orhan Pamuk, scrittore turco Premio Nobel per la Letteratura nel 2006, ha descritto la Superba paragonandola alla sua natia Istanbul, la città da sempre finestra sull’oriente, confine tra mondo occidentale e mondo arabo.

La porta attraverso la quale nel corso dei secoli cristiani e musulmani si sono a volte tesi la mano, ma più spesso sferrati un pugno.

“I tetti di Genova”. Foto di Leti Gagge.

Ospite a Genova nel maggio 2011 per una conferenza a Palazzo Ducale ha trascorso il suo tempo libero passeggiando, come un turista qualunque, per i vicoli del centro cittadino.

Autore di numerosi libri di successo quali “La Nuova Vita”, “Il Castello Bianco”, “ La Casa del Silenzio”, “Il mio nome è rosso”, “Neve”, “Istanbul” solo per citare i titoli più noti della sua feconda produzione. Si tratta di pubblicazioni, romanzi e saggi che hanno tutti come comune denominatore un amore viscerale e smisurato per la vecchia Bisanzio e la Turchia del passato.

Un mondo ricco di personaggi e suggestioni utilizzati come poetica chiave di lettura per comprendere e spiegare quella del presente e del futuro.

“Istanbul tra antico e moderno. Al centro svetta la Torre Galata, la torre dei genovesi”.

Genova, come Istanbul, capitale del Mediterraneo.

“Le Oche di Albert”…

Dietro la chiesa del Vigne, nel cuore della città vecchia, si trova uno dei tanti angoli nascosti e poco noti ai genovesi stessi. Si tratta di Piazzetta delle Oche, uno spiazzo triangolare privato appartenuto nei secoli passati alla nobile famiglia dei Vivaldi, la stessa che ha dato i natali agli intraprendenti navigatori ispiratori del “folle volo” dantesco.

“La caratteristica forma triangolare della Piazzetta”.

Veniva utilizzata come aia, popolata da muli e altri animali da cortile che vi razzolavano in libertà. Ma, a farla da padrone, come in Campidoglio, era un gruppo di starnazzanti oche. Di qui il toponimo testimoniato da un murale che le raffigura.

In questo luogo nel lontano 1895 dimorò per qualche mese un ragazzotto di nome . A sedici anni, il futuro Premio Nobel della Fisica giunse a , dopo aver attraversato a piedi la Val Trebbia.

Era partito da Pavia dove, in seguito ad un’accesa discussione, aveva abbandonato la casa dei genitori.

“Il Portone del Palazzo che ha ospitato il fisico tedesco”.

Einstein era stato infatti, lui futuro genio della scienza, appena bocciato all’esame di ammissione al prestigioso Politecnico di Zurigo. Così, deluso, aveva deciso, preso il suo inseparabile violino, di recarsi nella città di Paganini, ospite di Jacob Koch, lo zio materno mercante di grano all’ingrosso che nella piazzetta aveva ufficio e dimora.

Rimangono traccia nei suoi appunti genovesi dell’ammirazione per la Cattedrale di San Lorenzo, dello splendore di Strada Nuova e soprattutto delle golose prelibatezze della Pasticceria Romanengo di Campetto.

Ed io me lo immagino il giovane Albert ingurgitare manciate di frutta candita ed ogni genere di leccornie da Romanengo, mentre Verdi ,il genio della musica, è seduto lì vicino da Klainguti, a pochi passi, intento a gustare i suoi prediletti “Falstaff”.

A Genova ebbe modo di conoscere Ernestina Marangoni con la quale instaurò, mantenendo un fitto rapporto epistolare, un duraturo e sincero rapporto di amicizia.

In una di queste lettere, molti anni dopo, il grande scienziato ormai all’apice del successo scriveva in un incerto italiano: “I mesi felici del mio soggiorno in sono le più belle ricordanze”.

“La lapide affissa in ricordo del soggiorno genovese di Einstein”.

A ricordo dell’illustre ospite, a cura dei condomini del palazzo, è stata di recente affissa una lapide che ne testimonia il gradito soggiorno.

“Non ho alcun talento particolare. Sono solo appassionato e curioso” disse il fisico e se “La logica vi porterà da A a B. – aggiunse- “ L’immaginazione vi porterà dappertutto”…. Soprattutto a Genova…

Quando lo Scoglio Campana…

si trovava ai piedi delle (che fino al 1890 precipitavano a picco sul mare) dove sfociava il Rivo Torbido… quando, incastonato al centro del seno di Giano, si specchiava vanitoso davanti ai due grandi archi ancora oggi visibili…

quando la sua curiosa forma era fonte di ispirazione per innamorati e poeti come, ad esempio, Domenico Monleone che nel 1928 compose la celebre lirica “A- o Scheuggio Campann-a”.

Cianzi, cäo scheuggio Campann-a, l’angonia te l’han sûnnä. E t’ae sfiddòu l’ira pisann-a t’ae sfiddòu l’ira do mâ!

Unn-a votta ti formavi a delissia di pescoei e l’äia e o çe t’imbalsamavi comme o letto di sposoei.

E li gh’ëa o Lippa e o Croxe co-e sò braghe redoggiae comme i vëi pescoei da Foxe tutto o giorno li assettae.

E co-o pämito e co-o çimello e o boggieu da l’ätra man a cantâ qualche strûnello e a sentî sûnna Caignan!

Quando lo scoglio, protetto dalle mura e seguito dai rintocchi della Basilica, intonava i suoi gioiosi versi.

Prima che, per far spazio alla moderna Circonvallazione a mare, il seno di Giano venisse, a partire dal 1880, interrato e lo sepolto per sempre dal cemento.

Certe sere, di particolare calma, lo si può ancora ascoltare, accompagnato dal mare, mentre intesse il suo lamentoso canto.