Vico Stoppieri

L’origine del toponimo di questo caratteristico caruggio nei pressi della contrada di San Bernardo rimanda ad un antico mestiere quello degli stoppieri.

In epoca medievale infatti il vicolo era costellato dalle botteghe di artigiani che confezionavano e distribuivano la stoppa e la canapa, due prodotti indispensabili per le attività navali.

La corporazione degli stoppieri per celebrareEloggi.iprio prestigio nel 1734 commissionò per la chiesa di San Marco al Molo un maestoso gruppo marmoreo raffigurante la Madonna e i SS. Nazario e Celso opera di Francesco Maria Schiaffino.

In copertina Vico Stoppieri. Foto di Stefano Eloggi.

San Tommaso e Santa Limbania.

Nella parte bassa del quartiere di Oregina si trova, in via Almeria, la chiesa intitolata ai SS. Tommaso apostolo e Leone.

Il novecentesco edificio religioso riprende il titolo parrocchiale dell’antica chiesa intitolata all’apostolo Tommaso che sorgeva alla foce dell’omonimo rivo, dov’è ora piazza Principe, demolita nel 1885 a seguito dell’ampliamento del porto e l’aperturta delle nuove strade a mare.

All’interno sono conservate alcune opere d’arte provenienti dall’antica chiesa di S. Tommaso: una statua cinquecentesca di , un gruppo marmoreo raffigurante Cristo e San Tommaso, di  (1515-1577) e un’urna cineraria di fattura romana.

“Prospetto principale della chiesa dei SS. Tommaso apostolo e Leone”. Foto dal web.

Le statue di Guglielmo, celebre scultore della schiatta dei Della Porta la cui maestria è testimoniata sia nella cattedrale di San Lorenzo che a Palazzo del Principe, offrono spunto per narrare la storia di Santa Limbania una giovinetta nata nel 1188, o forse nel 1194, figlia di un mercante genovese a Cipro.

A 12 anni la bella fanciulla venne promessa sposa dai genitori ad un giovane del luogo. Limbania non ne voleva sapere anzi, rivendicando a gran voce la propria aspirazione religiosa, manifestava la volontà di rinchiudersi in un monastero lontano dall’isola.

Così con la complicità della sua nutrice con la quale si era confidata e con l’aiuto del di lei marito organizzò la fuga.

“Cristo e San Tommaso”. Foto di Gabriele Gira.

Limbania si era infatti accordata per salire su una galea diretta a . Il capitano della nave però non rispettò i patti e non si presentò nel luogo stabilito per l’imbarco.

Secondo la tradizione il vascello rimase quindi in balia delle onde finché il comandante spaventato non tornò indietro a prendere la fanciulla davanti al boschetto convenuto. Qui la trovò, fra la sorpresa generale, circondata da alcune bestie feroci miracolosamente ammansite.

Quando l’imbarcazione giunta finalmente a destinazione stava per attraccare al molo venne spinta da una forza misteriosa a occidente contro la scogliera sulla quale si stagliava proprio la chiesa di San Tommaso.

La santa, risvegliatasi dell’estasi, chiese ai marinai del terrorizzato equipaggio il nome del monastero e vi si fece accompagnare dichiarando di voler tracorrere il resto del tempo che le sarebbe stato concesso con le monache di quel convento.

E così fu, forse per adempiere ad un voto fatto durante la tempesta, di salvare la nave che stava sfracellandosi contro la scogliera, Limbania dimorò in rigorosa penitenza e clausura nella cripta della chiesa di San Tommaso fino alla fine dei suoi giorni, pare, dopo la metà del XIII sec.

Trascorso qualche anno dalla sua morte le consorelle del convento decisero di staccare la testa dal corpo di Limbania per poterla esporre in particolari occasioni come reliquia di culto.

“Loggiato a mare di Palazzo del Principe con sullo sfondo il monastero di San Tommaso”. Acquerello ottocentesco di Pasquale Domenico Cambiaso.

Nel giorno della Pentecoste del 1294 avvenne, secondo la tradizione, il miracolo più celebre: durante la funzione un esitante e perplesso sacerdote prese la testa fra le mani per esporla al rituale bacio dei fedeli. 

Il religioso, poiché la chiesa in merito alla presunta santità della suora non si era ancora pronunciata, non aveva poi tutti i torti ad essere scettico.

A quel punto, a fugare ogni dubbio, la testa di Limbania si staccò dalle mani del prete e volò, fra l’incredulità dei presenti sino all’altare.

Si tramanda inoltre un altro prodigio secondo il quale una donna era andata pregare la santa implorandola di salvare il figlio gravemente malato. Limbania apparve in sogno alla povera madre dicendo che il giovane avrebbe dovuto bere il vino in cui era stata lavata la sua testa. Così venne eseguito e guarigione fu. Era il 16 giugno, e da allora in quel giorno, per secoli, venne distribuito “il vino di S. Limbania”.

Le sue reliquie oggi, dopo la demolizione del monastero di San Tommaso, riposano in una chiesetta  a lei dedicata a Voltri.

“Chiesa di San Tommaso di Voltri”. Foto dal web.

Santa Limbania è la protettrice degli emigranti, dei facchini, dei mulattieri e più vin generale dei marinai del porto di Genova.

A lei, oltre alla chiesa sopra citata, è dedicato un molo e il percorso che da Voltri saliva verso le alture e gli appennini verso il Piemonte utilizzato nel Medioevo per transitare le merci nella grande pianura.

In copertina: Statua di Santa Limbania. Foto di Gabriele Gira.

Salita San Bernardino

Da tempo immemore si ha notizia della contrada del Carmine sorta in fondo alla piccola conca naturale di Vallechiara formata dal rio Fossatello che scende dalle Mura delle Chiappe al Righi lungo San Simone e Via Pertinace.

In epoca romana il quartiere era una zona collinare fuori le mura coltivata a vigne e oliveti che si sviluppava sopra il campo militare del Guastato, attuale Piazza dell’Annunziata.

Così fu anche nel medioevo fino a quando nel XIV sec venne incluso nella cinta muraria della città.

con i resti di una costruzione medievale con grandi archi ogivali in laterizio tamponati, l’omonima Abbazia intitolata a Santa Chiara, rappresenta al meglio il fascino di quei caruggi.

Ma la vera meraviglia è costituita dalla caratteristica pavimentazione in mattoni sulla quale si cammina con il naso all’insù incantati ad ammirare l’intreccio degli archi a sesto abbassati a controspingere le facciate dei palazzi.

Foto di Bruno Evrinetti.

Caruggi

Carruggi. Qui, moltitudini di bambini giocano attorno a povere p… nude, o seminude che si offrono sulla soglia dei loro bassi aperti. È una prostituzione simile al piccolo commercio delle strade. Esse si vendono semplicemente, come poco lontano si vendono castagne, fichi, enormi torte dorate, farinate di ceci. Si va nella vita complicata di questi profondi sentieri come si entrerebbe nel mare, nel fondo nero di un oceano stranamente popolato.
Sensazione da novella araba. – Odori concentrati, odori ghiacciati, droghe, formaggi, caffè abbrustoliti, cacao deliziosi finemente tostati da cui s’esala amarume… – Passanti rapidi su questi marmi raschiati dallo scalpello. – Verso le alture, le stradette si arrampicano, ornandosi di passiere di mattoni e ciottoli. – Cipressi, minuscoli duomi, frati.
Cucine fragranti. – Queste torte gigantesche, farine di ceci, mescolanze, sardine all’olio, uova sode imprigionate nella pasta, torte di spinaci, fritture. – Questa cucina è antichissima.
è una cava d’ardesia.

Torte e farinate. Foto di Orlando Vanni.

Cit. Paul Valery (1871 – 1945) scrittore francese.

Madonna col Bambino, Santa Caterina da Genova e San Giovannino

Al civ. n. 15 di Vico degli Indoratori si nota un medaglione marmoreo tondo che raffigura la , Santa Caterina da e San Guivannino.

La secentesca edicola, protetta da una pesante grata di ferro, è incisa in forte rilievo e in poco spazio racconta un’articolata scena: la Vergine con il braccio destro tiene in braccio il Bambinello, con quello sinistro si appoggia alla spalla di Caterina Fieschi che inginocchiata offre il suo cuore a Gesù.

Dal drappeggio, a completare il quadretto, spunta San Giovannino in posa di preghiera.

Foto di Stefano Eloggi

Vico San Pietro della Porta

Ad angolo fra Via dei Conservatori del Mare e Vico si staglia la settecentesca edicola della Madonna della Guardia.

Dal torrione su cui è apposta si evince come quello fosse una dei tre principali varchi di fine primo millennio.

Il caruggio di San Pietro deve infatti il suo nome alla vicinanza con la porta, oggi archivolto delle Cinque Lampadi, varco facente parte delle mura del X sec.

Foto di Stefano Eloggi.

Via dei Conservatori del Mare

Nel medioevo qui avevano sede i magistrati che si occupavano di dirimere le controversie marittime, dai noleggi ai naufragi, dagli atti di pirateria, ai contratti di navigazione.

Sul muro del palazzo a mare, di fronte al civ. n.5, è infatti incastonata un’antica quanto sbrecciata lapide la cui epigrafe recita:

“Avisi per L.Ill.mo MAGISTRATO DEI CONSERVATORI DEL MARE”.

Sotto era presente una nicchia contenente una cassetta in cui imbucare messaggi, lamentele e denunce in un sistema molto simile a quello dei biglietti di Calice di Palazzo Ducale.

Foto di Stefano Eloggi.

San Marcellino

Piazza e Vico con l’omonima chiesetta del XIII sec. e il brevissimo tratto di porticato sopraelevato in Sottoripa costituiscono una preziosa quanto rara testimonianza della ripa maris che fu.

La chiesetta era il tempio gentilizio delle potenti famiglie dei Cybo e Piccamiglio.

Il porticato di pochi metri che unisce vico San Marcellino con vico del Campo è l’ultima traccia ancora oggi visibile di quella che un tempo era chiamata .

La contrada era così detta per via della sua sopraelevazione e per i porticati più bassi, bui e arretrati rispetto alla ripa.

Tale porzione di Sottoripa si snodava a partire da via Ponte Calvi proseguiva fino alla torre a mare di Porta dei Vacca e con un prolungamento parallelo a via Prè raggiungeva la chiesa di San Sisto.

Nella foto si intravedono i resti della loggia del XVI sec. (che fa parte del civ. n. 6 di Ponte Calvi) con finestre a doppia arcata e superbe colonne doriche.

Foto di Giuseppe Rando.

Vico del Serriglio

L’origine del toponimo Serriglio si presta a diverse interpretazioni: secondo alcuni deriverebbe dalla traduzione del cognome della famiglia Lerici che in dialetto arcaico si diceva Serriggi; per altri il caruggio originario deriverebbe invece dalla sede di un piccolo recinto di animali da cortile (serriculum) o da uno sbarramento che serrava l’accesso.

Di certo la zona è stata completamente stravolta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Resta traccia di una costruzione in pietra del XII sec. con porta ogivale e una fascia di archetti frammentata dalle successive aperture di finestre il tutto sormontato da un arco con pilastri in laterizio.

Percorrendo il caruggio sul lato del ristorante si notano quattro pilastri in marmo e, sopra il civ. n. 19r, quel che rimane di una piccola edicola barocca in stucco, priva della statuetta e decorata con fastigio a motivi floreali e una conchiglia a sostegno della mensa.

In questo vicolo che fu dimora dell’abate Paolo Gerolamo Franzoni ebbe sede nel 1757 una delle tre biblioteche pubbliche cittadine, quella – appunto – franzoniana.

Foto di Danilo De Lorenzis.