Salita Pietraminuta

Salendo Corso Dogali, dopo il quarto tornante sulla sinistra, più o meno all’altezza dell’Orto Botanico si nota all’interno di un cancello privato l’ottocentesca targa del civico n. 19 che rimanda al toponimo di Pietraminuta.

Da qui lo spunto e il pretesto per raccontare la storia dell’ampliamento verso ponente della cinta muraria, deliberato nel 1346 sotto il dogato di Giovanni da Murta (secondo della Repubblica dopo Simone Boccanegra).

I lavori completati nel 1350 prevedevano mura che, partendo dalla torre di Castelletto, scendevano a S. Agnese, risalivano per Carbonara per ridiscendere verso Pietraminuta (odierno ) e Montegalletto (attuale castello D’Albertis) e proseguire fino alla chiesa di San Michele sotto la quale si apriva la porta di S. Tomaso.

Come raccontato dal Dellepiane nel suo preziosissimo “Mura e Fortificazioni di Genova” da un atto notarile del 9 novembre 1346 del nostro Tomaso di Casanova si evince che: ” (…) la parte esecutiva per la costruzione dei bastioni di Pietraminuta venne affidata ai maestri antelami Giorgio Scriba, Giovannino da Biegna, Giacomo Piuma, Marchisio de Ceso, Antonio Sachero e Giovanni Gasparino”.

“Veduta di Genova cin di Pietraminuta”. Immagine tratta da “Mura e Fortificazioni di Genova” di Carlo Dellepiane.

Si stabilì un’altezza delle mura compresa fra 18 e 25 palmi e una larghezza di sei, sette palmi. La parte superiore del muro doveva essere munita di parapetto alto cinque palmi coronato da merlatura di quattro palmi.

Si convenne che nella località di Pietra Minuta il muro difensivo doveva essere sormontato da tre ; una sopra la piazza ivi esistente, un’altra sopra la strada ed infine l’ultima so doveva erigere sul terreno comune ai Monasteri di Pietra Minuta e di Santa Marta verso il Guastato.

Salita di Pietraminuta di arrampica nel buio da per guadagnarsi un solare e arioso panorama sui bastioni del .

Da Via Balbi, tra il collegio dei Gesuiti e la chiesa di San Carlo l’antico bastione è ancora oggi percorribile fino a Via Kassala.

In copertina: Salita Pietraminuta nel tratto in alto. Foto di Giovanni Sechi.

Gli ammiragli in Piazza Palermo n. 3

Al civico n. 3 di proprio accanto alla sede della Pubblica Assistenza della locale è possibile ammirare un elegante portone in stile neo gotico rinascimentale.

Gli stipiti del signorile ingresso sono intarsiati e il trave è sovrastato da un tripudio di disegni geometrici, riccioli e volute.

Le due nicchie su basamento a colonna culminanti in cuspidi ospitano le statue di altrettanti illustri : Cristoforo Colombo a sinistra e Andrea D’Oria a destra.

Il primo vestito elegantemente è rappresentato assorto nei suoi pensieri mentre regge in mano il globo. Chissà quale rotta starà studiando?

Il secondo invece dall’aspetto austero è bardato nella sua cotta di rappresentanza. Con una mano stringe una pergamena arrotolata. Forse un’importante missiva o un vantaggioso contratto? Con l’altra impugna fiero l’elsa della sua preziosa spada di prestigioso Defensor della cristianità.

Le due sculture richiamano palesemente quelle più famose, ma altrettanto sconosciute ai più, di G.B. Cevasco in Via Gramsci al civ. 99r.

In copertina: il portale del civ. n. 3 di Piazza Palermo. Foto dell’autore.

Vico Testadoro

Originariamente vico Testadoro era un vicolo unico che collegava direttamente Luccoli con Via S. Sebastiano.

Con l’apertura di Via XXV Aprile, nei primi decenni dell’Ottocento, il caruggio fu diviso in due (la parte verso è infatti ).

“Vico Inferiore Testadoro”. Foto di Giorgio Corallo.

Nei documenti antichi è indicato come Testa Auri (conchiglia o testa d’oro) il cui toponimo, secondo alcune fonti non certificate, deriverebbe dalla presenza in loco di un’omonima locanda.

Bellezza…

In copertina: . Foto di Raffaella Magherini.

Vico Angeli

si trova nell’intricato dedalo di che compongono il sestiere della Maddalena.

Il toponimo, di cui si ha già notizia almeno dal 1798, trae origine dall’antica famiglia Angeli o De Angeli che qui aveva le proprie case.

Il personaggio di maggior spicco di tale casata fu Lorenzo che nel 1357 rivestì il ruolo di ambasciatore presso il Duca di Milano.

Anticamente il caruggio era noto come vico Testadoro. Mutò il nome per non confonderlo con l’omonimo vicolo che, all’inizio di , ospita la famosa trattoria dalla “Maria”.

Bellezza…

In copertina: Vico Angeli. Foto di Leti Gagge.

L’Arciconfraternita della Morte ed Orazione

L’orribile edificio di vetro e cemento in piazza Santa Sabina che ospita una filiale della Carige sorge sulla demolita omonima chiesa fondata nel VI sec., luogo di ristoro per i pellegrini della Terrasanta.

“Filiale Carige sui resti della chiesa”.
“La chiesa venne soppressa e bombardata nel maggio 1944 durante l’ultimo conflitto e successivamente inglobata dalla banca”.
“L’abside della chiesa. Vi si accede da vico della ”. Sullo sfondo il palazzo Belimbau in piazza della Nunziata. Foto di Roberto Crisci.

Dei tesori della chiesa resta solo, nel salone degli sportelli, la Santissima Incarnazione di Quello che è sopravvissuto dei traslochi successivi alla sconsacrazione del 1939 è stato trasferito nella nuova Santa Sabina in via Donghi.

“La Santissima Incarnazione di Bernardo Strozzi dell’abside della ex chiesa, oggi banca”.

A fianco della ex chiesa si trova l’oratorio della Veneranda Arciconfraternita della Morte con la sua eloquente effigie scolpita in facciata: un terrificante rilievo marmoreo adorno di simboli macabri, teschi e ossa incrociate a celebrazione della morte.

Da notare le inquietanti clessidre a simboleggiare l’inesorabile scorrere del tempo e quindi la nostra provvisoria presenza su questa terra.

“L’ottocentesca facciata dell’oratorio in ”.

Qui aveva sede la Casaccia che si occupava di assistere i malati e soprattutto della sepoltura dei poveri durante le epidemie di peste colera.

In copertina: il simbolo della Confraternita. Foto di Bruno Evrinetti.

Caligo

Oggi non c’è stato un solo genovese che non abbia rivolto lo sguardo ai quattro punti cardinali per capire da dove provenisse quella specie di fumo che impediva la visibilità. Forse un incendio?

Niente puzza di bruciato quindi tale ipotesi non reggeva.

Poi dopo qualche momento di smarrimento si è capito trattarsi della , ovvero quel raro fenomeno marinaro che, dall’incontro sotto costa di aria calda con la superficie fredda dell’acqua, produce nebbia. La ha così dal mare lentamente ammantato la città fino a far scomparire – come per magia – persino la Lanterna.

Intanto senza il faro come riferimento le sirene delle spaesate navi urlano, segnalando la posizione, tutta la loro preoccupazione.

“Tetti di avvolti nella caligo”. Foto di Gianni Cepollina.

“La nebbia arriva
su zampine di gatto.
S’accuccia e guarda
la città e il
sulle silenziose anche
e poi se ne va via”.


Cit. Carl Sandburg. Poeta americano (1878-1967).

In copertina: caligo a Genova. Foto di Gianni Cepollina 24 febbraio 2021.

Quando in via Fiodor

Quando la strada che collegava la circonvallazione a mare con il colle di Carignano ancora non era stata intitolata a Fiodor.

Un’elegante signora passeggia con la carrozzina mentre una coppia di giovani rampolli è alla guida di un calesse.

Di lì a poco persino nel signorile e borghese quartiere di Carignano si sarebbe infatti reso omaggio, intitolandogli la via, al partigiano eroe della Resistenza.

Poletaev Fiodor era un soldato russo che, aggregato alla brigata Pinàn Cichero, trovò la morte il 2 febbraio del 1945 presso .

Costui, al comando di 40 , affrontò circa un centinaio di tedeschi che stavano tentando di raggiungere Carrega dove si era insediato il comando della Pinàn . I nazisti decimati dalla strenua difesa della formazione partigiana, si arroccarono all’interno di un casolare.

Fu allora che Fiodor, ormai a corto di munizioni, si lanciò impavido contro il nemico intimandogli la resa.

Colpito a morte stramazzò sulla neve ma, prima di spirare, ebbe ancora la forza di spronare i suoi: “Coraggio, compagni, non pensate a me, fatevi avanti che dovranno arrendersi!”.

Così fu: i tedeschi si arresero e la fu vinta. Il gigante russo caduto per la libertà, fu il primo partigiano straniero ad essere decorato con la medaglia d’oro al valore militare italiano.

Fiodor Poletaev riposa nel cimitero monumentale di .

In copertina: cartolina del 1910.

A street in Genoa 1851

“A street in Genoa” così è intitolato questo splendido dipinto in olio del pittore (1799-1870).

Nel 1851 infatti l’artista inglese soggiornò a dove eseguì alcune delle sue opere più apprezzate:

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“Chiesa di San Pietro della Porta in ”. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/
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“Veduta della Foce” Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/
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“Lavandaie presso il fossato di S. Ugo“. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/

Tra queste quella che mi ha incuriosito maggiormente è la vivace rappresentazione di via della Maddalena.

“Veduta della dalla Villa del PrincipeImmagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james

Lo si evince ingrandendo l’immagine sopra la targa del negozio dei cappelli dove è infatti appuntato “quartiere della Maddalena Genova”.

Anche se l’edicola sullo sfondo non corrisponde alla realtà (al suo posto oggi vi è quella di San Francesco da Paola) perchè l’originale settecentesca Madonna dell’Immacolata Concezione qui rappresentata è andata perduta, siamo probabilmente all’altezza della casa natale di Simone Boccanegra.

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“Altra versione dello stesso scorcio”. Immagine tratta da https://www.pittoriliguri.info/pittori-liguri/holland-james/

Spettacolari i dettagli dove, tra sapienti giochi di luce e chiaro scuri assai verosimili, tipici dei caruggi, si muovono i protagonisti della scena: in primo piano sulla destra la figura seduta a terra accanto ad una botticella di legno sembra appisolata; al centro della mattonata una coppia in abiti signorili si sofferma ad ammirare le merci di una venditrice ambulante seduta sul ciglio; sull’altro lato cammina una signora con gonna rossa e scialle bianco sulle spalle; tra la folla s’intravvede un’altra donna con cappello bianco che avanza in direzione contraria; sullo sfondo s’intuiscono, sfumati in lontananza, gli altri personaggi che affollano il vicolo; la presenza del camallo che procede con un sacco sulle spalle conferisce dinamicità alla scena; parcheggiata su un lato una elegante portantina nera con finiture dorate accanto alla quale riposa assiso sopra un gradino un facchino. Chissà forse i suoi passeggeri sono gli eleganti signori di cui sopra o altri che aspetta escano dall’antistante negozio di cappelli?

Fuori dalla porta della bottega una donna vestita di scuro con velo bianco sembra discorrere con le fioraie che espongono le proprie mercanzie sul tavolino in primo piano.

James Holland con questo delizioso dipinto ci ha lasciato una splendida istantanea di una Genova che non c’è più e che nemmeno attraverso foto o cartoline antiche sarebbe stato possibile raccontare.