Il Mattatore genovese

A ricordare i natali di rimane una targa affissa dal Comune di Genova nel 2005.

Il celebre attore italiano nacque infatti il primo settembre 1922 in Via Benedetto da Porto nel quartiere, a quel tempo comune autonomo, di di Struppa.

Foto di Nonno Aldo.

Accanto a questo gruppo di vecchie case dotate dei classici lavatoi Vittorio mosse i primi passi.

Qui, nel Porto Antico nel 1998 con la sua versione del Moby Dick di Melville, mosse gli ultimi da artista annunciando l’addio alle scene.

Si prestò volentieri a raccontare i molteplici aspetti e caratteri storici della sua città in un documentario Rai. Con consueta arguzia ed empatia comunicativa Gassman descrive la Superba:

“Genova Soltanto un anno dopo” di Carlo Posio e Francesco di Ciccio (allego il link di un piccolo brano del racconto riproposto da Techeteche).

https://fb.watch/aIQ8Qk74F-/

Genovese dunque, non romano e romanista come molti erroneamente credevano e, di conseguenza genoano (la Sampdoria a quel tempo, essendo fondata nel 1946, non esisteva ancora).

Vittorio riceve la spilla del direttamente appuntato da Riccardo Carapellese. Foto tratta da pianetagenoa 1893.net.

A un giornalista che gli chiedeva se fosse un romanista, il grande attore infatti rispose : «No, ahimè, sono Genoano. E pur con magre soddisfazioni» Tratto da “I del Grifo. Quando parlare del è come parlare di Genova”, Nuova Editrice Genovese, 2017 (breve estratto di un racconto, “Genoani Illustri”, in vista di una seconda edizione dei racconti).

Nel centenario della nascita del Mattatore.

Genova Gennaio 2022.

In copertina: la foto della casa natale di Gassman. Foto di Nonno Aldo.

Le “Meraviglie” di Angela?

Ho appena seguito la parte della puntata dedicata a da parte di Alberto Angela. Pur comprendendo gli spazi e i tempi televisivi ridotti che imponevano scelte risicate, sono rimasto deluso.

A parte il discorso sui Celti e sull’origine del toponimo Ianua, ormai confutati da tempo e le imprecisioni sui Rolli e su Dragut, non mi è piaciuto l’aver tralasciato i caruggi, le chiese, i forti, le mura, insomma l’anima vera della città raccontando solo in modo riduttivo l’epopea del D’Oria.

Troppo spazio dedicato alla Lanterna raccontando il niente.

25 gennaio 2020

A proposito del “Principe Libero”…

Certo due cose non mi sono, come credo alla maggior parte dei miei concittadini, piaciute: più che l’inopportuna inflessione romana, l’assenza se non della lingua, per lo meno della cantilena nostrana la prima; la citazione fra tante specialità genovesi (anche cantate da Faber penso alla Cima e al pesto) della carbonara, la seconda.

Si può anche discutere sul finale già che siamo in tema romano “alla volemose bene” e ai diversi pesi in termini di importanza attribuiti ai vari episodi della vita dell’artista.

Molto ad esempio è stato dedicato all’esperienza sarda e al rapimento, nulla al periodo infantile piemontese e poco a quello inerente agli ambienti anarchici rappresentati in maniera marginale dalla figura del poeta Riccardo Mannerini.

Genova proprio come una madre discreta appare, seppur di una bellezza disarmante, un po’ in disparte.

Il protagonista a livello di mimica, secondo il mio modesto parere, è stato all’altezza e così gli altri attori. Detto questo, nel complesso vado “in direzione ostinata e contraria”, il fumettone non mi è dispiaciuto.

Avendo letto diverse biografie, mi riferisco in particolare a quelle di Milesi e Viva e il suo unico romanzo scritto a quattro mani con Gennari “Un destino Ridicolo”, ho trovato corrispondenza con quanto era di mia conoscenza.

Credo che la delusione di molti sia dovuta al fatto che si aspettavano un panegirico sul De Andre’ artista e invece è stato un racconto del Fabrizio uomo. Con le sue debolezze, contraddizioni, sofferenze. Insomma la sua umana fragilità così bene espressa nella sua canzone manifesto e autobiografica “Amico Fragile”.

Il rapporto intimo con la divinità che alberga in ogni uomo e non nelle chiese e l’anarchia sperimentata come soluzione a domande che risposta non hanno.

La scrittura di parole e musica come catarsi, come unica via di salvezza. La scelta di schierarsi con gli ultimi e di interrompere il banale refrain “Cuore e Amore” per proporre qualcosa di più colto elevato ma, al contempo, fruibile a tutti.

Perché Fabrizio sceglie si il linguaggio ma anche il suo interlocutore, l’anima e quella non ha censo né titoli.

All’insicurezza e alla timidezza dell’artista fanno da contraltare la carnalità delle sue frequentazioni nei caruggi, l’amicizia intellettuale con Tenco e quella goliardica con Villaggio.

Il Fabrizio figlio di un padre ingombrante e fratello di un altro non meno competitivo. La paura di non farcela, di non essere all’altezza.

Il matrimonio borghese con la prima moglie Puny, il rapporto di padre assente nei confronti di Cristiano prima e di Luvi poi, perché immerso nella ricerca, prima che della perfezione, di sé stesso.

Il fumo l’alcool come anestetici di un’anima troppo sensibile per annegare nelle convenzioni borghesi. Convenzioni infrante dall’amore maturo e spontaneo con Dori.

L’esperienza devastante del rapimento in Barbagia. La straordinaria promessa al padre in punto di morte per me, forse il momento più alto, in cui Fabrizio uomo si supera cercando di esaudire prima che il padre la propria coscienza. Perché in fondo tutti noi non aneliamo altro che scendere dalle braccia del padre e correre per il mondo per poi tornarci fra quelle braccia e dire “Hai visto papà?”.

Papà ha visto eccome perché parole sue “Regalandoti una chitarra ho fatto il più grande investimento della mia vita”.

che dipinge con le note e scolpisce con le parole. Un artista che non lascia nulla al caso e che leviga i versi alla ricerca perenne dell’irraggiungibile perfezione, come fa il mare con i sassi sulla spiaggia.

Il tendere alla perfezione questa la vera cifra di Fabrizio.

Ecco forse il De André artista meritava più risalto ma senza l’uomo così umano e fragile non ci sarebbe stato il più grande poeta del Novecento e questo – spero – insieme all’ineguagliabile bellezza della Superba, l’abbiano capito anche i sei milioni d’italiani che hanno seguito la fiction.

Genova 16 febbraio 2018

Genova città davvero segreta?

In molti mi avete contattato per avere la mia opinione sulla puntata di “Genova città segreta” trasmessa ieri. Argomento dunque le mie impressioni:

Mi piacciono l’eleganza e il garbo con cui Augias ha condotto il suo racconto e, tenendo conto che il suo obiettivo era quello di inchiodare al teleschermo dal malgaro del Trentino al pescatore di Mazara del Vallo, direi che ci è riuscito bene. Sul format che consiste in un guazzabuglio di storia, arte e monografie agiografiche non entro nel merito perché “così è se vi pare” scriveva un grande siciliano.
Sicuramente Genova, come per la fiction “Blanca”, ha goduto di un bello spot pubblicitario confezionato certo meglio di quello proposto l’anno scorso da Angela jr.

Se considero i contenuti però non sono soddisfatto. Si poteva e si doveva fare meglio. Un genovese che ama la sua città non PUÒ e non DEVE essere contento.

Mi spiego meglio: tralascio gli errori fonetici (Embriáco) o topografici (via Torino) e la narrazione della quale ho fatto fatica ad identificare il filo conduttore (a proposito quale era? Genova termometro del Paese?).

Non mi è piaciuto il racconto della Costa e della tradizione navale genovese associata alla Concordia. Un pò come raccontare la Ferrari attraverso un incidente di Badoer. Se proprio si voleva parlare del tema mare naufragio forse quello della London Valour sarebbe stato più attinente.

Non mi è piaciuto non aver dedicato neanche un’immagine ai nostri Forti che costituiscono un unicum paesaggistico irripetibile.

Non mi è piaciuto, dopo aver parlato di verticalità, non aver sentito un cenno o una visuale delle funicolari e della più bella poesia mai scritta su Genova, ovvero Litania di Giorgio Caproni.

Sempre in ambito poetico non mi è piaciuto aver dimenticato Eugenio Montale premio Nobel per la Letteratura.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse di Sarzano e Santa Maria di Castello dove tutto, circa 2500 anni fa, ebbe inizio.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse l’epopea di Caffaro e Guglielmo Embriaco e delle imprese della Repubblica nelle Crociate.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordassero i nostri straordinari ammiragli e condottieri.

Mi sarebbe piaciuto che dai caruggi trapelasse qualche, odore, aroma, profumo, al limite olezzo o refrescumme.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse che San Giorgio è la banca più antica del mondo.

e che in Piazza Banchi è nato il termine bancarotta.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontasse dell’unica corporazione tuttora riconosciuta, quella dei Caravana e del mito di Bartolomeo Pagano, il dannunziano Maciste.

Mi sarebbe piaciuto che si parlasse delle relazioni culturali e degli scambi commerciali con il mondo arabo.

Mi sarebbe piaciuto che si narrasse la potenza, la ricchezza, e la munificenza del Marchese De Ferrari e della Duchessa Maria Brignole Sale.

Mi sarebbe piaciuto che oltre a Colombo (per altro dimenticato) si facesse cenno alla scienza dei genovesi, ovvero la strumentazione nautica, la cartografia, le esplorazioni geografiche per conto di Spagna e Portogallo.

Mi sarebbe piaciuto che si desse più risalto all’incredibile patrimonio artistico delle nostre chiese e all’inarrivabile opulenza del Barocco secentesco genovese.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse la primogenitura del capo d’abbigliamento più diffuso sul nostro pianeta, il blue jeans.

Mi sarebbe piaciuto, per quanto io lo adori, che si raccontasse come la scuola genovese non fosse solo De Andre’.

Mi sarebbe piaciuto ricordare il legame di Boccadasse con la Boca di Buenos Aires, i transatlantici e l’emigrazione.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse quanto c’è di Genova nel Sud America.

Mi sarebbe piaciuto piuttosto che al posto della signora Shelley si fosse viesto su autori come Dickens, Nietzsche o Valery che a Genova vissero davvero significative esperienze creative.

Mi sarebbe piaciuto che oltre a Mazzini, Bixio e Mameli si citassero anche Michele Novaro coautore dell’Inno e Jacopo Ruffini, martire della Giovine Italia.

Mi sarebbe piaciuto che oltre ai Rolli si facesse cenno anche al Palazzo Ducale.

Mi sarebbe piaciuto che, con rispetto parlando, al posto di Moana Pozzi si celebrasse, come sacro santo che fosse, Gilberto Govi il più grande attore nostrano e che si ricordasse che qui sono nati, fra gli altri, anche Vittorio Gassmann, Enzo Tortora, Alberto Lupo ed Emanuele Luzzati.

Mi sarebbe piaciuto che si raccontassero, a metà tra storia e fantasticheria, le gesta di G.B. Perasso, il ribelle Balilla.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordassero la figura e l’umanità di Don Gallo.

Anche se mi è piaciuto come invece è stata approcciata la Resistenza forse la più potente diocesi dopo Roma, meritava con i cardinali Boetto e Siri qualche parola in più.
Almeno un pensiero poi per Remo Scappini comandante della piazza di Genova e per il primo Partigiano d’Italia, il Partigiano Bianco Aldo Gastaldi, il comandante Bisagno.

Mi sarebbe piaciuto che si ricordasse il più importante ospedale pediatrico del Paese e fra i primi nel Continente, il Gaslini.

Mi sarebbe piaciuto, visto che ho apparentemente “brontolato” finora si raccontasse la genesi del nostro esistenziale mugugno.

Genova è la città più bella del mondo diceva Čhechov e solo Napoli – aggiungo io – può reggere il confronto.

Magari, per questioni di tempo, non tutti ma certo alcuni di questi spunti avrebbero contribuito a rendere meglio anche ai foresti l’idea di Genova.

Genova è una madre burbera
che, da dietro le quinte, osserva orgogliosa i suoi figli e li protegge.

Ma si sa io sono di parte…

Genova 3 gennaio 2022.

Scorci di Canneto

L’origine del toponimo rimanda alla presenza dei cannicci che costeggiavano il tragitto che degradava dal Piano di S. Andrea al mare.

Fino al X secolo il Canneto segnava il confine dell’antico castrum ed era fiancheggiato dalle prime mura cittadine che proprio in quel periodo vennero ampliate per inglobare il palazzo Fieschi (futuro Ducale) e la Cattedrale.

Il budello che si immette nel ventre cittadino è tradizionale meta degli acquisti alimentari natalizi.

Numerosi sono gli spunti storici artistici che si possono cogliere in questo caruggio.

Ad esempio in questo scatto sul lato sinistro s’intravede il cinquecentesco sovrapporta del civ. 67a/r con San Giorgio che uccide il drago.

Di fronte invece si scorge il profilo del contemporaneo portale del palazzo De Franceschi al civ. 72r.

In copertina: Canneto il Lungo. Foto di Leti Gagge.

San Giorgio che uccide il drago in Via Canneto il Lungo 67a/r

In Via di Canneto il Lungo, all’angolo con vico Valoria, al civ. 67a/r si trova un portale di San Giorgio che uccide il drago.

La rappresentazione è quella classica con il santo a cavallo che proviene da destra e ai lati della scena angeli alati.

Particolare in alto a sinistra la principessa inginoccchiata tiene al guinzaglio il drago sdraiato.

Tale immagine deriva dalla narrazione del finale della Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine in cui il vescovo descrive l’ingresso nella città libica di Salem della principessa con il mostro.

Il santo infatti dopo aver ferito e sottomesso il drago ordina alle guardie di legare al collo della bestia la cintura della principessa.

Ella può così condurlo docilmente in città dove il popolo grato e festante si converte alla fede cristiana ed assiste euforico alla sua uccisione.

In copertina: San Giorgio che uccide il drago.

Il Presepe di San Bartolomeo di Staglieno

Il presepe oggi esposto in occasione delle festività nell’atrio del palazzo della Regione Liguria appartiene in realtà alla parrocchia di San Bartolmeo di Staglieno ed è stato per l’occasione appositamente restaurato.

Si tratta di un tradizionale allestimento ambientato nelle nostre campagne con i bucolici personaggi dell’iconografia classica.

Scena della Natività. Foto di Ilaria Cavo.

Due in particolare gli elementi tipici che rimandano alla consuetudine sei, settecentesca: il tipico pastorello che indossa i jeans e la presenza dei cavalli al posto dei cammelli nella rappresentazione dei Re Magi.

Le ventuno settecentesche statuine sono attribuite alla mano e alla Bottega di Pasquale Navone, dopo il Maragliano, il principale esponente della scuola genovese.

Il gruppo dei re Magi col loro seguito di fine ‘600 è addirittura di Giambattista Gaggini, detto il Bissone, inisieme al padre Domenico il capostipite del movimento artistico presepiale.

I manichini lignei sono curati nei mimimi dettagli, intarsiati, dipinti e riccamente addobbati come nella migliore tradizione presepiale cittadina.

In copertina: Il Presepe di San Bartolmeo di Staglieno esposto nell’atrio del Palazzo della Regione Liguria. Foto di Ilaria Cavo.

I Baracconi

Il luna park, nella versione invernale o estiva che sia, a Genova ha una tradizione molto radicata.

I Baracconi infatti – come vengono chiamati da ogni genovese che si rispetti- ad inizio’900 erano già presenti e ubicati nella spianata oggi occupata dai Giardini Caviglia e da Piazza della Vittoria.

Lo stesso gigantesco spiazzo che era stato destinato, in occasione dei quattrocento anni dalla scoperta dall’America, all’esposizione Italo-Americana del 1892.

Nel 1906 vi si stanziarono il colorito carrozzone del circo di Buffalo Bill e nel 1914 l’Esposizione Internazionale di Marina ed Igiene, progettata dall’arch. Gino Coppedè.

In origine i “baracconi” erano così chiamati per via delle baracche appositamente allestite per l’occasione.

Oltre alla presenza di dolciumi, reganissi e zucchero filato, le principali attrazioni erano il tirassegno, le giostre dei cavalli, il forzuto, la chiromante, il nano e la donna ragno.

A queste tra le due guerre si aggiunsero le prime rudimentali montagne russe.

Nel 1943 il luna park venne trasferito alla Foce nella zona che circa un ventennio dopo sarebbe diventata l’odierno Piazzale Kennedy.

Da allora alle vecchie giostre di felliniana memoria si sono via via sostituite attrazioni sempre più moderne e tecnologiche e i nostalgici Baracconi sono diventati il parco giochi itinerante più grande d’Europa.

La Grande Bellezza…

In copertina: Il luna Park di Genova in Piazzale Kennedy. Foto di Beatrice Bereggi.

Il Presepe de A Compagna

Nel cuore dei caruggi, in Piazza della Posta Vecchia 3/5, è possibile visitare il presepe de A Compagna, l’associazione culturale che dal 1923 si occupa di custodire e promuovere le nostre tradizioni.

La scena è ambientata sulle alture di Genova nel primo ottocento: sullo sfondo si vede infatti la città di notte, scarsamente illuminata come era senz’altro allora, con la collina di Carignano, il porto, la Lanterna e la stella cometa.

Cominciando il nostro percorso da sinistra in alto si nota un gruppetto di case contadine con i loro abitanti; tra le case c’è un pino marittimo, quella più a destra ha l’uscio ombreggiato da un pergolato e davanti due ulivi; nella fascia sottostante c’è un cavallo bardigiano che bruca l’erba: due galline di razza “gigante nera”; un albero di cachi al quale è legato un asino del monte Amiata; una bezagnina che indossa il mezzero siede vicino al suo banchetto mentre prepara il pesto nel mortaio.

Taraffo e Paganini. Foto di Giovanni Caciagli.
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Nicolò Paganini. Foto di Stefania De Maria
Paciugo e Paciuga. Foto di Giovanni Caciagli.
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Maria Drago. Foto di Stefania De Maria.

Dietro l’albero spoglio ci sono Paciugo e Paciuga; un pò più a destra c’è Pasquale Taraffo che è stato definito il “Paganini della Chitarra”.

Il pescatore. Foto di Giovanni Caciagli.
Il camallo. Foto di Giovanni Caciagli.

Più avanti ecco Niccolò Paganini che si appresta a suonare il suo violino; ancora più a destra c’è la signora Maria Drago, madre di Mazzini che ha posato gli occhiali sullo scrittoio e tiene in mano una lettera del figlio; in primo piano un falegname con gli attrezzi da lavoro e il grembiule di jeans che parla con un mendicante; più a destra ecco un camallo col tradizionale scosalin (il grembiulino) e il gancio appeso alla cintura.

Il falegname. Foto di Giovanni Caciagli.

Nella parte centrale del presepio in alto si nota un seccatoio per le castagne, davanti un contadino sta tirando la corda per legare una fascina; a destra c’è un fienile con le mucche di razza cabannina; dietro per scendere nelle fasce sottostanti, sostenute dai muri a secco, c’è una tipica creuza presidiata da un piccolo cinghiale.

In primo piano c’è un pastore con la coperta sulle spalle seguito da due pecore di razza “marrana”, appena dietro un cacciatore col suo cane e a destra due pescatori. Uno dei due porta le reti in spalla e il carretto col pescato sotto lo sguardo attento e speranzoso di un gattone bianco; il secondo, un pescatore di acqua dolce, con il saio in spalla; ancora più a destra una contadina davanti al suo pollaio; per terra una cesta di olive appena colte da portare al frantoio.

I cavalli dei re Magi. Foto di Giovanni Caciagli.

I cavalli dei re Magi in primo piano, trattenuti dal palafreniere, rimandano agli antichi presepi secenteschi dove sostituivano i cammelli.

Nella parte destra ecco il protagonista ovvero il carro del Confeugo trainato dai buoi che trasporta il ceppo di alloro da bruciare davanti a Palazzo Ducale; a fianco procede l’Abate del Popolo vestito di nero, che va ad incontrare il Doge; davanti a questo gruppo c’è Caterina Campodonico (la celebre venditrice di noccioline del cimitero di (Staglieno) con il suo cesto di mercanzie.

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Il carro dei buoi con L’Abate del Popolo. Foto di Stefania De Maria.

Dietro c’è una casetta con l’insegna de a Compagna e lo stendardo con la croce di San Giorgio.

La casetta con la bandiera di san Giorgio. Foto di Giovanni Caciagli.

L’edificio sulla destra invece rappresenta l’Orfanotrofio Sant’Antonio di Voltri, opera pia istituita dalla Duchessa Maria Brignole Sale De Ferrari che è seduta davanti con in braccio un neonato e attorno delle orfanelle già grandine. Sul muro è riprodotta la lapide commemorativa ivi esistente. Vicino, un po’ in disparte, Carlo Giuseppe Vespasiano Berio, il fondatore dell’omonima biblioteca comunale.

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La natività. con Gelindo e Gelinda. Foto di Stefania De Maria

Finalmente siamo giunti alla Natività ambientata, all’angolo di destra, in un fienile con il tetto di ciappe di ardesia; sulla sinistra si sono posati due piccioni.

Inginocchiato di fronte al Bambino c’è Gelindo, secondo la tradizione il primo ad accorrere in soccorso di Gesù portando in dono delle uova. La moglie Gelinda invece in piedi, avvolta nel suo mezzero, gli porge un telo per fasciare i neonati.

A destra il Padre Santo porta un cestino di vimini e regge un crocifisso.

Il Padre Santo. Foto di Stefania De Maria.

Ogni dettaglio ha quindi un riferimento e una collocazione puntuale nella città. Non manca infine un bel tappeto di erba cocca che come tradizione si raccoglie nei nostri boschi.

L’idea di realizzare questo presepe nasce nel 2009 su iniziativa di Yvonne Migliori e Angelo “Sergio” Diana due artigiani che con passione si sono occupati di realizzare le statuine in terracotta o cartapesta. I personaggi sono dipinti a mano o rivestiti in stoffa rispettando i costumi dell’epoca. Alcuni sono manichini riccamente abbigliati. Recentemente a questi due appassionati si è unito Mario Gerbi che ha lavorato in legno le miniature degli strumenti di Paganini e di Taraffo e dello scrittoio di Maria Drago con il calamaio, la penna e gli occhiali.

In copertina: Il Presepe della Compagna. Foto e testo di Stefania De Maria.