Da secoli la collina su cui sorge sovrastante il porto è stata abitata da marittimi e naviganti e da sempre è stata attraversata dal via vai di merci e viandanti.
Da Genova infatti percorrendo Salita degli Angeli nel quartiere di San Teodoro si oltrepassava il colle di San Benigno e si scendeva a mezza costa lungo il Belvedere fino a Certosa. Da lì si passava sulla sponda destra del Polcevera all’altezza di Fegino. A ponente poi si proseguiva fino al valico di Borzoli, a nord s’imboccava invece l’antica via consolare della Postumia, .
Via San Fermo si trova all’incirca a metà della salita all’inizio di questo secolare percorso.
Eppure il nome di via San Fermo è sconosciuto ai più. Su tratta di una creuza poco battuta che custodisce tuttavia una storia fatta di battaglie e di martiri.
Il toponimo rimanda a San Fermo, piccolo centro alle porte di Como, dove il 27 maggio 1859 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi sconfissero le truppe austriache del generale Urban, dopo una battaglia aspra e sanguinosa combattuta nei campi di Vergosa. Tra i caduti, il capitano De Cristoforis.
La vittoria aprì a Garibaldi la strada per Como e diede al paese il nome di San Fermo della Battaglia. Ma San Fermo è anche un nome antico. È quello di un martire del 304, venerato a Verona, che secondo la tradizione subì arresto, torture e morte per decapitazione insieme al parente San Rustico.
Le loro reliquie, dopo un lungo e incerto viaggio attraverso il Mediterraneo, giunsero infine nella chiesa di San Fermo Maggiore. Un’eco di quel culto è giunta fino all’Appennino ligure, in Val Vobbia, dove una piccola cappella a Vallenzona continua a conservarne la memoria.
“Anche noi, come l’acqua che scorre, siamo viandanti in cerca di un mare”. Cit. Juan Baládan Gadea. (musicista e poeta nato in Uruguay nel 1842).
In Copertina: Via San Fermo. Foto di Antonio Corrado.
Sono passati oltre due secoli, ma via delle Grazie conserva ancora intatto il suo fascino. Un tempo crocevia di marinai diretti all’omonimo santuario per chiedere una grazia, oggi è un caruggio animato da turisti e da alcune trattorie molto apprezzate.
La targa commemorativa sula facciata della casa natale di Jacopo Ruffini in Via delle Grazie.
Qui, il 22 giugno, nacque Jacopo Ruffini:
«Sono nato lo stesso giorno di Pippo, (Giuseppe Mazzini). Il mio destino, dunque, era segnato fin dalla nascita». -A soli vent’anni -rompo il ghiaccio io- lei era già laureato in legge. «Sì, e poco dopo divenni vicepresidente del Tribunale di Prefettura. Una carriera rispettabile, ma non la mia».
-Perché lasciò il diritto?
«Genova, in quegli anni, ribolliva, un bollezumme di idee come quando il mare sembra calmo ma si sta per agitare. La superficie si increpa per il movimento delle acciughe che si difendono dall’attacco del tonno; Repubblicani, anarchici, garibaldini, ribelli: l’aria stessa era sovversiva.
Decisi di iscrivermi a medicina e, con l’aiuto di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe, presi una seconda laurea. Nel 1829 entrai nella Carboneria. Anche Giovanni e Agostino due dei miei fratelli più giovani seguirono le mie orme ma furono successivamente costretti all’esilio a Londra, in Svizzera e a Marsiglia».
Palazzo Baxadonne De Farnchi in via San Giorgio 32. Sede della Carboneria a Genova. Foto di Ettore Parodi.
«Sognavo un Italia, libera, unita, indipendente e repubblicana. Conobbi il poeta Gian Carlo Di Negro e l’armatore Raffaele Rubattino. Ufficialmente ero un medico dell’ospedale di Pammatone; in realtà organizzavo uomini e mezzi, soprattutto lungo il confine francese».
Nel 1831 Jacopo, durante una riunione segreta tenutasi in casa propria, giurò fedeltà alla Giovine Italia. Le sue parole, pronunciate allora, restano una delle testimonianze più intense del Risorgimento:
«Eccoci in cinque giovani, molto giovani, con assai scarsi mezzi, chiamati ad abbattere un governo stabilito. Non possiamo contare che sugli aiuti che sapremo crearci da noi stessi. Ho il presentimento che a pochi di noi sarà dato vivere per vedere la vittoria, ma il seme sparso fruttificherà dopo di noi.»
-La sua attività cospirativa proseguì senza sosta, come fecero a scoprirla?
«Forse la polizia sabauda si insospettì per i miei continui spostamenti. La sera tra il 13 e il 14 maggio 1833 stavo rientrando a casa. Sentii un colpo secco al collo. un dolore acuto, poi il buio. Non ricordo più nulla. Quando riaprii gli occhi ero in carcere.
La Torre del Popolo o Grimaldina, il carcere dove venne rinchiuso Ruffini. Foto di Leti Gagge.
L’accusa era gravissima — e vera: Ruffini era indicato come capo delle insurrezioni di Genova e Alessandria, previste per il mese successivo. «Per un mese fui interrogato e torturato. Subii ogni tipo di sevizia che non voglio qui ricordare per non offendere la sensibilità dei lettori. Volevano i nomi. Li chiamavano complici; per me erano fratelli».
– Ha mai scoperto chi la tradì?
«Per spezzarmi e minare la mia fede dissero che era stato il mio collega medico Giambattista Castagnino. Io non ci ho mai creduto».
E infatti aveva ragione. Solo dopo la sua morte si accertò che a favorire l’arresto furono due delatori furieri di fanteria, Sebastiano Sacco e Lodovico Turffs.
La cella di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.
“Per non tradire i miei amici e i miei ideali scelsi la morte. L’unica strada era il suicidio.
«Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.»
“Io ero pronto… o forse no..”
Mi tagliai gola e polsi ma prima di morire scrissi con il mio sangue sul muro della cella la risposta che gli aguzzini aspettavano da tempo:
“la risposta?… la vendetta dei miei fratelli”.
La porta della cella. Foto di Leti Gagge.
Lo trovarono esanime, la gola e i polsi squarciati, immerso in un silenzio che puzzava di messinscena. Per il Regno di Sardegna il verdetto fu immediato: suicidio per rimorso. Ma la verità ufficiale scricchiola sotto il peso del sospetto. Ruffini, mente della Giovine Italia, era già un condannato a morte; perché allora anticipare il boia con una carneficina solitaria?
L’ipotesi che tormenta la Storia è un’altra: un omicidio di Stato. Un’esecuzione pubblica avrebbe acceso la miccia della rivolta, trasformandolo in un simbolo. Meglio ucciderlo nel buio di una cella, simulando un atto di disperazione, per soffocare il martire insieme alla cospirazione.
La prigione di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.
Ancora oggi, quel sangue sulle pareti della prigione parla di un uomo che forse non scelse di morire, ma che fu “spento” per evitare che la sua fine diventasse l’inizio di una rivoluzione.
Nella torre Grimaldina in sua memoria è posta la lapide con l’iscrizione:
«Consacrò queste carceri il sangue di Jacopo Ruffini / mortovi per la fede italiana – 1833»
Genova gli ha dedicato una via nel quartiere di Carignano e l’istituto ITC in Largo della Zecca.
In Copertina: Jacopo Ruffini Genova, 22 giugno 1805 19 giugno 1833 Patriota Stampa del 1896
Via del Molo si sviluppa sull’omonimo promontorio che per secoli ha costituito sicuro baluardo per il naviglio del primitivo porto.
Nel tempo il molo naturale è stato a più riprese prolungato e protetto con possenti mura sia verso il mare (mura del molo e della Malapaga), sia all’interno (Baluardo).
Nel ‘500 le mura vennero ulteriormente rafforzate e puntellate dall’edificazione della Porta del Molo vecchio (che molti erroneamente chiamano Siberia o Cibaria), progettata dall’Alessi.
Il quartiere un tempo sede di bottai, fabbri e di tutte quelle attività legate agli arredi e alle riparazioni navali è tuttora ricco di testimonianze storiche.
Fulcro delle attività marittime qui si costruivano, con la benedizione della vicina chiesa di San Marco al Molo, anche proiettili e cannoni per la Repubblica.
Nel ‘600 le attività superstiti si trasferirono nella ripa cultellinorum (attuali portici di Via Turati) e in Darsena.
Gli edifici vennero adibiti a magazzini annonari: del sale, del grano, dell’Abbondanza.
“Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone? Forse quella che sola ti può dare una lezione Quella che di giorno chiami con disprezzo “pubblica moglie” Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie Tu la cercherai, tu la invocherai più d’una notte Ti alzerai disfatto, rimandando tutto al 27 Quando incasserai, delapiderai mezza pensione Diecimila lire per sentirti dire “micio bello” e “bamboccione”.
Il monogramma di Maria sopra il portone. Foto dell’autore.
Così cantava De André nella sua celebre “La città vecchia” e come spesso accade i protagonisti della sua galleria di coloriti personaggi non erano solo frutto fantasioso di esigenze narrative, ma avevano un volto e un nome, erano reali, esistevano davvero.
La figura del vecchio professore è una di queste: Fu un incontro del tutto inaspettato quello che vide protagonisti Fabrizio De André e uno dei suoi professori del Liceo Colombo, dove il futuro cantautore sedeva sui banchi con risultati tutt’altro che memorabili. «De André, ci do due: uno per l’andata e uno per il ritorno!», sentenziava il professor Feo da Catania, severo insegnante di matematica, al termine di un’interrogazione rimasta nella storia per una scena muta degna di un palcoscenico. Nessuna risposta, nessun appiglio: solo silenzio. Il destino volle che i due si ritrovassero faccia a faccia poco dopo, lungo le scale che conducono a quel grande portoncino di legno sormontato dalla lettera M, simbolo di Maria, la Vergine protettrice della città di Genova. Un imbarazzante vis à vis, sospeso tra l’autorità del professore e l’aria schiva dello studente destinato, anni dopo, a cambiare la musica italiana. Da quel momento, nei registri di classe, i voti di Fabrizio cominciarono prudentemente a salire… ma senza eccessi. Nessuno dei due avrebbe mai ceduto davvero: né l’allievo ribelle, né il docente inflessibile.
Queste ed altre gustose storie vi aspettano in via del Campo 29 rosso dove pagelle e registri di classe raccontano di un De André ancora lontano dal successo e di un vecchio professore che, ancora ignaro di aver incrociato il futuro grande cantautore, ne condivideva la passione per le bagasce.
A proposito di torte ormai diventate patrimonio comune della tradizione genovese come non citare quella, a base di pasta di mandorle, tanto cara a Giuseppe Mazzini?
E’ l’apostolo della libertà stesso a raccontarcelo trascrivendone ricetta al tempo in cui, negli anni ’30 dell’ottocento, era in esilio in Svizzera in una lettera indirizzata alla madre Maria Drago:
Torta Mazzini. Foto e preparazione di Anna Armenise.
“Prima di dimenticarmi, voglio mantenere la mia promessa. Eccovi la ricetta che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai, traduco alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese: Pelate e pestate fine fine tre once di mandorle, tre once di zucchero fregato prima ad un limone, pestato finissimo. Prendete il succo di un limone, poi due gialli d’uovo, mescolate tutto questo e muovete, sbattete il tutto per alcuni minuti, poi sbattete i due bianchi di uovo quanto potete: “en neige”, dice essa, come la neve, cacciate anche questi nel gran miscuglio, tornate a muovere. Ungete una “tourtiere”, cioè un testo da torte, con butirro fresco, coprite il fondo della tourtiere con pasta sfogliata, ponete il miscuglio nel testo, su questo strato di pasta sfogliata, spargete sopra dello zucchero fino e fate cuocere il tutto al forno”.
“L’antica Liquoreria Marescotti incastonata nella duecentesca loggia”.
“L’antica Pasticceria Cavo”.
A riproporre la gustosa e risorgimentale ricetta è dal 1906 la Liquoreria Marescotti, incastonata nella duecentesca Loggia dei Gattilusio in Via del Fossatello. Fondata in Genova nel 1780, con il nome di “Cioccolateria Cassottana” e rilevata dalla famiglia Cavo nel 2008, inventrice a fine ‘800 degli Amaretti di Voltaggio.
In Copertina. La torta di Mazzini. Foto di Anna Armenise.
In quella che fu un tempo una delle tre chiese a ricoprire il ruolo di cattedrale, il presepe ha una collocazione di assoluto prestigio dall’incomparabile impatto scenografico. In San Siro infatti il presepe si trova sull’altare della cappella dei Lomellini della Natività sotto un quadro d’eccezione.
Tale dipinto intitolato Nascita di Gesù è appunto opera di Cristoforo Roncalli, pittore vissuto tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento, a tutti noto come il Pomarancio.
Raffaele Soprani in proposito, nella sua “Vite de’ pittori, scultori e architetti genovesi”, racconta che questo raffinato artista, incaricato dal committente il marchese Vincenzo Giustiniani, era originario di un borgo toscano chiamato delle Pomarance e che proprio da questa località trasse il suo evocativo pseudonimo.
La grotta e il borgo marinaro. Foto di Anna Armenise.
Il presepe dipinto dal Pomarancio è un autentico capolavoro di grazia: angeli e putti, sospesi nel cielo, annunciano la venuta di Gesù e assistono alla Sua nascita. L’immagine della Sacra Famiglia è avvolta da una luce salvifica che ne esalta la sacralità e la dolcezza.
La cappella impreziosita dagli splendidi intarsi di Giuseppe Carlone presenta un altare arricchito da materiali preziosi quali corniola, ametista, diaspro rosso e lapislazzuli; alla base della grande Croce si trova un calvario in pirite, mentre due magnifici angeli sostengono l’altare con elegante leggerezza.
Il presepe tradizionale invece, sebbene novecentesco e dunque di fattura relativamente recente, risulta nella sua semplicità perfettamente armonico e piacevole.
Il presepe sembra sorretto dagli angeli dell’altare. Foto di Anna Armenise.
I personaggi si muovono nella scena indaffarati nelle proprie attività quotidiane mentre il flusso dei pastori si dirige verso la povera grotta della Sacra Famiglia.
Sotto la protezione della Lanterna Porta Soprana funge da imponente accesso alla città che non è però quella, con l’eccezione della riconoscibile chiesa di San Matteo, medievale. Bensì un tipico borgo marinaro con le casette colorate a tinte pastello. Sulle torri di Porta Soprana sventolano orgogliose le bandiere di San Giorgio.
La Lanterna, Porta Soprana e la chiesa di San Matteo. Foto di Anna Armenise.
In Copertina. il Presepe di San Siro e la Natività di Gesù del Pomarancio. Foto di Anna Armenise.
Questo presepe non va confuso con il famoso presepe meccanizzato di Crevari che, purtroppo, da almeno tre anni non viene più allestito.
“Si tratta invece di un presepe di famiglia -a raccontare è Caterina Lazzaro- composto da pezzi raccolti nel corso degli anni o realizzati da noi, che ha trovato una collocazione più adeguata all’interno della chiesa, soprattutto per ragioni di spazio.
Scene di quotidiana vita di campagna.
Mestieri
Abbiamo voluto rappresentare il borgo di Crevari, in particolare il rione Fontana, da cui ha origine la famiglia di mio marito, con l’aggiunta del Mulino di Crevari, luogo in cui egli è nato”.
Ecco che allora il borgo si popola di personaggi: l’oste con la brocca, la donna intenta a preparare le rostie (castagne sul fuoco), il pollivendolo. Pane, frutta, verdura e salumi fanno bella mostra di se.
Molto originale in particolare la scena dei Cristezanti (portatori di Cristi processionali) che portano in processione l’immancabile Cristo Moro. La chiesetta poi che ospita il presepe è molto antica: il suo nucleo originario risale addirittura al 1200. Dalla sommità della collina su cui è ubicata, si gode di un panorama che abbraccia l’intera città.
In Copertina. il celebre mulino sul mare di Crevari. Tutte le foto sono di Caterina Lazzaro.
Il panorama che si gode dall’alto.La chiesetta di Sant’AntonioI Cristezamti.
Dentro la vecchia stufa di ghisa, il crepitio del fuoco rompe il silenzio ovattato della neve. Fuori, la bianca dama scende soffice dal cielo, posa il suo mantello su prati e monti, e ogni tanto qualche raffica impaziente scuote la porta come un ospite che non vuole aspettare. “Fa freddo certo, ma almeno qui al Casùn abbiamo di che scaldarci e, grazie ai contadini qui intorno, qualcosa da mettere sotto i denti. In altri rifugi non sempre sarà così. Alle radici del Ramaceto, nei pressi di Lorsica, questa è la nostra casa: un rifugio di fumo, legna e neve”.
Il Casun du Stecca dal nome del contadino che lo aveva offerto ai Partigiani.
Il partigiano Gino Bonicelli, Tuo Badoglin, ricordava così: “So solo che a Cichero c’erano Bisagno, Bini, Dente, Moro, Croce. Insomma trovai i Partigiani.“
“A quanto mi risulta, nel settembre del ’43 erano tre i primi nuclei della Resistenza ligure: uno nella zona di Voltaggio, uno sulle pendici del monte Antola, e uno a Castello, minuscola frazione di Favale di Malvaro. Tre scintille in una regione che si stava scurendo“.
“Io arrivai – a parlare è Bisagno – ai primi di dicembre, dopo aver abbandonato la caserma di Caperana. A quel tempo ero un ufficiale (sottotenente) del Genio e, prima di salire in montagna, avevo nascosto nel castello di Chiavari una cinquantina di fucili. Sapevo che presto ci sarebbero serviti.”
A sinistra Stecca, a destra Bisagno alla guida della motocicletta. Foto tratte dal volume “Una città nella resistenza” di Carlo Brizzolari, Valenti editore.
È lì che Aldo Gastaldi diventa Bisagno?
“Si, come il torrente che bagna la mia città, io sognavo di irrorare le coscienze dei miei compagni. Io volevo insegnare loro a combattere non i Fascisti, ma il loro metodo, e laddove possibile cercavo di risparmiare delle vite ed evitare inutili rappresaglie o esecuzioni sommarie. Prima di tutto ero un credente e come tale volevo comportarmi.
Un torrente, sì: ostinato, limpido, indifferente ai colori delle sponde. Forse anche per questo, pur essendo cattolico, ottenne rispetto e fiducia persino tra la dominante componente rossa. Ma lui sorvolava, era al di sopra di ogni etichetta.
“Non so… io cercai sempre di essere da esempio e stimolo. Per questo elaborai delle ferree regole comportamentali che tutti dovevano rispettare, a prescindere dal ruolo e grado. Quello che è passato alla storia come il famoso Codice Cichero.”
E così nacque quel codice che sapeva di montagna e di dignità: – obbedire in combattimento, discutere poi in assemblea; – il capo eletto dai compagni, primo nel pericolo, ultimo nel cibo e nel vestiario; – ai contadini si chiede, non si prende; e se possibile si paga; – non si importunano le donne; – non si bestemmia.
Regole semplici e severe come un sentiero d’inverno. Ma anche così, non sempre la sua voce fu abbastanza.
“Ricordo che, il giorno successivo al massacro della Benedicta, lo sdegno aveva offuscato le coscienze e limitato la nostra visione. Molti partigiani volevano uccidere tutti i prigionieri fascisti e tedeschi. Insomma: occhio per occhio, dente per dente.”
Si dice che fosse un uomo tutto d’un pezzo, un blocco di integrità temprato come acciaio. Lo prova quell’episodio alla Scoffera: sul piazzale dove erano stati fucilati Agudo e i suoi tre compagni, alcuni vollero appendere i cadaveri di tre soldati tedeschi.
“Mi ero opposto dichiarando che, fin tanto che ero io il comandante, la mia formazione non si sarebbe macchiata, alla maniera dei tedeschi, di tanta infamia.”
La sua autorità era già grande, e nessuno parlò più di vendetta. Neppure dopo che i fascisti fucilarono Severino.
Il comandante Bisagno.
Ma la faccenda dell’arruolamento del Vestone come si è svolta?
“I tedeschi avevano dato il compito al battaglione Monterosa di presidiare la Val Trebbia: uno a Torriglia, uno a Bobbio e il terzo – il Vestone – a Gorreto. I partigiani catturarono il maggiore Paroldo e il suo attendente Cattani, così iniziarono le trattative per lo scambio con due partigiani.
Ero convinto che la crisi degli alpini fosse stata provocata unicamente dalla convinzione che l’Italia per la quale valeva combattere era quella dei partigiani.
Non potevo rinunciare a un estremo tentativo: un’azione spericolata di cui volevo incaricarmi in prima persona, per non mettere a repentaglio i compagni.
Sarei sceso a Torriglia e, nella confusione provocata dall’afflusso dei due battaglioni, avrei tentato di stabilire un contatto con Paroldo. Per tre giorni non riuscii a comunicare con il comando; poi, il quarto, convocai il commissario a Costa Maggio, una località nei pressi di Montebruno, in una piccola osteria a picco sul Trebbia.
Là il maggiore Paroldo e il suo aiutante Ebner si accordarono con noi perché la notte stessa il battaglione al completo, con armi e carriaggi, raggiungesse Gorreto unendosi alle nostre formazioni.”
La radio alleata, quella notte, aveva una voce più limpida:
“Stamane 4 novembre, nell’anniversario dell’armistizio che nella Grande Guerra l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico, il maggiore Paroldo col suo battaglione alpino Vestone è passato nelle file della Divisione garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quella Italia che combatte sui nostri monti per la libertà. Il comando della Sesta zona operativa saluta gli alpini del Vestone e plaude al loro gesto e alla ritrovata fraternità nel nome dell’Italia.”
Il busto di Aldo Gastaldi in Piazza Corvetto a Genova.
“Sono sempre stato molto critico nei confronti del mio operato ma questa è una di quelle iniziative di cui vado veramente fiero”.
E di Genova libera cosa ricorda?
“Tra il 23 e il 24 aprile tutte le formazioni la Pinan Cichero, la Severino, la Balilla, la Jori e la Coduri strinsero il cerchio e calarono su Genova a liberarla dal nemico, prima ancora che arrivassero in soccorso gli alleati. Ricordo gli spari ma anche la gente che si riversava in strada ballando e cantando dalla gioia”.
Lassù, tra i monti, cantando le antiche canzoni alpine, i gruppi della Cichero presero infine congedo: il Fuoco, il Guerra, il Forca, il Bellucci, il Mandorli… Ogni formazione si sciolse come neve al primo sole.
Ne restò una sola: il Vestone. Erano alpini venuti da lontano – Bergamo, Brescia, Trentino – ma ai partigiani si erano legati come fratelli. E Bisagno, fedele alla parola data, li accompagnò uno a uno verso le loro case, verso le famiglie che li attendevano da un inverno troppo lungo.
“A Desenzano, sulle rive tranquille del Garda, il comandante della Cichero – ormai solo – riprende la via di Genova. Sul tetto della cabina del camion, dove ha voluto sistemarsi insieme al fido Barbera e a Donno, canta piano una canzone partigiana, come per tenere accesa un’ultima brace di quel fuoco che aveva guidato tanti uomini“.
“se libero uno muore, non importa di morir..”
La strada scorre sotto le ruote, un nastro sottile che lega il presente al dovere compiuto. Poi un colpo di freno, un brusco scarto, una maledetta strisciata sull’asfalto. In un attimo il canto si spezza, il vento si ferma, la corsa si compie. E anche Bisagno se ne va.
Non tra le grida della battaglia, non nell’ombra di un bosco né sulle cime che aveva governato: se ne va sulla via del ritorno, con la canzone ancora sulle labbra, come chi ha dato tutto ciò che aveva da dare.
Il monumento a Bisagno in località Fasce.
Se ne va appena assolto il grande compito, lasciando dietro di sé il silenzio denso che segue gli atti irrepetibili. E quel silenzio, ancora oggi, sembra il passo di un uomo che continua a camminare accanto a noi.
Grazie Comandante… grazie di tutto.
In Copertina un bel primo piano di Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno. Definito da Giovanni Serbandini “Bini” Primo Partigiano d’Italia. Definizione poi più volte ripresa da Paolo Emilio Taviani, Ferruccio Parri e Sandro Pertini.
Genova gli ha dedicato una strada proprio davanti alla Casa dello Studente (simbolo della barbarie nazifascista), un monumento in località Fasce, una statua con lapide in via XII Ottobre, tra piazza Corvetto e il Parco dell’Acquasola, nel centro cittadino. Sempre a Genova un Istituto Tecnico Industriale porta il suo nome.
La Casa dello studente in Corso Gastaldi a Genova. Teatro di indicibili orrori delle SS e dei Fascisti contro i Partigiani.
Una stele commemorativa in marmo con busto bronzeo si trova nei giardini della stazione di Chiavari.
Il 24 aprile 2005 i resti mortali di Aldo Gastaldi sono stati traslati dal Campo di Trento e Trieste al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, dove riposano i genovesi più illustri. Nel 2009 Aldo Gastaldi è stato inserito nell’agenda pastorale liturgica di servizio e di memoria della Diocesi di Genova e annoverato tra coloro che hanno onorato la Chiesa genovese nel XX secolo. Nel 2019 il cardinale Bagnasco ne ha avviato la pratica di beatificazione. Nello stesso anno sorge a Genova l’istituto di istruzione superiore A. Gastaldi-G. C. Abba come unificazione di due istituti (A. Gastaldi, industriale, anni ’50 – G. C. Abba, polo chimico di Genova, 1925).
Note: i brani in corsivo sono liberamente tratti dal testo “La Repubbica di Torriglia” di G.B. Canepa. Fratelli Frilli editori.
Per non fomentare inutili polemiche mi sono attenuto alla vulgata ufficiale ma per dovere di cronaca segnalo che nel 2015 il libro “Bisagno” di Marco Gandolfo da cui è tratto l’omonimo documentario ha riportato diverse testimonianze dirette di compagni d’armi, di lotta partigiana, amici e parenti del Gastaldi, secondo le quali prende nuovamente corpo la tesi dell’omicidio dovuta all’avversione dell’eroe al movimento comunista e alle sue pratiche violente definite dallo stesso Gastaldi fasciste.
Sono un figlio dei caruggi. Là dove la luce fatica a entrare e il mare arriva come un respiro caldo tra le case. È lì, in via San Bernardo al n. 30, che nacqui il 5 settembre 1827.
Portavo in me due anime: quella elegante e nobile dei marchesi Zoagli, da mia madre, e quella temprata dal sale e dal vento di mio padre, marinaio diventato ammiraglio. Due sangui diversi, due destini. Io, invece, ero soltanto un ragazzo ribelle che non sapeva stare fermo.
A sinistra oratorio di San Bernardo. A destra la casa natale
Alle Scuole Pie dei Padri Scolopi imparai la disciplina, la grammatica, il latino. e imparai anche che nulla può ingabbiare un cuore quando decide di correre. All’università frequentai i corsi di legge e filosofia e qui venni a contatto con i membri della Carboneria genovese. Le poesie erano la mia fuga, la mia tregua, il mio modo di respirare. Scrivevo per calmare il tumulto che avevo dentro.
Targa della dimora in Largo Sanguineti.
Mi trasferii con la mia famiglia nei presso di San Lorenzo, nel Palazzo Senarega Zoagli in Largo G. A. Sanguineti 11.
Recita così la lapide apposta sul prospetto:
“Dava il Sangue alla Patria / Ai Secoli il Canto / Goffredo Mameli / che in Queste case / ebbe (cancellato) Dimora / 1827 – 1849 / La Democrazia Genovese Poneva / il 30 Luglio 1876”.
Poi venne il 1847 e Genova il 10 dicembre celebrò il centounesimo anniversario della cacciata degli Austriaci. Vennero trentamila patrioti da ogni parte d’Italia. In quell’occasione, sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Loreto, venne per la prima volta eseguito dalla Filamornica sestrese, il futuro Inno nazionale. E io, con il tricolore alzato come una fiamma, mi trovai in testa al corteo. Dicono che fossi uno che cercava solo il disordine, un piantagrane. No. Io cercavo l’Italia. Quell’Italia che ancora non c’era, ma che io già vedevo.
Avevo vent’anni quando scrissi il Canto degli Italiani. Il mio amico Michele Novaro con la sua musica gli diede voce. Lo chiamate Inno di Mameli, lo cantate in occasione delle vittorie sportive o degli eventi ufficiali. Oppure “Fratelli d’Italia!”. Lo stesso nome -mi dicono- dell’attuale partito di maggioranza con il quale però non ha molti valori in comune. Per noi era un giuramento d’amore, di fedeltà, di sangue. “Siam pronti alla morte”. Io lo ero davvero.
Le scale e il sagrato del Santuario di Nostra Signora di Loreto. Foto di Leti Gagge.
Quando seppi infatti che Nino Bixio combatteva a Milano, non ci pensai: andai, insieme a trecento volontari. E Garibaldi mi promosse di grado, una fiducia troppo grande per un ragazzo così giovane. Che orgoglio, divenni capitano! Ma io volevo essere all’altezza di quel sogno. Anche quando i moti fallirono, il fuoco non si spense. Pippo — Mazzini — mi chiese di scrivere l’Inno Militare, e Verdi lo musicò. Dirigevo Il Diario del Popolo, dalle pagine del mio giornale accendevo speranze a ogni parola.
Poi, nel febbraio del ’49, sembrò che tutto potesse finalmente diventare reale. La Repubblica Romana: il triumvirato di Saffi, Armellini e Mazzini al quale scrissi io stesso di mio pugno quel famoso dispaccio:
«Roma! Repubblica! Venite!» E venimmo. E combattemmo. Come leoni, come fratelli, come italiani.
La targa della scalinata di accesso al Santuario.
Sul Gianicolo, però, il destino decise per me. Una fucilata alla gamba. Un dolore caldo, feroce. I compagni mi soccorsero e mi portarono all’ospizio di Trinità dei Monti: li ricordo ancora mentre correvano, sento ancora le voci concitate, il fragore delle bombarde, le grida mentre non mi lasciavano cadere. La gangrena avanzava. Bertani e Bixio decisero l’amputazione. Era tardi. L’infezione mi prese piano, come una notte che non finisce.
“Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso Non ha vent’anni ancora Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso..” avrebbe cantato un altro poeta (De André) di fronte ad una crudele e prematura scomparsa.
«Alle 7 e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849 spirava in Roma all’ospedale della Trinità de’ Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli.»
Nino Bixio.
Avevo quasi ventidue anni. Mi coprirono con il tricolore. Il mio primo amore. Il mio ultimo abbraccio.
Non rimpiango nulla. Ho amato la mia patria con la ferocia e la dolcezza di un ragazzo che non ha paura di morire. Ho scritto parole che non erano canzoni, ma desideri. Ho creduto in un’Italia libera, unita, migliore. E anche se il mio corpo è caduto giovane, la mia voce… la mia voce canta ancora.
Dentro ogni “Fratelli d’Italia”. Dentro ogni cuore che sogna un paese più giusto.
Io sono Goffredo Mameli. E la mia vita, breve e ardente, è stato tutto ciò che avevo. E tutto ciò che potevo dare.
«Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò.»
Genova gli ha dedicato un monumento commemorativo nel cimitero Monumentale di Staglieno, una strada nel quartiere di Castelletto, una galleria in Albaro alcune scuole e una Società sportiva natatoria a Voltri.
Il ricordo di una vittoria non lenisce la ferita di un esilio.
Nonostante Piazza San Matteo sia la sua roccaforte, Lamba Doria si presenta all’incontro scortato da due armigeri. Indossa una sopravveste scura bordata di velluto cremisi, colore dei Doria, e sotto intravedo la cotta di maglia che ancora porta con naturalezza, quasi fosse un’estensione del suo corpo. La cintura, larga e decorata da fibbie in rame brunito, sostiene un pugnale dal manico d’osso, più cerimoniale che da combattimento. Gli armigeri, con corazze lucide e l’insegna della famiglia sul petto, si arrestano a pochi passi da noi. Lamba li congeda con un perentorio gesto della mano: un comando rapido, abituato all’obbedienza immediata.
La chiesa di San Matte nell’omonima piazza. Foto di Stefano Eloggi.
La piazza è silenziosa, incastonata fra le facciate striate di marmo bianco e nero dei palazzi dei Doria. L’aria del tardo pomeriggio sa di mare e di pietra antica. Mi avvicino con fare rispettoso, mentre Lamba mi invita a seguirlo nel chiostro della chiesa.
Il pozzo nel chiostro di San Matteo. Foto di Leti Gagge.
Onorato di conoscerla, ammiraglio. Grato che abbia accettato il mio invito.
Lui annuisce appena, la barba brizzolata che si muove appena al suo respiro. Lo accompagno sotto le arcate del chiostro aspettando il momento giusto per rompere quell’imbarazzante silenzio.
«Come è iniziato -esordisco- il suo rapporto con il mare?»
«In casa nostra si impara prima a navigare che a camminare» risponde deciso. «Mio fratello Oberto fu grande esempio: Capitano del Popolo e vittorioso, con Benedetto Zaccaria, alla Meloria nel 1284. Una vittoria che spezzò il dominio marittimo di Pisa. Anche gli altri miei fratelli onorarono il Casato: Nicolò, anch’egli in mare; Jacopo, annalista della Repubblica. La rotta era già tracciata. Non potevo sottrarmi.»
«E quale è stata la sua rotta?»
«Nel 1268, appena maggiorenne, mio padre Pietro mi inviò in Oriente. Commerciai allume, pellami, grano. Navigai tra Caffa, Trebisonda e Costantinopoli, città splendida e inquieta. Al mio ritorno ricevetti terreni e la gestione di una ferriera a Quiliano… ma la terra mi stava stretta: il mare mi chiamava.»
Si interrompe, osservando le arcate del chiostro come fossero alberi maestri che svettano nel vento.
Il colonnato del chiostro. Foto di Leti Gagge.
«Nel 1284, sotto l’ammiraglio Enrico De Mari, affrontammo i pisani al largo di Cagliari: alla Tavolara li travolgemmo. Quella vittoria in qualità di capitano accrebbe il mio prestigio. Quando Oberto si ritirò, presi in mano gli affari di famiglia e divenni podestà di Ventimiglia, poi di Albenga e infine di Asti. Lasciai ai miei figli i commerci e la gestione delle proprietà».
«Non temeva che i suoi figli non fossero all’altezza?»
«Feci con loro ciò che mio padre fece con me. Non tutti gli investimenti furono saggi: Tedisio ad esempio finanziò “il folle volo” l’impresa dei fratelli Vivaldi, … e sparirono nell’Oceano, oltre le Colonne d’Ercole. Ma chi commercia e chi naviga deve accettare l’incertezza. Fa parte del mestiere».
«E Genova?»
Il nome sembra scuotergli un ricordo doloroso. Mentre fruga nella sua memoria sembra rivivere quei momenti, quelle emozioni. Si ferma e mi fa cenno di sedermi accanto a lui sul muretto.
«Nel 1297 fui nominato Capitano del Popolo. Genova era un alveare in fermento: ricca, potente, eppure eternamente in guerra con Pisa e Venezia. Fu così che nel 1298 guidai la flotta contro la Serenissima per il dominio dell’Oriente: colonie, mercati, trattati… tutto era in gioco.»
«Cosa ricorda di quella battaglia?»
Il 7 settembre settanta navi genovesi affrontarono una flotta veneziana ancor più grande. Le fonti annotano ben 85. Il giorno dopo la battaglia infuriò al largo dell’isola dalmata di Curzola. I veneti ebbero la meglio all’inizio, ma li accerchiai, li spinsi verso la costa. In poche ore la superba armata di San Marco era spezzata: decine di galee affondate, altre catturate.»
Un’ombra attraversa il suo volto. Fra uomini di mare il rispetto è a prescindere dal vessillo che si difende.
«Catturai anche il loro comandante, l’ammiraglio Andrea Dandolo. Marinaio e uomo di grande valore. Non sopportò l’onta e si tolse la vita. Quella stessa vita che perse in quella battaglia anche mio figlio Ottaviano. Il mare toglie, il mare da».
«E Marco Polo? Lo fece prigioniero lei?»
«Marco Polo il mercante dalmata, intende? Fosse stato per me, sarebbe stato dato in pasto ai pesci. Ma era ricco, influente. Lo rinchiudemmo nelle segrete di Palazzo San Giorgio. Da lì, si dice, nacque il suo libro.»
Sulla sinistra la parte medievale del Palazzo San Giorgio nelle cui celle venne rinchiuso Marco Polo. Sulla destra gli ormai millenari portici di Sottoripa. Foto di Leti Gagge.
«Immagino grandi celebrazioni al suo ritorno…»
«Non volevo essere da meno di Oberto. E non lo fui. La Repubblica mi accolse con ogni onore e mi donò lo splendido palazzo che vede affacciarsi su questa piazza.»
Palazzo Lamba Doria. Foto di Antonio Corrado.
Lamba fu inoltre nominato ammiraglio del Sacro Romano Impero, al comando della flotta Imperiale con 40 galere personali per conto dell’imperatore Arrigo VII ed ebbe pure l’onore di comandare anche la flotta Reale Aragonese per conto del Re Giacomo d’Aragona.
Poi il tono cambia. All’orgoglio per i successi ottenuti, si contrappone l’amarezza per le delusioni patite.
«Ma gli onori durarono poco. Genova era lacerata: Rampini (guelfi) e Mascherati (ghibellini), alleanze che cambiavano al mutare del vento. Gli Spinola, un tempo miei compagni d’armi, mi tradirono. A Busalla presero me e i miei figli. Fui liberato solo pagando un riscatto enorme. Con i guelfi al potere mi rifugiai a Savona, dove trascorsi, lontano dalla mia città, gli ultimi anni… amareggiato. Avevo portato a Genova la gloria di Curzola, ma i genovesi se ne erano presto dimenticati»
Sic transit gloria mundi
Rimane in silenzio mentre il sole cala e il chiostro si tinge d’oro.
Lamba oggi riposa in un sarcofago romano, da lui stesso portato come bottino di guerra dall’Oriente, incastonato nella facciata di San Matteo.
Lamba, nelle vesti di un guerriero romano, nella Loggia degli Eroi.
Quando mi congedo, il chiostro è immerso nella penombra. Lamba si volta un’ultima volta verso la chiesa, appoggiando la mano sull’ardesia. «Il mare non ricorda i nomi,» mormora. «Ma non dimentica mai chi lo ha sfidato.»
Poi si allontana, il rumore dei suoi passi che si perde tra le colonne, come il profilo lontano di una vela che scompare oltre l’orizzonte.
«e meser Lanba Doria fe capitanio e armiraio, nobel e de gram coraio e d’onor como lo de.»
(italiano) «e Messer Lamba Doria fu capitano e ammiraglio, nobile e di gran coraggio e d’onore come lo è [un uomo d’onore].»
(Anonnimo Zeneize, De vitoria facta per Januenses contra Venetos […], 1300 ca.
In Copertina: Lamba Doria ritratto da Gioacchino Assereto 1633-35.