Il santuario delle ciabatte

Ogni estate il mare si diverte con i bagnanti. Tutto accade in un attimo. Sei appena uscito dall’acqua e lasci le ciabatte sul bagnasciuga. Oppure ne sfili una per scuotere la sabbia. All’improvviso arriva un’onda un po’ più vivace delle altre. La schiuma avvolge la ciabatta e, prima ancora che tu possa reagire, la trascina via.
Per qualche secondo pensi che sia facile recuperarla. Corri nell’acqua, allunghi una mano, fai un passo, poi un altro. La vedi galleggiare a pochi metri da te, sembra quasi aspettarti. Ma è solo un’illusione. Una corrente dispettosa la fa ruotare, un’altra onda la spinge più lontano e, ogni volta che credi di averla raggiunta, il mare la strappa via ancora. Le correnti la spingono lontano, o magari le acque l’hanno già affondata.
Bastano pochi secondi di esitazione, una reazione appena in ritardo, e il mare ha già deciso. La ciabatta danza tra le onde, si allontana sempre di più fino a diventare un piccolo puntino colorato. Alla fine ti arrendi. Rimani sulla riva con una ciabatta sola, mentre osservi impotente il mare che sembra sorridere del suo piccolo scherzo.
Molti credono che le ciabatte perdute finiscano semplicemente sul fondo o vengano trascinate chissà dove dalla corrente.

Ma il mare non le ruba.
Quando cala la notte e la luna accende d’argento la superficie dell’acqua, i delfini iniziano il loro lavoro. Nuotano tra gli scogli e le praterie di posidonia, esplorano il fondale e recuperano con delicatezza ogni ciabatta perduta.
La loro destinazione è un luogo nascosto: la Secca di Punta Manara, tra Riva Trigoso e Sestri Levante. Qui, in una conca riparata dove i raggi del sole filtrano come in una cattedrale sommersa, hanno costruito il più curioso monumento del mare: il santuario delle Ciabatte.
Non è un posto triste, tutt’altro.
Ogni ciabatta viene sistemata con cura su rocce levigate, tra conchiglie, gorgonie e ciuffi di posidonia. Alcune sono appoggiate come piccoli monumenti, altre sembrano danzare sospinte dalla corrente.
Ognuna custodisce un ricordo.
C’è la piccola infradito rosa con un brillantino, sfuggita a una bambina mentre rincorreva le onde. C’è quella con i colori del Brasile, persa da un turista durante una vacanza indimenticabile. C’è una vecchia ciabatta blu, consumata dal sole, che forse ha accompagnato decine di estati, fedele il suo padrone.
I delfini non giudicano. Per loro ogni ciabatta racconta una storia fatta di risate, castelli di sabbia, primi amori, corse sulla battigia e tramonti sul mare.
Così, anno dopo anno, il santuario cresce in silenzio, visitato soltanto dai pesci curiosi, dai polpi e dalle stelle marine, mentre i delfini continuano a custodirlo come un piccolo museo dei ricordi dell’estate.
E se un giorno, facendo snorkeling alla Secca di Punta Manara, ti sembrerà di scorgere una ciabatta che ondeggia tra i coralli… non stupirti.
Forse hai appena sfiorato uno dei segreti più teneri e misteriosi del mare.
O forse un delfino, sorridendo, ti sta semplicemente dando il benvenuto.

Immagine in copertina elaborata con IA.

U purpettón zeneize

Si dice spesso che la cucina ligure sia figlia di una terra avara di materie prime pregiate, ma straordinariamente generosa di profumi, erbe aromatiche e ingegno. Ed è proprio da questa filosofia del “fare tanto con poco” che nasce uno dei piatti più rappresentativi della tradizione genovese: il polpettone che, a dispetto del nome, di carne (come invece nel resto d’Italia) non ha proprio nulla.

Il vero purpettón zeneize è infatti un trionfo di verdure. I protagonisti assoluti sono patate e fagiolini, ai quali si uniscono cipolle, uova, persa (maggiorana), prescinsêua, Parmigiano Reggiano, funghi secchi e tutto ciò che la dispensa offre. C’è chi aggiunge un pezzetto di mortadella o qualche altro avanzo di salume, ma non esiste una ricetta scolpita nella pietra. Ed è proprio questo il suo fascino.

Il polpettone genovese è l’emblema della cucina del recupero, quella dello “svuota frigo” ante litteram: una preparazione intelligente, capace di trasformare gli avanzi in una pietanza ricca di gusto. Gli ingredienti possono cambiare a seconda della stagione o di ciò che si ha a disposizione, purché non manchino i due pilastri della ricetta: patate e fagiolini.

Una volta amalgamato il composto, lo si stende in una teglia unta con olio extravergine d’oliva e cosparsa di pangrattato. Ancora una generosa spolverata di pangrattato in superficie marcato con i rebbi della forchetta, un filo d’olio e via in forno statico a 180 °C per circa 40 minuti, finché non si forma quella crosticina dorata e irresistibilmente croccante che è la firma del piatto.

Il purpettón zeneize è delizioso appena tiepido, ma dà il meglio di sé anche freddo, il giorno dopo. Personalmente adoro accompagnarlo con una fresca insalata di pomodori, radicchio e cipollotto, sbriciolandone qualche pezzo direttamente tra le verdure: un piatto semplice, completo e dal sapore autenticamente ligure.

Nel corso dei secoli il polpettone ha dato vita a numerose varianti locali. Tra le più curiose c’è lo Scarbassa, di origine medievale, il cui nome deriva dalla cesta (scarbassa) utilizzata dai contadini per trasportare le verdure dell’orto. E poi c’è lo spiritoso Sčiattamàiu (“schiatta marito”), una versione ancora più ricca e sostanziosa, così golosa che, secondo la tradizione, era capace di far “scoppiare” i mariti per quanto ne mangiavano.

Proprio perché è un piatto di recupero non esiste una ricetta indiscutibile e ognuno lo prepara al momento “a sentimento” in base alla disponibilità e alla quantità degli ingredienti. Allego in ogni caso una versione abbastanza attendibile.

Ricetta

  • 800 g di fagiolini
  • 2 patate grandi
  • 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva, più quello necessario per ungere la teglia
  • 1 cipolla bianca media
  • 3 uova
  • 80 gr circa di parmigiano grattugiato
  • 1 cucchiaino di maggiorana tritata
  • 1 cucchiaino di prezzemolo tritato
  • un pizzico di sale
  • pangrattato
  • Volendo si possono aggiungere una manciata di pinoli, una grattata di noce moscata, 10o gr di prescinseua.

Procedimento

  • Lavate le patate, mettetele con la buccia in una pentola piena d’acqua fredda e lessatele per 35 minuti.
  • Mondate i fagiolini e lessateli in acqua salata per 10-15 minuti, scolateli e tritateli finemente nel mixer.
  • Scolate le patate, spellatele e passatele ancora calde nello schiacciapatate facendo ricadere la polpa in una ciotola insieme ai fagiolini.
  • Sbucciate e tritate la cipolla, fatela rosolare dolcemente in 2 cucchiai d’acqua e 2 d’olio in una padella per 3-4 minuti, poi unitela all’impasto di patate e fagiolini.
  • Aggiungete alle verdure le uova, il parmigiano grattugiato, la maggiorana, il prezzemolo e mescolate bene fino ad ottenere un composto omogeneo. Regolate di sale.
  • Accendete il forno a 180°. Ungete una pirofila o teglia da forno cospargetela di pangrattato e stendetevi delicatamente il composto facendo uno strato uniforme di circa 2 centimetri.
  • Decorate la superficie coi rebbi di una forchetta, spolverizzate con poco pangrattato e un filo d’olio extravergine d’oliva.
  • Infornate e cuocete per circa 30-35 minuti o fino a quando la superficie sarà leggermente dorata.
  • Lasciate raffreddare e servite freddo (il giorno dopo è ancora più buono).

In copertina: foto e preparazione dell’autore.

Edicola via delle Vigne angolo vico Mallone.

All’angolo tra Via delle Vigne e Vico Mallone, nei pressi di Piazza della Posta Vecchia, si trova una piccola edicola votiva risalente al XVIII secolo.

In origine la nicchia custodiva una statua marmorea di San Domenico, oggi sostituita da una piccola scultura moderna che sembra rappresentare un membro incappucciato delle Casacce, le Confraternite religiose assai diffuse in città a partire dal XIII sec.
La struttura è caratterizzata da una nicchia decorata da una doppia conchiglia, affiancata da lesene e raccordata inferiormente da eleganti volute. La composizione è conclusa da una trabeazione curva sormontata da un classico fastigio. Il basamento, sporgente e scanalato, presenta al centro un grande cherubino alato che ne arricchisce l’apparato ornamentale.

In Copertina: edicola votiva tra via delle Vigne e vico Mallone. Foto di Alfonso Bonifacio.

In Salita Santa Caterina n. 4

Al civico n. 4 di Salita Santa Caterina si trova palazzo Gio. Batta Spinola.

Questa l’intitolazione più conosciuta ma l’edificio è noto anche con il nome di Agostino Airolo, Costa, Doria e infine Franzoni e Tedeschi.

Il Palazzo fu costruito attorno al 1580 dagli eredi dello Spinola ma a partire dal 1798 fu restaurato e rinnovato in periodi diversi. Furono sostituiti il portale, aggiunte le ringhiere alle finestre e ripristinate le originarie decorazioni a stucco attribuite al Cambiaso.

Il nimfeo con protagonista il Satiro. Foto dell’autore.

L’assai sobrio portone si presenta squadrato e ornato sull’architrave da riccioli e volute e da una ghirlanda di frutti e fiori con al centro il trigramna di Cristo.

Varcata la soglia si percorre l’atrio con scala loggiata con colonne doriche.

Primo piano del Ninfeo. Foto dell’autore.

Sullo sfondo, protetto da un cancello, il protagonista della scena: un ninfeo a grotta con un ghignante satiro.

In copertina: il portone di Salita Santa Caterina n. 4. Foto dell’autore.

Passo delle Murette

Nascosto tra i vicoli più autentici del centro storico di Genova, il Passo delle Murette è uno di quei luoghi che sembrano sottratti al tempo. Si trova tra Piazza Sarzano e Ravecca e si raggiunge percorrendo via E. Ravasco sul ponte che collega il colle di Carignano all’antico quartiere medievale. Qui, quasi all’improvviso, si apre un suggestivo passaggio che corre accanto alle possenti Mura del Barbarossa, erette nel 1155 per difendere la Dominante – a quel tempo la Superba si chiamava cosi – dall’imperatore Federico I.
Il nome del luogo deriva proprio da questo antico camminamento di ronda, che si snoda tra pietra, mattoni secolari e scorci inattesi, regalando un’atmosfera rara anche per una città ricca di storia come Genova. A pochi passi si trovano gli antichi lavatoi di Salita di Coccagna, testimonianza silenziosa della faticosa vita quotidiana di un tempo.
Passeggiare in questa zona significa immergersi nel cuore più autentico dei caruggi genovesi, tra archi, muri consumati dai secoli e facciate dai colori caldi. Sebbene gran parte dell’originario percorso sulle mura sia oggi chiuso al pubblico e nascosto dietro cancellate private, il fascino del luogo resta intatto. Attraversando il vicino Vico Sotto le Murette si può ancora percepire il legame profondo tra la città e le sue antiche fortificazioni, in un angolo poco conosciuto ma capace di raccontare quasi novecento anni di storia.

In copertina: “Camminamento sulle Murette nel tratto sopra il portello di Salita della Fava Greca.” Foto di Andrea Robbiano.

L’igiene italiana parla genovese

Mi è capitato circa due mesi fa di subire un piccolo intervento chirurgico per il quale mi è stata prescritta l’ormai introvabile Amuchina Med. Disinfettante che si può per fortuna riprodurre a casa con 20 parti di soluzione fisiologica per ogni parte di amuchina pura.

La necessità di preparare artigianalmente il medicamento me ne ha riportato alla memoria – che te lo dico a fare come direbbe Al Pacino in Donnie Brasco – la genovesità.

Amuchina infatti che accompagna la vita degli italiani da quasi un secolo, attraversando epidemie, emergenze sanitarie e cambiamenti sociali senza mai perdere il proprio ruolo di alleato quotidiano dell’igiene e della sicurezza, si diffonde industriamente da Genova.

Se durante la pandemia di Covid-19 il suo nome è diventato familiare a tutti, la sua storia affonda in realtà le radici molto più lontano, negli anni Trenta, quando nasce come risposta alla lotta contro la tubercolosi.
L’idea prende forma grazie all’ingegno del pugliese Oronzio De Nora, che nel 1923 brevetta una soluzione a base di ipoclorito di sodio capace di eliminare virus, batteri, funghi e spore senza danneggiare superfici e tessuti.

Il nome fu suggerito dal padre di De Nora, che lo derivò dal greco antico amukos (che significa “senza ferita” o “che protegge dalle ferite.

Ma è soprattutto a Genova che il marchio lega una parte fondamentale della propria identità: proprio nel capoluogo ligure inizia infatti in quegli anni la produzione industriale di Amuchina.
Genova diventa così il cuore operativo di un prodotto destinato a entrare nella storia della sanità italiana. Qui, nel 1939, il gruppo Eridania acquisisce il marchio e ne sviluppa ulteriormente ricerca, sperimentazione e processi produttivi, contribuendo a trasformare Amuchina da innovazione chimica a presidio sanitario di riferimento. È una Genova industriale, dinamica e proiettata verso il futuro quella che accompagna la crescita del logo, rendendolo simbolo di affidabilità e progresso scientifico.
Negli anni successivi Amuchina consolida il proprio ruolo negli ospedali, nella cura delle ferite e nella disinfezione delle apparecchiature mediche, fino a diventare protagonista anche nelle case degli italiani. Durante l’epidemia di colera degli anni ’80, il prodotto conosce una diffusione senza precedenti, soprattutto per la disinfezione di frutta e verdura, entrando definitivamente nell’immaginario collettivo.
Da laboratorio nato per affrontare la tubercolosi a simbolo nazionale della prevenzione, la storia di Amuchina è anche una storia italiana fatta di ricerca, industria e resilienza. E in questo percorso, Genova non è solo una città di produzione: è il luogo dove un’intuizione scientifica si è trasformata in un marchio destinato a diventare parte della memoria collettiva quotidiana del Paese.

In Copertina: pubblicità di amuchina nel porto di Genova. Immagine tratta dal sito di amuchina.

Una rosa bianca tra Genova e l’Avana.

In via XII Ottobre, lungo la salita verso i Giardini Giovanni Paolo II, si nasconde un piccolo angolo di Cuba nel cuore di Genova. Qui un piccolo busto in altorilievo rende omaggio a José Martí (1853-1895), poeta, intellettuale e padre dell’indipendenza cubana, che seppe infiammare un popolo con la forza delle sue idee e delle sue parole.
Accanto al monumento, una lapide dimenticata coperta dalle frasche riporta i versi della sua celebre “Cultivo una rosa blanca” liberamente tradotti da Edoardo Sanguineti, in un suggestivo incontro tra la cultura cubana e quella genovese.

A titolo di cronaca nel 1963 i versi del patriota cubano vennero tradotti e musicati anche da Sergio Endrigo nel brano “La rosa bianca”.

La targa sottostante indica la direzione e la distanza che separa questo busto dal monumento dedicato a José Martí, situato nella Piazza della Rivoluzione dell’Avana, a Cuba.

Cultivo una rosa blanca
en julio como en enero
para el amigo sincero
que me da su mano franca.

Y para el cruel que me arranca
el corazón con que vivo,
cardo ni ortiga cultivo;
cultivo la rosa blanca.

Imitazione da José Martí
Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per il mio amico fraterno
che tende la mano fedele:
e per chi mi strappa, crudele,
il cuore con cui rimango,
non coltivo ortica né fango: coltivo la rosa bianca.

Edoardo Sanguineti.

La rosa bianca simboleggia l’amore più puro, pace e fratellanza; il poeta rifiuta odio e vendetta, scegliendo il perdono come risposta al male.

Pochi e potenti versi per il più alto degli insegnamenti!

Il roseto di Nervi

Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa | perché l’anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa, | quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, | misteriosa come la sera, balenante come una spada. 

Canzone delle colombe e del fiore. Francesco Guccini

…se il nostro Parco è il più bel giardino del mondo, la nostra scogliera è la più bella scogliera del Mediterraneo.

Cit Virgilio Brocchi. Scrittore (1876-1961).

La Grande Bellezza…

Sbirciando dentro ad un portone.

Bisogna sempre sbirciare dentro ai portoni dei palazzi genovesi. Spesso custodiscono scrigni di sorprendente bellezza. È questo il caso ad esempio del portale di salita Santa Caterina n. 3 dove si trova il palazzo di Tommaso Spinola, noto anche, dal nome dei successivi proprietari, come Spinola Pallavicino e Pessagno.

Fu edificato nel XVI sec. dal celebre architetto Giovan Battista Castello detto il Bergamasco che avrebbe utilizzato come modello un disegno di Raffaello.

La dimora storica venne iscritta nel 1664 nel terzo bussolo (quello meno prestigioso) del sistema dei Rolli, come idonea ad ospitare nobili e personaggi di basso rango. Fa tuttavia parte dei 42 palazzi dichiarati patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 2006.

Il portale, attribuito ai maestri Giacomo Ponzello e Pompeo Bianchi, si presenta con paraste rastremate con erme femminili vestite di rigide corazze.

Al centro dell’architrave domina una maschera femminile fra due triglifi a mensola. Il timpano curvo spezzato invece converge in due scenografiche spirali che ornano lo stemma nobiliare.

Poco visibili dal piano strada invece gli ultimi due piani in facciata e l’ammezzato sottotetto che sono arricchiti da decorazioni a stucco di Andrea da Corona. Gli interni sono impreziositi da affreschi di Andrea Semino nel salone nobile e di Luca Cambiaso in un salotto attiguo.

Andromeda ignuda. Opera attribuita ad Ottavio Semino. Foto dell’autore.

Il committente di tale sfarzo fu Luca Negrone, il secondo proprietario, che rinnovò lo stile del suo edificio sui modelli dei lussuosi palazzi Imperiale di Campetto e Lomellini di via Garibaldi 7 realizzati anch’essi dal Bergamasco.

Andromeda attende Perseo liberatore.

Ed ecco dunque scene favolose dove si susseguono personaggi fantastici, maschere mostruose, erme a armate e divinità varie, figure che uniscono zampe artigliate, code di pesce, ali di uccello e volti femminili, con evidenti riferimenti magici e alchemici ispirati dall’ermetismo rinascimentale.

Tuttavia sbirciando dal portone si nota l’atrio chiuso da vetrate dove sono visibili alcuni affreschi sulle volte e sulla rampa dello scalone.

L’atrio con l’accesso protetto da vetrate. Foto dell’autore.

Nell’atrio in particolare è visibile l’affresco con Andromeda ignuda legata alla rupe mentre nella volta sopra l’ingresso della scala, Andromeda che accoglie Perseo liberatore. Secondo altri esperti invece la donna legata alla rupe anziché Andromeda sarebbe Angelica raffigurata nella volta mentre attende Ruggiero liberatore.

In copertina: il portone di palazzo Tommaso Spinola in salita Santa Caterina n. 3. Foto dell’autore.

Una Lavagna affacciata sul mare

Certo, per quelli della mia generazione, fa strano che la lavagna su cui erano scritte le lezioni scolastiche oggi sia un oggetto obsoleto e dimenticato. Soppiantata dalle più moderne tecnologie la lavagna sembra provenire da un lontanissimo passato dove lo stridio del gesso e i polverosi cancellini infeltriti sono solo uno sbiadito ricordo.

Eppure Lavagna paese e lavagna ardesia su cui scrivere rappresentano una perfetta metonimia.

Una simbiosi che ha il significato netto delle cose antiche, di quelle parole che il mare ripete per secoli fino a consumarle appena, senza cancellarle davvero.
Qui nella località affacciata sul golfo del Tigullio tutto infatti conduce all’ardesia.
L’ardesia è nelle colline della Fontanabuona che guardano il mare da cui è estratta, nelle cave aperte come ferite scure dentro la montagna, nei tetti lucidi dopo la pioggia, nelle strade che trattengono l’ombra anche d’estate. È una pietra elegante e severa, capace di spezzarsi in lastre sottili come fogli. Una pietra che sembra nata per custodire segni e, perché no, sogni.
Da questi luoghi sospesi nel tempo questa pietra non poteva non prendere il nome del suo naturale sbocco in mare, il borgo di Lavagna.
Prima di essere un oggetto scolastico, la lavagna era infatti ardesia: superficie nera pronta ad accogliere parole, conti, mappe, errori e pensieri. Il gesso correva sulla pietra lasciando linee bianche rapide, luminose come scie di sale sul porto. E ogni volta tutto poteva essere cancellato, ricominciato. Come l’onda del mare sulle spiagge che scrive una nuova storia e subito dopo la cancella.
C’è qualcosa di straordinario in questo legame: una città che offre il proprio nome alla materia stessa della scrittura.
Non alla scrittura eterna scolpita nel marmo, ma a quella viva, quotidiana, mutevole. La scrittura che insegna, prova, sbaglia, ricomincia. L’ardesia di Lavagna non serviva soltanto a coprire tetti o costruire tavoli: serviva a trattenere il pensiero umano, anche solo per un istante.
E allora il paese sembra diventare qualcosa di più di un luogo sul mare ligure. Diventa una gigantesca lavagna affacciata sull’acqua, dove il tempo ha continuato a scrivere per secoli.
La pioggia lascia riflessi argentei sulle pietre nere. Il vento passa tra i vicoli come una mano che cancella lentamente il gesso. Le cave brillano al tramonto di una luce metallica, quasi blu. Perfino il mare, certe sere, assume il colore scuro dell’ardesia e sembra volerti inghiottire.
Tutto sembra ricordare la stessa idea: che alcune pietre non servono solo a costruire case. Servono a conservare memoria.
E forse è proprio questo il segreto nascosto nel nome Lavagna: la convinzione antica che ogni parola lasciata sulla pietra, anche la più fragile, continui a vivere molto più a lungo di chi l’ha scritta.

In copertina: lavagna sul mare. Immagine elaborata con la IA.