Via dei Macelli di Soziglia

Da Piazza di Soziglia si dirama via dei Macelli di il cui percorso segue pari pari il tracciato del sottostante rio Susiliae.

In realtà più che una via è uno strettissimo e tortuoso caruggio che ospita ogni genere di attività commerciale, prevalentemente di carattere alimentare, anche se negli ultimi anni si sono diffusi pure negozi di artigianato ed etnici e le pescherie hanno purtroppo chiuso.

Qui oltre ai bezagnini si trovano le macellerie sia tradizionali che specializzate in ovini e caprini, pollame e islamiche.

Di queste la più famosa al civ. 10r., all'angolo con Vico dei Corrieri, caratterizzata da un superbo bancone marmoreo sul quale sono scolpiti i volti degli eroi del risorgimento.

Piazzetta dei macelli di soziglia. Foto di Giovanni Cogorno.

L'odore dominante resta comunque quello delle storiche rivendite di stoccafisso, baccalà, acciughe sotto sale, mosciame e bottarga.

Numerose poi sono le testimonianze di un antico passato come, ad esempio, all'angolo con Vico Lavagna la settecentesca edicola della Madonna Assunta, o all'altezza del primo piano le ormai rare mampae, le tipiche finestre genovesi caratterizzate da pannelli mobili riflettenti.

L'edicola dei beccai.

All'angolo poi con l'omonima piazzetta si staglia la monumentale edicola di Madonna di Città del XVIII secolo, eretta dalla corporazione dei Beccai (macellai).

In Copertina: Via dei di Soziglia

Vico dei Corrieri

Nella zona dei Macelli di Soziglia da Piazza Lavagna la strada si biforca in due caruggi: a sinistra vico Lavagna, a destra vico dei Corrieri.

Quest'ultimo caruggio prende il nome dalla presenza in loco nel ‘800 di alcune ditte di Corrieri la cui attività era funzionale ai traffici commerciali della città.
Ancor prima nel Medioevo il vicolo era invece noto come il caruggio dei Rumentari.

La suggestiva biforcazione: a sinistra Vico Lavagna, a destra vico dei Corrieri. Foto di Stefano Eloggi.

Qui infatti aveva sede la congregazione di coloro i quali si occupavano della raccolta della spazzatura, rumenta in genovese.

Il termine “rumenta” deriva dall'evoluzione dal latino classico “fragmenta” a quello tardo “ramenta” fino al medievale “rumenta” tuttora in uso nella nostra lingua.

I primi Rumentari furono all'inizio dell'anno Mille dei frati questuanti che ritiravano gratuitamente dalle botteghe ferro, segatura, lana, trucioli, stracci, cordame e persino escrementi umani, al fine poi di poterli rivendere.

Successivamente i Padri del Comune, per far fronte all'aumento delle richieste dovute all'incremento della popolazione, iniziarono a reclutare dei Rumentari laici affinché pulissero le strade e ritirassero addirittura la spazzatura a domicilio.

I carretti dei Rumentari nei primi del ‘900.

Fu così che per facilitare il lavoro degli addetti agli angoli delle strade vennero apposte delle targhe in marmo contenenti le disposizioni da osservare in materia di pulizia.

Ad esempio nel 1447 il regolamento in vigore recitava:

“Ciascuna persona dimorante in e suburbi, almeno ogni settimana debba et in realtà faccia spazzare e togliere rumenta et varia dinnanzi alla sua casa fino alla metà del vicolo e faccia trasportare la rumenta e i gettiti (le cose gettate dalle finestre) in posto tale che non sia di nocumento al , sotto pena di  soldi 5 di multa“.

I , antesignani della moderna raccolta differenziata, erano si rispettosi delle acque portuali e del pubblico decoro, ma anche, preoccupati dalle multe, attenti alle palanche.

Per questo motivo iniziarono a nascondere la rumenta nelle case disabitate dei dintorni costringendo il Comune nel ‘500, per contrastare questa cattiva abitudine, a farle murare.

In Copertina: Vico dei Corrieri. Foto di Dore.

Mampae e Giöxîe… e luce sia…

Una volta erano costruite con due semplici elementi: un telaio di legno e un lenzuolo bianco, che catturava e rifletteva la luce che filtrava tra i palazzi. Più tardi si sono evolute e sono diventati pannelli di lamiera, che funzionavano come uno specchio e favorivano meglio l'illuminazione delle stanze.

Un geniale tipo di serramento rivestito di lamiera  lucida al suo interno e scura all'esterno, utilizzato dai per strappare un po' di sole e calore fra gli angusti tetti dei caruggi. Serviva infatti per catturare la luce dall'alto del vicolo verso l'interno della stanza. Alla sera i pannelli venivano ritirati verso la finestra fungendo, inoltre, da protezione.

Quei pannelli, protesi in fuori sono le mampae, termine che deriva dallo spagnolo “mampara” e che significa paravento, all'interno sono foderate in lamiera in modo da agevolare il riflesso della luce.

“Mampae chiuse in Via di ”. Foto di Leti Gagge.

“Le stesse mampae riprese da un'altra angolazione”. Foto di Leti Gagge.

Le mampae costituiscono tenace testimonianza della capacità di adattamento e dell'ingegnosità dei nostri avi. Un oggetto pratico e funzionale di cui ormai non se ne trova quasi più traccia. Le ultime sono in Piazza degli Embriaci, in e presso i Macelli di Soziglia.

“Le mampae nella moderna versione di ”. Foto di Leti Gagge.

“Giöxîe, le persiane genovesi”. Foto di Leti Gagge.

Nel 1992 Renzo Piano ha voluto omaggiare questo singolare arredo riproponendolo in chiave moderna nell'edificio dell'Expo che da Via della Mercanzia si affaccia su Piazza del Mandraccio.

“Immagini riflesse fra le persiane di una finestra in ”.Foto di Leti Gagge.

Più recenti e diffuse anche ai giorni nostri sono invece le persiane, le rudimentali tapparelle a listarelle, simili a stuoie dette, in genovese, “giöxîe” (gelosie), quel particolare tipo d'imposta atta a proteggere dalla luce e dal calore senza impedire la circolazione dell'aria. Come la maggiorana l'erba aromatica, nella nostra lingua, si dice “persa” perché proveniente da quelle terre lontane, allo stesso modo il termine persiana, deriva dal francese “persienne”, (relativo alla Persia) perché originario di quegli stessi luoghi.

Mampae e “giöxîe” anche nel modo di procurarsi o proteggersi dalla luce, i Genovesi hanno saputo trasmettere i segni distintivi del proprio carattere… “Ahi Genovesi uomini diversi…. “ verseggiava Dante.