Vico del Gallo

fa parte di quella serie di corti che uniscono via Gramsci a via Prè.

A fine ‘800 il Comune decise di chiamare alcune vie con nomi di animali (ad esempio vico chiuso del Leone, o vico della Tartaruga).

Ecco quindi vico del Gallo il cui toponimo nulla ha a che vedere, né con il Don Partigiano, né con l'omonima famiglia di origine medievale.

Di quest' ultima va ricordato Antonio, poeta e, soprattutto cancelliere del Banco di San Giorgio, che scrisse un'apprezzata biografia di Cristoforo Colombo.

Dei Gallo già dal 1150 si ha notizia in quel di Levanto. Nel 1528 con la riforma degli Alberghi voluta da Andrea Doria furono ascritti al “Libro della Nobiltà”e confluirono in parte nei dei De Marini, in parte nei Lercaro.

In Copertina: Vico del Gallo.

Salita Pallavicini

Salita che unisce via Luccoli con via XXV Aprile prende il nome dall'omonima nobile famiglia originaria del piacentino, presente in città fin dal 1200.

Il capostipite del ramo genovese fu un tal Nicolò il cui figlio Giovanni, sposando Maria Fieschi, divenne nel 1225 influente Consigliere della .

Un altro Giovanni nel 1353 fu, per conto degli Sforza di Milano, Governatore di .

Benedetto nel 1430 riscattò dai Saraceni il Re di Cipro.

Nel 1460 Babilano fece entrare la famiglia Pallavicini in quella dei Gentile: Antoniotto di Babilano nel 1489, Gio Batta di Cipriano 1517, Lazzaro di Nicola 1669, Opizzo di Paolo Geromino 1686 e Lazzaro Opicio di Geromino 1766, furono cardinali.

Nel 1528 con la riforma degli Alberghi i Pallavicino costituirono il sedicesimo Albergo.

Agostino di Stefano 1637,Gio Carlo di Paolo Geromino 1785 e Alerame di Sebastiano 1789 indossarono il mantello dogale.

Lunghissimo poi l'elenco di senatori, vescovi, ambasciatori, e uomini d'arte e numerose le ricche dimore delle quali forse la più prestigiosa è Villa delle Peschiere in via San Bartolomeo degli Armeni.

Il caruggio ospita al civ. n. 3 una pregevole edicola votiva di Madonna col Bambino a forma di medaglione.

Vicino sul lato del palazzo bombardato durante la seconda guerra mondiale resistono invece ancora tracce di fregi, archetti e laterizi medievali.

In Copertina: Salita Pallavicini con in primo piano il locale “La Cantina Clandestina”. Foto di Giovanni Cogorno.

Portone Piazza Pinelli n. 1

Al civ. n 1 di Piazza Pinelli è possibile ammirare uno splendido portone in pietra con semi colonne doriche in marmo.

Il trave in pietra nera è impreziosito da decorazioni con elmi e clipei marmorei.

Come altri nell'omonima piazza il è proprietà della famiglia di origine germanica e di fede ghibellina dei Pinelli, fondatori dell'albergo nobiliare degli Scipionibus.

Il portone è in ferro battuto con borchie e baracchino decorato.

Sulla facciata del palazzo sono ancora visibili cospicue porzioni dei colorati affreschi secentesche che lo decoravano.

In copertina: Portone di Palazzo Pinelli. n. 1.

Foto di Leti Gagge.

Lapide in piazza dei Fregoso

La piazza e il vico prendono il nome dalla nobile famiglia dei Fregoso originaria del piacentino che, fin dai tempi remoti, si stabilì in .

Sul finire del ‘300 il casato iniziò, grazie alle imprese di Domenico , la sua ascesa al potere.

Per tutto il ‘400 i annoverarono dogi, arcivescovi, cardinali e furono protagonisti della scena genovese in aperto contrasto con gli acerrimi rivali degli Adorno.

Nel 1528 con la riforma voluta da Andrea D'Oria fu impedito loro di costituirsi da soli in albergo e confluirono, decretando il proprio declino, in quello dei De Fornari.

Sul fronte del della piazza all'angolo con vico del Campo è affissa una lapide che recita:

DOM / Pensiones. Huius Domvs. Assignatae / Perpetuae. Celebrationi Dvar. / Missar.a. Defvnctis. in. Svffragiv. / Animae. M. Lvcretiae. Fillae (-) Ill.mi. /Iacobi Dvratv Vxoris (-) M.ci. / Panthaleonis . Eivsq / Ascendentivm. et Svccessor / Qvae. Sic. Pvblicis Tabvlis / Testamenti Eivsdem. Manv / Io. Iaci. Cavalli Notarv Faciendvm / Legavit. Die. 30. Decis. An. 1628.

Piazza dei Fregoso. Foto di Giovanni Caciagli.

Le rendite (es. canoni di locazione) di questa casa sono destinate in perpetuo alla celebrazione di messe in suffragio dell'anima della defunta Lucrezia figlia di Giacomo Durazzo ( di ) e moglie di Marcello Pantaleo Balbi, ai suoi ascendenti e discendenti, in base a un legato del testamento pubblico redatto dal notaio Giovanni Giacomo Cavalli il 30 dicembre 1628.

Traduzione di Maurizio Miglietta.

In copertina: la lapide dei Fregoso. Foto di Giovanni Caciagli.

Storia degli Alberghi….

A Genova con la parola “Albergo” si identificava una consorteria nobiliare.
La nascita di tale istituto prese spunto dalla Compagna e curava gli interessi dei nobili.
Di contro i popolani costituirono le loro forme associative, chiamandole “Conestagie”.
Il primo esempio di Albergo risale al 1346 ed è quello della (che in arabo significa “indennizzo”) dei Giustiniani.
Numerose famiglie signorili si riunirono allora sotto un unico cognome, formando una sorta di clan, il cui pretesto era raccogliere investimenti e risorse per conquistare territori da cedere poi, previo compenso, alla .
Nel ‘400 gli Alberghi aumentarono il loro d'azione assumendo anche rilevanza politica.
Nel 1528 Andrea Doria diede loro pieno riconoscimento giuridico e ratificò la tradizione di rinunciare al proprio cognome a favore di quello dell'Albergo prescelto.
La riforma dell'ammiraglio ne limitò il numero a ventiquattro:
Calvi, , Centurione, Cibo, Cicala, Doria, , Gentile, Grillo, Grimaldi, Imperiale, Interiano, Lercari, Lomellino, De Marini, Di Negro, Negrone, Pallavicino, Pinelli, Salvaghi, Spinola, Usodimare e Vivaldi.
A queste famiglie dalla nobiltà di origine feudale si aggiunse la ventiquattresima di provenienza popolare, i De Fornari.
Nei decenni successivi si unirono, portando il numero a ventotto, altre quattro casate popolari:
Giustiniani, Promontori, Sauli e De Franchi.
Già nel 1576 una nuova riforma, di fatto, ne decretò la fine, limitandone l'autonomia politica e imprenditoriale.
In sostanza con la scomparsa degli Alberghi cessò, in favore di quella bancaria e finanziaria, la componente commerciale e mercantile che così ricca aveva reso Genova.
Nel ‘600 i nobili Genovesi scelsero una nuova forma associativa più consona alle nuove esigenze iscrivendosi nel “Libro d'oro”.
Libro che, con la Costituzione della Repubblica democratica incoraggiata da Napoleone, venne bruciato pubblicamente come vituperato simbolo del secolare potere oligarchico.