Innumerevoli sono gli aneddoti che circondano la figura leggendaria di Nicolò Paganini.
Dal presunto e fantasioso patto con il diavolo concepito per giustificare, a detta dei suoi invidiosi rivali, il suo smisurato talento, al celebre “Paganini non ripete”, pronunciato -si racconta- davanti al re d’Italia, gli episodi legati al grande violinista hanno contribuito a costruirne il mito.
Come quella volta nel 1831 quando, durante il suo trionfale soggiorno parigino, Paganini regalò al mondo una delle sue stoccate più memorabili. Si racconta che un violinista francese – impeccabile, elegante, perfettamente “accademico” – si esibisse davanti a lui con l’evidente speranza di strappare un elogio. Tecnica ineccepibile, certo, ma priva di quella scintilla capace di incendiare l’ascoltatore.
Al termine, con un sorriso sottile e letale, dopo aver improvvisato egli stesso alcuni virtuosismi, il Maestro pronunciò il suo verdetto:
«Qui si suona a Parigi; così si suona in Paradiso!»
Una frase che è insieme complimento e demolizione. Paganini tracciava una linea netta tra la perfezione terrestre, ordinata, studiata, impeccabile e quella dimensione superiore, quasi ultraterrena, dove la musica smette di essere esercizio e diventa folgorazione. E in quell’istante Parigi, pur capitale del violino, sembrò ridursi a semplice anticamera dell’eternità.
Eppure esiste una storia forse meno nota che riesce a raccontare il vero Paganini: l’uomo dietro il personaggio, capace di smentire la leggenda e di rivelare, dietro il genio, una sorprendente umanità.
Nel 1834 Niccolò Paganini commissionò al compositore francese Hector Berlioz un brano per valorizzare la sua nuova viola Stradivari acquistata un paio d’anni prima a Londra.
Si aspettava un concerto virtuosistico; ricevette invece “Harold en Italie”, una sinfonia con viola obbligata, più contemplativa che brillante.
Deluso, Paganini rifiutò l’opera:
«Io taccio troppo a lungo: bisogna che io suoni sempre.»
Ma nel 1838, riascoltandola, cambiò radicalmente giudizio. Colpito dalla sua forza poetica -ispirata a George Gordon Byron – riconobbe il genio di Berlioz e gli donò 20.000 franchi.
Da un’incomprensione nacque così uno dei capolavori del Romanticismo certificato da queste righe in cui Paganini, oltre ai soldi, riconosce al francese il suo stesso talento paragonandolo addirittura a Beethoven.
In Copertina: Lettera di Paganini a Hector Berlioz (Parigi, 16 febbraio 1838).
