Non è stato per niente facile fissare un incontro con lui. Fino all’ultimo si è fatto desiderare, proprio come una vera rock star.
D’altra parte, non poteva essere altrimenti: Paganini è stato un autentico antesignano in materia. Ai suoi concerti gli isterismi collettivi — soprattutto femminili — erano all’ordine del giorno. Il suo aspetto emaciato, il viso scavato, i lunghi capelli e i leggendari assoli facevano il resto.

«Mi venga a prendere con la carrozza in piazza Acquaverde; devo passare da casa a prendere alcuni spartiti» — mi aveva detto — «lì sarà facile trovarne una.»
Non ho avuto il coraggio di confessargli che le carrozze non esistevano più già da un pezzo, e che neppure la sua casa in Vico Gattamora era sopravvissuta. Solo l’edicola votiva della Madonna si era salvata, oggi custodita nel Museo di Sant’Agostino.

Mi sono presentato all’appuntamento all’ora stabilita. Non è stato difficile riconoscere la sua inconfondibile sagoma: sottile, elegante, lo sguardo assorto verso il monumento a Cristoforo Colombo.
«Maestro — gli ho sussurrato con un inchino — è un onore per me conoscerla.»
Non mi ha risposto. Perso nei suoi pensieri, continuava a osservare la statua. Ho deciso allora di assecondare il suo sguardo ammirato.
«Bello, vero, il monumento? Di recente ne hanno inaugurato uno anche in suo onore, sotto il porticato del teatro Carlo Felice.

A proposito di teatro, la accompagno al Sant’Agostino, oggi Teatro della Tosse. Se non sbaglio, lì, a soli tredici anni, ha suonato il suo primo concerto.»

«Sì, ricordo bene quel giorno» — ha annuito nostalgico — «ma in realtà mi ero già esibito un paio d’anni prima, nell’oratorio di San Filippo Neri, in via Lomellini, per la festa del santo.»
«Chissà che emozione» — ho commentato.
«Di quella giornata ricordo la paura di sbagliare… e le lacrime di commozione di mio padre, seduto in fondo alla chiesa. Ma anche gli applausi, quelli non li ho mai dimenticati.»

Abbiamo proseguito la passeggiata tra i caruggi, fino a Palazzo Ducale. Il suo sguardo, quasi per istinto, si è alzato verso la Torre Grimaldina.
Il volto gli si è improvvisamente rabbuiato quando ho accennato alla sua prigionia.
«Fui accusato ingiustamente di aver abusato di una giovane donna che in realtà voleva soltanto spillarmi del denaro. In camerino, dopo ogni concerto, mi aspettavano più donne che violini. Crede che avessi bisogno di costringere una fanciulla con la forza?»
Non ho replicato. Ho preferito cambiare argomento.

«E quella storia del diavolo? Del patto per diventare il più grande violinista del mondo?»
Ha scosso la testa, con un sorriso amaro.
«Tutte calunnie, messe in giro da colleghi frustrati e invidiosi. Il trattamento al mercurio per curare la sifilide mi aveva rovinato il volto, e così nacque la mefistofelica leggenda. Mi spiace solo che mi sia costata la sepoltura in terra consacrata.»
Poi, con tono serioso, ha aggiunto:
«A causa della sindrome di Marfan avevo dita lunghissime e assai snodate: potevo premere tutte le corde insieme. Mi esercitavo ogni giorno sulla velocità. In precedenza avevo studiato anche la chitarra: fui cosi il primo a capire che pizzicare le corde, imitare suoni, rompere gli schemi, era molto più affascinante delle solite melodie da salotto.
Spesso, prima di salire sul palco, tagliavo di proposito tre corde del violino, lasciando solo il sol. Così, durante l’esibizione, le altre si spezzavano una a una. Il pubblico impazziva. Era magia.»
Ha sorriso, con un lampo d’orgoglio.
«Ho suonato in tutta Italia, nelle principali corti d’Europa. E ovunque ho raccolto applausi, ma anche invidie.»

«E la famosa frase: Paganini non ripete?» — ho azzardato. — «Non crede che abbia alimentato il mito dell’artista arrogante?»
«Mi spiace che sia stata fraintesa. Io improvvisavo sempre. Intendevo dire che non avrei saputo ripetere la stessa magia una seconda volta.»
«È vero che ha perso un Guarneri del Gesù al gioco?»
Ha riso, sarcastico.
«Ah, il gioco… Le donne… E i ravioli di mia madre! Le mie uniche altre passioni, oltre alla musica.»

«Le piacerebbe rivedere il suo Cannone?»
«Più che vederlo, vorrei suonarlo ancora una volta. Ma dubito esista ancora…»
«Esiste eccome, Maestro. È perfettamente conservato a Palazzo Tursi. La accompagno, ma facciamo in fretta: non so che spiegazioni potrei dare se ci scoprissero.»
Davanti alla teca che custodisce il violino, gli è scesa una lacrima.
«È proprio lui. Lo riconosco.»

«Ogni anno — gli ho detto — il vincitore del concorso a lei intitolato ha l’onore di suonarlo durante la premiazione. Genova le ha dedicato oltre alla competizione e alla statua, anche una strada ed il Conservatorio.»
La nostra passeggiata si è conclusa in Sarzano, dove fu battezzato nella chiesa di San Salvatore, davanti alla colonna infame che ricorda le vicende del suo quartiere natale. Ho citato le splendide parole che Liszt gli dedicò.

Paganini si è commosso.
«Io e Franz parlavamo la stessa lingua» — ha sussurrato. — «La lingua del genio.»
Ha poi distolto lo sguardo, turbato nel vedere una Genova così diversa da quella che portava nel cuore.
Mi ha salutato in fretta, quasi dovesse correre a prepararsi per un concerto.
E, così come era apparso, se n’è andato.

Avvolto nel suo inconfondibile mantello nero, dissolto nel silenzio.
Arrivederci, Maestro. A presto.
In Copertina: fumetto di Manlio Tuscia che ritrae Paganini in via San Lorenzo davanti alla cattedrale di Genova.
