Il ricordo di una vittoria non lenisce la ferita di un esilio.
Nonostante Piazza San Matteo sia la sua roccaforte, Lamba Doria si presenta all’incontro scortato da due armigeri. Indossa una sopravveste scura bordata di velluto cremisi, colore dei Doria, e sotto intravedo la cotta di maglia che ancora porta con naturalezza, quasi fosse un’estensione del suo corpo. La cintura, larga e decorata da fibbie in rame brunito, sostiene un pugnale dal manico d’osso, più cerimoniale che da combattimento.
Gli armigeri, con corazze lucide e l’insegna della famiglia sul petto, si arrestano a pochi passi da noi. Lamba li congeda con un perentorio gesto della mano: un comando rapido, abituato all’obbedienza immediata.

La piazza è silenziosa, incastonata fra le facciate striate di marmo bianco e nero dei palazzi dei Doria. L’aria del tardo pomeriggio sa di mare e di pietra antica. Mi avvicino con fare rispettoso, mentre Lamba mi invita a seguirlo nel chiostro della chiesa.

Onorato di conoscerla, ammiraglio. Grato che abbia accettato il mio invito.
Lui annuisce appena, la barba brizzolata che si muove appena al suo respiro. Lo accompagno sotto le arcate del chiostro aspettando il momento giusto per rompere quell’imbarazzante silenzio.
«Come è iniziato -esordisco- il suo rapporto con il mare?»
«In casa nostra si impara prima a navigare che a camminare» risponde deciso. «Mio fratello Oberto fu grande esempio: Capitano del Popolo e vittorioso, con Benedetto Zaccaria, alla Meloria nel 1284. Una vittoria che spezzò il dominio marittimo di Pisa.
Anche gli altri miei fratelli onorarono il Casato: Nicolò, anch’egli in mare; Jacopo, annalista della Repubblica. La rotta era già tracciata. Non potevo sottrarmi.»
«E quale è stata la sua rotta?»
«Nel 1268, appena maggiorenne, mio padre Pietro mi inviò in Oriente. Commerciai allume, pellami, grano. Navigai tra Caffa, Trebisonda e Costantinopoli, città splendida e inquieta.
Al mio ritorno ricevetti terreni e la gestione di una ferriera a Quiliano… ma la terra mi stava stretta: il mare mi chiamava.»
Si interrompe, osservando le arcate del chiostro come fossero alberi maestri che svettano nel vento.

«Nel 1284, sotto l’ammiraglio Enrico De Mari, affrontammo i pisani al largo di Cagliari: alla Tavolara li travolgemmo.
Quella vittoria in qualità di capitano accrebbe il mio prestigio. Quando Oberto si ritirò, presi in mano gli affari di famiglia e divenni podestà di Ventimiglia, poi di Albenga e infine di Asti. Lasciai ai miei figli i commerci e la gestione delle proprietà».
«Non temeva che i suoi figli non fossero all’altezza?»
«Feci con loro ciò che mio padre fece con me.
Non tutti gli investimenti furono saggi: Tedisio ad esempio finanziò “il folle volo” l’impresa dei fratelli Vivaldi, … e sparirono nell’Oceano, oltre le Colonne d’Ercole. Ma chi commercia e chi naviga deve accettare l’incertezza. Fa parte del mestiere».
«E Genova?»
Il nome sembra scuotergli un ricordo doloroso. Mentre fruga nella sua memoria sembra rivivere quei momenti, quelle emozioni. Si ferma e mi fa cenno di sedermi accanto a lui sul muretto.
«Nel 1297 fui nominato Capitano del Popolo. Genova era un alveare in fermento: ricca, potente, eppure eternamente in guerra con Pisa e Venezia.
Fu così che nel 1298 guidai la flotta contro la Serenissima per il dominio dell’Oriente: colonie, mercati, trattati… tutto era in gioco.»
«Cosa ricorda di quella battaglia?»
Il 7 settembre settanta navi genovesi affrontarono una flotta veneziana ancor più grande. Le fonti annotano ben 85.
Il giorno dopo la battaglia infuriò al largo dell’isola dalmata di Curzola. I veneti ebbero la meglio all’inizio, ma li accerchiai, li spinsi verso la costa.
In poche ore la superba armata di San Marco era spezzata: decine di galee affondate, altre catturate.»
Un’ombra attraversa il suo volto. Fra uomini di mare il rispetto è a prescindere dal vessillo che si difende.
«Catturai anche il loro comandante, l’ammiraglio Andrea Dandolo. Marinaio e uomo di grande valore. Non sopportò l’onta e si tolse la vita. Quella stessa vita che perse in quella battaglia anche mio figlio Ottaviano. Il mare toglie, il mare da».
«E Marco Polo? Lo fece prigioniero lei?»
«Marco Polo il mercante dalmata, intende? Fosse stato per me, sarebbe stato dato in pasto ai pesci. Ma era ricco, influente. Lo rinchiudemmo nelle segrete di Palazzo San Giorgio. Da lì, si dice, nacque il suo libro.»

«Immagino grandi celebrazioni al suo ritorno…»
«Non volevo essere da meno di Oberto. E non lo fui.
La Repubblica mi accolse con ogni onore e mi donò lo splendido palazzo che vede affacciarsi su questa piazza.»

Lamba fu inoltre nominato ammiraglio del Sacro Romano Impero, al comando della flotta Imperiale con 40 galere personali per conto dell’imperatore Arrigo VII ed ebbe pure l’onore di comandare anche la flotta Reale Aragonese per conto del Re Giacomo d’Aragona.
Poi il tono cambia. All’orgoglio per i successi ottenuti, si contrappone l’amarezza per le delusioni patite.
«Ma gli onori durarono poco. Genova era lacerata: Rampini (guelfi) e Mascherati (ghibellini), alleanze che cambiavano al mutare del vento.
Gli Spinola, un tempo miei compagni d’armi, mi tradirono. A Busalla presero me e i miei figli. Fui liberato solo pagando un riscatto enorme.
Con i guelfi al potere mi rifugiai a Savona, dove trascorsi, lontano dalla mia città, gli ultimi anni… amareggiato. Avevo portato a Genova la gloria di Curzola, ma i genovesi se ne erano presto dimenticati»
Sic transit gloria mundi
Rimane in silenzio mentre il sole cala e il chiostro si tinge d’oro.
Lamba oggi riposa in un sarcofago romano, da lui stesso portato come bottino di guerra dall’Oriente, incastonato nella facciata di San Matteo.

Circa tre secoli dopo, Perin del Vaga — su commissione di Andrea Doria — lo inserirà nella Loggia degli Eroi del Palazzo del Principe, tra coloro che fecero grande l’illustre stirpe e Genova.

Quando mi congedo, il chiostro è immerso nella penombra. Lamba si volta un’ultima volta verso la chiesa, appoggiando la mano sull’ardesia.
«Il mare non ricorda i nomi,» mormora. «Ma non dimentica mai chi lo ha sfidato.»
Poi si allontana, il rumore dei suoi passi che si perde tra le colonne, come il profilo lontano di una vela che scompare oltre l’orizzonte.
«e meser Lanba Doria fe
capitanio e armiraio,
nobel e de gram coraio
e d’onor como lo de.»
(italiano)
«e Messer Lamba Doria fu
capitano e ammiraglio,
nobile e di gran coraggio
e d’onore come lo è [un uomo d’onore].»
(Anonnimo Zeneize, De vitoria facta per Januenses contra Venetos […], 1300 ca.
In Copertina: Lamba Doria ritratto da Gioacchino Assereto 1633-35.

Bell’articolo, grazie! Un bel modo per divulgare le conoscenze storiche e, chissà, forse anche far appassionare le nuove generazioni al meraviglioso racconto della storia. Di Genova e non solo!
Grazie Rosalba dei complimenti. Beh… io ci provo.