Sotto il Mandraccio soffia un forte vento di tramontana che spazza tutti gli olezzi del porto.
Laggiù, dove “l’aria è carica di sale e gonfia di odori” il mare lambisce incessantemente le ardesie antiche. Se tendi l’orecchio pare di sentire una voce ruvida, come temprata dal viaggio e dal ferro. È la voce intrisa di salsedine di Guglielmo Embriaco, detto Testadimaglio, figlio di una città che da sempre sa intrecciare coraggio e commercio, fede e astuzia, mercanti e soldati.

«Non so perché mi chiamino così,» esordisce sornione, «forse perché, quando mi metto in testa una cosa, non c’è muro che tenga, o forse per la mia inusuale prestanza fisica che mi fa somigliare piuttosto ad un guerriero vichingo».
Gli occhi chiari, blu come il mare, si accendono quando parla della sua Genova.
«Una città piena di opportunità per chi le sapeva cogliere. Bisognava però avere il coraggio di abbandonare le certezze della terra ferma per salpare verso gli imprevisti dell’ignoto marino. Ed io di coraggio ne avevo davvero da vendere. A quel tempo la mia città odorava di spezie e di pece, di reti stese al sole e si sentiva l’eco di voci in mille lingue diverse, rimbombare in ogni caruggio. Un porto di mare è così: un brulicare di genti affaccendate alle quali non si ha nemmeno tempo di chiedere la provenienza.

Noi Embriaci avevamo navi, fondachi e contatti in mezzo mondo. Ma soprattutto eravamo ambiziosi e avevamo fame: di gloria, di rotte nuove, di ricchezze e terre da conquistare.»

Il suo sguardo si fissa impaziente all’orizzonte scrutando il mare come se aspettasse ora il vento giusto per gonfiare le vele e riprendere il largo verso chissà quale destinazione d’Oltremare. Forse quella Gibelletto in Libano di cui, su concessione del Conte Bertrand di Saint Gilles divenne, a riprova del lignaggio ottenuto, signore per oltre vent’anni.
“Per la prima Crociata, io e mio fratello Primo armammo due legni: l”Embriaca e la Grifona. Forti di circa 200 uomini arrivammo al porto di Giaffa in Terrasanta. Quando vidi in lontananza comparire la flotta degli infedeli capii che non si vince solo con la spada. Se fossimo andati allo scontro in inferiorità numerica avrei avuto la peggio e non sarei qui a raccontare la mia epopea.

Ci voleva l’ingegno. Così smontammo le navi — le nostre gagliarde galee genovesi — e ne facemmo torri d’assedio. Il legno del mare divenne scala verso il cielo. E le possenti mura di Gerusalemme cedettero sotto i dardi dei miei Balestrieri davanti agli sguardi increduli sia di Iftikhar ad-Dawla (governatore fatimide della città) che di Goffredo di Buglione (Duca di Lorena e comandante della spedizione crociata).
Ride piano, con un’ombra d’orgoglio.
«Fu un gesto di follia o di fede, non saprei. Ma certo di genovesità pura: non si getta via niente, figurarsi se si rinuncia ad una nave. Per primo scalai le mura e feci gran strage di nemici. Il resto è scritto nei libri. Ci ha pensato Caffaro a far si che non si perdesse traccia di quell’incredibile impresa»

Suo fratello Primo fu nominato governatore della città e Guglielmo ottenne per Genova in nome del Capitolo di San Lorenzo, un fondaco, un pozzo, una chiesa, trenta case e un terzo del bottino.
“E poi che soddisfazione, che orgoglio, vedere inciso sull’architrave del Santo Sepolcro di Gerusalemme l’epigrafe che recitava: Praepotens Genuensium Praesidium“(potentissimo presidio dei genovesi). Eloquente e prestigioso riconoscimento dell’operato dei genovesi voluto da Goffredo di Buglione in persona per onorarne la forza.
Quando tornò a Genova, le campane suonavano a festa. Sulla spiaggia di Capo d’Arena ad accoglierlo c’è tutta la cittadinanza con in testa nientepopodimeno che il Vescovo. Nei carruggi si parlava solo di Testa di Maglio, “Guglielmo il conquistatore di Gerusalemme”. Portava con sé un tesoro, il Sacro Catino (per molti secoli ritenuto il Sacro Graal), le reliquie del Battista, onori, e un nome che sarebbe rimasto scolpito nella pietra per l’eternità. Ma lui, racconta, voleva solo tornare a casa, rivedere il suo mare e dimostrare a suo padre di che pasta fosse fatto.
«Severa e un po’ matrigna è la mia città. Prima ti forgia e prepara, poi ti accoglie e ti misura nello stesso tempo. Ti chiede cosa hai portato indietro. Io risposi: “Una storia, e un orizzonte più largo di quello che avevo lasciato”».
Le ombre frattanto si fanno largo sulla piazza dove si staglia superba la sua torre di famiglia secolare testimonianza del suo prestigio. In realtà-precisa lui- questa torre non è la mia (che invece si trovava poco più sopra) ma è quella dei De Castro.

Al calar del sole la voce di Guglielmo si dissolve tra le grida dei gabbiani.
Ma se chiudi gli occhi, puoi ancora sentirlo ridere piano, come un vecchio marinaio che sa di aver lasciato il proprio nome inciso non su una lapide, ma su un’onda. Proprio come il pescatore di De André che “all’ombra dell’ultimo sole si era assopito e aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”

Eppure sulla cresta di quell’onda è nata la gloriosa storia della Repubblica marinara di Genova con i suoi simboli (vedi la croce di San Giorgio) le cui gesta costituiscono un punto cardine del progresso nautico, militare e commerciale dell’intero Continente.

Salite, salite e prendete in fretta la città»
(Testadimaglio ai suoi uomini durante la presa di Cesarea, Caffaro di Rustico da Caschifellone, Annali)
In copertina: statua dell’Embriaco posta sopra la galleria Bixio realizzata da E. Baroni nel 1929.
