Staglieno, l’altra Genova… seconda parte.

​Dall’Angelo di David Beckham al mito di Faber: le icone e i capolavori della necropoli

​Salendo le imponenti scalinate dai porticati inferiori verso i quelli Superiori, il cammino ci porta di fronte al capolavoro forse più conosciuto di Staglieno: l’Angelo della Tomba Oneto, scolpito nel 1882 da Giulio Monteverde. Dimentica le figure rassicuranti della tradizione: questo è un angelo androgino, teso, dallo sguardo inquietante e magnetico. Incarna una Morte sensuale, inevitabile e bellissima. La sua fama ha attraversato i secoli e i confini: ai giorni nostri persino David Beckham, celebre calciatore inglese di qualche anno fa, (anche se dubito ne conoscesse la storia) se l’è fatta tatuare sul fianco, a riprova di come il desiderio genovese di pietrificare l’emozione sia diventato un’icona pop globale.

L’angelo della Tomba Oneto.

​Ma Staglieno non è solo la vetrina dell’alta società. Sempre lungo i porticati si incontra il monumento forse più amato dai genovesi: la tomba di Caterina Campodonico, la nostra Paisana. Caterina vendeva ciambelle e rèste (corone di nocciole) nei santuari liguri. Con i soldi risparmiati soldo su soldo in una vita di stenti, ingaggiò lo scultore Lorenzo Orengo per rivendicare il proprio diritto all’eternità. Voleva un monumento maestoso come quello dei ricchi. Orengo la scolpì con precisione maniacale: le mani segnate dal lavoro che stringono la collana di nocciole, il grembiule di pizzo, lo scialle sulle spalle e un’epigrafe in dialetto che rivendica con orgoglio di non dover dire grazie a nessuno. In fondo, la Paisana ha sconfitto il tempo proprio come i nobili che voleva emulare.

La Tomba di Caterina Campodonico.

​Poco distante si svela la carica simbolista della Tomba Celle (Il Dramma Eterno, 1893, di Michele Sansebastiano), con il contrasto struggente tra la giovinezza della Vita e l’abbraccio della Morte velata.

Tomba Celle.

​Lasciando i porticati per arrampicarsi verso monte, ci si addentra nell’ombra del Boschetto dei Mille. Tra i lecci e la macchia mediterranea si scorge il Mausoleo di Giuseppe Mazzini, austero tempio dorico dove l’eroe risorgimentale riposa accanto ai suoi compagni d’armi come Nino Bixio e Stefano Canzio e Michele Novaro autore quest’ultimo delle musiche del Canto degli Italiani.

Tomba di Giuseppe Mazzini.

E nel silenzio del Cimitero Protestante, riposa anche Constance Mary Lloyd, la moglie di Oscar Wilde, morta a Genova nel 1898.

Tomba di Constance Lloyd.

​In questa immensa città di pietra trova posto tuttavia la memoria più recente della città. Al Campo 22, in una cappella essenziale, la tomba di Fabrizio De André è meta ininterrotta di un pellegrinaggio fatto di fiori, plettri, biglietti e versi di canzoni lasciati da generazioni di sognatori.

La Tomba di De André.

Poco distante riposa l’ironia genovese di Gilberto Govi, padre del teatro dialettale, insieme alle voci della grande letteratura come Camillo Sbarbaro ed Edoardo Sanguineti.

La Tomba di Gilberto Govi e di Rina Gaioni, moglie e spalla teatrale del comico.

​Sotto queste gallerie si incrociano le mani dei più grandi maestri dello scalpello: da Santo Varni a Giovanni Scanzi, da Eugenio Baroni a Leonardo Bistolfi, da Giacomo Rivalta a Giovanni Battista Villa, da Giacomo Moreno a Lorenzo Orengo, da Giulio Monteverde a Ettore Sclavi e Santo Saccomanno e mi scuso con tutti gli altri che -per ragioni di spazio- ho tralasciato.

Numerose anche le sepolture illustri fra le quali oltre agli architetti stessi e ai pionieri del Genoa CFC, si segnalano il capitano Enrico D’Albertis, il pasticcere Pietro Romanengo, il poeta Edoardo Sanguineti, la scrittrice Fernanda Pivano, il partigiano Fedor Poletaev, l’armatore Raffaele Rubattino, il patriota Anton Giulio Barrili, lo scenografo Luzzati e Ferruccio Parri, il primo presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e Aldo Gastaldi, il comandante primo partigiano d’Italia, Bisagno.

​Alla fine del viaggio si comprende perché Staglieno sia molto più di un cimitero. È il tentativo monumentale di una città di sfidare l’oscurità con il bello. Una passeggiata tra le sue gallerie ci ricorda che, sebbene il nostro passaggio su questa terra sia breve, c’è stato un momento in cui Genova ha preteso che persino il marmo imparasse a parlare e a ricordare.

In Copertina: porticato di levante. Settore A dove è situata la toma Oneto dell’Angelo Nocchiero.

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