Storia di una corona, di due Grifoni…

"Stemma della città di Genova".
“Stemma della città di Genova”.

di un Principe, di una Regina, di una croce invincibile e di un rostro…

1) In piccolo, sopra la Corona, Giano bifronte principe troiano, leggendario fondatore della città.
2) La Corona, prima simbolo del potere dogale, poi di quello regale della Madonna, eletta nel 1637 Regina di Genova.

3) I Grifoni, adottati nel 1248 allorché i nostri avi sconfissero l’arroganza imperiale tedesca e la spavalderia pisana, significano orgoglio coraggio e libertà.

4) La Croce di S. Giorgio a perenne ricordo della conquista di Gerusalemme e relativa liberazione del Santo Sepolcro ad opera dei crociati guidati dal Guglielmo Embriaco.

5) Il rostro a forma di testa di cinghiale di una nave romana rinvenuto nel porto nel ‘600, simbolo dell’antica e gloriosa vocazione marittima della città.
"Stemma abraso presente sul pavimento della chiesa di Zoagli".
“Stemma abraso presente sul pavimento della chiesa di Zoagli”.
Nello stemma sono quindi riassunti i simboli millenari di un Popolo.

Storia di un Santuario…

… di un presidio secolare di Libertà… di una battaglia impari… di uomini coraggiosi e… di un intervento ultraterreno…
Genova, come a suo tempo indicato da Andrea Doria, era ancora sotto l’influenza della Spagna quando, siamo nel 1622, i Piemontesi strinsero alleanza con i Francesi per, finalmente, portare a termine il loro progetto di conquista genovese.
Il 10 maggio del 1625 alla guida di 8000 soldati il Duca Carlo Emanuele I di Savoia si presentò, dopo aver occupato la Riviera di ponente e le località al confine fra i due Stati (attuale basso Piemonte), alle porte di Genova.
La Repubblica era allo stremo e non poté far altro che inviare sul passo del Pertuso, presso Mignanego, dove erano giunti gli occupanti, uno sparuto drappello di soldati comandati dal Commissario d’armi Stefano Spinola.
A questi si unirono numerosi volontari della Valpolcevera guidati dal parroco di Montanesi Giovanni Maria Lucchesi e alcuni banditi, a cui era stata promessa la grazia, comandati dal brigante Giambattista Marigliano.
Al parroco apparve in sogno la Madonna che lo avrebbe rassicurato in merito all’esito della battaglia.
Ottomila invasori vennero così respinti da poche centinaia di patrioti.
“La lapide che racconta le gesta di quel 10 maggio 1625”.


Sul luogo dell’epico scontro i Genovesi vollero erigere immediatamente un Santuario a ringraziamento che ricordasse l’impresa e onorasse la Madonna protettrice nel frattempo, nel 1637, eletta Regina.
Nel 1654 il complesso venne ampliato e la Repubblica donò al Santuario la Pala, commissionata a Tommaso Orsolino, raffigurante la Madonna in mezzo ai Santi protettori della Superba, con nella mano sinistra la palma della Vittoria, in quella destra il Bambinello con il Vessillo di Genova.

“La lapide sopra l’ingresso del Santuario che racconta delle due ricostruzioni del tempio”.


In realtà i Genovesi trionfarono ovviamente non per intervento divino ma perché, alla notizia che le navi spagnole erano arrivate in porto anticipando quelle francesi e che 20000 iberici guidati dal Duca Feria stavano marciando verso il Passo, erano sorti dissidi fra il Duca piemontese e il Generale transalpino alleato il Lesdiguieres.
In seguito a questo scampato pericolo i nostri avi deliberarono la costruzione delle Mura Nuove del 1639 che avrebbero garantito maggiore e adeguata protezione alla città.
Un secolo più tardi, quando tutta la valle venne occupata dagli austriaci il Santuario subì gravi danni e i valligiani stessi, per non lasciarlo in mano nemica, contribuirono alla sua demolizione.
Si salvarono solo la sacrestia, l’altare con la Pala, il campanile e gli arredi sacri portati al sicuro a Serra Riccò dal parroco.
Una volta ricostruito, a partire dal 1751, divenne il simbolo della Libertà dall’occupazione straniera e meta di pellegrinaggi di reduci della Prima Guerra Mondiale.
Il Generale Armando Diaz in persona, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano nel 1919 donò, esposto tuttora sul sagrato, un obice austriaco e sul muro del campanile fece incastonare il suo bollettino della Vittoria del novembre 1918.

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“Cartolina raffigurante l’obice austriaco”
“L’obice austriaco con sopra il bollettino della Vittoria di A. Diaz”
“La lapide che racconta la cattura del cannone tedesco catturato dall Brigata Partigiana Santo Poggi di Serra Riccò”.

Piemontesi, francesi, spagnoli, austriaci e poi ancora austriaci, in un intreccio lungo quasi trecento anni non poteva mancare anche il ricordo dell’apporto all’ultima guerra di Liberazione, quello della Brigata partigiana di Serra Riccò che, al pezzo di artiglieria austriaca, ha affiancato un cannone anticarro strappato ai tedeschi.

“Il Cannone tedesco esposto accanto al sagrato della chiesa”.


… “Fino alla Vittoria… sempre”.

 

Storia del pandolce…

… dall’Egitto, alla Grecia… fino alla Persia… dalla tavola dell’ammiraglio… fino a quella di San Biagio…
Non se ne abbiano a male gli amici milanesi, ma il pandolce genovese ha una storia molto più antica rispetto al panettone, che si perde nella notte dei secoli… una vera e propria genesi rituale.
Dati gli ingredienti comuni, molti ne fanno risalire l’origine addirittura ai tempi dell’antico Egitto e della Grecia dove era diffuso un dolce simile a base di miele.


Sicuramente, visti i rapporti commerciali con quel Paese, i Genovesi potrebbero aver tratto ispirazione dalla Persia (basti pensare a maggiorana, “persa” in genovese) dove il suddito più giovane (in grado di camminare), all’alba di Capodanno, porgeva al Sovrano un grande pane dolce a base di canditi, miele e mele da dividere fra i suoi commensali.
In effetti anche a Genova il pandolce, chiamato anche Pan co-o zebibbo veniva portato in tavola dal più giovane della famiglia e, con gesto beneaugurante, privato del sovrastante ramoscello di alloro.
Fu l’ammiraglio Andrea Doria che, nel ‘500, indisse concorso fra i pasticceri locali, per creare un dolce degno del matrimonio del nipote con Zanobia del Carretto e del prestigio della Repubblica.
Così venne codificato il pandolce genovese nella versione alta, affiancato poi, qualche secolo più tardi, dalla moderna versione bassa.
Molti sorrideranno di questa affermazione ma, a quel tempo, tolto forse Venezia e Bisanzio odierna Istanbul, non erano molte le città in Europa sulle cui tavole si potevano gustare canditi, uvetta e frutta secca.
Secondo la tradizione il Capofamiglia affettava il panduce canticchiando una filastrocca:
“Vitta lunga con sto’ pan!
Prego a tutti tanta salute,
comme ancheu, anche duman,
affettalu chi assettae,
da mangialu in santa paxe,
co- i figgeu grandi e piccin,
co- i parenti e co- i vexin,
tutti i anni che vegnia’,
cumme spero Dio vurria’.”
Alla moglie spettava l’assaggio e poi veniva distribuita una porzione per ciascun invitato, dopo di ché, visionate le letterine dei pargoli, gli stessi, in piedi sulla sedia, recitavano la loro poesia.
Due fette però venivano accuratamente conservate a parte da offrire una, al primo viandante di passaggio, da consumarsi l’altra, il 3 febbraio festa di San Biagio, protettore della gola.
Il Pandolce genovese, a seconda del Paese in cui è consumato, ha assunto altri nomi:
dal nostrano “Pan do bambin” sanremese, al “Londra cake” o “Genoa cake” britannici, fino al “Selkirk bannock”, una versione scozzese molto apprezzata dalla Regina Vittoria.
Quanta cultura in un semplice…. Panduce..

In Copertina: il Pandolce di una super bis nonna Lorenza che non c’è più.

A casa del Principe…

Oggi sono stato ospite del Principe, questi impeccabile nella sua uniforme nera di ammiraglio supremo, da buon anfitrione mi ha accompagnato nostalgico lungo i suoi giardini.

Mentre passeggiavamo mi ha raccontato della sua fontana preferita (a lui dedicata da Gianandrea), quella che lo rappresenta come una sorta di Dio Nettuno;

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“Il Palazzo del Principe”.

delle terrazze che, un tempo, degradavano fino al mare dove, al posto della Stazione marittima, v’era la Porta di San Tommaso, l’accesso all’Arsenale.

Qui sempre erano ormeggiate almeno dodici galee in assetto da guerra, pronte a salpare in ogni stagione per difendere Genova:

come quella volta in cui l’aveva liberata dai Francesi con l’impresa della Briglia, rifiutandone la signoria “perché Genova è nata libera e libera deve restare”.

Dove, al posto delle navi da crociera, era attraccata la sua quadrireme, la nave piu grande del globo al servizio, come la sua temibile flotta, di Francia prima e Spagna poi… mi ha ricordato che i terreni della sua Villa fuori le mura scollinavano fino al Lagaccio (lago artificiale da lui fatto costruire per essere autonomo in caso di assedio), che al posto del Miramare c’erano orti, frutteti, altri giardini, un parco e tanta cacciagione.
Poi mi ha preso paternamente sotto braccio e mi ha condotto all’interno della sua lussuosa dimora per la costruzione della quale – dice – ha ingaggiato il miglior artista del suo tempo, Perin del Vaga.

Mi ha mostrato orgoglioso, da energico “pater familias”, la loggia degli Eroi, un tributo di affreschi ad Ansaldo, Martino, Oberto, Lamba, Pagano… gli illustri avi della Casata.

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“La Loggia degli Eroi”.

E poi mi ha spiegato, nella sala dei Giganti, la storia di Alessandro Magno, immortalata nei preziosi drappeggi degli arazzi fiamminghi,  gli stessi arazzi che invece, in un altra sala, descrivono le imprese di Lepanto del suo futuro erede, il pronipote Giovanni Andrea Doria.

L’ammiraglio si è poi commosso nel rivivere la scomparsa dell’adorato nipote Giannettino, durante la sciagurata e scampata congiura dei Fieschi.

Il condottiero non ha poi nascosto tutto il suo amor proprio nel rivedere i ritratti che lo raffiguravano ancora giovane e fiero in tutto il suo autorevole metro e novanta… anche se, ce n’è uno che lo ritrae, ormai anziano, con il suo gatto Dragut (chiamato così in onore del Corsaro suo nemico), quasi come fosse un comune mortale.

I Giardini del Palazzo del Principe. Foto di Anna Armenise

Immerso quindi nei ricordi di una vita lunga novantaquattro anni, si è emozionato nel raccontare del suo amore per donna Peretta, la sua sposa e, per darsi un contegno, mi ha indicato anche, vicino ad un gigantesco camino in pietra di Promontorio, il quadro del Roldano il fedele cane molosso donato dall’imperatore Filippo II a Giovanni Andrea, in segno di amicizia e alleanza fra i due Stati.

Un animale così amorevole e fedele da meritarsi la sepoltura sotto la Statua del Gigante (una statua di circa otto metri scolpita con le fattezze di Carlo V come se fosse Giove voluta anch’essa dal pronipote Gianandrea) che un tempo si stagliava a monte della villa… e poi mi ha aperto le porte di stanze lussuose e confortevoli ben separate – mi raccomando – precisa, fra uomini e donne… che ognuno si occupi delle proprie faccende e non interferisca in quelle altrui.
Ormai stanco si è seduto vicino a me nella sala Aurea dove, al posto degli odierni turisti, erano ospitati un tempo, elenca, i re di Spagna, di Francia e di mezza Europa, per i quali -ricorda- si apparecchiavano pantagruelici banchetti e inscenavano festosi ricevimenti… il tutto vegliati da onnipresenti aquile nere, il millenario simbolo araldico della famiglia.
Nere come l’abito che Andrea, salutandomi, indossava ancora con nobile portamento.

A presto Signore del mare… tornerò ancora a trovarti e ad ascoltare le tue storie….

In Copertina: Camera da letto con il Pregadio degli ambienti privati degli eredi Doria Pamphili.