Bartolomeo il Maciste dimenticato.

Ci diamo appuntamento ai piedi della creuza che da Nervi s’arrampica lenta verso le alture di Sant’Ilario.
L’aria del mattino è intrisa di sale, e la brezza porta fin quassù l’odore vivo di legno bagnato e acque salmastre di porto.
Sotto le scarpe i ciottoli umidi scricchiolano, mentre l’uomo che sto aspettando avanza con passo sorprendentemente agile. La sua figura è talmente imponente che per un istante mi toglie la luce del sole.

«Signor Pagano, ma… quanto è alto?»

Si ferma, si raddrizza e sorride con orgoglio.
«Un metro e novanta per centoventi chili di muscoli.»

«Non stupisce che mi scelsero per interpretare Maciste. Era il 1914, recitai in Cabiria di D’Annunzio. Poi arrivarono altri film… e per più di dieci anni fui una star del cinema muto.»

Si volta verso il mare, come se da quelle onde risalisse un ricordo lontano.
«E subito già nel 1915 Eugenio Baroni mi volle come modello per il monumento dei Mille a Quarto. Mi fece posare nei panni di Garibaldi.»

Il monumento dei Mille di Quarto con in testa Garibaldi.

Il racconto scorre naturale, e allora gli chiedo:
«E negli anni successivi?»

Lui inspira profondamente, come per incamerare memoria.
«Diventai, insieme a Primo Carnera (peso massimo campione del mondo di pugilato), il simbolo del superuomo italiano. Il Fascismo mi idolatrò, mi prese come emblema dell’italiano forte, invincibile. Maciste non era più solo al cinema: era diventato un mito nazionale.»

Locandina con Maciste. Versione latina dell’Ercole greco.

Per un istante nei suoi occhi appare una scintilla di soddisfazione, quasi infantile.

«E poi?»

La scintilla si spegne.
«Poi arrivò l’artrite reumatoide. Lenta… spietata. Mi divorava le articolazioni un giorno alla volta. Alla fine dovetti ritirarmi. E su una sedia a rotelle, al regime, non servivo più. Così fui dimenticato.»

Ancora Maciste.

Il vento sembra fermarsi assieme a lui.
Allora provo a riportarlo ai ricordi che ancora gli scaldano il cuore.

«Ma da dove veniva tutta quella forza?»

La sua risata rimbalza tra gli ulivi.
«Dal Dna dei miei vecchi, forse. E dalla vita dura. Ogni mattina scendevo a piedi fino al porto e macinavo chilometri su chilometri a passo svelto.»

Gli occhi gli brillano: sta tornando con la mente a quella Genova viva, brulicante.

«Il porto allora era un mondo intero. Un frastuono continuo: martelli, carrucole, casse che battevano a terra, cavalli che nitrivano. Le navi a vapore sputavano fumo denso, nero come la pece, e le sirene ululavano all’alba.»

«Alle banchine erano attraccati decine di piroscafi che i camalli scaricavano con grande lena. Certo c’erano delle gru ma il grosso del lavoro era svolto a braccia: legname, tessuti, cereali e presso il Porto Franco anche caffè, cacao e spezie di ogni sorta. La merce regina in quell’aria fuligginosa era il carbone che a fine turno ci dipingeva il volto come minatori gallesi.»

Si concede un sorriso nostalgico.
«Gli odori… ah, quelli non li scordi più. Catrame caldo, legno delle banchine, corde intrise d’acqua salata, pesce fresco e sudore. Era un miscuglio che ti restava addosso, nella pelle e nei vestiti.»

“In quell’aria carica di sale e gonfia di odori” avrebbe cantato mezzo secolo secolo più tardi De André.

«Lì facevo a gara con Penco a chi sollevava più sacchi.»

Foto di gruppo del 1910: il terzo seduto, partendo da sinistra con la maglietta scura è Bartolomeo. Il terzo in piedi da sinistra con baffi è il campione di sollevamento pesi Penco.

«E chi vinceva?»

Allarga le braccia, come dire: è evidente.
«Io, quasi sempre. E Cescu era campione italiano di pesi.»

«A pranzo si andava da Nina, in Sottoripa.»
Gli si illumina il volto.
«Appena aprivi la porta ti veniva incontro l’odore del minestrone: basilico, cavolo, patate… Io ne mangiavo pignàtte (pentole) intere. E mezzo litro di rosso e un chilo e mezzo di pane non mi bastavano ancora.»

La luce del pomeriggio scivola morbida tra le chiome degli ulivi.
«La sera ripercorrevo il cammino a ritroso. A volte a piedi, a volte appeso a un carro. Arrivavo in cima a questa creuza che ero sfatto.»

Ricordo un gustoso aneddoto che mi ha riportato anni fa la signora Marsano:

«Mi hanno raccontato che una volta ha spostato una Topolino… con dentro una coppietta.»

Scoppia a ridere.
«Eh sì. Quelli si fermavano sempre davanti al cimitero di S. Ilario e mi impedivano il passaggio. Una sera ero più nervoso del solito: ho sollevato la macchina con loro dentro e l’ho messa sul muretto. Due ruote per lato.»

Poi passo alla storia più famosa, quella che mio nonno mi raccontava ogni mattina quando mi accompagnava a scuola alle elementari dell’Embriaco e che è rimasta impressa nella mia memoria come l’avventura di un super eroe.

La strada che sale sulla sinistra è Via Fieschi. Sullo sfondo si intravvedono cupola e campanili della Basilica di Carignano.

«E il carro di via Fieschi? Quello che avrebbe trainato da solo?»

Si raddrizza, il torace si gonfia come allora.
«Aveva piovuto. La salita era “scuggente” (scivolosa). Un cavallo scivolò, il carro si ribaltò, una ruota si ruppe. Tutto fermo. Nessuno sapeva come muoversi.»

Lui socchiude gli occhi, come per rivivere il momento.
«Mi tolsi la giacca e arrotolai le maniche della camicia. Sollevai il carro con tutto il carico, imbracciai le stanghe e lo trascinai su fino alla Basilica di Carignano. La gente… non credeva ai propri occhi.»

«Quando non lavoravo, stavo all’osteria.»
Il tono si fa affettuoso.
«Mi piaceva la compagnia. Ogni tanto, beh… facevo vedere che Maciste esisteva anche fuori dal cinema. Una volta, per scommessa, sollevai il bancone usando solo denti e collo.»

Il sole scivola dietro il Promontorio di Portofino, tingendo di oro e rame i tetti di Genova.
La creuza sotto di noi è bagnata, i ciottoli luccicano come specchi d’acqua. Ogni passo produce un piccolo scroscio, che ricorda il rumore dei passi nelle pozzanghere del porto: sirene, catrame caldo, corde che sbattono e il sordo muggito dei cavalli, tutto un mondo che improvvisamente riaffiora nitido alla memoria.

La collina di S. Ilario con la sua chiesa e sullo sfondo il Promontorio di Portofino.

Pagano si ferma. Il vento gli increspa i capelli grigi, accarezza la barba incolta di qualche giorno. Si volta verso il mare: le onde luccicano come pezzi di vetro, e l’odore salmastro mescolato a terra e rosmarino gli arriva dritto al naso.

«Sa qual è la verità?»
La sua voce è profonda, calma, carica di tutta la vita che ha vissuto.
«La forza… non è nei muscoli. È ciò che ti tiene in piedi quando il mondo ti dimentica, quando nessuno ti guarda e rimani solo con te stesso»

Annuisco, ma sento lo stesso brivido che deve aver provato chi, decenni fa, lo vide sollevare un carro da solo.

Si volta verso di me e sorride, quel sorriso che è insieme bambino e gigante. Poi piega leggermente le ginocchia e riprende il passo, come un uomo che conosce ogni curva della collina.
Io lo seguo, e ogni suo passo fa tremare appena il selciato, come un’eco lontana di battiti forti, di sfide vinte e sudate, di leggende vissute.

All’orizzonte un gabbiano vola basso sul mare mentre Pagano si ferma ancora, allunga le braccia, quasi a misurare il cielo, la collina, il porto e tutto quello che è stato.

«Ora andiamo… prima che faccia buio. E’ facile inciampare, non vorrei che ci facessimo del male»

Scendiamo lentamente. La sua ombra si allunga sul selciato, gigante e fragile insieme, mescolando il mito con l’uomo.
E nel silenzio che segue, tra il vento che muove le fronde degli ulivi e il rumore lontano delle onde che si infrangono, capisco che alcuni uomini non muoiono mai davvero:
restano nei ricordi, nei racconti, nella memoria dei luoghi che hanno attraversato e nelle storie che fanno vibrare ancora chi li incontra.

Bartolomeo si ferma un’ultima volta, guarda il tramonto e sospira.
E io, in quell’istante, vedo Maciste non sullo schermo, ma davanti a me: un gigante reale, umano, indimenticabile.

In Copertina: un elegante Bartolomeo Pagano.

Genova gli ha intitolato una via, una traversa di Via del Commercio, nel quartiere di Nervi.

“La Guerra è la lezione…

… della Storia che o popoli non ricordano mai abbastanza”.

In Corso Aurelio Saffi, superato il palazzo della Questura, s’incontra un particolare ed evocativo edificio dello stesso stile che rimanda all’architettura razionalista del ventennio fascista: si tratta infatti della costruzione a tutti nota come “La Casa del Mutilato” eretta nel 1937 dall’architetto Fuselli ed inaugurata nel maggio dell’anno successivo alla presenza del Duce in persona (durante quella stessa visita genovese inaugurò anche l’ospedale pediatrico Giannina Gaslini).

“Discorso d’inaugurazione del Duce nel Maggio 1938”

La struttura era stata concepita per ospitare l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra ma in realtà, come ci ricordano le varie targhe affisse all’ingresso, è stata sede anche di: Associazione nazionale combattenti e reduci, Associazione nazionale mutilati in servizio, Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra, Associazione nazionale vittime civili di guerra, Associazione nazionale Cavalieri dell’ordine di Vittorio Veneto, e Anpi.

Soldati repubblichini e partigiani in qualche modo uniti, purtroppo, dalle brutture della guerra, hanno trovato asilo sotto lo stesso tetto. Con il trascorrere degli anni certi avvenimenti sono caduti nell’oblio e la struttura ha mutato pelle passando dalla vocazione sociale e civile a quella culturale prima e commerciale poi.

“Le ben delimitate decorazioni esterne”. Foto di Leti Gagge.

Dentro alle sale affrescate da Giuseppe Santagata e illuminate dalle sue suggestive vetrate si sono succeduti un cinema il Ritz, un noto Jazz Club il Lousiana, e oggi un risto pub.

“Ingresso della Casa del Mutilato”. Foto di Leti Gagge.

Io da ragazzo abitavo nella stessa via e il palazzo faceva parte del mio tragitto quotidiano verso la scuola da me frequentata, il Liceo D’Oria. Ricordo che dell’edificio mi avevano colpito diversi aspetti: il suo disegno a bande marmoree bianco nere proprio come le chiese o i palazzi delle antiche e nobili famiglie genovesi, il primo.

La Casa del Mutilato infatti è suddivisa in due ali di cui la prima caratterizzata dall’alternanza del marmo bianco di Carrara e di quello scuro di Levanto, bianca monocroma, l’altra.

Sul cornicione della prima è scolpita la frase: “Il sacrificio è un privilegio di cui bisogna essere degni”.

“La statua della Vittoria di Guido Galletti”. Foto di Leti Gagge.

“La statua vista da un’altra prospettiva”. Foto di Leti Gagge.

La presenza di due statue una delle quali, la seconda, esposta quasi in disparte. Se infatti la dea alata della Vittoria armata di spada di Guido Galletti, sorveglia l’ingresso principale, quella di Eugenio Baroni (in realtà un bozzetto) è relegata di lato.  Una scultura quest’ultima rappresentante il Monumento al Mutilato dedicata a tutti i caduti della Grande Guerra che immortala una scena dal significato assai tragico: un fante esausto sorretto da una parte da una magra ed anziana signora incappucciata e dall’altra da un soldato che gli indica con un braccio mutilo di mano, l’avvenire di sofferenza che ha davanti.

“Il complesso scultoreo del Mutilato di Eugenio Baroni”. Foto di Leti Gagge.

“Primo piano delle statue in cui risaltano i volti allucinati”. Foto di Leti Gagge.

“Cannone della Grande Guerra”. Foto di Leti Gagge.

A questa statua è legato anche un piccolo ricordo personale che riguarda mio nonno materno insieme al quale, a volte, mi soffermavo ad ammirane le fattezze. Dietro di essa c’era un grande cespuglio di alloro dal quale raccoglieva le foglie e qualcuna, oltre che finire meno eroicamente nell’arrosto o nel polpo della nonna, la deponeva sul basamento. Non c’era bisogno di parole o spiegazioni del mio avo per capire l’intensità che quell’immagine sapeva sprigionare.

Infine la terza, la più importante, la scritta, o meglio il motto scolpito nella facciata, tra due teste di medusa che recita “La Guerra è la lezione della Storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”. Un monito concepito dal presidente dell’Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra Carlo Delcroix.

Una lezione valida e attuale ancora oggi che, Benito Mussolini, non pago delle nefaste campagne colonialiste in Africa, evidentemente non sarebbe stato in grado di fare propria.

Di lì a poco infatti avrebbe ricondotto nuovamente il Paese in guerra.

Storia dei Guardiani della Città…

Sopra la Galleria N. Bixio, intitolata al generale garibaldino, che collega le Piazze Corvetto e Portello, nel 1929 sono state collocate, opera dello scultore Eugenio Baroni, le statue dei due condottieri più famosi della nostra storia:
La prima raffigura Guglielmo Embriaco, il conquistatore di Gerusalemme, con una grande Croce di S. Giorgio sul petto e la spada avvolta nell’alloro.

embriaco
“G. Embriaco del Baroni 1929”


Ai piedi è posto un elmo saraceno a ricordare le sue imprese in Terrasanta.
La seconda rappresenta invece un anziano Andrea D’Oria, l’ammiraglio padre della Patria, nell’atto di lisciarsi pensieroso la barba, con un mano, e pronto a brandire la spada, con l’altra.

"Andrea Doria del Baroni del 1929".
“Andrea Doria del Baroni del 1929”.

Fra le gambe un delfino a simboleggiare il suo rapporto privilegiato con il mare.
A me piace pensare che ci proteggano…