Pala di Ognissanti: il Paradiso pieno di vita di Ludovico Brea

​C’è un quadro a Santa Maria di Castello che, se ti fermi a guardarlo da vicino, sembra quasi un’istantanea scattata durante una festa. Si chiama Pala di Ognissanti conosciuta anche come Incoronazione della Vergine o Paradiso.

A realizzarla è il maestro nizzardo Ludovico Brea nel 1513, uno degli artisti più amati a Genova a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento.

Si tratta di un’opera sorprendente, la cui peculiarità sta nel fondere il sacro con la vita reale, catapultando i personaggi famosi dell’epoca al centro del Paradiso.”

​Tutto parte da Teodorina Spinola. Quando rimane vedova, commissiona questo grande dipinto per la cappella di famiglia. Tra il contratto e la consegna finale passano però ben tredici anni. Un tempo lunghissimo, dovuto forse alla fatica di mettere insieme un lavoro così grande o alle tensioni che in quel periodo scuotevano i Domenicani, a cui Brea era molto legato.

​Il risultato è un’opera affollata da più di duecento personaggi. Al centro, racchiusi in una sfera di luce, la Trinità incorona la Madonna, mentre tutt’intorno la scena si riempie di vita.

​Sulla sinistra si vedono proprio Teodorina e i suoi due figli, dipinti di profilo con i loro abiti scuri, sistemati subito dopo la fila degli angeli per stare il più vicino possibile al Paradiso. Accanto a loro ci sono i santi domenicani come San Domenico e Tommaso d’Aquino, che sembrano quasi fare da padroni di casa. Tra gli altri frati, secondo alcuni studiosi, si nasconderebbe persino il volto di Girolamo Savonarola, mentre in mezzo alla folla Brea potrebbe aver infilato il suo stesso autoritratto.

La prefella alla base della pala.

​La cosa divertente è l’aria che si respira tra la gente. Ci sono dame milanesi affiancate a mercanti con vestiti fiamminghi. In prima fila, una santa si gira verso di noi come se volesse farsi fotografare, rompendosi del tutto dall’atmosfera solenne. E intorno a lei le persone si parlano all’orecchio e si guardano, come se si stessero scambiando un pettegolezzo a mezza voce.

​Ci sono anche dei dettagli curiosi: tra due frati spunta ad esempio una testolina più piccola e senza aureola, che non c’entra niente con il resto. Probabilmente è il ricordo di una prima versione del quadro, poi modificata in corsa.

Dettaglio della predella con il monte di Portofino.

​​In basso, nella fascia più piccola del Compianto su Cristo morto, l’atmosfera si fa più intima e malinconica. Sotto la luce soffusa del crepuscolo, la scena del lutto è affiancata da due scorci che aprono la vista sul mondo: da un lato una vallata interna dove la vita di tutti i giorni prosegue tra borghi e sentieri, dall’altro un mare aperto che si allunga verso l’orizzonte. È proprio qui che Brea dipinge uno dei panorami più antichi della Liguria, con il promontorio di Portofino, la costa genovese e l’inconfondibile sagoma della Lanterna. Tra le onde si scorgono persino delle caravelle con le vele spiegate dal vento, simbolo dei grandi viaggi e di un messaggio di accoglienza spalancato verso sponde lontane e nuovi mondi.

​Guardando quell’umanità così varia e imperfetta affollarsi davanti al cielo, viene subito in mente il Fabrizio De André di Preghiera in Gennaio

Venite in Paradiso

Là dove vado anch’io

Perché non c’è l’inferno

Nel mondo del buon Dio

​In fondo, Ludovico Brea ha dipinto proprio questo: un Paradiso accogliente e spalancato dove, tra santi, pettegolezzi e momenti di vanità, c’è un posto nel cielo per la gente di questa terra.

In copertina: La Pala di Ognissanti di L Brea conservata in Santa Maria di Castello.

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