L’oro di Genova e la spada dell’Impero: a colloquio con Ambrogio Spinola

​Il loggiato superiore di Palazzo Doria-Spinola all’Acquasola apre lo sguardo sulle alture di Genova, mentre la luce del pomeriggio scivola lungo le pareti affrescate con le mappe delle grandi città d’Europa. È tra queste arcate che il Generale ritrova il respiro della sua terra dopo le fatiche del Nord. Seduto al grande tavolo in noce, tra cartine topografiche, corrispondenze della Corona e registri di cambio, Ambrogio Spinola mi accoglie con la sobria ed elegante compostezza del patrizio genovese.

​Eccellenza, La ringrazio per avermi accolto e concesso questo breve colloquio!

Nel panorama del Seicento la sua figura resta un caso unico: un patrizio genovese che a trentaquattro anni, senza alcun passato da comandante, arruola novemila uomini di tasca propria e parte per i Paesi Bassi. Che cosa l’ha spinta verso un’impresa simile?

Nella loggia suleriore le rappresentazioni cittadine di Felice Calvi

​(Sorride appena, posando la piuma sul registro)

​​A Genova le lettere di cambio e l’oro sono sempre stati lo strumento del nostro potere, ma per l’aristocrazia della Superba la vera misura del valore restava la reputazione. Mio fratello Federico era già impegnato sul mare con le sue galee; io compresi che la sola finanza non bastava a garantire alla Repubblica e al mio casato il peso politico che meritavano nel grande scacchiere europeo. Non sono andato nelle Fiandre per fare il soldato di ventura, ma per portare il metodo genovese sui campi di battaglia terrestri: calcolo del rischio, rigore economico e disciplina. Non serviva essere cresciuti in caserma per capire che un esercito ben pagato, equipaggiato e addestrato combatte con lealtà e non si ammutina.

​Genova era il cuore finanziario dell’Impero spagnolo. Quanto c’era della sua città natale nelle sue leggendarie campagne militari?

Tutto. Genova non possedeva un esercito di conquista, ma muoveva l’oro che faceva marciare i tercios. Il credito e la solidità delle nostre famiglie erano la vera spina dorsale dell’Impero. Senza la reputazione del Banco di San Giorgio e le risorse della nostra terra, non avrei mai potuto sostenere l’assedio di Ostenda né guidare le armate nei Paesi Bassi. Quando tornavo qui all’Acquasola, tra una campagna e l’altra, mi serviva una dimora all’altezza per ricevere ambasciatori e principi, ricordando a tutti che il nome degli Spinola e di Genova contava quanto quello dei più grandi re.

Ritratto opera di Michiel van Mierevelt.

​La vittoria di Breda nel 1625 e il succesivo celebre quadro di Velázquez l’hanno consegnata alla storia per la sua generosità verso il nemico sconfitto. Un gesto d’altri tempi?

​Velázquez ha saputo cogliere l’essenza di quella giornata. Concedere l’onore delle armi a Justin di Nassau e trattare i vinti con rispetto non fu solo un atto di cortesia cavalleresca, ma una precisa scelta politica guidata dal pragmatismo genovese. Distruggere Breda o infierire sugli sconfitti non avrebbe portato alcun vantaggio reale: la vera vittoria deve pacificare e stabilizzare, non seminare odio per le guerre successive.

​Eppure, l’ultima fase della sua vita, durante la Guerra di successione di Mantova e del Monferrato, fu segnata da profonde amarezze.

​(Il tono si fa più cupo e riflessivo)

La resa di Breda. Tela realizzata tra il 1634 e il 1635 da Diego Velázquez. Museo del Prado. Madrid.

​Nel settembre del 1629 sbarcai per l’ultima volta nel porto di Genova, acclamato dalla mia gente, prima di assumere il governo di Milano e muovere verso Casale Monferrato per impedire che il ducato cadesse in mano filo-francese. Ma a Madrid la politica era cambiata: il Conte-Duca di Olivares mi negò i fondi e i rinforzi promessi, costringendomi ad attingere ancora una volta al mio patrimonio e al credito genovese. Poi arrivò la peste, devastante e incomprensibile per i mezzi dell’epoca. Manzoni, due secoli dopo, mi ha giudicato con la penna del letterato; ma io stavo eseguendo gli ordini del mio sovrano e difendendo lo Stato con i soli mezzi disponibili, rispondendo come scrissi allora negli editti: «Provvederò nel miglior modo possibile che il tempo e le necessità presenti permetteranno».

​Fino al commovente finale a Casale, con l’intervento del giovane Giulio Mazzarino.

Le estenuanti trattative condotte dal giovane Giulio Mazzarino per giungere alla tregua furono l’ultimo barlume di ragione in mezzo alla follia della guerra. Quando la malattia mi piegò a Castelnuovo Scrivia nel settembre del 1630, morii con l’amarezza per le trame di corte, ripetendo fino all’ultimo che m’avevano tolto l’onore e la reputazione.

Il doppio ordine de loggiato con al centro il portale proveniente dal palazzo del Principe”. Veduta dall’interno.

​Qual è l’eredità più grande che un genovese come lei lascia alla sua terra?

L’aver dimostrato che con il rigore, la misura e la visione della nostra Repubblica si poteva non solo gestire l’economia del mondo, ma guidarne gli eserciti e insegnare all’Europa l’arte di vincere con dignità — dimostrando che i genovesi sapevano imporsi da grandi condottieri non soltanto sul mare, ma anche sulla terraferma.

In Copertina: ritratto del marchese Ambrogio Spinola (1569-1630) realizzato da Peter Paul Rubens intorno al 1630.

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