È una mattina in cui la tramontana soffia forte dai monti verso il mare, spazzando il cielo di Genova e rendendo l’aria tersa come in un quadro di Rubaldo Merello. Trovo Togliatti seduto da solo a un tavolino all’aperto da Guarino, a Spianata Castelletto, con gli inconfondibili occhiali appoggiati sulla prima pagina de «l’Unità». Mi avvicino al tavolino e lo chiamo per nome.
(Togliatti appoggia lentamente la tazzina sul piattino, alza lo sguardo e mi squadra da sopra le lenti con una punta di sorpresa, prima di accennare a un sorriso sornione.)
«Come ha fatto a riconoscermi? Da queste parti sono in ben pochi a sapere che sono nato proprio qui sotto: mi prendono tutti per torinese, o per romano. E poi i genovesi non danno molta confidenza a chi non conoscono…»
— Sagoma inconfondibile, bariccole appoggiate su l’Unità e questo sguardo acuto… non lasciano dubbi -rispondo io-E poi che lei sia nato in via all’Albergo dei Poveri 8 int 1 — quella che oggi chiamano via Bellucci a pochi passi dal Convitto del Liceo Colombo —, qualcuno a Genova se lo ricorda ancora. Tra l’altro suo padre-se non erro- ne era amministratore.

(Togliatti fa un cenno discreto verso la sedia libera, divertito.)
«Vada avanti allora, si sieda… vedo che lei è bene informato…»
— Le fa strano tornare qui? Per molti lei è l’uomo di Roma, di Mosca, della Costituente… ma tutto comincia da queste parti.
«Nessuno che sia nato a Genova se ne stacca mai davvero. L’ho lasciata che avevo solo quattro anni -è vero-, ma certi posti ti restano scolpiti dentro. Per questo ci successivamente tornato innumerevoli volte. Genova ti aiuta a schiarirti le idee. Venire al mondo al civico 8 di quella salita al Carmine, all’ombra dell’opera che Emanuele Brignole edificò per dare dignità agli ultimi, ti dà subito la misura della vita. Ti insegna che la solidarietà non è paternalismo o buonismo di facciata, ma un dovere rigoroso che connota la cifra di un uomo. Mi battezzarono a due passi da lì, nella parrocchia di Sant’Agnese, e mi chiamarono Palmiro perché era la domenica delle Palme. Genova ti costringe a salire in pendenza guardando l’orizzonte: niente retorica, schiena dritta e fatti concreti. Quell’impronta ti resta addosso per sempre, persino nei corridoi del Comintern a Mosca.»
— Torino segnò l’incontro decisivo con Antonio Gramsci e la nascita del Partito Comunista nel 1921 a Livorno.

«Torino fu la fucina teorica. Antonio era la mente brillante: da lui ho imparato a leggere la società come un corpo vivo da comprendere nell’egemonia culturale. Con lui e Terracini fondammo L’Ordine Nuovo, e a Livorno rompemmo con il PSI. Eravamo giovani e convinti che la storia chiedesse una svolta. La sua perdita nelle carceri fasciste fu una ferita immane; curare e pubblicare i suoi Quaderni è stato uno dei doveri morali più grandi della mia vita.»
— E la Genova del porto e delle fabbriche come s’inseriva in questo percorso?
«Genova era la verifica sul campo. La Compagnia Unica e le grandi fabbriche erano il laboratorio reale della lotta di classe. Quando pensavo alla forza dei lavoratori, pensavo agli scaricatori del nostro porto: uomini che si spaccavano la schiena e pretendevano rispetto per la propria dignità. Ogni volta che tornavo qui da segretario del partito, chiedevo sempre ai compagni un salto “fuori programma” tra i camalli della Sezione Portuali, senza cerimoniali. Avevo bisogno di guardare quegli uomini negli occhi per capire se la linea del partito stesse tenendo i piedi per terra o se ci fossimo persi nelle chiacchiere di Palazzo.»
— In questa terra ligure c’era anche Sandro Pertini.
«Ah Sandro! Un savonese di Stella, ma genovese nello spirito. Tra noi c’è sempre stata una dialettica aspra: lui socialista intransigente, passionale, uomo d’azione; io più incline al calcolo politico e alla mediazione. Abbiamo battagliato spesso, ma con una stima sconfinata. Quando Pertini parlava, sentivi l’impeto di chi non si è mai piegato a nessun compromesso morale.»
— Tra le sue scelte più difficili ci fu l’amnistia del ’46. E poi, due anni dopo, i tre colpi di pistola a Montecitorio.
(Togliatti sospira, guarda verso le navi al largo e tiene una mano vicina agli occhiali su «l’Unità»)
«Due momenti legati dalla stessa responsabilità. L’amnistia del ’46 fu una scelta durissima e criticata, ma l’Italia doveva pacificarsi e costruire la Costituzione. Nel ’48, quando Pallante mi sparò a Roma, il Paese fu a un passo dal baratro. A Genova i portuali avevano già occupato la prefettura, la gente era pronta all’insurrezione. Dal letto d’ospedale chiesi solo di mantenere la calma. Non si poteva rischiare la guerra civile e distruggere la democrazia per cui aveavamo lottato: il senso dello Stato viene prima di tutto.»

— Nel 1960 però Genova dimostrò che su certi principi non si trattava: le giornate contro Tambroni fecero la storia.
«Giorni straordinari. Genova ha il demone della libertà nel sangue. Nel ’60 la città disse un “No” tondo al tentativo di sdoganare il fascismo. Vedere i ragazzi con le magliette a strisce scendere dalle salite di Castelletto e riempire le piazze insieme ai vecchi partigiani e ai portuali fu una conferma: la democrazia in Italia era viva perché la gente comune era disposta a difenderla con i denti.»
— Le mancava la città quando era lontano?
«Un genovese non ammette la nostalgia con sentimentalismo (accenna un sorriso schivo). Mi mancava la dimensione di Genova: il vento che spazza via la calìgo dalle idee e quel modo tipico ligure di stare al mondo, allergico agli squæxi, diffidente verso la demagogia, concreto legato alla sostanza. Forse quel soprannome, “il Migliore”, nato tra i compagni per via del rigore e della freddezza politica, trovava proprio in questo imprinting un terreno fertile: qui impari presto che le parole si pesano e le chiacchiere non pagano le cambiali.»

— Un augurio a Genova prima di salutare?
«Di non perdere mai la schiena dritta. Genova sa cosa vuol dire camminare in salita e controvento, ma non si è mai piegata. Continui a guardare il mare e a ricordarsi che la sua vera forza sta nella dignità di chi lavora e nello spirito di comunità.»
Genova ha intitolato a Palmiro Togliatti una via nel quartiere di Quinto e una sezione della Compagnia Unica del Porto del CULMV), a rimarcare quel legame speciale tra il leader del PCI e i camalli del porto di Genova.
In Copertina: Dalla Spianata di Castelletto. Foto di Anna Armenise.
