Jacopo Ruffini, il coraggio di un patriota

Sono passati oltre due secoli, ma via delle Grazie conserva ancora intatto il suo fascino. Un tempo crocevia di marinai diretti all’omonimo santuario per chiedere una grazia, oggi è un caruggio animato da turisti e da alcune trattorie molto apprezzate.

La targa commemorativa sula facciata della casa natale di Jacopo Ruffini in Via delle Grazie.

Qui, il 22 giugno, nacque Jacopo Ruffini:

«Sono nato lo stesso giorno di Pippo, (Giuseppe Mazzini). Il mio destino, dunque, era segnato fin dalla nascita».
-A soli vent’anni -rompo il ghiaccio io- lei era già laureato in legge.
«Sì, e poco dopo divenni vicepresidente del Tribunale di Prefettura. Una carriera rispettabile, ma non la mia».

-Perché lasciò il diritto?

«Genova, in quegli anni, ribolliva, un bollezumme di idee come quando il mare sembra calmo ma si sta per agitare. La superficie si increpa per il movimento delle acciughe che si difendono dall’attacco del tonno; Repubblicani, anarchici, garibaldini, ribelli: l’aria stessa era sovversiva.

Decisi di iscrivermi a medicina e, con l’aiuto di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe, presi una seconda laurea. Nel 1829 entrai nella Carboneria. Anche Giovanni e Agostino due dei miei fratelli più giovani seguirono le mie orme ma furono successivamente costretti all’esilio a Londra, in Svizzera e a Marsiglia».

Palazzo Baxadonne De Farnchi in via San Giorgio 32. Sede della Carboneria a Genova. Foto di Ettore Parodi.

«Sognavo un Italia, libera, unita, indipendente e repubblicana.
Conobbi il poeta Gian Carlo Di Negro e l’armatore Raffaele Rubattino. Ufficialmente ero un medico dell’ospedale di Pammatone; in realtà organizzavo uomini e mezzi, soprattutto lungo il confine francese».


Nel 1831 Jacopo, durante una riunione segreta tenutasi in casa propria, giurò fedeltà alla Giovine Italia. Le sue parole, pronunciate allora, restano una delle testimonianze più intense del Risorgimento:

«Eccoci in cinque giovani, molto giovani, con assai scarsi mezzi, chiamati ad abbattere un governo stabilito. Non possiamo contare che sugli aiuti che sapremo crearci da noi stessi. Ho il presentimento che a pochi di noi sarà dato vivere per vedere la vittoria, ma il seme sparso fruttificherà dopo di noi.»

-La sua attività cospirativa proseguì senza sosta, come fecero a scoprirla?

«Forse la polizia sabauda si insospettì per i miei continui spostamenti. La sera tra il 13 e il 14 maggio 1833 stavo rientrando a casa. Sentii un colpo secco al collo. un dolore acuto, poi il buio. Non ricordo più nulla. Quando riaprii gli occhi ero in carcere.

La Torre del Popolo o Grimaldina, il carcere dove venne rinchiuso Ruffini. Foto di Leti Gagge.

L’accusa era gravissima — e vera: Ruffini era indicato come capo delle insurrezioni di Genova e Alessandria, previste per il mese successivo.
«Per un mese fui interrogato e torturato. Subii ogni tipo di sevizia che non voglio qui ricordare per non offendere la sensibilità dei lettori. Volevano i nomi. Li chiamavano complici; per me erano fratelli».

– Ha mai scoperto chi la tradì?

«Per spezzarmi e minare la mia fede dissero che era stato il mio collega medico Giambattista Castagnino. Io non ci ho mai creduto».

E infatti aveva ragione. Solo dopo la sua morte si accertò che a favorire l’arresto furono due delatori furieri di fanteria, Sebastiano Sacco e Lodovico Turffs.

La cella di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.

“Per non tradire i miei amici e i miei ideali scelsi la morte. L’unica strada era il suicidio.

Come avrebbe scritto nel 1847 nel suo Canto degli Italiani il mio amico Goffredo“:

«Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.»

“Io ero pronto… o forse no..”

Mi tagliai gola e polsi ma prima di morire scrissi con il mio sangue sul muro della cella la risposta che gli aguzzini aspettavano da tempo:

“la risposta?… la vendetta dei miei fratelli”.

La porta della cella. Foto di Leti Gagge.

Lo trovarono esanime, la gola e i polsi squarciati, immerso in un silenzio che puzzava di messinscena. Per il Regno di Sardegna il verdetto fu immediato: suicidio per rimorso. Ma la verità ufficiale scricchiola sotto il peso del sospetto. Ruffini, mente della Giovine Italia, era già un condannato a morte; perché allora anticipare il boia con una carneficina solitaria?

​L’ipotesi che tormenta la Storia è un’altra: un omicidio di Stato. Un’esecuzione pubblica avrebbe acceso la miccia della rivolta, trasformandolo in un simbolo. Meglio ucciderlo nel buio di una cella, simulando un atto di disperazione, per soffocare il martire insieme alla cospirazione.

La prigione di Jacopo Ruffini. Foto di Leti Gagge.

​Ancora oggi, quel sangue sulle pareti della prigione parla di un uomo che forse non scelse di morire, ma che fu “spento” per evitare che la sua fine diventasse l’inizio di una rivoluzione.

Nella torre Grimaldina in sua memoria è posta la lapide con l’iscrizione:

«Consacrò queste carceri il sangue di Jacopo Ruffini / mortovi per la fede italiana – 1833»

Genova gli ha dedicato una via nel quartiere di Carignano e l’istituto ITC in Largo della Zecca.

In Copertina: Jacopo Ruffini Genova, 22 giugno 1805 19 giugno 1833 Patriota Stampa del 1896

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