Tra i protagonisti di quei giorni decisivi ci fu anche Lilio Giannecchini, “Toscano”, vicecomandante della brigata Oreste della divisione Pinan Cichero. Uomo dal carattere schietto e deciso, come suggeriva il suo nome di battaglia scelto in onore della sua terra d’origine, fu tra coloro che vissero in prima linea uno dei momenti più delicati della fine della guerra.
Quando venne firmata la resa, il generale tedesco Günther Meinhold e il partigiano Toscano si trovarono faccia a faccia. In quell’istante sospeso tra la fine della violenza e l’inizio di qualcosa di nuovo, accadde qualcosa di inatteso, quasi disarmante nella sua semplicità.
Il generale disse:
“devo purtroppo uccidere il mio pastore tedesco perché non me lo posso portare a casa”.
Parole che, in mezzo alla distruzione e alla morte, rivelavano una fragilità profondamente umana. Il Toscano non esitò a rispondere:
“non si preoccupi, lo terrò io e lo terrò bene”.

Meinhold accettò, ringraziando con formalità. Ma quel gesto, piccolo solo in apparenza, rimase inciso nella memoria di entrambi.
Anni dopo, con il pretesto di rivedere il cane, il generale tornò a Genova in abiti civili, accompagnato dalla famiglia. Cercò proprio quell’uomo che, pur vincitore, lo aveva trattato con rispetto. Quando lo incontrò, chiese dell’animale, poi lo abbracciò e disse:
“noi due siamo stati due uomini giusti”.
In quella frase c’era tutto: il riconoscimento reciproco, la consapevolezza di aver scelto la dignità invece della vendetta.
E non era retorica. In quei giorni i tedeschi, ormai accerchiati, avevano minacciato bombardamenti e stragi se non fosse stato loro consentito di lasciare la città armati. I partigiani rifiutarono con fermezza, ma evitarono azioni che potessero trasformare Genova in un inferno. Meinhold comprese che insistere avrebbe significato un massacro inutile, senza via d’uscita per i suoi uomini. Ordinò quindi la resa, ponendo una sola condizione: essere consegnato agli Alleati quando questi fossero arrivati in città.
Intanto, il 25 aprile, Toscano insieme al suo comandante Gino Tasso, detto “Tigre”, percorse le valli Scrivia e Polcevera fermandosi in ogni forno, chiedendo di triplicare la produzione di pane. Non per i vincitori, ma per i prigionieri.
In mezzo alla barbarie, gesti come quello del cane – e del pane – raccontano una verità più profonda: anche nella guerra più dura, c’è spazio per riconoscersi uomini.
Liberamente tratto dal racconto di Vito Cosola su Quattropagine, giornalino della Val Borbera, del 4 aprile 2025.
Ringrazio Nadia Tasso, figlia del Comandante Tigre, per avermi segnalato questa particolare testimonianza.
In copertina: immagine di fantasia creata con Gemini IA.
