Lo aspetto impaziente ai piedi della scalinata che conduce al suo portone di Corso Dogali n. 5. L’aria è tagliente, profuma di pietra umida e di vento salmastro: l’odore delle mattine genovesi che sembrano scolpite più che vissute.
Montale si presenta impeccabile nel suo elegante doppio petto grigio, con l’immancabile Borsalino che trattiene sul capo con una mano per difenderlo dalle raffiche di vento. Ha il passo lento e misurato, quasi assorto. Quando comincia a scendere, percepisco il rumore secco e incerto dei suoi tacchi sulla scala: un suono che mi raddrizza la schiena e mi fa trattenere il respiro.
Gli vado incontro e lo prendo sottobraccio, proprio come nella sua celebre poesia:
«Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue».

Sono imbarazzato: non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un monumento della letteratura. Mi sento goffo, fuori posto, come se stessi violando un territorio sacro.
— Professore — esordisco — come è iniziata la sua passione per la scrittura?
Lui sospira, appena, come chi richiama alla mente anni lontani.
«A causa della mia cagionevole salute mio padre mi iscrisse all’Istituto Tecnico di Ragioneria. Secondo lui il Vittorio Emanuele sarebbe stato più funzionale al mio benessere. In realtà voleva assicurarsi un valido ragioniere per la sua ditta di prodotti chimici. Ma io, in uno scagno chiuso fra quattro pareti a fare i conti senza vedere il mare, non mi ci vedevo proprio. Così non perdevo occasione per ampliare i miei orizzonti: fuggivo in biblioteca. Da autodidatta, i miei compagni di avventura divennero Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, D’Annunzio, ma anche anche Rousseau, Proust Baudelaire, Valery, Mann, Rainer Maria Rilke e Mallarmé.
Assistevo inoltre alle lezioni private di filosofia di mia sorella Marianna e mi appassionai a Schopenhauer, Kierkegaard, Heidegger e Nietzsche.

Nel 1917, poco più che ventenne, i miei sogni si sgretolarono sotto i colpi dei mortai della Grande Guerra. Lì imparai che il dolore può diventare una stanza permanente nella memoria.»
Un silenzio breve cade fra noi, e in quel silenzio mi sembra di sentire il peso di anni che non ho vissuto.
È a Monterosso, dove passa le estati con la famiglia, che Eugenio elabora la sua prima poetica, quella che con Ossi di seppia lo renderà immortale.

«Volevo esprimere tutto il mio male di vivere e l’incapacità di dare un senso all’esistenza. La Liguria, così scarna, rude, essenziale, è stata il palcoscenico ideale: scavata nella pietra, aggrappata agli scogli, in continua tensione verso il mare, perennemente insoddisfatta.»
«Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama…»
La sua voce si spegne appena sulla citazione. Il discorso si fa tetro e — mi maledico per non essermi saputo trattenere — tento goffamente di alleggerire.
— Però a Monterosso c’era anche pieno di formose valchirie teutoniche a dare un senso a tutto questo incerto vagare…
Appena lo dico, vorrei riprendermi le parole.
Mi fulmina con uno sguardo sprezzante. Basta quello per farmi sentire sciocco.

Tossisco, imbarazzato, poi riprendo il filo.
— E… cosa ha significato per lei il Fascismo?
Lui si ferma un istante, come per scegliere con cura le parole.
«Ho subito intuito che si sarebbe stagliato all’orizzonte un futuro plumbeo e nefasto. Così, nel 1925, ho firmato il manifesto antifascista di Benedetto Croce. Ma, oltre alla politica, c’era la mia inquietudine personale. Nel 1929 cercai ristoro trasferendomi a Firenze, la patria dei miei amici di gioventù, che leggevo con ardore e meraviglia. Qui conobbi Gadda e Vittorini.
Inizialmente i gerarchi non badarono a me; dieci anni più tardi, quando ormai avevo una certa notorietà, mi imposero di entrare nel Partito. Mi rifiutai e loro, per tutta risposta, mi lasciarono diciotto mesi senza stipendio, poi mi licenziarono dal Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux.»
Abbassa lo sguardo, come se rivedesse i caruggi della sua infanzia.
«Genova la amavo alla follia… “Quando io venni al mondo Genova era una delle più belle e tipiche città italiane…”»
Mentre cita se stesso, ha un tono diverso: più caldo, più intimo. Forse casa è una ferita che brucia e consola insieme.
Lessi “Pianissimo” di Camillo Sbarbaro, per me fu un maestro e la sua opera una e vera e propria illuminazione. Grazie a lui frequentai anche Quasimodo.
«Ma Genova mi stava troppo stretta, troppo indaffarata nei suoi commerci. Non c’era spazio per i miei versi. Avevo bisogno di immergermi in una nuova realtà e come se non bastasse faticavo anche ad arrivare alla fine del mese.»
«Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!»
«Così, nel 1948, fu la volta di Milano, la città del lavoro. Lì trovai impiego al Corriere della Sera, occupandomi di musica e continuando a scrivere.
Nel 1975 mi giunse inaspettata una lettera da Stoccolma: il Premio Nobel.
“Per la sua poetica distinta..” — la motivazione era questa.
Mi sono sempre chiesto — ride amaro — se quei vichinghi avessero mai letto davvero una mia poesia.»

«Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida…»
La sua voce si fa più bassa, quasi un soffio.
Il tempo è volato. L’aria si è fatta più fredda e trasparente, come se il mondo avesse deciso di imitare i suoi versi. Ora è giunta l’ora di rientrare.
Lo accompagno sulle scale. In “quell’aria di vetro” si stringe nel cappotto: con una mano si solleva il bavero, con l’altra trattiene il cappello perché il vento non glielo strappi via.
Poi si allontana, un’ombra elegante contro la luce bianca del mattino, «zitto tra gli uomini col suo segreto».
Io resto fermo un istante, ad ascoltare il suo passo che si dissolve.
E capisco che certe presenze svaniscono così: lasciando nell’aria un tremito, un segno che non si può spiegare.
Genova lo ha omaggiato con la targa commemorativa sulla sua casa natale, un Auditorium sull’omonimo Largo e una scuola (Nuovo IPC).

Chi è questo Privilegiato che ha scritto è descritto l ‘ incontro?
Io. Ovviamente è un racconto poetico di fantasia.