Sono un figlio dei caruggi.
Là dove la luce fatica a entrare e il mare arriva come un respiro caldo tra le case.
È lì, in via San Bernardo al n. 30, che nacqui il 5 settembre 1827.
Portavo in me due anime:
quella elegante e nobile dei marchesi Zoagli, da mia madre,
e quella temprata dal sale e dal vento di mio padre, marinaio diventato ammiraglio.
Due sangui diversi, due destini.
Io, invece, ero soltanto un ragazzo ribelle che non sapeva stare fermo.

Alle Scuole Pie dei Padri Scolopi imparai la disciplina, la grammatica, il latino.
e imparai anche che nulla può ingabbiare un cuore quando decide di correre. All’università frequentai i corsi di legge e filosofia e qui venni a contatto con i membri della Carboneria genovese.
Le poesie erano la mia fuga, la mia tregua, il mio modo di respirare.
Scrivevo per calmare il tumulto che avevo dentro.

Mi trasferii con la mia famiglia nei presso di San Lorenzo, nel Palazzo Senarega Zoagli in Largo G. A. Sanguineti 11.
Recita così la lapide apposta sul prospetto:
“Dava il Sangue alla Patria / Ai Secoli il Canto / Goffredo Mameli / che in Queste case / ebbe (cancellato) Dimora / 1827 – 1849 / La Democrazia Genovese Poneva / il 30 Luglio 1876”.
Poi venne il 1847 e Genova il 10 dicembre celebrò il centounesimo anniversario della cacciata degli Austriaci. Vennero trentamila patrioti da ogni parte d’Italia. In quell’occasione, sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Loreto, venne per la prima volta eseguito dalla Filamornica sestrese, il futuro Inno nazionale.
E io, con il tricolore alzato come una fiamma, mi trovai in testa al corteo.
Dicono che fossi uno che cercava solo il disordine, un piantagrane.
No. Io cercavo l’Italia.
Quell’Italia che ancora non c’era, ma che io già vedevo.

Avevo vent’anni quando scrissi il Canto degli Italiani.
Il mio amico Michele Novaro con la sua musica gli diede voce.
Lo chiamate Inno di Mameli, lo cantate in occasione delle vittorie sportive o degli eventi ufficiali. Oppure “Fratelli d’Italia!”. Lo stesso nome -mi dicono- dell’attuale partito di maggioranza con il quale però non ha molti valori in comune.
Per noi era un giuramento d’amore, di fedeltà, di sangue.
“Siam pronti alla morte”.
Io lo ero davvero.

Quando seppi infatti che Nino Bixio combatteva a Milano, non ci pensai:
andai, insieme a trecento volontari.
E Garibaldi mi promosse di grado, una fiducia troppo grande per un ragazzo così giovane. Che orgoglio, divenni capitano!
Ma io volevo essere all’altezza di quel sogno.
Anche quando i moti fallirono, il fuoco non si spense.
Pippo — Mazzini — mi chiese di scrivere l’Inno Militare, e Verdi lo musicò.
Dirigevo Il Diario del Popolo, dalle pagine del mio giornale accendevo speranze a ogni parola.
Poi, nel febbraio del ’49, sembrò che tutto potesse finalmente diventare reale.
La Repubblica Romana: il triumvirato di Saffi, Armellini e Mazzini al quale scrissi io stesso di mio pugno quel famoso dispaccio:
«Roma! Repubblica! Venite!»
E venimmo.
E combattemmo.
Come leoni, come fratelli, come italiani.

Sul Gianicolo, però, il destino decise per me.
Una fucilata alla gamba.
Un dolore caldo, feroce.
I compagni mi soccorsero e mi portarono all’ospizio di Trinità dei Monti:
li ricordo ancora mentre correvano, sento ancora le voci concitate, il fragore delle bombarde, le grida mentre non mi lasciavano cadere.
La gangrena avanzava.
Bertani e Bixio decisero l’amputazione.
Era tardi.
L’infezione mi prese piano, come una notte che non finisce.
“Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso
Non ha vent’anni ancora
Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso..” avrebbe cantato un altro poeta (De André) di fronte ad una crudele e prematura scomparsa.
«Alle 7 e mezzo antimeridiane del 6 luglio 1849 spirava in Roma all’ospedale della Trinità de’ Pellegrini la grande anima di Goffredo Mameli.»
Nino Bixio.
Avevo quasi ventidue anni.
Mi coprirono con il tricolore.
Il mio primo amore.
Il mio ultimo abbraccio.
Non rimpiango nulla.
Ho amato la mia patria con la ferocia e la dolcezza di un ragazzo che non ha paura di morire.
Ho scritto parole che non erano canzoni, ma desideri.
Ho creduto in un’Italia libera, unita, migliore.
E anche se il mio corpo è caduto giovane, la mia voce… la mia voce canta ancora.
Dentro ogni “Fratelli d’Italia”.
Dentro ogni cuore che sogna un paese più giusto.
Io sono Goffredo Mameli.
E la mia vita, breve e ardente, è stato tutto ciò che avevo.
E tutto ciò che potevo dare.
«Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.»
Genova gli ha dedicato un monumento commemorativo nel cimitero Monumentale di Staglieno, una strada nel quartiere di Castelletto, una galleria in Albaro alcune scuole e una Società sportiva natatoria a Voltri.
