Quando, in quel 1946 di miseria e speranza, il vero protagonista di Piazza Sarzano era lui: il piccolo mercatino rionale nato di fortuna attorno al Pozzo di Giano sovrastato dal busto del mitico fondatore della città.
Quando non c’erano ancora le strutture coperte o le moderne tettoie di oggi, ma solo banchi precari messi su con assi di legno, teli e lamiere sbilenche per proteggere dalla pioggia la poca merce rimasta.
Quando le massaie, con lo scialle di lana nera sulle spalle e la borsa di paglia al braccio, passavano da un banco all’altro contando i pochi franchi d’un tempo svalutato, cercando un cavolo o un po’ di pesce povero per sfamare la famiglia.
Quando quel cordone di banchi improvvisati rompeva il silenzio grigio delle rovine attorno — tra i muri sventrati del futuro Museo di Sant’Agostino a sinistra e l’imbocco di via Ravecca, probabilmente la via più antica della città a destra —, dimostrando che, finché ci fosse stato un mercato a fare comunità, la Vegia Zena di Sarzano non si sarebbe arresa.
