Benedetto l’eroe della Meloria… (quarta parte)…

Sul finire del ‘200 i rapporti fra le due monarchie si erano inaspriti per via delle rivalità sorte fra i Normanni, nuovi sudditi francesi e i marinai spagnoli di Baiona, al servizio del Regno d’oltre Manica. I Francesi, imparentatisi con i regni del nord (Danimarca e Norvegia), confidavano nell’aiuto di quest’ultimi per sconfiggere i nemici ma, a causa di una guerra scoppiata costoro, furono costretti a rivolgersi ai genovesi, signori del Mediterraneo, per fronteggiare gli inglesi nell’Atlantico. Come in passato già aveva fatto Luigi il Santo al tempo delle sue crociate, conferendo per la prima volta il titolo di ammiraglio di Francia ad Ugo Lercari e Guglielmo da Levanto e a Guglielmo Boccanegra la costruzione del porto di Aigües Mortes,  a Filippo il Bello parve scontato ingaggiare Benedetto .

Fu così che sul finire del 1294, per volere del sovrano francese, Benedetto prese il comando della flotta con il titolo di “amiraus géneraus”. Ispezionò  i porti e stabilì che questi dovessero essere organizzati come quello di Siviglia.

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“Il porto di Aigües Mortes in Camargue fondato a metà ‘200 dal genovese Guglielmo Boccanegra”.

Stilò un preventivo di spesa molto preciso e documentato per allestire la flotta, ingaggiare il personale, risistemare i porti e formare il personale.

Aumentò la paga mensile degli equipaggi da 35 a 40 soldi perché, parole sue “il soldo dei buoni marinai è guadagnato, quello dei cattivi è perduto”. Impose, per avere più scelta nell’arruolamento, il divieto di navigazione. In questo modo avrebbe avuto maggiori richieste d’imbarco e più possibilità di scelta. .

Presentò al re un piano d’azione articolato in quattro punti:

1) ordinaria guerra sul mare.

2) saccheggio costante dei porti nemici e rogo di ogni galea conquistata.

3) ovunque possibile, effettuare sbarchi e causare devastazione.

4) rifiuto dello scontro a terra con i nemici finalizzato a risalire rapidamente a bordo per ripetere la stessa aggressione in altro luogo.

Così facendo il nemico, non sapendo quando e dove sarebbe stato attaccato sarebbe stato costretto, a causa della paura, ad aumentare il presidio delle coste con conseguente incremento delle spese per la difesa del litorale. I sudditi, insoddisfatti per l’eccessivo esborso delle tasse necessario per mantenere le armate, si sarebbero ribellati mentre gallesi e scozzesi avrebbero trovato terreno fertile per rinfocolare le loro mire secessioniste. Le richieste del genovese furono esaudite, anzi di gran lunga superate, visto che il monarca armò 57 galee e 223 navi in grado di ospitare a bordo circa 7000 uomini.

"Filippo IV il Bello".
“Filippo IV il Bello”.

 

Forte dell’alleanza con l’Olanda e con le città basche, 500 anni prima di Napoleone, Benedetto replicò in grande quanto attuato contro Pisa , mise in atto il blocco continentale alla perfida Albione, ma l’isola riuscì a sopravvivere grazie al consolidamento dei canali commerciali con le Fiandre. Benedetto allora si concentrò sugli scali del mare del nord indebolendo la flotta mercantile fiamminga.

Nel frattempo i due stati, stanchi di combattersi, nel 1298 avevano stabilito una tregua e in quel periodo suggellarono matrimoni di stirpe: Edoardo d’Inghilterra impalmò Margherita di Francia e il di lei figlio Edoardo II la sorella di Filippo il Bello.

Costei, Isabella di Francia, fece deporre e assassinare il marito. Edoardo loro erede concorse alla successione del trono di Francia contro Filippo di Valois dando origine alla guerra dei cent’anni.

In questo mutato e complesso contesto il compito di Benedetto non aveva più ragion d’essere quindi, rispettati gli impegni presi con la corona e imposto ai nordici la forza dei genovesi anche sull’Atlantico, nel 1300 si dimise dal ruolo di ammiraglio supremo.

Sarà comunque un suo concittadino Ranieri Grimaldi a portare a termine l’interrotto progetto di ridimensionamento della flotta mercantile fiamminga.

Era giunto il tempo per Benedetto di tornare, ancora una volta, ad occuparsi delle proprie faccende in Oriente.

In quegli anni infatti le orde mongoliche avevano tolto ai musulmani i territori della Siria e l’ammiraglio partì entusiasta per aggregarsi, lieto di riprendere il discorso interrotto in precedenza con l’Egitto. Quando ormai le armate del sultano sembravano sul punto di cadere sconfitte sotto i colpi del Khan Ghazan, questi fu richiamato in patria per soffocare una rivolta intestina e la spedizione fallì miseramente.

I successivi tentativi di organizzare altri interventi furono soffocati sul nascere da papa Bonifacio VIII che temeva che dietro a questi propositi di riconquista si celassero solo gli interessi di singoli individui e non dell’Occidente intero.

"Porto di Siviglia al tempo della
“Porto di Siviglia nel ‘500 ma già da secoli genovesi avevano qui basi privilegiate”.

 

Ad aggravare la situazione i veneziani sconfitti da Lamba Doria a Curzola nel 1298, per rivalsa, avevano preso a devastare i domini della Repubblica in oriente, possesso di incluso. Da troppi anni infatti Zaccaria mancava dai suoi feudi e il mare di Bisanzio era tornato ad essere infestato da pirati, turchi e catalani, resisi baldanzosi a causa di un’imbelle marineria greca. Anche i traffici di allume che tanto avevano arricchito Benedetto cominciarono ad essere in pericolo. Il genovese, stanco di aspettare il supporto del re di Costantinopoli, più volte chiamato in causa, decise di farsi giustizia da sé e, con abile colpo di mano, da fine e coraggioso stratega quale era, rinforzò le difese di ed occupò l’isola di .

Riuscì così ad annoverare fra le sue proprietà due dei principali prodotti del levante, oltre all’allume di Focea, ora anche il mastice di cui l’isola era l’unica produttrice. Il mastice era molto apprezzato in oriente per gli elaborati aromatici, per la realizzazione di un liquore e per profumare e candeggiare i denti. In Europa veniva utilizzato invece per rendere le vernici trasparenti e per scopi farmaceutici.

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“Il mare e il suo infinito orizzonte”.

Benedetto aveva conseguito il monopolio dei commerci di allume e mastice, con le sue navi ancorate dal Mediterraneo all’Atlantico aveva mercanteggiato pellami, armi, grano e  spezie in tutto il mondo. Aveva trattato alla pari con i re, ricoperto le massime cariche militari per conto di Spagna e Francia, ridotto all’impasse gli inglesi, combattuto, sfidato e vinto quasi tutti i popoli del mare, imponendo la legge dei genovesi. A chi gli ricordava le difficoltà che avrebbe incontrato durante le sue battaglie, spesso molto ardite, probabilmente avrà risposto: ”io sono genovese, in mare, sono gli altri a doversi preoccupare di me”.

Ma sicuramente l’impresa di cui, in cuor suo, andava più fiero era la leggendaria vittoria della sui pisani, occasione in cui aveva reso eterno onore e prestigio alla sua città natale.

Nel 1307, ormai vecchio, stava ancora progettando l’ennesimo viaggio in oriente quando si ammalò gravemente.

Morì nei primi mesi dell’anno successivo a casa sua, a proprio di fronte al porto, con lo sguardo rivolto lontano verso il mare, il suo mare.

Benedetto l’eroe della Meloria… (terza parte)…

Benedetto salpò da il 10 giugno 1288 con le due sole navi avute in dote dalla Repubblica e, sapendo che si sarebbe dovuto confrontare con forze ben maggiori, si diresse subito alla volta di dove ingaggiò altre due navi e in otto giorni allestì la sua nave preferita, la “Divizia”.

Davanti al porto di , oltre alla flotta della principessa Lucia che rivendicava per ragioni ereditarie il possesso della città, si schierarono la galea del gran maestro dei Templari, una di quello degli Ospitalieri, una del  siniscalco del Regno gerosolimitano e un’armata comune allestita da pisani e veneziani.

Il genovese non si scompose, entrò nel porto a gonfie vele pronto a sfidare chiunque e il giorno dopo intimò la resa al contingente nemico che, seppur superiore di numero, non osò opporre resistenza ben conoscendo la forza dello Zaccaria.

“Il glorioso gonfalone di S. Giorgio”

 Nel nome di S. Giorgio stipulò trattati commerciali privilegiati e accordi vantaggiosi con i rappresentanti della città e ne sottopose la giurisdizione alla Repubblica.

Genova però, non accolse il dono con piacere perché sapeva, come temuto, che ciò gli avrebbe cagionato danni nei rapporti con l’Egitto; quindi non solo non nominò il podestà ma nemmeno inviò soccorso al suo ammiraglio, intendendo così  dimostrare la propria estraneità ai fatti. 

coinvolse il re del vicino stato confinante di Cipro (interessato a mantenere la zona nell’area d’influenza cristiana) sancendo un accordo sia economico che militare in base al quale la Repubblica si impegnava a fornire una flotta di presidio. Analogo patto mercantile stipulò anche con il monarca d’Armenia.

Il Senato genovese si rifiutò di ratificare tale accordo preferendo scontentare il sovrano di Cipro che non il sultano del Cairo.

Nel frattempo l’Egitto aveva mosso le sue soverchianti forze contro la città ed una coalizione di ciprioti, veneziani e cristiani in genere aveva provato a resistere. Preso atto della disperata situazione i veneti abbandonarono la lotta e Benedetto, temendo che costoro gli portassero via le galee, li seguì a ruota non prima di aver imbarcato più uomini, donne e bambini possibile.

"Mappa di Tripoli".
“Mappa di Tripoli”.

 

 I musulmani presero la città, la razziarono, la rasero al suolo e uccisero tutta la popolazione maschile. Donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Benedetto sbarcò a Cipro i superstiti di Tripoli e ribussò vanamente alle porte dei regni cristiani d’Oriente per riprendersi il maltolto. Un aiuto insperato gli giunse solo dalla colonia genovese di Caffa che inviò tre galee. Ben poca cosa per affrontare la potenza egiziana ma, forte del rinforzo ottenuto, per pura rivalsa, attaccò un legno recante le insegne del sultano .

Merci e prigionieri furono condotti a Genova e consegnati come trofeo di guerra. Genova sprofondò nel terrore, come giustificare al principe orientale tale oltraggio? Un’ambasceria guidata da Alberto Spinola fu inviata ad Alessandria per restituire merci e uomini con tanto di umilianti scuse. Fu giurato che nulla mancava al carico e che il danno sarebbe stato risarcito. Il sultano, soddisfatto, rinnovò le convenzioni commerciali e diplomatiche con la Superba.

A partire da quest’episodio in poi  Benedetto non godette più della stima di prima da parte dei suoi concittadini ma, per riconoscenza e rispetto dell’impresa della , nessuno osò proporre l’onta dell’esilio.

Ripulito il Mediterraneo dai pirati, il Bosforo dai corsari, sconfitta Pisa e preso atto che la sua città non poteva o non voleva veramente opporsi all’avanzata saracena dell’Egitto (suo antagonista nel commercio dell’allume) rivolse la sua attenzione alla Spagna dove era stato chiamato per combattere altri saraceni, i temibili marocchini. Costoro infestavano lo stretto di Gibilterra danneggiando i traffici della e foraggiando le truppe  moresche per la conquista dell’Europa.

"Lo Stretto di Gibilterra".
“Lo Stretto di Gibilterra”.

 

Entrò in carica nel 1291 con una formazione di dodici galee con l’obiettivo di contrastare la pericolosa flotta africana. Compito non facile visto che nel 1285 cento navi spagnole si erano ritirate di fronte alle trentasei dell’emiro.

Accortosi che il naviglio nemico era molto più agile e maneggevole del suo e che per questo riusciva a sfuggirgli, apportò una storica modifica, l’introduzione del “” cioè del terzo rematore (da qui anche il verbo “interzare dei veneziani”). Questo accorgimento  avrebbe compensato la carenza di agilità con una maggiore potenza dinamica.

"La galea con il terzarolo".
“La galea con il terzarolo”.

 

Benedetto, forte di questa innovazione tattica, fece quello che nessun ammiraglio castigliano fino ad allora aveva anche solo provato ad immaginare: il giorno di S. Sisto, il 6 agosto 1291, sette anni esatti dopo la Meloria, con le sue 12 galee si parò davanti alle 28 saracene remando con la solita andatura in modo da non insospettire i nemici.

"Balestriere genovese con la sua manesca".
“Balestriere genovese con la sua manesca”.

 

Quando le vele marocchine furono a tiro di balestra Benedetto diede ordine di attaccarsi ai remi e, prima che potessero raggiungere la riva africana e sfuggirgli, le raggiunse e ne catturò 12 davanti ad un incredulo e impotente emiro che, da terra, assistette alla disfatta. Gli equipaggi delle rimanenti 16, una volta sbarcati, furono massacrati dai loro stessi compagni in quanto colpevoli dell’umiliazione patita. Le 12 imbarcazioni catturate invece, attraverso il Guadalquivir, furono portate fino a Siviglia come bottino e donate al re Sancio IV di Castiglia. Fu la leggendaria battaglia di che fruttò al genovese la massima delle onorificenze, il titolo di “almirante mayor de la Mar”, alloro conquistato ai danni dei catalani che si tramandavano il titolo da generazioni.

Il sovrano comprese che la sua scelta era contraria al tentativo di forgiare e premiare una stirpe ispanica comune quindi diede l’appalto ai catalani per costruire nuove navi e acquistò quattro delle sette galee del genovese. Inoltre nominò “adelantado mayor de la frontera” un suo fedele connazionale, il comandante Mahte de Luna. Questi prese gradualmente il comando sia delle operazioni terrestri che di quelle marittime di fatto sminuendo il ruolo del genovese. Benedetto non poté, lui figlio di una città in cui la carica di ammiraglio era di gran lunga superiore a quella di qualsiasi comandante terrestre, fare altro che rinunciare all’incarico. Il comandante Mahte de Luna non riuscendo a convincere Benedetto a sottostare alle sue dipendenze lo denunciò come traditore e si impossessò delle quattro navi con i relativi equipaggi.

"Stemma della Castiglia e Leon".
“Stemma della Castiglia e Leon”.

 

Le imbarcazioni furono sequestrate ma i marinai si rifiutarono di obbedire, pronti alla morte, agli ordini degli spagnoli. “Prendiamo ordini solo da Benedetto Zaccaria, il vero e unico almirante mayor” dissero i capitani. Per intervento reale Benedetto e i suoi equipaggi furono rilasciati.

Gli spagnoli continueranno la loro guerra contro i Mori senza particolari successi fino a quando un altro genovese Egidio Boccanegra nel 1334 si impossesserà della roccaforte di Algesiras.

Benedetto Zaccaria intanto continuerà la sua avventura in Francia al servizio di Filippo il Bello per conto del quale sfiderà, prima di far vela nell’olimpo dei signori del mare, i popoli del Nord….

Continua…

Benedetto l’eroe della Meloria…

Il mondo intero onora Cristoforo Colombo l’esploratore delle Americhe, molti conoscono Andrea Doria il difensore della cristianità, alcuni ricordano Guglielmo Embriaco il conquistatore di Gerusalemme.

Quasi nessuno, sa di Benedetto , l’eroe della Meloria, eppure questo straordinario personaggio poliedrico merita di essere posto sullo stesso piano dei suoi illustri concittadini; politico, diplomatico, mercante, ammiraglio. Il suo campo d’azione è sbalorditivo da , all’Impero Bizantino, dalla Francia al nord Europa, dalla a dove, deluso per non essere riuscito a ripristinare l’antica roccaforte genovese, per rappresaglia, sfida e umilia le navi saracene. Al comando della flotta castigliana sconfigge l’invitto stuolo del , di quella francese devasta la terra di Albione, sotto l’insegna di S. Giorgio distrugge i legni pisani alla e, sprezzante del pericolo, entra da solo in Portopisano violando lo scalo nemico. Al servizio dei re francesi, 500 anni prima di Napoleone, organizza il blocco continentale ai danni degli inglesi.

Eppure l’esordio non fu dei più promettenti infatti, il giovane Zaccaria, rampollo di una nobile famiglia possidente nella zona De Castro (S. Maria di Castello) nel 1259 ricevette il suo primo incarico dalla Repubblica: la difesa del porto di Tiro in Libano dalle mire nemiche. Fu così che i veneziani si presentarono forti di 24 galee mentre i genovesi ne contavano solo 20, di cui 10 al comando di Benedetto e 10 di un altro ammiraglio: Zaccaria uscì dal porto e affrontò i veneti, mentre il collega, inspiegabilmente rinunciò allo scontro. Catturato dai nemici, impressionati per il coraggio dimostrato, venne incarcerato per mesi e rilasciato solo in cambio della promessa che mai più avrebbe osato affrontare le insegne di S. Marco. Sarà questa l’unica sconfitta della sua gloriosa carriera. Il genovese rimarrà a cercar fortuna in oriente dove, al servizio dell’imperatore di Bisanzio, avrà modo di perfezionare e dimostrare la sua arte marinara.

focea
“Il porto di ”.

Le coste vengono ripulite da pirati, corsari, saraceni e da chiunque osi ostacolare i commerci. Con i proventi dei suoi traffici allestisce una flotta in grado sia di trasportare merci che di dar battaglia. La sua galea, la “Divizia” armata come una corazzata, rinforzata nei fianchi, potenziata nelle vele, diviene il terrore del Bosforo. L’imperatore, riconoscente, gli concede in feudo il porto di Focea. Divenuto consigliere e ambasciatore per conto di Bisanzio amplia la produzione e il commercio dell’, prezioso minerale presente sul suo territorio. Questo prodotto serviva ai conciatori di cuoio, a pittori e mosaicisti, ai farmacisti che lo usavano come emostatico ma, soprattutto ai tintori che, come prescritto in appositi statuti lo utilizzavano per fissare e rendere più brillanti i colori sui tessuti (possedeva egli stesso una rinomata tintoria lungo il Bisagno). Il pregiato composto proveniva anche dall’, dal nord Africa, dall’Egitto e dall’Asia Minore ma Benedetto acquistò gran parte delle miniere concorrenti, esercitando un vero e proprio monopolio che ne fece uno degli uomini più ricchi del suo tempo. Ma non era questo il solo commercio in cui il genovese primeggiava: le sue navi caricavano grano e cereali in Ucraina e Bulgaria, sete e pellami in Oriente, vendeva armi, in particolare spade e coltelli, in Corsica acquistava il sale per rivenderlo nel Levante ed essendo questo monopolio di Genova, seppe lucrarvi sopra con delle vere e proprie speculazioni finanziarie. L’unica mercanzia, in quel tempo molto in voga, della quale non v’è invece traccia, è la tratta degli schiavi.

"Allume di rocca".
“Allume di rocca”.

 

Acquistò un fondaco privato a Caffa, stipulò accordi privilegiati con l’Armenia, Cipro, la Siria, instaurò contatti e avamposti sul Mare di Azov, operò ad Alessandria d’Egitto. Le sue imbarcazioni frequentavano Maiorca, Almeria, Siviglia, Cadice e Ceuta in Spagna, Marsiglia ed Aigues Mortes in Francia, Bruges nelle Fiandre, ovunque ci fosse un lembo di mare c’era una galea del genovese.

Passano gli anni, ormai la fama di Benedetto Zaccaria, non ha più confini. Dopo 25 anni è tempo di ritornare, Genova, nel momento del bisogno, per la resa dei conti con Pisa, l’eterna rivale, si affida al suo più illustre ammiraglio…

continua….