… Quando Ricina…

Quando , la Ricina di romana memoria, non aveva, in quanto a bellezza, nulla da invidiare alla vicina Camogli… quando si poteva mangiare il pesce appena pescato dai gozzi, sopra una rudimentale palafitta sul mare… quando l’antico borgo marinaro non era ancora stato devastato dai bombardamenti alleati avvenuti durante la . Tra il 10 novembre 1943 e il 28 giugno del ’44 Recco, infatti, venne praticamente rasa al suolo da 27 incursioni aeree volte, in particolare, a distruggere il ponte della ferrovia, passaggio strategico per i rifornimenti alle forze nemiche della Wermacht.

… Quando in San Lorenzo…

Quando nel giugno 1940, in seguito all’entrata in guerra dell’, sotto lo sguardo impaurito e preoccupato dei leoni del Rubatto, i massacan, in previsione degli attacchi nemici, erigevano muri di mattoni per proteggere il portale della cattedrale… quando i monumenti ed i simboli cittadini andavano difesi e rispettati al pari delle persone.

 

Il coraggio del Tenente…

Il 10 giugno 1940 l’ entra in guerra e si prepara a difendersi, anche proteggendo i propri simboli e monumenti, dagli attacchi avversari. Quattro soli giorno dopo Savona e sono le prime città italiane, a subire l’oltraggio nemico. Proprio come già avvenuto nel lontano 1684 quando la Superba si oppose all’affronto del Re Sole, anche stavolta una flotta francese, si dispone minacciosa all’orizzonte delle coste liguri. Intorno alle quatto del mattino appare la terza squadra navale francese, guidata dal Contrammiraglio Duplat. Composta da 4 incrociatori da 10 mila tonnellate (Algerine, Foch, Dupleix, Colbert) scortati da 11 caccia e 4 sommergibili, era partita dalla rada di Tolone alle 21 e 10 della sera prima. La copertura aerea era garantita dai 9 bombardieri al loro seguito. Come obiettivi aveva le fabbriche di Vado Ligure, Savona e l’area industriale-portuale di Genova. Giunta a 20 miglia a sud di Capo Vado alle ore 3 e 48, la squadra francese si divide in due gruppi, con bersaglio rispettivamente Vado/Savona e Genova.

Ha inizio così l’operazione chiamata ”Alba di fuoco”: alle 4 e 26 l’incrociatore Algerie apre il fuoco sugli insediamenti industriali di Vado. Due minuti dopo il Foch colpisce l’Ilva di Savona. Contemporaneamente i caccia si fanno sotto costa e colpiscono i  depositi e le altre officine della rada. Alle 4 e 48 l’attacco su Savona cessa. Il nefasto bilancio è di sei morti e 22 feriti. Le navi francesi si ritirano indisturbate. Nel frattempo, la seconda squadra navale si dirige su Genova; dalle 4 e 26 alle 4 e 40 incrociatori e caccia francesi bombardano il porto e gli stabilimenti dell’Ansaldo, nel ponente cittadino.

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“Gli operai erigono muri di mattoni per proteggere la Cattedrale dagli imminenti attacchi nemici. Il leone del Rubatto assiste preoccupato”.

 All’improvviso però, dalla bruma mattutina del porto della Superba, sbuca una nave da guerra italiana, i cui sfuocati contorni disegnano una piccola, obsoleta torpediniera, la Calatafimi. La vecchia nave, 967 di tonnellaggio, armata con pezzi di piccola artiglieria, si trovava di scorta ad un posamine. Individuata la squadra francese, il comandante della Calatafimi, il tenente di Vascello , malgrado la sproporzione delle forze, non ha esitazioni e si lancia contro la formazione nemica sparando colpi di modesto calibro e lanciando due siluri. Una seconda coppia di siluri si inceppa nei tubi di lancio ma il nolese, per nulla scoraggiato, insiste nella sua audace impresa . Un proiettile colpisce il caccia francese Albatros. Alle 4 e 48, anche il secondo gruppo francese si ritira riunendosi alle navi della prima divisione.

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“Operai proseguono i lavori per la costruzione della mattonata a protezione del Portale di S. Lorenzo”.
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“Autorità militari e civili osservano i danni dello stabilimento Ansaldo presso Multedo. Al centro spicca la torre della cinquecentesca Villa Rostan, attuale prestigiosa sede del Genoa C.F.C. 1893”.

Nonostante l’eroica azione dell’ufficiale di Noli la spedizione francese rese evidente la fragilità e la pochezza dell’apparato militare italiano, incapace di provvedere alla difesa delle proprie città e dei loro abitanti. L’assenza di ricognizioni aeree e di navi da guerra di peso, nonché il mancato intercettamento delle navi nemiche sulla via del ritorno avevano permesso che una flotta nemica potesse arrivare indisturbata davanti a Genova e ritirarsi impunita.

Al comandante Giuseppe Brignole venne conferita la Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione.

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“Ritratto del Tenente Giuseppe Brignole”.

“Comandante di torpediniera di scorta ad un posamine avvistava una formazione di numerosi incrociatori e siluranti nemici che si dirigevano per azioni di bombardamento di importanti centri costieri, ordinava al posamine di prendere il ridosso della costa e attaccava l’avversario affrontando decisamente la palese impari lotta. Fatto segno ad intensa reazione manovrava con serenità e perizia attaccando fino a breve distanza con il siluro e con i cannoni le unità nemiche. La sua azione decisa e i danni subiti dalle forze navali dell’avversario costringevano questi a ritirarsi. Esempio di sereno ardimento e sprezzo del pericolo e di consapevole spirito di assoluta dedizione alla patria. Mar Ligure 14/6/1940”.

Anche lo stendardo della Calatafimi venne nobilitato e decorato dalla medaglia d’argento.

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“Risseu con il simbolo dell’antica Repubblica marinara di Noli che prosperò, fedele alleata di Genova, dal 1192 al 1797”.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’ufficiale ligure rifiutò di servire la Repubblica di Salò, venne internato in Germania per rimpatriare solo nel settembre del 1945 e ottenere il titolo di Capitano di Corvetta prima, di Fregata poi.

 Ma se l’antico adagio recita: “Voto da mainâ presto o se scorda, passâ a buriann-a ciû o no se ricorda”  il tenente il suo giuramento ha onorato e Genova e Noli non hanno dimenticato!

Nel solco dei grandi uomini di mare della nostra terra Noli onora orgogliosa il suo coraggioso concittadino morto ottantaseienne a Genova nel 1992.

Il Palazzo del Vescovo…

Durante i della Seconda Guerra Mondiale tutta l’area di Sarzano subì gravi danni, nemmeno le chiese di S. Salvatore, S. Agostino e S. Silvestro, vennero risparmiate dalle incursioni aeree e navali degli alleati.

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“Il restaurato Campanile di S. Silvestro con, in primo piano, brani delle antiche mura”. Foto di Leti Gagge.

Di quest’ultima, eretta nel XVII sec., sulle fondamenta del precedente edificio sacro fondato nel 1160, non restò che in piedi, come ultimo eroico baluardo, un mozzicone del campanile, oggi restaurato.

Un anonimo viaggiatore la descrive come piuttosto piccola con tre altari in marmo e colonne rosse ritorte. Per quanto riguarda l’interno scrive: «è […] tutta riccamente indorata. Fra le immagini che si espongono per rappresentare la Deposizione del Signore nel Santo Sepolcro la Settimana Santa, bella è sopra ogni altra, quella che si vede in questa chiesa, opera al certo di Gio Battista Bissone, e tale per la sua leggiadria, per la finezza estrema, ed esatta proporzione di tutte le sue parti con cui è ammirabilmente condotta, che è gran peccato sia in legno e non in marmo eseguita»

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“Il Campanile visto dallo scenografico ingresso della Facoltà di Architettura in Stradone S. Agostino”. Foto di Leti Gagge.

Nel decennio successivo al termine della guerra le macerie di S. Silvestro vennero abusivamente occupate dai senza tetto che ne fecero la propria disastrata dimora, abitando in baracche e improvvisati tuguri. Purtroppo, in questo periodo, complice il disinteresse delle autorità cittadine, il Convento venne depredato di gran parte delle sue opere d’arte, andate ad arricchire qualche preziosa collezione privata.

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“In basso a sinistra il Campanile di S. Agostino, al centro quello di S. Silvestro, accanto inglobato in uno degli edifici della Facoltà uno dei due torrioni, quello quadrato del . Dell’altro pentagonale restano solo alcune pietre a segnarne la base. In alto a sinistra il chiostro e i giardini pensili, sullo sfondo immancabile, il mare”.

Fra il 1948 e il 1949 le rovine di S. Silvestro furono utilizzate come ambientazione principale per le riprese del film di René Clement “Au delà des Grilles” (liberamente tradotto in italiano “Le Mura di Malapaga”) interpretato da Jean Gabin e Isa Miranda. Tutta la storia è ambientata nel centro storico della nostra città e costituisce un documento imperdibile per la conoscenza della Genova del dopo guerra.

A metà degli anni ’60, finalmente, si iniziò a ragionare su come recuperare l’area e , durante i relativi scavi archeologici, vennero alla luce importanti resti dei primi insediamenti etrusco-liguri, romani e medievali del Colle.

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“Arco e scalinata dello scenografico accesso oggi, alla Facoltà di Architettura, un tempo al Palazzo del Vescovo”. Foto di Leti Gagge.

Nel 1990 gli architetti Gardella e Grossi Bianchi restaurarono il complesso, ricostruendo le parti crollate come il chiostro, mantenendo i volumi originari, vedi la chiesa e valorizzando le strutture medievali, soprattutto brani di muri e uno dei torrioni all’interno del palazzo del Vescovo. Il monumentale Complesso è divenuto così impareggiabile sede della Facoltà di Architettura dell’Università di .

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“La piccola Crocifissione marmorea”.

Di particolare interesse è il percorso di accesso all’aula “Benvenuto” che costeggia il “muro lungo”, la più antica struttura, ancora visibile, delle fortificazioni del IX e X secolo. Sopra la porta di accesso all’aula, di quello che un tempo, oltre che refettorio delle monache, era stato anche l’alloggio del Vescovo, una graziosa crocifissione marmorea. In questo locale vennero custodite le secentesche sculture della distrutta chiesa di S. Silvestro.

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“Il Portale di Giacomo Gaggini nella sua collocazione originaria”.

Nella zona verso S. Maria di Castello i giardini che degradano sul colle in quell’epoca facevano parte del confinante  complesso di S. Maria in Passione. Quest’area, oggi chiusa da una grata di ferro, costituiva l’antica piazza di S. Silvestro, l’originario ingresso di Convento e Chiesa, dotato di un ricco portale barocco scolpito con due splendidi angeli opera di Giacomo Gaggini e dei maestri Angelo Maria Mortola e Carlo Cacciatori.

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“Lo stesso Portale nella sua attuale posizione nel cortile di Palazzo Rosso”.

Il maestoso portale, recuperato e restaurato, oggi fa bella mostra di sé nel cortile di Palazzo Rosso in Via Garibaldi.

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“Formella raffigurante il Vescovo, incastonata nelle mura lato Stradone S. Agostino”.

Sullo scenografico lato verso Stradone S. Agostino si elevano invece maestosi i familiari bastioni in pietra, incastonati di formelle di marmo con fregi e rilievi.

In questa piazza, l’antico “Castrum”, a due passi dalla millenaria cattedrale di S. Maria di Castello, sopra l’approdo del Mandraccio, non poteva mancare, a vegliare sulle sorti della “Dominante”, il Palazzo del Vescovo.

I Martiri della Benedicta…

Presso località Benedicta, vicino alla Capanne di Marcarolo nel territorio di Bosio, fra il 6 e l’11 aprile 1944, la Guardia Nazionale fascista e i militi trucidarono 75 . Quattro compagnie della Guardia Repubblicana ed un corpo di granatieri di stanza a Bolzaneto accerchiarono la zona presidiata da due Brigate partigiane, la terza garibaldina di e quella autonoma di Alessandria. Partendo da Busalla, Pontedecimo, Masone, Campo Ligure, Lerma, strinsero il cerchio. Mentre la prima tentò, dividendosi in piccoli gruppi, di rompere l’assedio con azioni di coraggiosa guerriglia, la seconda male armata, si rifugiò nel Monastero di Voltaggio che venne minato e fatto esplodere. Il nucleo fondante era costituito da ex prigionieri fuggiti dai campi di concentramento e da gente dei dintorni, una quarantina di persone in tutto. In seguito si aggiunsero un centinaio di giovani che si erano rifiutati di arruolarsi nelle fila della Repubblica di Salò e si erano accampati nei pressi di un casolare, la cascina della Benedicta. Erano quasi tutti disarmati e rispondevano al comando del Capitano Odino che si era subito messo in contatto con il CNL comunicando la formazione di una nuova brigata a cui necessitavano armi e aiuto. Fu una carneficina i fedelissimi di Odino avevano cercato riparo in un anfratto del monte Tobbio, noto come la Tana del Lupo, traditi dall’abbaiare di un cane che si erano portati dietro, vennero scovati e costretti alla resa. Accerchiati dai repubblichini via via, fu la volta di tutti gli altri ragazzi che si erano sparpagliati in cerca di scampo, di arrendersi al nemico. Subito la maggior parte venne massacrata lungo il torrente Tobbio, i rimanenti ammassati nel cascinale furono successivamente fucilati a Voltaggio, Bagnara e sul Turchino. Il 19 maggio circa un mese dopo, infatti, altri 17 partigiani furono fucilati insieme ad altri 42 prigionieri sul Passo del Turchino come atto di rappresaglia contro l’attentato al cinema Odeon a Genova che era costato la vita a diversi ufficiali della Wermacht. Queste efferate dimostrazioni di forza da parte di tedeschi e anziché spegnere gli ardori dei ribelli, ottennero l’effetto opposto infondendo nuova linfa alla lotta di liberazione. La Brigata partigiana della Val Polcevera si adoperò per recuperare i corpi dei fratelli massacrati e per dare loro degna sepoltura.

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“Il recupero delle salme effettuato dai Partigiani della Val Polcevera e dai militi della Croce Verde di Pontedecimo”.
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“I ruderi della cascina della Benedicta”.

Così, prima ancora di combattere, morirono i ragazzi disarmati e inermi della Brigata di Odino, sotto gli occhi impotenti e inorriditi dei contadini della zona. Settandadue uomini caddero sul campo in seguito agli scontri e alla deflagrazione del Monastero. Settantacinque partigiani vennero fucilati sommariamente sul posto dal plotone dei granatieri di Bolzaneto agli ordini di un ufficiale tedesco e gettati, insieme agli altri 72, in una fossa comune. L’unico a salvarsi e ci racconta egli stesso come, fu proprio il comandante Ennio Odino che nel suo “CriK in  W. Valsesia, La Resistenza in provincia di Alessandria ricorda”: “Alle tane del lupo, tranne qualche morto fummo presi tutti: eravamo quasi duecento. Alla luce dei bengala ci accompagnarono, con le mani alla nuca e in fila indiana, alla Benedicta (…). Arrivati lì, fummo immediatamente rinchiusi tutti, feriti e non, nella cappelletta che era a sinistra, a piano terra per chi entrava nel cortile. Il mattino successivo (…) fummo chiamati a cinque per volta fuori dalla chiesetta nel cortile interno della cascina. (…) Io ricordo che ero il quinto del gruppo, dal 21 l 25, e sulla destra scendendo, venti metri prima della piccola cappella che esiste attualmente, notai cinque di Serravalle, tutti imbrattati di sangue. (…) Continuammo a scendere e arrivammo dov’è attualmente la cappelletta, di fronte alla quale, al di là della piccola valle, poco più in alto dov’è oggi una piccola croce, notai alcuni bersaglieri, otto o dieci, armati con dei moschetti. Dov’è la cappelletta ci fecero fermare e ci spararono addosso… Io dovevo sostenere un compagno che la sera prima, alle tane del lupo., era stato ferito ad un ginocchio. Questo fatto mi salvò (…) Caddi come altri a terra e il compagno che sorreggevo mi venne addosso e mi sporcò di sangue tutta la faccia. Rimasi lì immobile e sentii alcune raffiche di machine-pistole fischiarmi alle orecchie: erano i colpi di grazia che un tedesco delle SS dava a coloro che non erano morti e si lamentavano per il dolore delle ferite subite. Fu il momento più terribile della mia vita. (…) si sentì sparare dall’alto della collina: era il gruppo di Leo che pur sapendo che i colpi non sarebbero neppure arrivati fin lì, aveva cercato per lo meno di creare allarme fra il plotone di esecuzione composto di bersaglieri di stanza a Bolzaneto, e fra i tedeschi. Infatti coloro che li comandavano diedero ordine di ritirarsi all’interno della Benedicta e io, dopo qualche minuto, scivolai fuori dal gruppo di fucilati e salii attraverso il ruscello”. I prigionieri superstiti vennero condotti nel carcere di Marassi a Genova  e a Villa Rosa a Novi Ligure. Coloro i quali 351 ragazzi, renitenti alla leva, si erano presentati spontaneamente alle SS, in cambio di un condono di pena promesso ma non rispettato, vennero inviati dalla stazione piemontese nei lager in Germania, dove 140 di loro trovarono la morte.

Da allora il Sacrario in cui sono onorate le loro membra costituisce per i Partigiani della , come testimoniato dall’orgoglioso racconto del partigiano “Marzo”, il simbolo della barbarie fascista e della spietata ferocia tedesca.

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“Aprile del ’45  Genova è ormai  libera. I parenti accorrono sul luogo dell’eccidio”.
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“Le rovine dell’Abbazia”.

Tratto da “La Repubblica di Torriglia” di G. B. Canepa: “Ricordo che la notizia si sparse rapidamente per i monti e le voci che correvano parevano esagerate, tanto era stata inaudita la ferocia con cui quei maledetti s’erano accaniti; ed erano gli stessi tedeschi che propagavano queste voci, le ingigantivano e ne menavano vanto, nell’intento di demoralizzarci e di sconsigliare chi pensava di unirsi a noi per combattere.

E invece ecco che un senso di orrore e di odio s’impadronì di tutti i partigiani, e si può dire che da quel giorno ebbe inizio la vera lotta in Liguria. Dalle montagne di Ventimiglia a quelle di Oneglia, di Albenga, di Savona; dalle nostre qui nell’entroterra di Genova, le formazioni partigiane si misero in moto, si rinforzarono, si collegarono, e le truppe tedesche e i fascisti non ebbero più tregua”.

Questo soprattutto è il grande contributo che quelli della Benedicta diedero al Movimento della Resistenza Ligure”.

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“L’ingresso al Sacrario”.

… per non dimenticare mai…

“La Tenaglia… pardon Le Tenaglie”…

“Non si deve muovere la Bastia di Promontorio per far Tenaglia fino che non sia finito il cinto in detta parte”. Così, in fase di progettazione delle Nuove Mura, annotava Padre Fiorenzuola l’architetto incaricato dello studio per la costruzione del nuovo forte. La vecchia bastia cinquecentesca (eretta in realtà intorno al 1478) di promontorio che “tenerebbe netto Cornigliano e il principio della Polcevera, essendo che fino a Coronata può tirare, difenderebbe la Lanterna, L’Oliva e San Pier d’Arena, perché tutti questi lochi lo domina benissimo”, nel 1633 con il completamento delle Mura, venne atterrata. Sul relativo piano si edificò, come struttura complementare alla cinta, la fortificazione avanzata a “Tenaglia”; costruita su due mezzi bastioni laterali, con un piccolo cortile intermedio a due lunghi lati paralleli delimitanti, nell’insieme, un recinto fortificato a 217 metri s.l.m.

Circa un secolo dopo, nel 1747 dopo la cacciata austriaca del Balilla, vennero rinforzati i parapetti del forte perché fossero in grado di opporre maggiore resistenza alle artiglierie nemiche.

Nel 1797 durante la rivolta antifrancese vi si asserragliarono i ribelli genovesi che, dopo dura lotta e numerosi caduti, furono sconfitti dagli invasori.

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“In basso a sinistra il muro del Forte lato monte, in alto a destra quello delle mura. Le due strutture erano collegate mediante un ponte levatoio i cui meccanismi sono ancora visibili proprio nel punto in cui, all’ingresso, è stata rinvenuta la lapide con la dicitura Tenaglie”.

La storia del forte mutò dopo l’annessione ai Savoia del 1816 che provvidero ad elevare la cortina settentrionale e della fronte a ponente con il contemporaneo innalzamento di cortine in parallelo a chiusura del perimetro. Si ottenne così un corpo continuo a “L” con al suo interno una caserma ma indipendente e in posizione più avanzata rispetto alle mura secentesche. Per questo venne collegato alla cinta mediante un ponte levatoio.

In occasione dei moti insurrezionali del 1849 contro i Savoia Il Tenaglia venne occupato dagli insorti e fu riconquistato dai piemontesi solo grazie al tradimento di un personaggio ambiguo proveniente da Torino.

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“L’interno del Forte su tre livelli interrati nei quali erano ricavati gli alloggi e le latrine delle truppe e degli ufficiali”. In tempi più recenti, come testimoniato dall’argano sovrastante e dalle stazioni di carico, era utilizzato come deposito e magazzino”.

Costui a conferma del detto “piemontesi falsi e cortesi”  seppe ingraziarsi  i ribelli a tal punto da strappare loro il comando del Forte e riconsegnarlo alle truppe regie che, sotto la guida del Capitano Govone dei Bersaglieri, avevano già ripreso possesso anche del Crocetta e del Belvedere.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la fortezza, utilizzata come postazione per una batteria antiaerea, causa i patiti, subì gravi danni alla cortina meridionale e il crollo totale della caserma nella zona centrale.

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“La lapide posta sulla colonna di sinistra del portone d’ingresso recante la dicitura Tenaglie”.

Curiosa è poi la storia legata al nome, visto che nella toponomastica ufficiale, il forte è sempre stato identificato con il nome “Tenaglia” al singolare mentre recentemente i volontari dell’associazione che ne hanno ottenuto dal Demanio la concessione, hanno rinvenuto una targa coperta dai rovi e nel più completo abbandono. La lapide posta all’ingresso, vicino a dove un tempo c’era il ponte levatoio, reca scolpito il titolo al plurale, “Tenaglie”. Incuriositi da questo particolare costoro hanno effettuato delle ricerche secondo le quali tale variante risalirebbe a documenti sia cinque che settecenteschi. Probabilmente si è passati dal plurale al singolare poiché tenaglia in francese si traduce “Tenaille” e, quindi di conseguenza, così è rimasto per tradizione e storpiatura popolare.

 

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“Una delle postazioni a cui erano ancorati i cannoni dei preposti alla difesa aerea”.

Come in ogni forte o castello che si rispetti non poteva infine mancare  la caccia al tesoro: due interessanti vicende sono infatti legate a presunti gruzzoli lasciati dai militari nei secoli; il primo risalirebbe al tempo di , il secondo all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. A proposito  di quest’ultimo leggenda narra che, molti anni dopo il termine del conflitto, un soldato tedesco armato di pala si sia presentato al picchetto di guardia con la bizzarra e, per altro non esaudita, richiesta di accedere al forte per recuperare il suo ingente patrimonio che aveva sepolto lì al tempo in cui l’artiglieria tedesca sparava contro l’aviazione alleata.

Posto in posizione strategica dalla sua sommità si gode di un panorama invidiabile che domina sulle Valli Polcevera e Bisagno e che spazia dalla Madonna della Guardia, al Gazzo, a Capo Mele fino al Promontorio di Portofino.

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“Il Muro su cui sono ancora visibili i segni dei proiettili sparati, durante le esercitazioni di tiro, al tempo della ”.

Da alcuni anni Il Tenaglie o Tenaglia che dir si voglia è stato recuperato e restituito alla cittadinanza grazie all’operato di un gruppo di volontari della “Piuma Onlus” che, in occasione di determinati eventi apre, con meraviglia dei visitatori, la storica struttura.