Storia di coraggiose imprese…

di una lapide straordinaria… di un Santo protettore…
Già nel 1016 le flotte pisana e genovese congiunte cacciarono gli arabi da Corsica e Sardegna ma fu nel 1088 che, ancora alleate, si resero protagoniste di un’impresa straordinaria che invertì gli equilibri del Mediterraneo nel Mar Tirreno.
Stanche delle incursioni musulmane sulle proprie coste, per la prima volta infatti, le due Repubbliche anziché difendersi, attaccarono il nemico in casa loro.
Violarono l’emporio di Madhia, roccaforte della città di Kerouan, riportando una clamorosa vittoria.

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“Quadro raffigurante l’ammiraglio , eroe della Meloria, nell’atto di donare alla Chiesa di San Sisto un pallio d’oro come voto, in segno di ringraziamento.”


Dopo aver assediato il nel proprio castello, ottennero un ricco bottino, il riscatto dei prigionieri e posero le basi per i loro futuri commerci con la totale esenzione fiscale delle merci in tutto il Maghreb.
Pisani e Genovesi si spartirono il bottino; i primi destinarono la quota di loro pertinenza all’erezione del Duomo, i secondi invece, una parte per l’armamento di nuove galee e l’altra per la costruzione della chiesa di San Sisto, in onore del santo che li aveva protetti (la battaglia avvenne il 6 agosto giorno dedicato al Santo).


Sopra il portone della chiesa, come trofeo di guerra, venne affissa una lapide in arabo andata smarrita nel corso dei secoli, il cui significato resta ignoto.
Probabilmente hanno la stessa provenienza altre due lapidi murate in Santa Maria di Castello entrambe antecedenti l’undicesimo secolo.

"Rappresentazione della lapide in Cufico con i versetti di una Sura del Corano custodita in Santa Maria in Castello."
“Rappresentazione della lapide in Cufico con i versetti di una custodita in Santa Maria in Castello.”

Delle due la prima risulta abrasa e illeggibile, la seconda invece, incisa in Cufico (stile calligrafico arabo) riporta due versetti della terza Sura del Corano, detta della “famiglia di Imran.”

 

Una Sura inneggiante alla pace come spesso se ne trovano scolpite all’interno delle moschee:
90 In verità nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno ci sono certamente dei segni per i dotati di intelletto…

 

91 … I quali menzionano Dio in piedi, seduti o coricati su un fianco e meditano sulla creazione dei cieli e della terra dicendo “Signore, tu non hai creato tutto questo invano”
che tu sia lodato, preservaci dal castigo del fuoco.”


Altro che pace, da allora le due Repubbliche si scontrarono fra di loro fino a quel, ironia della sorte, 6 agosto del 1284, quando proprio nel giorno di Sisto i Genovesi, presso la Meloria, annientarono i rivali.
Chissà, forse il Santo volle ringraziare i nostri avi per l’erezione della chiesa da questi a lui dedicata e punire i Pisani per non aver fatto altrettanto.

Storia degli azulejos…

A testimonianza dei molteplici rapporti con il mondo musulmano molti palazzi genovesi presentano rivestimenti di stile moresco.

 

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“Vano scale in di Palazzo Grimaldi Di Negro in Piazza della Lepre n. 9”.

Gli azulejos, dall’arabo “al zulaycha” che letteralmente significa “piccole pietre policrome”, sono piastrelle caratterizzate da motivi geometrici in rilievo, di origine orientale.
Giunsero a nel’400 importati da Spagna e Portogallo.

 

"Azulejos di San Giovanni". San Giovanni Battista, Rivestimento in azulelejos sdella Cappella Botta in Santa Maria di Castello.
“Azulejos di San Giovanni”.
Battista”.
Rivestimento in azulejos della Cappella Botto in .
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“Brani di azulejos nel vano scale di Palazzo Grimaldi De Negro in Piazza della Lepre n. 9”.

In voga presso le principali famiglie genovesi gli azulejos mutarono i loro disegni lineari in motivi floreali e in composizioni figurative composte da più piastrelle.
Si incominciò anche a produrli anche in loco e vennero chiamati, dall’arabo “zullaygiun”, laggioni.

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“Dettagli dello spettacolare rivestimento in azulejos del vano scale di palazzo Grimaldi De Negro in Piazza della Lepre n. 9”.

Passati di moda, vennero distrutti, intonacati o dimenticati.
Qualcosa però si è salvato e si possono ancora ammirare, ad esempio, nella sala del Capitano del Popolo, nel Palazzo di S.Giorgio, nella Cappella Botto in S. Maria di Castello, nella dimora di A. Doria in S. Matteo, nel Museo di S. Agostino e nel Palazzo Di Negro in Piazza della Lepre.

 

 

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Storia di un amore mendace…

… di un testimone altolocato, anzi… forse due..
In quel tempo un giovane gentiluomo faceva la corte ad una bella damigella.
Le sue intenzioni non erano serie, voleva solo godere delle sue grazie e, per questo, non mancò di ingannarla.
Nella pubblica piazza, sotto un Crocifisso, il giovane promise alla fanciulla che l’avrebbe sposata e così ottenne in anticipo quanto anelato.
Il Nobile si rifiutò di mantenere fede alla promessa fatta e venne quindi dalla damigella denunciato.
Non avendo ella testimoni dell’accaduto, il Giudice si era convinto di rigettarne la querela, quando questa si ricordò che i giuramenti erano stati fatti alla presenza del crocifisso.
Implorò che lo prendessero a testimone della verità e che fosse ascoltato dai giudici.
Il crocifisso, ovviamente, non rispose alle domande ma abbassò la testa in segno affermativo alle rimostranze della ragazza.
Per l’inesperto Don Giovanni non ci fu scampo, i giudici proclamarono le nozze per il giorno stesso e, forse, i novelli sposi vissero felici e contenti.
Il Crocifisso ligneo della leggenda si trova oggi vicino all’altare maggiore della Chiesa di S. Maria in Castello.

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“Il Cristo Moro nella versione barocca”.

Nel ‘600 venne addobbato con decorazioni barocche e dotato di barba e capelli veri.
Nel 1974, in occasione di un restauro, la Sovrintendenza si è accorta che, sotto quegli orpelli, si nascondeva un Cristo Moro, databile al tempo della prima crociata, quindi ben più antico rispetto all’epoca fino ad allora creduta, il ‘600.
Probabilmente questo Crocifisso, in origine rivestito di argento e portato dai genovesi nel 1095 era custodito in una cappelletta sottostante il limitrofo complesso di San Silvestro. Ne è stata realizzata una fedele copia riaddobbata come nel ‘600 e custodita nella teca di una cappella poco distante dall’originale.

In questo modo ognuno, in particolare le donzelle in cerca di marito, può venerare il crocifisso che più gli aggrada.

All’interno della vicina chiesa oggi scomparsa di Santa Croce, fulcro della comunità lucchese in città, era invece venerato un simulacro di un altro crocifisso legato al culto del “Volto Santo”,  tanto caro ai toscani, oggi conservato nella cattedrale di San Martino di Lucca.

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