Vico alla Casa di Mazzini

Da Via Cairoli s’imbocca vico alla Casa di che introduce in al quattrocentesco Palazzo Adorno.

L’edificio nella versione odierna è frutto della ristrutturazione di metà ‘800.

Nel 1925 è stato dichiarato monumento nazionale e dal 1934 ospita la sede del museo del italiano perché fu – appunto – a partire dal 1794 la dimora natale dell’apostolo della Libertà.

Bellezza…

In copertina: Vico alla Casa di Mazzini. Foto di Stefano Eloggi.

Storia di un superbo figlio della Superba…

… uomo di profonda cultura… e di grande coraggio…
Nacque a nello stesso giorno di Giuseppe Mazzini (le coincidenze della vita) del quale diverrà amico fraterno.
A soli venti anni si laureò in legge e collaborò in uno studio notarile.
L’ascesa fu rapida e, in breve tempo, divenne vice presidente del tribunale della Prefettura.
Ma Jacopo era un giovane dagli alti ideali e, profondamente insoddisfatto, si iscrisse alla facoltà di medicina, disciplina nella quale, con l’aiuto di Giacomo Mazzini, padre di Giuseppe, conseguì la laurea a 25 anni.
Fu in questo periodo che, insieme al fratello Giovanni, aderì alla Carboneria e iniziò a frequentare l’armatore e il poeta Gian Carlo Di Negro.
Anima della Giovine Italia si distinse sia nel ruolo di medico al Pammatone che di cospiratore nei salotti cittadini.

Scoperto dalla Polizia Sabauda, grazie a due delatori, il progetto insurrezionale di di cui fu a capo, la notte del 13 maggio 1833, Jacopo venne arrestato e condotto nel carcere della Torre Grimaldina.
  
Qui, interrogato al fine di rivelare il nome dei suoi compagni d’avventura, subì un mese di violenze d’ogni sorta sulle quali, per decenza e rispetto, non mi dilungo.
La mattina del 19 giugno venne trovato morto suicida con la gola recisa con una lama che si era procurato tramite un carceriere.
Sulla parete della sua cella è ancora oggi leggibile, scritta con il sangue del patriota e impressa nell’eternità, la frase: “Ecco la risposta: lascio la vendetta ai miei fratelli!”
Nella Torre Grimaldina, in onore del Grande Genovese, a riconoscimento del suo estremo sacrificio, è stata posta una lapide che recita: “Consacrò queste carceri il sangue di
mortovi per la fede italiana -1833”