… Quando a De Ferrari…

quando il alle ore 18 dal balcone di Piazza Venezia a Roma dichiarava guerra a Francia ed Inghilterra…

quando una Piazza De Ferrari gremita fino all’inverosimile ascoltava infervorata il bellicoso discorso del Duce diffuso dall’Eiar, la radio di regime…

quando il Generale dall’alto del suo piedistallo, lui che di camicia indossava quella rossa, assisteva perplesso in sella al suo destriero…

“Combattenti di terra, di mare, dell’aria.

 Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano…(omissis)

(omissis)…L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.

Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo”.

quando né i genovesi né Garibaldi potevano immaginare che di lì a poco, dopo soli quattro giorni, sarebbe stata la prima città colpita dai francesi…

e che la vuota retorica fascista si sarebbe sciolta come neve al sole…

“Umbre de muri muri de mainé”…

Nel maggio 1938 Benito , in veste di Capo del Governo, visitò che per l’occasione inaugurò la statua detta del “Navigatore“, opera dello scultore Antonio Maria Morera. In realtà quello che venne mostrato al Duce era un calco in gesso poiché l’originale sarà terminato ed esposto solo l’anno successivo.

Il monumento al marinaio, Piazza della Vittoria , l’attigua Viale Brigate Partigiane  e Piazza Rossetti si collocarono nell’ambito del progetto di edilizia fascista coordinato dall’architetto Piacentini che ridisegnò completamente la zona della Foce.

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“Foto d’epoca che ritrae il Navigatore nella conformazione originaria con la scritta sul basamento “Giovinezza del Littorio fa di tutti i mari il mare nostro e, dietro all’arco, le scuri dei fasci che spuntano”.

L’artista scolpì la sua idea di un marinaio forte e possente attorno alla cui figura, nel semicerchio, incise il motto “Vivere non necesse, navigare necesse est”. La massima deriva dallo storico Plutarco il quale, a sua volta, la attribuì a Pompeo che doveva convincere il suo equipaggio, restio ad affrontare la tempesta. I marinai infatti, timorosi per la propria sopravvivenza, non volevano salpare mentre era necessario che lo facessero poiché a Roma, di quel carico di grano proveniente dall’Africa, avevano urgenza. Di fronte al bene comune, in questo caso di Roma, la paura di non farcela ed il rischio di naufragare o morire, dovevano passare in secondo piano. Questo significava l’eroico messaggio del condottiero romano. L’autore eseguì il bozzetto, per sottolinearne la mascolina potenza, completamente nudo ma, causa il puritanesimo dell’epoca, il pube venne ricoperto da una succinta ed imbarazzante cintura. Venne scelto come modello l’atleta genovese Nicolò Tronci, campione italiano di ginnastica, che aveva partecipato alle Olimpiadi di Berlino del 1936.

Ai lati erano posti dei fasci littori e sul basamento originale inciso il monito “Giovinezza del Littorio fa di tutti i mari il mare nostro” in seguito, per ovvi motivi politici, vennero rimossi i primi, sostituito il secondo.

Il poeta Gabriele D’Annunzio prese il monumento come fulgido esempio dell’arditismo nazionalistico: “La è una forte e serena raffigurazione dell’uomo ligure di mare, rude, tenace e semplice che, armato di un pesante remo, scruta l’orizzonte lontano, a guardia ideale del suo porto e della sua città. La prepotente anatomia muscolare del torace e dei bicipiti, delineate e modellate con forza, ma senza esagerazioni, è chiaramente allusiva alla potente capacità operativa e manovriera dei pesanti antichi remi lignei, armati di pesante cuoio”.

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“Il Navigatore al giorno d’oggi, depurato dei simboli fascisti, ma con lo sguardo sempre rivolto al mare e al suo infinito orizzonte”.

Anche se per fini propagandistici, il Vate colse argutamente l’essenza del navigatore ligure in generale e genovese in particolare; ammiragli, esploratori e marinai, naviganti coraggiosi ed intraprendenti, “Umbre de muri muri de mainé con il cuore sulla terraferma ma lo sguardo sempre rivolto all’orizzonte, a quell’infinito leopardesco del “e il naufragar m’è dolce in questo mar”.

L’anonimo poeta genovese, d’altra parte, già nel ‘200 aveva colto nel segno: “Noi che sempre navegemo e ‘n gran perigor semo en questo perigoloso mar, ni mai possamo repossar…”.