Salita della Fava Greca

Il toponimo della fava greca trae origine da un tipo di pianta presente in un giardino in cima alla salita davanti all’archivolto che conduceva all’antico portello delle mura medievali.

Non si è certi del significato ma si ipotizza che con il termine fava greca si identificasse una diffusa tipologia di legume orientale simile alla cicerchia molto usato, a quel tempo, nelle zuppe.

Foto di Sandro Campanelli.

Salita dei Sassi

Anticamente “l’erta dei sassi” – così era conosciuta la Salita- era collegata da una grandiosa scalinata con più di cento gradini con la sottostante Via dei Servi.

La “montâ” incorniciata da due muraglioni si arrampicava fino alla scomparsa chiesa di Santa Margherita della Rocchetta (detta anche “monastero della Rocca” perché costruita sulle rocce del colle di Carignano) situata poco sopra quelle che erano le Batterie di Carignano dette anche – appunto – batterie di Santa Margherita.

Qui in prossimità delle omonime mura cinquecentesche che andavano da Scalinata S. Margherita a Piazza Redoano (anch’esse cancellate dal piccone risanatore della distruzione Madre di Dio) si trovava quella che, all’incrocio fra Via Rivoli e Corso Aurelio Saffi, era chiamata piazza della Cava, il sito da cui si estraeva il materiale utile al prolungamento del molo.

Da un lato le signorili dimore di Via Mylius protette dal muraglione.

Sullo sfondo il porto e il Matitone.

Con la sua caratteristica mattonata Salita Sassi sembra un irripetibile trampolino verso il mare.

Polittico di San Lazzaro

Questa suggestiva cinquecentesca opera d’arte conservata nel museo Diocesano di era custodita un tempo nella chiesa di San Lazzaro.

Tale edificio religioso con annesso ospitale per pellegrini che sorgeva nell’ attuale piazza Di Negro (più o meno dove oggi di trova la chiesa di San Teodoro), fu demolito nel 1870 per far posto ai Magazzini Generali.

Il polittico ben conservato e con colori ancora vividi rappresenta la Madonna in trono con Gesù bambino al centro con ai lati San Lazzaro vescovo e San Lazzaro lebbroso.

Autore di questo capolavoro è Pietro Francesco Sacchi ( Pavia 1485 – Genova 1528 ) detto “il Pavese”.

La Madonna della Pappa

Opera del pittore olandese di scuola fiamminga David Gerard (Oudewater 1460-Bruges 1523) a si trova questa particolare rappresentazione della Vergine con il Bimbo.
” (1510 -1515), questo il suo nome, è un dipinto appartenuto alla collezione privata Brignole -Sale che fu acquistato probabilmente nel corso del ‘800 dalla duchessa stessa.

Trasferito dapprima nella residenza parigina dei Galliera, nel 1874 rientrò a a Palazzo Rosso ed insieme alla raccolta di altre opere che avrebbero costituito il futuro embrione dei Musei di Strada Nuova, venne donato al Comune di Genova.

La specificità di questo quadro si ravvisa nell’intimità della scena rappresentata.

La Vergine, dall’umile atteggiamento e il dolce sguardo sembra una mamma qualunque immortalata nel più materno dei gesti quotidiani, la preparazione – appunto – della pappa.

Una mamma premurosa che tiene sulle ginocchia il suo bambino e si prepara ad imboccarlo.

Un’immagine quindi semplice, familiare che rivela però significati e simbologie sottese.

Dalla finestra si scorge un paesaggio che si apre all’orizzonte ma la vera protagonista diviene proprio la quotidianità con la descrizione puntuale degli oggetti in primo piano: il pane, la ciotola con il latte, il coltello e la mela che paiono rispettivamente alludere a un preciso messaggio di contenuto eucaristico; in questo modo gli oggetti quotidiani acquistano anche un significato metafisico e il pane e il latte della pappa diventano simbolo dell’Eucarestia di Cristo mentre il coltello ne prefigura la Passione.

D’ä mæ riva

Di fronte ad un panorama come questo non è difficile immaginare quanto dovesse essere duro per il navigante genovese abbandonare la propria città.

Allora si comprende come in quel fazzoletto chiaro sventolato dalla moglie ci sia tutto il dolore del distacco e come questo, con quella foto di ragazza dentro quella berretta nera, si trasformi in speranza del ritorno.

D’ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d’ä mæ riva
‘nta mæ vitta

u teu fatturisu amàu
‘nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su

e u so ben t’ammii u mä
‘n pò ciû au largu du dulú
e sun chi affacciòu
a ‘stu bàule da mainä

e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
dui cuverte u mandurlin
e ‘n cämà de legnu dûu

e ‘nte ‘na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
‘nscià teu bucca in naftalin-a.

Traduzione per i foresti:

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita

il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole

e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio

e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro

E in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora
sulla tua bocca in naftalina.

“D’ä mæ riva” brano tratto dall’album “Creuza de ma” del 1984 di Fabrizio De Andre’.

Foto di Lino Cannizzaro.

Da Salita del Fondaco

Il toponimo di richiama l’antica consuetudine mediterranea legata all’utilizzo di un magazzino di merci aperto in terra straniera con relativo alloggio per i mercanti.

Il termine fondaco infatti deriva (pron. fóndaco) dal greco πάνδοκος, albergo, e attraverso l’arabo فندق‎, funduq, diviene letteralmente “casa-magazzino”.

“Un abete speciale Quest’anno mi voglio fare un albero di Natale di tipo speciale, ma bello veramente. Non lo farò in tinello, lo farò nella mente, con centomila rami e un miliardo di lampadine, e tutti i doni che non stanno nelle vetrine. Un raggio di sole per il passero che trema, un ciuffo di viole per il prato gelato, un aumento di pensione per il vecchio pensionato. E poi giochi, giocattoli, balocchi quanti ne puoi contare a spalancare gli occhi: un milione, cento milioni di bellissimi doni per quei bambini che non ebbero mai un regalo di Natale, e per loro ogni giorno all’altro è uguale, e non è mai festa. Perché se un bimbo resta senza niente, anche uno solo, piccolo, che piangere non si sente, Natale è tutto sbagliato”.


Cit. Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra.

La galleria degli specchi

di Palazzo Reale fu fatta costruire dai Durazzo e decorata a fresco 1730 da Domenico Parodi con statue romane e affreschi metaforici sulle virtù e sui vizi.

L’ambientazione comprende e fonde con eleganza e raffinatezza pittura, scultura, architettura accompagnando il meravigliato ospite in un viaggio nell’arte a tutto tondo.

Le scelte artistiche dei committenti furono certamente influenzate dai precetti del vicino centro gesuitico dei Santi Gerolamo e Saverio di cui i nobili del casato erano abituali frequentatori.

Tutte le scene realizzate hanno infatti un comune trait d’union di monito moraleggiante. Le antiche divinità, Venere, Bacco, e Apollo con Marsia, riproducono dunque i vizi che portarono alla rovina i grandi imperi dell’antichità, rappresentati dai quattro imperatori raffigurati nei medaglioni ovali: Sardanapalo, Dario, Tolomeo e Romolo Augustolo.

Le figure femminili simboleggiano invece le allegorie delle virtù teologali e cardinali riferimento dei Durazzo, il cui stemma campeggia al centro del percorso.

La galleria degli Specchi nella sua meravigliosa armonia costituisce veramente un gioiello di rara eleganza e sfarzo in cui spiccano quattro statue (Giacinto, Clizia, Amore o Narciso, Venere) di Filippo Parodi (padre di Domenico) e un superbo gruppo marmoreo (Ratto di Proserpina) di Francesco Schiaffino.

“La bellezza salverà il mondo”…

“È vero, principe (Miškin) che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo?

State a sentire, signori,” gridò ad alta voce, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che la bellezza salverà il mondo!

E io sostengo che questi giocondi pensieri gli vengono in testa perché è innamorato.

Signori, il principe è innamorato (…) Ma quale bellezza salverà il mondo?”

Cit. da “L’idiota” 1869 di Fedor (1821-1881).

Non so il principe Miškin, protagonista del celebre romanzo dello scrittore russo, di chi fosse innamorato e nemmeno se la bellezza salverà davvero il mondo.

Però costei la conosco, l’ho vista:

l’ho incontrata pensierosa in riva al mare, assorta sulle alture, misteriosa fra i caruggi, riccamente addobbata nelle chiese e meravigliata nei palazzi;

l’ho incrociata all’imbrunire passeggiare sui tetti di ardesia, scalare le torri di mattoni, arrampicarsi sui campanili di pietra, incantata dalle luci della Lanterna;

l’ho intravista nei porticcioli confondersi tra i pescatori mentre rassettano le reti prima di imbarcarle sui gozzi.

l’ho scorta affaticata percorrere le creuze, riposarsi un momento, prima di addormentarsi persa nei colori del tramonto;

l’ho persino sorpresa all’alba annusare rapita il profumo della focaccia appena sfornata, oppure nascosta dentro un mortaio di marmo sopra il lavello di una cucina.

In realtà si aggira un po’ dappertutto: a volte timida si manifesta dimessa sotto mentite spoglie, altre baldanzosa si palesa in tutto il suo splendore, stupita – lei si – del fatto che spesso, anche in questo caso, non riusciamo a riconoscerla.

Eppure la bellezza, abita a .

La città vecchia. Foto di Leti Gagge.