Atrio Palazzo Tomaso Spinola

In Salita Santa Caterina al civ.n.3 si trova, costruito a metà del ‘500 da Giovanni Battista Castello detto il Bergamasco, il Palazzo dal nome del suo committente, Tomaso Spinola.

Nell’atrio tutt’altro che spazioso, nonostante l’evidente dislivello tra l’ingresso e il ballatoio di accesso al vano scala e l’inconveniente dell’unica rampa di scale presente a sinistra risolto con la costruzione del triforio e dello scalone monumentale, il Bergamasco riesce a conferire indubbia grandiosità all’ambiente.

Gli spettacolari affreschi che rappresentano scene ed episodi mitologici, circondati da decorazioni a grottesca, sono opera di Andrea e . Nel quadro centrale è rappresentata “Angelica legata alla rupe e Guerriero che interroga due donne”. Secondi altri esperti invece l’affresco rappresenterebbe “Andromeda che accoglie Perseo Liberatore”.

Foto di Stefano Eloggi.

Atrio Palazzo Gio Carlo Brignole (Durazzo)

Al civ. n. 2 di Piazza della Meridiana si trova, progettato da Bartolomeo Bianco, il secentesco Palazzo Gio Carlo Brignole. La versione in cui ancora oggi lo possiamo ammirare è quella della ricostruzione ndel 1671 su pertinenze antecedenti. Ai Durazzo che a metà dell’Ottocento acquisirono dalla famiglia Brignole la proprietà dell’edificio si deve la stupefacente decorazione dell’atrio.

Nella parte superiore decorata da Federico Leonardi campeggia lo stemma del casato, in quella inferiore risaltano invece le gesta di illustri genovesi che fecero grande : Guglielmo Embriaco, Simone Boccanegra e Andrea D’Oria le cui storie circondano l’ottocentesco affresco principale, opera di che celebra Ottaviano Fregoso il distruttore della fortezza della Briglia occupata dalle truppe francesi di Luigi XII.

Il linguaggio prescelto che si sviluppa attraverso la postura del protagonista che regge fiero lo stendardo è quello risorgimentale con cui questi “viri” illustri assurgono a simbolo della lotta contro l’oppressione straniera.

Foto di Stefano Eloggi.

La Galleria Dorata

Poco prima di morire realizzò nel , sede oggi della Camera di Commercio di , i suoi più apprezzati capolavori: la cappella adibita a custodire la Madonna Carrega del Puget e , ambienti entrambi noti per via della loro stupefacente opulenza.

Nella galleria, in particolare, non c’è un solo centimetro che non sia, con l’aiuto del collega , sfarzosamenre decorato dal Maestro.

Tale spazio collocato a chiusura della struttura settecentesca del palazzo, rappresenta infatti lo stato dell’arte del Rococò genovese.

Fu interamente ideata da Lorenzo che impiegò un decennio fra il 1734 e il 1744 per dare forma al suo grandioso progetto di fondere insieme stucchi dorati, specchi ed affreschi, in una sublime commistione di arti e competenze diverse.

La galleria ultima sua opera prima di morire costituisce in un tripudio di vertiginosa bellezza l’eredità, la summa dell’artista.

L’intero ciclo decorativo è ispirato alle ; nel medaglione centrale della volta e nei tondi su tela vengono svolti gli episodi più importanti dell’Eneide.

Sull’ovale della volta è raffigurato il Concilio degli dei, con Venere, madre di Enea al cospetto di Giove.

Nelle due grandi lunette sono rappresentati, lo Sbarco di Enea e Enea e Venere, mentre i quattro tondi laterali sono dedicati agli episodi della fuga da Troia, di Enea e Didone, di Venere commissiona a Vulcano le armi di Enea e della sconfitta di Turno.

In copertina: la Galleria Dorata di Lorenzo De Ferrari. Foto di Stefano Eloggi.

La sacrestia delle meraviglie

La sacrestia di Santa Maria di Castello costituisce un ambiente assai suggestivo, degna anteprima delle meraviglie che si presenteranno all’ospite durante la visita del complesso.

Vi si accede in corrispondenza del transetto destro attraverso un piccolo atrio, già cappella Grimaldi, impreziosito da un’acquasantiera di Giovanni Gagini.

Sotto all’essenziale volta gli arredi con armadi settecenteschi in noce su un pavimento a rombi bianco neri conferiscono alla sala un aspetto austero e solenne.

Subito si nota una superba pala settecentesca (1738) con San Sebastiano di Giuseppe Palmieri ma il pezzo forte è rappresentato dallo spettacolare “portale maggiore“, opera di matrice toscana dovuta a Leonardo Ricomanni e allo stesso Gagini (1452), sovrastato da una lunetta gotica del XIV secolo con la Crocifissione.

Accanto al portale è collocato un gruppo settecentesco in legno policromo raffigurante la Madonna di città col Bambino venerata da san Bernardo durante il suo soggiorno genovese.

“Madonna di Città” di Marcantonio Poggio. Foto di Giuseppe Ruzzin.

La scultura proveniente dallo scomparso oratorio di Santa Maria, San Bernardo e santi Re Magi, che sorgeva poco distante dalla chiesa, è attribuita al maestro Marcantonio Poggio.

Aperta la porta di uno degli armadi a parete magicamente si accede al retro del coro e al percorso museale, da un varco in fondo alla stanza invece, alle scalette di accesso all’atrio della celebre loggia dell’Annunciazione.. ma queste sono altre storie…

In copertina: la sacrestia di Santa Maria di Castello. Foto di Stefano Eloggi.

Link utili

La cappella di San Giuseppe

Nella chiesa di San Donato dalla navata di sinistra, accanto alla statua (1790) processionale lignea, raffigurante la Madonna del Carmine, proprio dietro alla colonna della foto si accede ad una stupefacente cappella laterale.

Questa un tempo faceva parte dell’ oratorio dei falegnami, dedicato a san Giuseppe, incorporato nella chiesa nell’Ottocento tramite l’apertura di una porta. Edificato nel ‘600 ha subito poi modifiche nel secolo successivo.

“Interni di San Donato”. Foto di Leti Gagge

In tale cappella detta appunto di San Giuseppe fanno bella mostra di sè tre straordinari capolavori che nobiliterebbero qualsiasi museo:

Il trittico dell’Adorazione dei Magi opera del 1515 di Joos Van Cleve artista fiammingo assai stimato in tutta Europa, la trecentesca Madonna con bambino capolavoro di assolutamente degna dei maestri senesi dai quali trasse ispirazione e una Sacra Famiglia, pala d’altare secentesca di , fatta realizzare dalla Confraternita dei falegnami, la cui particolarità consta nel fatto che a tenere in braccio Gesù non è la Vergine come di solito, ma Giuseppe.

"Madonna con bambino di Nicolò da Voltri".
“Madonna con bambino di Nicolò da Voltri”.
"L'adorazione dei Mafi" di Joos Van Cleve.
“L’adorazione dei Magi” di Joos Van Cleve.
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è FB_IMG_1606032286352.jpg
“La Sacra Famiglia”. di Domenico Piola
“Documento del Battesimo di Paganini del 28 ottobre 1782”.

Ultima  curiosità, proprio di fronte al polittico, il certificato di battesimo di Niccolò Paganini, sacramento ricevuto dal musicista nella vicina chiesa di S. Salvatore.

In copertina: Dietro la colonna la . Foto di Leti Gagge.

Vico Morchi

Vico e piazza Morchio o devono il nome alla famiglia originaria dei dintorni di Rapallo dal 1350.

Costoro in città possedevano una casa con relativa torre ancora oggi visibile dal lato di Piazza Caricamento.

Nel 1528 con la riforma degli Alberghi voluta da Andrea D’Oria la famiglia fu ascritta in quella dei Giustiniani.

All’angolo con Sottoripa una lapide ricorda che qui aveva sede l’albergo Croce di Malta che ospitò molti personaggi illustri: Fenimore Cooper, Henry James, Mary Shelley, , Flaubert, Mark Twain e Giuseppe Verdi.

In copertina . Foto di Stefano Eloggi

La Divina Pietà

Dopo il palazzo Ducale, la dimora della potenza passata di , bisogna visitare lAlbergo dei poveri molto più ricco del palazzo Ducale stesso. Tre grandi architetti lo hanno costruito con un lusso incredibile. Vi si può ammirare, adagiato tra le braccia della Madonna, un magnifico Cristo di , marmo stupendo“.

Con queste parole Jules Janin, scrittore romantico francese nel suo “Voyage en Italie” del 1838, descriveva la preziosa scultura custodita presso l’altare maggiore della cappella dell’Albergo dei Poveri.

Per molti secoli infatti esperti e illustri visitatori hanno ritenuto tale mirabile capolavoro frutto della divina arte del rinascimentale genio aretino.

Stendhal – ad esempio – nel suo “Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828″ annotava:

«Vedere l’ospedale o Albergo dei poveri: bassorilievo attribuito a Michelangelo»

Anche Giuseppe , ottocentesco esperto genovese, fra le opere degne di menzione cita naturalmente la «Divina Pietà», secondo lui «condotta dallo scalpello di Michel più che mortal angiol Divino»

A mettere in dubbio la paternità dell’opera fu il coevo e conterraneo storico Federico che scrisse:

«dicono che in fatto di belle arti gran giudice è l’occhio e questo li avvisa come nella scultura manchi sovratutto quel risoluto, deciso, magistrale ch’è la somma dote di quel divino, senza dir delle pieghe mal composte e dure sul capo di N.D., e le minute ed ignobili forme del viso. Cercano per tanto ne’ seguaci di Michelangelo un nome probabile e non a torto s’arrestano al  e al Francavilla, ambo vissuti a Genova e ambo devoti a quello stile».

Il celebre ottocentesco storico genovese aveva visto giusto infatti il prodigioso ovale marmoreo è oggi attribuito con ragionevole certezza all’allievo fiorentino di Michelangelo, Giovanni Angelo Montorsoli.

In copertina: dell’Albergo dei Poveri. Foto tratta dal sito albergodeipoveri.com

Il Ninfeo di palazzo Nicolosio Lomellino

Varcato l’incantevole atrio del palazzo Nicolosio Lomellino di Via Garibaldi n. 7 si accede al cortile dominato da un imponente ninfeo frutto dell’ingegno di .

La fonte nel monumentale prospetto è alimentata dalla caduta delle acque provenienti dalla cisterna della retrostante collina del Castelletto.

L’imponente ninfeo si sviluppa appositamente in altezza per conferire continuità tra il palazzo e i giardini alla spettacolare scena.

Ed ecco che, fra l’edificio e la collina retrostante, si ammirano due ninfei connessi in soluzione di continuità l’uno con l’altro, il primo al piano del cortile e il secondo nel terrazzo sovrastante. 
Più in alto si sviluppa un ampio giardino realizzato su due livelli, costruiti, secondo tradizione, ‘in costa’, che funge da scenografica quinta.
La volta del grande ninfeo è retta da due giganteschi tritoni, realizzati dall’allievo Francesco Biggi, mentre un putto versa l’acqua, che incorniciavano una purtroppo perduta scena ispirata al mito di Fetonte.

Già nella sua Guida del 1875 scriveva che il gruppo di “Fetonte giù capovolto dal cielo e un genietto dall’alto a versar acque da un’urna”, eseguito in stucco e collocato immediatamente sopra il grande arco, risultava a quell’epoca già disperso probabilmente eroso e sgretolato nei secoli dall’acqua.


Il giovane Fetonte, figlio del Sole, aveva ottenuto faticosamente la possibilità di guidare per un giorno il carro del padre ma, non sapendo reggerne i focosi cavalli, aveva incautamente bruciato il Cielo e la Terra, ed era stato per questo rovesciato da Zeus con un fulmine e precipitato nel fiume Eridano.

In copertina: il .

Poggio Bachernia

Percorrendo la Circonvallazione a Monte da Corso Magenta si accede in un luogo incantato dove il tempo sembra avere ritmi meno frenetici.

Salite le scalette di salita superiore di S. Anna ci si trova in una suggestiva piazzetta alberata dove si staglia l’omonima chiesa.

Questo silenzioso angolo della città, una piccola costa che divide la Valletta di Via Caffaro – appunto – da quella di S. Anna, è attraversata da una classica creuza che dal Righi scende a valle.

”.Foto di Leti Gagge.

Sul Poggio Bachernia, dal nome del sottostante omonimo rivo, questo è il suo nome, nel 1584 vennero edificati dai Carmelitani Scalzi sia chiesa e convento.

Imboccando il breve vialetto a sinistra si accede alla celebre secentesca farmacia del convento con i suoi spettacolari arredi, vasellami, ricettari e mobilio d’epoca.

In copertina: Il Poggio Bachernia. Foto di Leti Gagge.

Il portale di Tursi

Per noi genovesi Tursi è il palazzo del Comune. In realtà la sua prima intitolazione fu Palazzo Nicolò .

L’edificio venne realizzato su progetto dei fratelli, Giovanni e Domenico, Ponzello.

Dai Grimaldi la proprietà passò di mano a Giovanni Andrea Doria e poi al figlio Carlo, duca di Tursi, a cui si deve l’odierna intestazione.

Il cinquecentesco palazzo, il più esteso di tutta via Garibaldi fu sede, a fine ‘700, della corte di Maria Teresa di Parma e per un decennio del collegio dei Gesuiti (1838-48).

Costoro stravolsero gli interni originali cancellando parecchi affreschi e decorazioni “blasfeme”, demolirono o spostarono molte opere d’arte.

Dopo la dominazione sabauda finalmente nel 1848 il palazzo fu donato al Comune di .

Il sontuoso portale di impianto classico presenta colonne doriche, fornice arcuato, con sull’antico trofei e statue a coronamento dello stemma cittadino che riporta anche la testa di Giano sia alla base che al vertice, sotto la corona.

Al centro un mascherone ghignante con orecchie di satiro che in origine reggeva le insegne dei Grimaldi.

Gli altri vistosi mascheroni che ornano le finestre del piano rialzato sono invece opera di e si ripetono anche nei prospetti laterali affacciati sui giardini.

La Geande Bellezza…

In copertina: lo stemma del portale di .