Salita Oregina

La Lanterna sullo sfondo vigila onnipresente mentre Salita s’inerpica nel cuore dell’omonimo quartiere fino al santuario della Madonna Regina di Genova a cui deve il nome.

Secondo la tradizione infatti, il toponimo della zona deriverebbe dall’invocazione “O Regina!”, riportata su un’immagine dipinta su un muro della Madonna collocata anticamente in cima alla collina, formula abitualmente ripetuta dai viandanti in segno di omaggio alla Vergine.

Col tempo tale locuzione, contratta in una sola parola, avrebbe finito per designare il luogo stesso dove si trovava l’immagine.

Come testimoniato dal vescovo e storico Agostino Giustiniani nei suoi “Annali”, Oregina nel XVI secolo era una borgata di campagna quasi disabitata costituita da poche casupole con modesti appezzamenti e .

«Usciti che si è dalla porta di S. Michele occorre, primo: la villa di Oregina, col fossato di S. Tomo [San Tommaso] il quale dà alla città; sono in questa villa insieme col fossato trentotto case, venti di cittadini e diciotto di paesani, quali tutte hanno terreno lavorativo.»

(Agostino , “Annali della ”, 1537)

Il bucolico borgo si trovava dunque al di fuori delle mura cittadine dentro alle quali venne inserito solo nel Seicento con l’erezione delle Mura Nuove.

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Salita Oregina. Foto di Maurizio Romeo

L’accesso alla collina era garantito dalla ripida crêuza, ancora oggi percorribile, di Salita Oregina, che partendo dalla porta di San Tommaso (piazza Principe) seguiva esternamente il recinto delle mura cinquecentesche giungendo al bastione del forte di , che dal 1818 ospita l’osservatorio meteorologico e astronomico .

Qui sul finire del XVI sec. sarebbe sorta la chiesetta intitolata alla Madonna di Loreto della quale i romiti fondatori erano devoti.

Intorno alla metà del secolo successivo il piccolo tempio venne inglobato in una grande chiesa con relativo convento francescano annesso.

Santuario di Nostra Signora di Loreto. Foto di Leti Gagge.
Scalinata di accesso al sagrato della chiesa. Foto di Leti Gagge.

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L’altare Maggiore con la statua della Madonna di Loreto.
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Primo piano della Madonna di Loreto

Il santuario assunse particolare importanza quando nel 1746 la Repubblica di decise di celebrarvi la cacciata, iniziata dal Balilla, degli .

Si stabilì quindi come simbolica ricorrenza il 10 dicembre giorno della vittoria sulle aquile bicipiti asburgiche.

Nel 1847 in occasione del centounesimo anniversario della rivolta si radunarono alcune migliaia (30000 secondo le cronache) di patrioti. L’imponente corteo partito dall’Acquasola che, attraversò il centro e imboccato Via Balbi, raggiunse il santuario.

Qui, sul sagrato della chiesa, venne eseguito per la prima volta dalla Filarmonica Sestrese, al cospetto dei suoi autori Mameli e Novaro, il Canto degli Italiani, quello che sarebbe poi diventato nel 1946 l’ Inno Nazionale italiano.

Targa della Scalinata Canto degli Italiani.

Nell’ottica dell’ampliamento urbanistico della città di Genova dovuto al forte sviluppo portuale, il quartiere di Oregina fu interessato dalla messa in opera di Via Napoli, la principale arteria del quartiere lato monte. La strada fu tracciata alla fine del XIX secolo e ultimata, nei tratti delle odierne Via Bari e Via Bologna, all’inizio del secolo seguente.

In copertina: Salita Oregina. Foto di Leti Gagge.

Piazza Don Andrea Gallo

Fino a qualche anno fa lo slargo intitolato a nel cuore del ebraico genovese era un triste cumulo di decennali macerie post belliche.

Grazie al Comune che ha contribuito alla pavimentazione e alle associazioni di quartiere che lo hanno pulito, con in primis l’abbellimento floreale ad opera di “Princesa”, lo spiazzo il 18 luglio 2014 é diventato piazza in memoria – come recita la targa – di don Gallo prete di strada.

Particolare e significativo il disegno che, prendendo spunto da un pilastro di una loggia tamponata utilizzato a mo’ di tronco d’albero, rappresenta un bambino che annaffia la pianta.

Particolare disegno nella piazza”. Foto di Giovanni Caciagli.

Proprio come nei versi della celebre canzone di De Andre’, del resto siamo proprio nei pressi di , “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

In copertina: Piazza Don Andrea Gallo. Foto di Leti Gagge.

Salita della SS. Incarnazione

La creuza della Salita della SS. Incarnazione che deve il suo toponimo dall’omonimo monastero , detto anche delle “turchine” per via del colore dell’abito delle monache.
Il complesso eretto nel 1604 in Castelletto sotto Corso Carbonara e Largo della Zecca dalla genovese Beata Maria V⁰ittoria de Fornari Strata (1562 – 1617) comprendeva due complessi attigui, separati da una strada, detti rispettivamente “Turchine di sopra” e “Turchine di Sotto”.

Dell’antico edificio scomparso restano i toponimi delle due vie di accesso Salita dell’Incarnazione appunto e Salita delle Monache Turchine che ne costeggia l’ultimo muro rimasto.

Le monache turchine si sono traferite dopo la a San Cipriano portando con se i preziosi oggetti, i quadri, le secentesche sculture, gli arredi liturgici e il mobilio di maggior pregio.

Il nella sua originaria collocazione all’interno del monastero.

La più significativa testimonianza del monastero rimane comunque il raffinato risseu del cortile interno del monastero che, recentemente restaurato dall’artista Gabriele Gelatti, fa bella mostra di se nel cortile di Palazzo Reale dove era stato ricostruito negli anni ’60 dal maestro Armando Porta.

“Spettacolare immagine dall’alto del risseu”.

In copertina: Salita della SS. Incarnazione.

Foto di Leti Gagge.


Vico Testadoro

Originariamente vico Testadoro era un vicolo unico che collegava direttamente Luccoli con Via S. Sebastiano.

Con l’apertura di Via XXV Aprile, nei primi decenni dell’Ottocento, il caruggio fu diviso in due (la parte verso è infatti ).

“Vico Inferiore Testadoro”. Foto di Giorgio Corallo.

Nei documenti antichi è indicato come Testa Auri (conchiglia o testa d’oro) il cui toponimo, secondo alcune fonti non certificate, deriverebbe dalla presenza in loco di un’omonima locanda.

Bellezza…

In copertina: . Foto di Raffaella Magherini.

Vico Angeli

si trova nell’intricato dedalo di che compongono il sestiere della Maddalena.

Il toponimo, di cui si ha già notizia almeno dal 1798, trae origine dall’antica famiglia Angeli o De Angeli che qui aveva le proprie case.

Il personaggio di maggior spicco di tale casata fu Lorenzo che nel 1357 rivestì il ruolo di ambasciatore presso il Duca di Milano.

Anticamente il caruggio era noto come vico Testadoro. Mutò il nome per non confonderlo con l’omonimo vicolo che, all’inizio di , ospita la famosa trattoria dalla “Maria”.

In copertina: Vico Angeli. Foto di Leti Gagge.

Caligo

Oggi non c’è stato un solo genovese che non abbia rivolto lo sguardo ai quattro punti cardinali per capire da dove provenisse quella specie di fumo che impediva la visibilità. Forse un incendio?

Niente puzza di bruciato quindi tale ipotesi non reggeva.

Poi dopo qualche momento di smarrimento si è capito trattarsi della , ovvero quel raro fenomeno marinaro che, dall’incontro sotto costa di aria calda con la superficie fredda dell’acqua, produce nebbia. La ha così dal mare lentamente ammantato la città fino a far scomparire – come per magia – persino la Lanterna.

Intanto senza il faro come riferimento le sirene delle spaesate navi urlano, segnalando la posizione, tutta la loro preoccupazione.

“Tetti di avvolti nella caligo”. Foto di Gianni Cepollina.

“La nebbia arriva
su zampine di gatto.
S’accuccia e guarda
la città e il
sulle silenziose anche
e poi se ne va via”.


Cit. Carl Sandburg. Poeta americano (1878-1967).

Bellezza…

In copertina: caligo a Genova. Foto di Gianni Cepollina 24 febbraio 2021.

Ninfeo in Salita Santa Caterina n. 4

L’edificio in n. 4, noto come Palazzo Gio Batta , poi Agostino Airolo ha subito diversi passaggi di proprietà: Costa, , Spinola, Franzoni e si sono succedute nel tempo.

Il palazzo venne costruito intorno al 1580 dagli eredi di Gio Batta ma, nella versione in cui lo possiamo ancora oggi ammirare, risale al 1798 anno delle più significative modifiche.

Il sobrio portale squadrato va di pari passo con l’essenziale atrio con scala loggiata con colonne doriche dove, sullo sfondo, protagonista assoluto è un ninfeo a grotta con un satiro.

Bellezza…

In copertina: atrio di Salita Santa Caterina n. 4. Foto di Stefano Eloggi.

Piazza Negri

Da Sarzano scendendo in Stradone S. Agostino sulla destra si apre piazza Renato Negri.

Da qui si accede al sagrato di S. Agostino, l’inconfondibile chiesa a fasce bicrome che costituisce forse il più significativo esempio di gotico in città.

Sul portale a sesto acuto risalta la secentesca lunetta con l’affresco del santo di G. B. Merano.

Al centro della navata un grande oculo con ai lati due bifore. In sono posti tre calchi di statue, i cui originali trecenteschi sono conservati nell’omonimo museo: – appunto – San Pietro e una Madonna con Bambino.

Sulla sinistra nel 1701 venne fondato il teatro di S. Agostino che, fino alla costruzione del Carlo Felice oltre un secolo dopo, fu il principale teatro cittadino.

Qui nel 1795 si esibì per la prima volta in pubblico un musicista tredicenne che con il suo violino avrebbe stregato il mondo intero: Niccolò Paganini.

Successivamente divenne prima Teatro Nazionale, poi cinema Aliseo e dal 1986 .

Bellezza…

In copertina: Piazza Negri con la e il teatro della Tosse.

Foto di Leti Gagge.

Stradone S. Agostino

La direttrice, detta appunto stradone, per via delle sue ragguardevoli dimensioni, di venne aperta nel 1670 con lo scopo di collegare piazza Sarzano, a quel tempo la principale della città, con il palazzo Ducale.

Ben presto l’arteria divenne snodo di traffico e transito vitale per la zona e percorso obbligato e privilegiato per le seguitissime processioni delle Casacce a capo delle quali vi erano Vescovo e Doge insieme.

Ancora oggi percorrendolo non mancano le attrattive: partendo da possiamo ammirare infatti la chiesa, il museo di S. Agostino e l’omonimo teatro, attuale ; di fronte si stagliano le imponenti Mura del Barbarossa con lo spettacolare portone di accesso al Palazzo del Vescovo, odierna sede della facoltà di Architettura; in fondo infine si arriva allo scrigno di San Donato con il suo inconfondibile campanile.

Bellezza…

In copertina: Stradone S. Agostino. Foto di Leti. Gagge.

Atrio palazzo Gio. Batta Saluzzo

L’indirizzo ufficiale di palazzo Gio. Batta Saluzzo corrisponde al civ. n. 7 di . In realtà l’edificio si trova nella piazzetta dei , di fronte al celebre omonimo palazzo di Marcantonio.

Nel palazzo costruito nel 1580 spettacolare è l’atrio con volte e colonne doriche che adornano lo scalone loggiato per due piani nobili.

La piccola edicola votiva rappresenta una statua della Madonna Incoronata che poggia su nubi da cui spuntano alcuni cherubini alati. Ai piedi della Vegine degli ex voto uno dei quali pende dalle sue mani.

Sullo sfondo s’intravede un minuscolo cortile con una grottesca di pietre e conchiglie con mascherone marmoreo.

Particolare poi, sul fastigio a riccioli e ghirlande di fiori e frutti, uno stemma nobiliare con l’aquila e una in ferro battuto.

Bellezza…

In copertina: foto di Stefano Eloggi.