Lo scoglio di Asseu… la fiaba di Riva e Trigoso…

Opera dello scrittore sestrese Mario Antonietti è la suggestiva fiaba che affonda le sue radici nella leggenda e che narra le vicende di due giovani innamorati, Riva e Trigoso. La storia è ambientata ai tempi in cui Riva era un piccolo borgo di pescatori oggetto spesso delle incursioni dei saraceni.

Il protagonista del racconto è un giovane molto coraggioso ed aitante, tale Trigoso, il quale amava la sua bella, dalle bionde trecce color dell’oro, di nome Riva, I due decisero di sposarsi ma, il giorno delle nozze, durante i festeggiamenti, il paese fu invaso dai pirati Saraceni, che saccheggiarono il villaggio e rapirono le donne più giovani e belle. La scena del ratto rievoca i trecenteschi versi di Cecco Angiolieri: “torrei le donne giovani e leggiadre,
le vecchie e laide lasserei altrui”.

“A sinistra lo scoglio di Asseu dipinto dai colori del tramonto”.

Nel tentativo di difendere la sua promessa sposa Trigoso si scagliò coraggiosamente contro i pirati e, nello scontro, mentre Riva veniva caricata a forza sulla capitana degli infedeli, perse i sensi.

Quando Trigoso riaprì gli occhi i legni saraceni stavano prendendo il largo e, realizzato quanto era successo, corse sulla rena dove iniziò a urlare a gran voce il nome di Riva ma, non appena i pirati lo udirono, venne colpito da una sventagliata di frecce che lo trafissero in pieno petto e lo fecero cadere a terra agonizzante. “Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e che non ci sarebbe stato ritorno” proprio come nella “Guerra di Piero”, la celebre ballata di Faber. Riva assistette alla scena dalla nave e quando vide il suo sposo morire si gettò contro il comandante che la uccise con ripetute pugnalate al ventre; i pirati ne gettarono il corpo in mare.

L’acqua si tinse del rosso del sangue e dal mare sorse un’enorme onda che colpì la nave dalla quale fece cadere diversi forzieri e bauli contenenti una gran quantità d’oro e di preziosi. I pirati non riuscirono però ad individuare il punto esatto dove era affondato il tesoro e, dopo giorni di ricerche, decisero di desistere e di salpare. La notte stessa degli Angeli discesero dal cielo e collocarono, nel punto in cui Riva era morta, un grande scoglio a forma di campana (l’attuale scoglio dell’Asseu), per ricordare ai posteri la giovane fanciulla e il suo coraggio. Contemporaneamente, nel punto dove cadde Trigoso, i ciottoli intonarono un canto d’amore.

Passarono gli anni, i pirati non tornarono più e mentre il borgo iniziava ad ingrandirsi, i ciottoli continuavano inconsolabili a cantare la loro canzone d’amore, la baia dove i pirati persero il loro tesoro (forse al largo dell’attuale spiaggia di Renà) venne, per questo, chiamata la Baia dell’Oro e i pescatori decisero di intitolare il loro paese alla memoria dei due giovani e della loro romantica storia d’amore.

Storia di Mediterraneo e della Signora del Mare…

Al tempo in cui il cielo si specchiava tutto il giorno nel mare e l’acqua e la terra si contendevano lo spazio, gli otto venti di Mediterraneo giocavano a rincorrersi, scherzavano con le onde, gareggiavano con i gabbiani e, come discoli troppo vivaci, non davano mai tregua.

Un giorno Mediterraneo, stanco dei loro capricci, andò lontano in cerca di quiete e trovò riparo in un golfo sconosciuto dove, come una perla incastonata nella roccia, sorgeva la bella Genova.

Non appena l’onda spumeggiò lungo il Mandraccio, sotto il colle di Sarzano, rimase ammirato dallo spettacolo che gli si parò davanti: mura maestose aggrappate ad imponenti montagne, campanili e torri che si arrampicavano gli uni alle altre, caruggi stretti e misteriosi e poi un porto brulicante di navi e di marinai affaccendati, colori nitidi e profumi inebrianti, persino il sole sbirciava curioso.

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“I colori del tramonto di riflettono nel Mar Ligure”.

Mediterraneo non si era ancora ripreso dall’emozione quando giunsero i venti che lo avevano, dopo averlo cercato dappertutto, finalmente scovato. Anche gli otto fratelli, per un attimo, rimasero sbalorditi e si placarono, la bellezza di , li aveva ammutoliti.

Ma subito Tramontana salì sulle montagne, prese la rincorsa, e si tuffò in mare schizzando Mezzogiorno che, alterato si scatenò da sud in una lotta veemente con il fratello. Accorsero Ponente e Levante per dividerli ma vennero allontanati, ciascuno verso la Riviera che da loro prende il nome. Anche Libeccio e Scirocco, dal caldo temperamento, iniziarono a soffiare forte contrastati dai freddi Maestrale e Grecale, nel frattempo, giunti da nord.

Eolo stesso non avrebbe saputo come fare per ripristinare l’ordine!

 Così Il mare, preoccupato che le bufere, scuotessero la sua bella Genova la avvolse in un tenero e protettivo abbraccio. Da allora i due innamorati non si sono più separati, dal loro amore è nato Ligure e i venti, placati, si sono spartiti le stagioni.

Ancora oggi, ogni sera, Genova arrossisce all’appassionato tramonto che Mediterraneo inscena per la sua sposa, la signora del mare.

 

Storie… e… racconti magici…

e di un folletto dispettoso…
Nella cultura della tradizione popolare genovese in particolare, e ligure in generale, anche se non mancano orchi e diavoli o fate, le streghe (“strie”) sono di gran lunga le più gettonate.
Spesso, nei in cui vengono citate, sono protagoniste in positivo come, ad esempio,nel caso della fiaba “”.
In questa favola sarà proprio la strega, cattiva all’inizio, a redimersi e ad indicare, nel proseguio, il da farsi al protagonista per aiutarlo a fuggire.
Nel racconto di “” invece, a rabbonirsi, è un gatto magico che aiuterà, una volta divenuto suo amico, la bimba caduta prigioniera delle orchesse, a scappare, sciogliendo i malvagi incantesimi.
Sorta di cittadini erano poi chiamati “”, piccole creature a metà fra i nani e i .
Uno di questi, piuttosto dispettoso, si palesa davanti alla chiesa di S. Barnaba sollevando malizioso le vesti dei religiosi.
Non contento, sempre lo stesso folletto, si sarebbe adoperato fornendo ogni genere di provocazione, nel tentativo di far desistere i novizi dalla loro vocazione.
Interpellato il noto esorcista S. Lorenzo da Brindisi, grazie alle sue potenti preghiere, il folletto fu relegato in un angolo isolato del convento, concedendogli di poter uscire solo tre volte all’anno.
Sulle alture di Voltri invece, nelle grotte utilizzate durante la seconda guerra mondiale come rifugi antiaerei, i vecchi tramandano la presenza di donnine minuscole e piuttosto vendicative.

Storie popolari…

Il mare regna sovrano nella nostra storia ma, a sorpresa, come l’onda si ritira, quando si parla di .
Ebbene si, a farla da padrone sono i legati alla terra, forse perché tramandati dalle mogli che aspettavano il rientro dei loro mariti e dettati dai tempi dei lavori manuali ed agricoli.
Forse perché i marinai, sparsi in chissà quale oceano e indaffarati in commerci o impegnati in battaglia, non avevano tempo per perdersi in chiacchiere, intenti com’erano a salvare la “pellaccia”.
e la non hanno una grande tradizione in materia e di secoli di racconti narrati intorno al focolare, è rimasto ben poco.
Per fortuna, sul finire dell’800,  il “foresto” James Bruyn Andrews si è “preso la briga e di certo il gusto di tramandare ai posteri il racconto giusto” raccogliendo nel suo “Contes ligures” il patrimonio nostrano.
Racconti di streghe, balli e processioni di morti, lupi mannari, sabba diabolici e stregonerie varie.
Una delle più diffuse è la foa delle “troe belle cetronnelle”, variante di quella nota, in altre regioni come ” delle tre melarance”;
In questa favola l’incantesimo al protagonista è svelato da due stregoni rappresentati da Venti Violenti (ne esistono comunque numerose varianti).
La tecnica utilizzata è quella della vivace e sintetica narrazione, basata sulla ripetitività e sulla progressione (grande, più grande, enorme, gigantesco).
Singolare, in alcuni racconti, più che mai espressione del nostro territorio, l’ossessivo susseguirsi di scale sempre più ripide e strette, proprio come gli angusti spazi dei secolari Caruggi…
Parsimoniosi non solo nelle palanche ma anche nelle parole!