Storia dell’Ammiraglio… terza parte…

La notte fra il 2 e il 3 gennaio 1547 si odono spari e urla provenienti da Porta S. Tommaso; è in atto la celebre congiura dei Fieschi, dal nome della nobile famiglia filo papale e filo francese che l’ha organizzata.
Nel tentativo di sovvertire il potere e l’influenza spagnola del Doria, Gian Luigi Fieschi orchestra il colpo di mano che però, non va a buon fine.
Egli, passando da una galea all’altra cade in mare e muore, causa la pesante armatura, annegato.
Muore anche Giannettino Doria, nipote prediletto ed erede designato dell’Ammiraglio, accorso per sedare i tumulti, colpito forse da un colpo d’archibugio in uno scontro a fuoco presso la Porta di San Tommaso.
Andrea mette in salvo i familiari presso il Castello degli Spinola a Masone e, una volta ripristinato l’ordine, rientra in città.
Il dolore per la perdita del nipote è pari all’atroce vendetta che ordisce, ponderata e tremenda, in un paio d’anni.

Andrea Doria Nettuno
“Ritratto di Andrea nelle vesti di Nettuno opera del Bronzino”.

Espugna e rade al suolo il Castello di Montoggio, uccide tutti i maschi della famiglia, cancella il celebre palazzo di S. Maria in Via Lata (riconosciuto unanimemente come la più lussuosa dimora cittadina), ne confisca tutti i beni, una parte tenendola per sé, una parte per gli Spagnoli e una parte per la Repubblica.
Giustizia anche Pier Luigi Farnese, duca di Parma e Piacenza mente occulta della rivolta, alleato papale dei Fieschi.
Intanto in Spagna Carlo v, preoccupato per l’accaduto, temendo che Doria non abbia più in mano la situazione e che Genova possa passare in mano francese, invia un proprio presidio militare.
L’Ammiraglio non lascia passare gli ispanici e invia Adamo Centurione, il banchiere più ricco d’Europa, a Madrid per rassicurare l’Imperatore che, convinto, ritira le truppe.
“Io che permetto a tutto il mondo cristiano di navigar sereno e alla Spagna di primeggiar credi che non sappia governare la mia città?” … queste, piu o meno, furono le parole dettate dall’ammiraglio.
Andrea Doria continua le sue imprese marinare conquistando nel 1550 la Tunisia, anno in cui muore Peretta, la sua sposa, e riprendendo la caccia a Dragut.
Negli anni successivi sconfigge i francesi in più occasioni e doma le rivolte della Corsica
Allontana dalle coste napoletane le galee di ma, in una battaglia, all’altezza di Ponza subisce la grave perdita di sette galee e ripara,a stento, nel capoluogo partenopeo.
Nel 1556 a 89 anni suonati, terminata la sua ultima missione, ritorna a Genova dove affida il comando della flotta imperiale al nipote Gian Andrea, ammiraglio del nuovo Re di Spagna Filippo II, subentrato nel frattempo a Carlo V.

" L'Aquila nera uncinata stemma araldico dei Doria".
” L’Aquila nera uncinata stemma araldico dei Doria”.

Nel 1559 ottiene, con la pace di Cateau Cambresis, che la Corsica, abbandonata dai Turchi sconfitti, sia restituita al Banco di S. Giorgio e che i francesi lascino l’isola.
L’anno successivo assiste impotente alla sconfitta del nipote da parte di Dragut, in quel di Gerba, disfatta che permette ai Turchi di consolidare il proprio dominio nel Mediterraneo.
A quasi 94 anni Andrea, corroso dai dolori e dalle recenti delusioni, si spegne nel suo palazzo.

“La teca contenente la spada di Andrea Doria”. Foto di Giuseppe Ruzzin.
Il Dio Nettuno del mare alto un metro e novanta, di Melfi, Ammiraglio Imperiale supremo con il titolo di Capitan general del la Mar, insignito della Legion d’onore francese, del Toson d’oro spagnolo (le massime onorificenze militari) e Padre della Patria è sepolto nel mausoleo, scolpito dal Montorsoli, nella cripta di S. Matteo, accanto ai suoi avi e vicino ad una teca con la copia dell’originale trafugato, della spada d’oro donatagli da Papa Paolo III come “Defensor” della Cristianità.
L’arma aveva cintura e pomo d’oro, l’elsa era incastonata di gemme preziose e recava inciso lo stemma pontificio. Sulla lama invece scintillava il nome di Paolo III e sul fodero il motto “con raro artificio scolpito”.
Appoggiato pensieroso alla sua spada, così lo ha scolpito Eugenio Baroni, in compagnia di Guglielmo Embriaco, a guardia della città.
A eterno ricordo del protettore dell’Occidente!
In Copertina: Andrea Doria è uno dei sei Padri della Patria raffigurati sul prospetto a mare di Palazzo San Giorgio. Opera di Lazzaro Tavarone.
 

Storia dell’Ammiraglio… seconda parte…

Un piccolo passo indietro…

l’anno prima Andrea Doria sposa a sessantuno anni Peretta Usodimare, donna nobilissima, vedova del Marchese del Carretto e parente di Papa Innocenzo VII.
Passato, come già detto al servizio degli Spagnoli, interra definitivamente il porto di Savona con le cui mura fa erigere la del Priamar.
Elabora la riforma degli Alberghi (28 principali famiglie delle quali adottano volontariamente il cognome tutti quelli che hanno con esse rapporti di varia natura), istituisce il dogato biennale, la Signoria composta da otto membri, il Maggior Consiglio (400 sorteggiati) e il Minor Consiglio (100 sorteggiati).
Tutte queste cariche sono sottoposte a giudizio dei Supremi Censori.
Andrea viene proclamato Censore Perpetuo e Padre della Patria.
Il Comune, in segno di ringraziamento, gli dona una casa (tuttora esistente) in S. Matteo dove, per altro, mai abiterà.

"Lapide che testimonia il dono dei Padri del Comune del Palazzo in San Matteo". Recita: "Senat. Cons Andre Ae De Oria patriae liberatori Munus Publicum".
“Lapide che testimonia il dono dei Padri del Comune del Palazzo in San Matteo”.
Recita: “Senat. Cons Andre Ae De Oria patriae liberatori Munus Publicum”.

Infatti da tempo ha ingaggiato Il miglior architetto su piazza, Perin del Vaga, per la costruzione della sua reggia il Palazzo di Fassolo, meglio noto come la Villa del Principe.
Dalle terrazze del giardino tiene sott’occhio la Lanterna, davanti controlla (odierna Stazione Marittima) la Porta di S. Tommaso come privilegiato accesso alla sua flotta ricoverata nell’Arsenale.

Alle spalle (attuale Miramare) coltiva boschi e giardini ricchi di selvaggina per essere autosufficiente in caso di assedio.

Per lo stesso motivo fa costruire un lago artificiale il Lagaccio che, ancor oggi, da il nome all’intero quartiere.
Al suo interno sfarzo e opulenza senza eguali (40 letti, quadrerie, ori, arazzi, argenterie e arredi regali) in stile moresco, lo stesso utilizzato per arredare la sua Quadrireme, la galea più grande mai costruita.
Qualunque personalità capiti a Genova prima si reca dal Principe, poi dal Doge.
Nel frattempo Carlo V nomina ambasciatore a Genova De Soria con il quale, in passato, non sono mancati gli screzi. Doria, ne ottiene, a nome della Repubblica, la revoca.
Nel 1532, per meriti militari, l’Imperatore gli conferisce il titolo di di Melfi (il più antico possedimento normanno in Italia).

"La Fontana di Nettuno".
“La di Taddeo Carlone”.

Al comando delle flotte pontificia, spagnola e dei Cavalieri di Malta sbaraglia i legni turchi rincorrendoli persino nei loro lidi.
L’anno successivo Khair Ad Din, il celebre Barbarossa, con 60 galee non riesce a conquistare Messina difesa, con coraggio da Andrea.
Nel 1535, a capo di novanta Galee, assedia Tunisi, libera i Cristiani prigionieri ma Barbarossa, lì rintanato, gli sfugge e ripara in Algeri.
Nel 1537 cattura dieci navi turche della flotta imperiale del Sultano Solimano.
L’anno seguente è protagonista di un particolare aneddoto al limite della leggenda;

incrociando, nel Mar Egeo, la flotta veneziana (in quel tempo alleata sia della Spagna che del Vaticano) impegnata in uno scontro con i Turchi, se ne mantiene ben alla larga e prosegue la sua rotta, evitando accuratamente di prestarle soccorso.
Viene perciò accusato di condotta scorretta da parte degli alleati ma nessuno oserà mai contraddirlo “de visu”.
Pare avesse confidato ai suoi ufficiali: “Giammai potrei cagionar vittoria a S. Marco a danno di S. Giorgio” (la rivalità delle due città era sempre ben viva).
Nel 1541 Carlo V si imbarca sulla flotta armata del per assediare Algeri ma una devastante tempesta li costringe al rientro in Spagna e a rinunciare all’ambizioso progetto.
Nel 1544 cattura Dragut, braccio destro del Barbarossa e lo fa rinchiudere nella Torre Grimaldina trattandolo, comunque, con tutti gli onori.

"Doria e il gatto Dragut", ritratto di pittore anonimo veneto presso la Villa del Principe".
e il gatto Dragut”, ritratto di W. Key presso la Villa del Principe”.

Accoglie a Palazzo il Barbarossa che, per liberare il corsaro, paga millecinquecento scudi d’oro e se ne riparte senza problema alcuno.
Il Principe, in smacco al pirata, chiama il suo gatto Dragut…

In Copertina: le aquile dei che adornano la fontana del Palazzo del Principe.

continua…

Storia dell’Ammiraglio…

comandante supremo di tutte le forze cristiane per mare (Venezia esclusa)…
Nel 1512 all’età di quarantasei anni Andrea Doria, dopo una lunga esperienza come capitano d’artiglieria presso lo Stato Pontificio, ottiene dalla Repubblica di Genova il suo primo incarico marittimo, iniziando così la leggendaria epopea del più grande ammiraglio che l’Occidente Cristiano abbia mai avuto.
L’ascesa è rapida: con un’azione ardita rompe il blocco navale francese in porto, assedia e occupa la Briglia (la fortezza ai piedi della Lanterna) e libera la città dagli invasori.
Questa impresa e il conseguente incarico ottenuto di pattugliare le coste per fermare i pirati contribuiscono al suo blasone.
Andrea, in mare, è invincibile.
Passa al servizio della Francia per la quale compie il capolavoro, sconfigge e cattura a Varazze, l’ammiraglio Moncada, comandante in capo della marina spagnola.
A seguito di divergenze con i reali francesi torna a navigare per il Vaticano, per conto del quale, distrugge a Piombino la flotta di Sinan l’Ebreo, luogotenente del Barbarossa.
Ma nel 1527 dopo il Sacco di Roma riprende il comando della flotta francese nel Mediterraneo cagionando numerose e sanguinose sconfitte agli spagnoli, catturandone uno dei tre principali ammiragli e, uccidendone gli altri due (fra cui il Moncada).

"La Sala del potere con sullo sfondo il celebre ritratto del Del Piombo".
La Sala del potere con sullo sfondo il celebre ritratto di Agnolo Bronzino 1540/50 circa che ritrae il Principe nelle sembianze di Nettuno.

Il 1528 è l’anno del colpo di scena; Doria viene ingaggiato dagli Spagnoli, firmando il 10 agosto con l’Imperatore Carlo V, la “Convenzione di Madrid”, in base alla quale si garantisce l’indipendenza della Repubblica, la sottomissione alla stessa della ribelle Savona, l’armamento biennale di dodici galee (il famoso “asiento”, il contratto di nolo delle navi) e il titolo di ammiraglio supremo, il tutto corredato da un faraonico compenso di sessantamila scudi, il doppio di quanto percepito sotto le insegne francesi e papali.
Un mese dopo schiera la sua flotta all’ingresso del porto impedendo la fuoriuscita dei francesi.
Il Senato invia ambasciatori per convincerlo a ritirarsi, in realtà  costoro gli assicurano il loro stesso appoggio e quello del popolo.
Al grido di “Viva San Giorgio e la Libertà“, due schiere sbarcate a Sarzano convergono sul Palazzo Ducale.
I Francesi si rifugiano nel Castelletto e, dopo un lungo assedio, in ottobre si arrendono.
Il 13 settembre di quell’anno Genova era comunque di fatto già libera e l’ammiraglio, rifiutando il personale dominio della città, pronunziava il celebre discorso a favore “dell’Unione” (fra nobili e popolari):

“Genova è nata libera e libera deve restare”…. a 62 anni Doria è al culmine della sua fama.
Il Mediterraneo è ripulito da Turchi e pirati, Solimano il Magnifico, imperatore turco, assiste incredulo alla fuga della sua flotta davanti al Genovese.
Ludovico Ariosto ne “L’Orlando Furioso” verseggia:

“Questo è quel Doria che fa dei pirati, sicuro il vostro mare da tutti i lati”… ma il bello deve ancora venire…
L’ammiraglio  camperà 94 anni e, a 89 sarà ancora in mare aperto a dirigere la sua flotta…ma queste sono altre storie…
continua…
In Copertina: Ritratto di Andrea Doria opera di Sebastiano del Piombo 1526 conservato presso la villa del Principe.
 

Storia degli Alberghi….

A Genova con la parola “Albergo” si identificava una consorteria nobiliare.
La nascita di tale istituto prese spunto dalla Compagna e curava gli interessi dei nobili.
Di contro i popolani costituirono le loro forme associative, chiamandole “Conestagie”.
Il primo esempio di Albergo risale al 1346 ed è quello della Maona (che in arabo significa “indennizzo”) dei Giustiniani.
Numerose famiglie signorili si riunirono allora sotto un unico cognome, formando una sorta di clan, il cui pretesto era raccogliere investimenti e risorse per conquistare territori da cedere poi, previo compenso, alla Repubblica.
Nel ‘400 gli Alberghi aumentarono il loro raggio d’azione assumendo anche rilevanza politica.
Nel 1528 Andrea Doria diede loro pieno riconoscimento giuridico e ratificò la tradizione di rinunciare al proprio cognome a favore di quello dell’Albergo prescelto.
La riforma dell’ammiraglio ne limitò il numero a ventiquattro:
Calvi, Cattaneo, Centurione, Cibo, Cicala, Doria, Fieschi, Gentile, Grillo, Grimaldi, Imperiale, Interiano, Lercari, Lomellino, De Marini, Di Negro, Negrone, Pallavicino, Pinelli, Salvaghi, Spinola, Usodimare e Vivaldi.
A queste famiglie dalla nobiltà di origine feudale si aggiunse la ventiquattresima di provenienza popolare, i De Fornari.
Nei decenni successivi si unirono, portando il numero a ventotto, altre quattro casate popolari:
Giustiniani, Promontori, Sauli e De Franchi.
Già nel 1576 una nuova riforma, di fatto, ne decretò la fine, limitandone l’autonomia politica e imprenditoriale.
In sostanza con la scomparsa degli Alberghi cessò, in favore di quella bancaria e finanziaria, la componente commerciale e mercantile che così ricca aveva reso Genova.
Nel ‘600 i nobili Genovesi scelsero una nuova forma associativa più consona alle nuove esigenze iscrivendosi nel “Libro d’oro”.
Libro che, con la Costituzione della Repubblica democratica incoraggiata da Napoleone, venne bruciato pubblicamente come vituperato simbolo del secolare potere oligarchico.

Storia di una contesa…

d’onore e di una Chiesa… ormai dimenticata…
Non è la Cattedrale, né S. Agostino, né San Matteo e nemmeno Santo Stefano, bensì Santa Maria in Via Lata, la chiesa gentilizia dei Fieschi.
Costruita nel 1340 a bande bianco nere, marmo di Carrara e ardesia, come nella miglior tradizione del gotico genovese ospitò, come l’attiguo Palazzo, illustri personaggi quali Re Luigi dodicesimo e Papa Paolo terzo.
Il Palazzo dei Fieschi, ritenuto il più sfarzoso della città, venne abbattuto per decreto del Senato, in seguito alla fallita congiura contro i Doria del 1547.
Demolito il palazzo, esiliati i membri della casata, la chiesa, ripulita da stemmi, lapidi ed epigrafi che ne ricordassero le gesta, venne preservata.
A causa di un diverbio dovuto al ritardo dell’inizio di una funzione religiosa a loro imputato, i Sauli vennero invitati dai Fieschi a non presentarsi più nella loro chiesa.
Bandinello Sauli, offeso da tale allontanamento, promise che avrebbe costruito, per tutta risposta, la più grande Basilica che Genova avesse mai visto, la vicina Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano.
Nel 1858 cessò la carica dell’ultimo abate dei Conti di Lavagna, il campanile venne abbattuto e, da allora, l’edificio ha subito innumerevoli danni, passaggi di mano e peripezie.

Oggi, sconsacrato, ospita un laboratorio di restauro a pochi passi da Salita San Leonardo che, nel ‘600 fu la sede della Bottega dei Piola, dinastia di artigiani e pittori, insuperati maestri del Barocchetto genovese.

Storia di un Ammiraglio implacabile…

… di una battaglia cruenta… di onore e rispetto.
Nell’anno del signore 1334 uno stuolo di navi catalane con a bordo 1800 fanti e 180 cavalieri, viene segnalato al largo della Sardegna, pronto ad attaccare le postazioni dei Doria nell’isola.
La Repubblica di Genova arma una flotta affidata al comando dell’ammiraglio Salvago Di Negro.
Questi, dopo dieci giorni di inseguimenti e schermaglie, s’impadronisce di un legno nemico e lo incendia.


Ai suoi marinai che chiedono ristoro, affamati e stremati per lo sforzo delle voghe, risponde che, sulle rimanenti navi ancora da conquistare, troveranno tutte le vettovaglie di cui necessitano.
In breve tempo anche le rimanenti imbarcazioni vengono catturate.
A bordo, oltre al cibo, con sorpresa, al seguito del contingente di occupazione, trovano le loro mogli e i loro figli.
Di Negro ordina ai suoi equipaggi che vengano rispettate le donne e che non venga torto nemmeno un capello agli infanti.
Venuto a sapere che un cavaliere catalano ha ucciso la sua bella moglie per paura che venisse dai genovesi oltraggiata, ne ordina la decapitazione immediata e lascia libere tutte le donne spagnole.
“I Genovesi sono i signori del mare… non barbari e bestie…”

 

Storia di un Santuario…

… di un presidio secolare di Libertà… di una battaglia impari… di uomini coraggiosi e… di un intervento ultraterreno…
Genova, come a suo tempo indicato da Andrea Doria, era ancora sotto l’influenza della Spagna quando, siamo nel 1622, i Piemontesi strinsero alleanza con i Francesi per, finalmente, portare a termine il loro progetto di conquista genovese.
Il 10 maggio del 1625 alla guida di 8000 soldati il Duca Carlo Emanuele I di Savoia si presentò, dopo aver occupato la Riviera di ponente e le località al confine fra i due Stati (attuale basso Piemonte), alle porte di Genova.
La Repubblica era allo stremo e non poté far altro che inviare sul passo del Pertuso, presso Mignanego, dove erano giunti gli occupanti, uno sparuto drappello di soldati comandati dal Commissario d’armi Stefano Spinola.
A questi si unirono numerosi volontari della Valpolcevera guidati dal parroco di Montanesi Giovanni Maria Lucchesi e alcuni banditi, a cui era stata promessa la grazia, comandati dal brigante Giambattista Marigliano.
Al parroco apparve in sogno la Madonna che lo avrebbe rassicurato in merito all’esito della battaglia.
Ottomila invasori vennero così respinti da poche centinaia di patrioti.
“La lapide che racconta le gesta di quel 10 maggio 1625”.


Sul luogo dell’epico scontro i Genovesi vollero erigere immediatamente un Santuario a ringraziamento che ricordasse l’impresa e onorasse la Madonna protettrice nel frattempo, nel 1637, eletta Regina.
Nel 1654 il complesso venne ampliato e la Repubblica donò al Santuario la Pala, commissionata a Tommaso Orsolino, raffigurante la Madonna in mezzo ai Santi protettori della Superba, con nella mano sinistra la palma della Vittoria, in quella destra il Bambinello con il Vessillo di Genova.

“La lapide sopra l’ingresso del Santuario che racconta delle due ricostruzioni del tempio”.


In realtà i Genovesi trionfarono ovviamente non per intervento divino ma perché, alla notizia che le navi spagnole erano arrivate in porto anticipando quelle francesi e che 20000 iberici guidati dal Duca Feria stavano marciando verso il Passo, erano sorti dissidi fra il Duca piemontese e il Generale transalpino alleato il Lesdiguieres.
In seguito a questo scampato pericolo i nostri avi deliberarono la costruzione delle Mura Nuove del 1639 che avrebbero garantito maggiore e adeguata protezione alla città.
Un secolo più tardi, quando tutta la valle venne occupata dagli austriaci il Santuario subì gravi danni e i valligiani stessi, per non lasciarlo in mano nemica, contribuirono alla sua demolizione.
Si salvarono solo la sacrestia, l’altare con la Pala, il campanile e gli arredi sacri portati al sicuro a Serra Riccò dal parroco.
Una volta ricostruito, a partire dal 1751, divenne il simbolo della Libertà dall’occupazione straniera e meta di pellegrinaggi di reduci della Prima Guerra Mondiale.
Il Generale Armando Diaz in persona, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano nel 1919 donò, esposto tuttora sul sagrato, un obice austriaco e sul muro del campanile fece incastonare il suo bollettino della Vittoria del novembre 1918.

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“Cartolina raffigurante l’obice austriaco”
“L’obice austriaco con sopra il bollettino della Vittoria di A. Diaz”
“La lapide che racconta la cattura del cannone tedesco catturato dall Brigata Partigiana Santo Poggi di Serra Riccò”.

Piemontesi, francesi, spagnoli, austriaci e poi ancora austriaci, in un intreccio lungo quasi trecento anni non poteva mancare anche il ricordo dell’apporto all’ultima guerra di Liberazione, quello della Brigata partigiana di Serra Riccò che, al pezzo di artiglieria austriaca, ha affiancato un cannone anticarro strappato ai tedeschi.

“Il Cannone tedesco esposto accanto al sagrato della chiesa”.


… “Fino alla Vittoria… sempre”.

 

Storia del pandolce…

… dall’Egitto, alla Grecia… fino alla Persia… dalla tavola dell’ammiraglio… fino a quella di San Biagio…
Non se ne abbiano a male gli amici milanesi, ma il pandolce genovese ha una storia molto più antica rispetto al panettone, che si perde nella notte dei secoli… una vera e propria genesi rituale.
Dati gli ingredienti comuni, molti ne fanno risalire l’origine addirittura ai tempi dell’antico Egitto e della Grecia dove era diffuso un dolce simile a base di miele.


Sicuramente, visti i rapporti commerciali con quel Paese, i Genovesi potrebbero aver tratto ispirazione dalla Persia (basti pensare a maggiorana, “persa” in genovese) dove il suddito più giovane (in grado di camminare), all’alba di Capodanno, porgeva al Sovrano un grande pane dolce a base di canditi, miele e mele da dividere fra i suoi commensali.
In effetti anche a Genova il pandolce, chiamato anche Pan co-o zebibbo veniva portato in tavola dal più giovane della famiglia e, con gesto beneaugurante, privato del sovrastante ramoscello di alloro.
Fu l’ammiraglio Andrea Doria che, nel ‘500, indisse concorso fra i pasticceri locali, per creare un dolce degno del matrimonio del nipote con Zanobia del Carretto e del prestigio della Repubblica.
Così venne codificato il pandolce genovese nella versione alta, affiancato poi, qualche secolo più tardi, dalla moderna versione bassa.
Molti sorrideranno di questa affermazione ma, a quel tempo, tolto forse Venezia e Bisanzio odierna Istanbul, non erano molte le città in Europa sulle cui tavole si potevano gustare canditi, uvetta e frutta secca.
Secondo la tradizione il Capofamiglia affettava il panduce canticchiando una filastrocca:
“Vitta lunga con sto’ pan!
Prego a tutti tanta salute,
comme ancheu, anche duman,
affettalu chi assettae,
da mangialu in santa paxe,
co- i figgeu grandi e piccin,
co- i parenti e co- i vexin,
tutti i anni che vegnia’,
cumme spero Dio vurria’.”
Alla moglie spettava l’assaggio e poi veniva distribuita una porzione per ciascun invitato, dopo di ché, visionate le letterine dei pargoli, gli stessi, in piedi sulla sedia, recitavano la loro poesia.
Due fette però venivano accuratamente conservate a parte da offrire una, al primo viandante di passaggio, da consumarsi l’altra, il 3 febbraio festa di San Biagio, protettore della gola.
Il Pandolce genovese, a seconda del Paese in cui è consumato, ha assunto altri nomi:
dal nostrano “Pan do bambin” sanremese, al “Londra cake” o “Genoa cake” britannici, fino al “Selkirk bannock”, una versione scozzese molto apprezzata dalla Regina Vittoria.
Quanta cultura in un semplice…. Panduce..

Storia di una leggenda…

… di una chiesa… e di un campanile…. molto particolare…
Alla sua morte, avvenuta nel 430 d.C. , le spoglie di S. Agostino vennero traslate in Sardegna ma, causa la successiva invasione saracena, il re longobardo Liutprando chiese ai genovesi di intervenire per salvare il corpo del santo.
Il re, infatti, era un gran devoto del padre della chiesa e voleva trasportare le reliquie del santo a Pavia, capitale del suo regno.
Tornati a Genova, compiuta la missione, i nostri marinai deposero il santo nella cappella del Palazzo del Vescovo (attuale Facoltà di architettura) in attesa dell’arrivo di Liutprando (anno 726).
Al momento di trasportare l’arca nessuno riuscì a sollevarla, come se il santo non volesse più abbandonare la città.
Il re fece allora voto solenne di edificare in quel luogo una chiesa a lui dedicata.
Miracolosamente il corpo si lasciò sollevare e trasportare nella basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro, a Pavia.
Di questa leggendaria chiesa non resta più alcuna traccia e fu eretto, in corrispondenza dell’altare maggiore, il monastero di Santa Tecla.
Solo nel 1477, per volere popolare, fu reintitolata dagli agostiniani al loro fondatore.
Qui vennero eletti i Capitani del Popolo i due Oberto, Doria e Spinola e, nel 1339 Simone Boccanegra, il primo Doge della Repubblica.
Fu sede di numerose confraternite e consorterie
nonché di cappelle nobiliari.

genova
“Il Campanile in alicados di Sant’Agostino”.

Nel 1798 chiesa e convento vennero soppressi per volere di Napoleone e la struttura venne usata prima come magazzino e officina del Genio Civile, poi come sede dei Carabinieri Reali.
Il complesso, gravemente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato recuperato dagli architetti nei primi anni ’80.
La facciata a fasce bicrome è sormontata da una lunetta affrescata con l’immagine del Santo.
Ma, a mio parere, il pezzo straordinario è il duecentesco campanile, coevo di S. Giovanni di Prè e delle Vigne, interamente ricoperto, unico esempio nel nord Italia, in alicados cioè delle stesse piastrelle lisce monocrome con cui si rivestono le moschee.
Gli alicados di S. Agostino sono maioliche opera dei Magistri, come inciso su di esse, di Albisola.

 

Un altro angolo che…

trova requie nel mondo nostalgico ed ovattato dei ricordi è la Porta Aurea, facente parte della cinta muraria del Barbarossa.
Così chiamata perché eretta sul colle di Piccapietra in prossimità delle abitazioni dei Doria.
Di qui, per contrazione del temine, il toponimo del quartiere Portoria.
La porta sovrastata da due imponenti torrioni (come Porta Soprana e Porta dei Vacca) troncati nell’ 800, era collocata in cima a Salita Cannoni.
I Cannoni però non facevano paura… non erano strumenti di morte bensì potenti condutture d’acqua per alimentare le sue fontane.
Negli anni ’60 del secolo scorso il quartiere di Piccapietra venne demolito e con esso i secolari ospedali di Pammatone e degli Incurabili, ovviamente, insieme alla nostra quasi millenaria Porta.