Il Martirio di Santa Barbara

All’interno della chiesa di S. Marco al Molo l’altare della corporazione dei Bombardieri (addetti all’uso e alla costruzione delle artiglierie) è impreziosito con il dipinto del Martirio di Santa Barbara, realizzato nel 1622 da un giovane .

Proprio perché, secondo la tradizione agiografica, la santa era immune ai fulmini e al fuoco venne eletta a protettrice e patrona della corporazione.

Il carnefice vestito di rosso come il fuoco con una mano afferra Barbara per i capelli mentre con l’altra brandisce la spada pronto a sferrare il colpo letale.

La santa in ginocchio e con le braccia al sen conserte ha lo sguardo rivolto in alto verso due angioletti che recano lo Spirito Santo e sembra avere un’espressione rassegnata ma serena.

In copertina: il Martirio di Santa Barbara in San Marco al Molo.

La Grande Peste

“Nella primavera del 1657, in mezzo ad una lieta calma, si udì che il contagio di bel nuovo ripullulava; gli abitanti più agitati fuggivano dalla città, vedendo com’esso imperversando si annunziava piuttosto colla morte, che colla malattia: assai presto a migliaia n’erano spenti, onde una confusione indicibile rendeva inutili le cautele benefiche già prese.

Disertavano i magistrati nelle vicine ville: solo il magnanimo doge Giulio Sauli rimanevasi impavido, quantunque il fiero morbo fosse penetrato nello stesso palagio, e ne decimasse gli uffiziali e le guardie.

A rappresentare gli orrendi effetti dell’ineffabil disastro, e la strage immensa ch’iva facendo nel modo più miserevole, ci verrebbero meno gli acconci colori. Il savio e generoso doge bramava pure di arrecare qualche sollievo a sì gran calamità, ma ogni provvedimento riusciva indarno. Facea sibbene che i varii lazzaretti da lui di fresco stabiliti abbondassero d’ogni cosa necessaria: elargiva soccorsi a chiunque ne abbisognasse; non ometteva veruna diligenza perché si conservasse il buon ordine; e quantunque già il palazzo pubblico si vedesse pieno di morti, pure voleva che ne stessero aperte le porte, e dava libera udienza a chiunque ne richiedesse.

I lazzaretti rigurgitavano di moribondi, e di morti: venian meno i medici, i sacerdoti, gli infermieri, i farmaci, le provvigioni: vedevansi morti, o agonizzanti per le piazze, per le vie, per le case, per le scale: non s’incontravano che cadaveri malamente affastellati su carri e condotti a sepoltura… Il contagio sempre inferociva, e inferocì per lo spazio di diciassette mesi, durante i quali perirono nella sola circa settanta mila persone”.

Brano tratto dal volume di Giovanni Battista Spotorno inserito nel “Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale de gli Stati di S. M. il Re di Sardegna” (Torino 1840).

Nel quadro del celebre artista sarzanese , realizzato nel 1658 su commissione della Repubblica, si riconoscono oltre alla Lanterna, la loggia di Banchi e la chiesa di San Domenico.

In alto a sinistra si notano il Diavolo che soffia il suo pestilenziale alito sulla città e la Morte che mulina la sua imparziale falce. La nera mietitrice non fa distinzione tra nobili e poveri, colpendo sia gli uni riccamente addobbati, che gli altri o nudi o di stracci vestiti.

A fianco del faro cittadino è raffigurata una nave, protagonista di una storia assai curiosa, che si arena sulla scogliera di Sestri Ponente.

Tale imbarcazione colma di cadaveri era destinata infatti, come da prassi del tempo, a bruciare al largo ma, senza governo e a causa dei venti contrari, si schiantò sulla costa restituendo alla Superba, foriero di sventura, il mortifero e nauseabondo carico.

In copertina “La peste di Genova” dipinto di Domenico Fiasella. Collezione della Fondazione di Galleria Palazzo Franzoni Genova.

Storia di una torre…

e dei suoi illustri prigionieri…

corsari, pirati, musichi, eroi, artisti.

In origine la torre trecentesca, come anche il sottostante palazzo, apparteneva alla famiglia Fieschi. Accorpata al è collegata da un arco al Palazzetto Criminale adibito ai malfattori comuni.

La torre era invece destinata ai prigionieri politici o comunque di riguardo. Nelle sue celle (una di queste “la Grimalda” dà il nome alla costruzione) furono rinchiusi personaggi straordinari:

Il Doge , ribelle contro l’occupazione francese, poi decapitato; il pirata saraceno Dragut, il luogotenente del Barbarossa catturato dal Principe Doria; i cospiratori contro la Repubblica come Vacchero e ; il violinista Paganini, il musicista più famoso del suo tempo, reo di aver molestato una minore; artisti come il Mulier, detto “”, celebre per le sue tele marittime, accusato, ingiustamente, di uxoricidio; altri pittori che, durante la loro reclusione, hanno decorato i loro alloggi come , , Luciano Borzone e Andrea Ansaldo."La "La cella di Jacopo Ruffini".

Il mio pensiero però va a Jacopo Ruffini, compagno di Mazzini che, torturato e violentato, piuttosto che tradire i suoi ideali ed elencare i nomi dei membri della Giovine , ha preferito il suicidio.

Subito mi accarezza la mente la struggente “Preghiera in gennaio” di De André, dedicata all’amico Tenco.

Con il sangue delle vene recise ha scritto sul muro della cella: “la risposta?… la vendetta dei miei fratelli”.