Altro che Montmartre…

L’anno in cui lo scrittore visitò per la prima volta  è il 1814. Arrivò nella città ligure il 31 agosto di quell’anno e venne accolto nella villa della marchesa Teresa Pallavicini tra Quinto e Nervi (oggi Via Giannelli). fu suo ospite fino al 18 settembre. Poi partì per Livorno. In una sua lettera, datata 24 settembre 1814, il romanziere infatti raccomanda alla sorella Pauline «d’inviare cinquanta piante di pesche delle migliori specie – le piante acquistate al vivaio di Lione – alla signora marchesa Pallavicini a » per ringraziarla della sua cordialità.

Appena conclusosi il soggiorno presso la marchesa, lo scrittore scrisse altre lettere, raccolte in un volume dal titolo “Journal”. In una di queste, datata 22 settembre 1814 Stendhal fa un elenco molto preciso degli “oggetti d’abbigliamento” che acquistò nella città ligure: «ho fatto fare tre gilet, quattro pantaloni e due o tre paia di scarpe. In più ho acquistato un cappello e libri (le opere complete di Fénelon e De Brosses) per 48 franchi».

Stendhal parla di Genova anche in “Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828”: una sorta di “quadernetto propedeutico al viaggio in ” di 37 pagine. Si tratta di una vera e propria guida turistica, in cui fornisce particolari descrizioni della città e consigli utili al cugino Romain Colomb che, per rimettersi da una malattia, si stava preparando ad un viaggio in . Colomb partì da Parigi il 14 marzo 1828 ed aveva in tasca il “vademecum” scritto sotto il dettato di Stendhal.

“La Borsa di Genova. La Loggia dei Banchi”. Foto di Leti Gagge.

Per quanto riguarda il mezzo di locomozione più efficiente per intraprendere il viaggio, lo scrittore afferma in proposito: «si potrebbe andare a Genova con la diligenza, ma è molto meglio prendere un vetturino , c’è il vantaggio di vedere da vicino quattro o cinque italiani e di conoscerli più a fondo di quanto non si farebbe con cinquanta visite… Durante il viaggio la scelta dell’albergo spetta al vetturino». Arrivati in città, Stendhal consiglia di «prendere una stanza alla pensione Svizzera, vicino ai Banchi (la borsa ha questo nome) e qui bisogna chiedere la camera 26 al quarto piano, dalla quale si vedono il porto e la montagna. Bisogna dire: “Mi dia la camera che un russo ha occupato per 22 mesi”. Costa un franco e venticinque al giorno. Di fronte c’è un ristorante dove si può mangiare scegliendo una lista».

“Palazzo Reale”. Foto di Leti Gagge.

Inoltre il libretto cita anche i monumenti e i palazzi della città ligure degni di visita, ad esempio: «Vedere la cattedrale e il famoso quadro di Giulio Romano; vedere l’Albergo dei Poveri: bassorilievo attribuito a Michelangelo; vedere il palazzo del Re; quattro collezioni di quadri in palazzi della via principale; vedere la sala del ricevimento di Palazzo Serra e la passeggiata d’Acquasola dove la sera si può ammirare uno stupendo tramonto».

“L’antica passeggiata dell’Acquasola”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.
“L’Albergo dei Poveri”. Foto di Leti Gagge.
“Torre Morchi il cui interno ospitava l’”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.

Tuttavia l’opera di Stendhal che maggiormente ha contribuito ad una descrizione più precisa e dettagliata della Superba è “Mémoires d’un touriste” pubblicato nel 1838. Qui l’autore spiega, fin dalle prime pagine, il motivo di questo suo nuovo viaggio nell’Italia che ha sempre sognato: un viaggio semplicemente di “piacere” che poté permettersi dopo sette anni passati, come lui stesso dice, “ai ferri”. In questo libro, Stendhal ricorda di essere arrivato nella città ligure alle cinque del mattino a bordo di un imbarcazione: il “Sully “ e di avere espresso subito la volontà di passare un’intera giornata a visitare Genova, prima di proseguire alla volta di Marsiglia.

“Notturno di Via Aurea, oggi Garibaldi”. Foto di Leti Gagge.

Stendhal ebbe modo, in quell’occasione, di soggiornare nell’albergo definito da lui ironicamente «il più grande e alla moda presente in città»: La Croce di Malta; qui infatti, come già si aspettava, non trovò nessuna comodità. Nel corso delle diciannove ore che passò a Genova, l’autore riporta di aver cambiato tre volte camera tanto che il cameriere non sapeva più in quale stanza l’illustre ospite si trovasse. Comunque, la prima impressione che lo scrittore provò ad una visita ancora “acerba” della città non fu negativa e può essere ben esemplificata dalle parole che qui riporto tradotte: «la città è mirabilmente situata ad anfiteatro sul mare. Fra la montagna, alta quattro volte Montmartre e il mare non c’è stato spazio che per tre strade orizzontali: una a otto piedi di larghezza ed è quella del grande commercio dove si trova del buon caffè; l’altra, dietro il porto, è riservata ai marinai; la terza, quella più vicina alla montagna e che porta successivamente i nomi di Via Balbi, Via Nuova e Nuovissima, è una delle più belle strade del mondo».

“La Basilica di Carignano”. Foto di Leti Gagge.

Stendhal rimane letteralmente affascinato dall’architettura di quest’ultima strada, «ardita, piena di vuoti e di colonne che ricorda gli scenari della Scala di Milano». Dopo aver errato un’ora da palazzo a palazzo in questa bella strada, lo scrittore francese racconta di essersi fermato per cercare un caffè; ad una prima impressione, egli esprime tutta la sua incredulità, notando che, nonostante la ricchezza della città, i caffè «sono tutti brutti e poveri». Con l’aiuto di un artigiano genovese trasformatosi in una “guida” improvvisata in quel labirinto di vicoli, Stendhal arriva di fronte alla porta di un «buio, composto di due stanze sudice. Era realmente il caffè alla moda». Lì, dopo aver consumato un caffè e latte, l’autore mette in evidenza la profonda differenza col lusso di Milano e Venezia e ricorda tristemente i versi di Montesquieu sul piacere di lasciare Genova: «mare senza pesci, donne senza bellezza, ecc…». Nonostante la cattiva impressione ricevuta, lo scrittore afferma di essere tornato più volte, durante la giornata, in quel caffè «triste» per bere «una bibita molto particolare chiamata acqua rossa, con cinque o sei ciliegie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli…». Questa buonissima bevanda riuscì quantomeno a mitigare il generale giudizio negativo di Stendhal sui caffè genovesi. Durante la mattinata, come primo edificio, lo scrittore visitò il palazzo della Borsa, poi si recò verso la Chiesa di Carignano. Per arrivarvi, Stendhal ricorda come sia stato necessario, in passato, far costruire un ponte che passasse «su una fila di case per cui si cammina a trenta, quaranta piedi al di sopra dei comignoli». La particolarità della visita di Stendhal a Genova è che questi preferì visitare subito i monumenti, senza l’ausilio di libri esplicativi e di leggerne la sera la descrizione sulla guida della città per poi riandare a vedere, la mattina successiva, i monumenti più significativi.

“Ritratto di Geronima Brignole sale con la figlia Maria Aurelia.” Anton Van Dyck Collezione di Palazzo Rosso Genova.

La Chiesa di Carignano colpisce lo scrittore, egli riconosce di essere davanti ad un «capolavoro di gravità e nobiltà» ma, nonostante tutto, la giudica come un chiesa non molto affascinante anche se costruita in una posizione stupenda: «un monticello che interrompe la curva dell’anfiteatro di Genova verso il mare». Per “dovere di viaggiatore”, Stendhal salì sulla cupola di tale chiesa, nella cui navata poté ammirare il San Sebastiano di Puget di pulito e vigoroso stile. Dopo questa sua visita, lo scrittore racconta di essersi recato, per burocratici problemi di passaporto, nel palazzo sede del municipio, «una vasta costruzione di marmo bianco male adoperato», con una facciata del 1760, «epoca in cui la povera architettura era maltrattata in Italia come in Francia». Vistato il passaporto, Stendhal andò a visitare tre gallerie di quadri famosi in Via Balbi.

“La a monte dei giardini della Villa del Principe”.
“La bucolica cascata dei giardini di Villetta Di Negro”. Foto di Leti Gagge.
“Chiesa di S. Stefano”. Foto di Leti Gagge.
“Decollazione di S. Stefano di Giulio Romano”.

Qui vide dei Van Dyck magnifici il cui aspetto “dolcemente imperioso” lo affascinò moltissimo. Dopo un breve tour all’interno dei palazzi di Via Balbi, lo scrittore andò ad ammirare la colossale statua del famoso giardino Doria e di lì è salito alla Villetta, nel delizioso giardino del Marchese Di Negro che lo accolse molto volentieri nella sua dimora. Così ricorda Stendhal: «mi ha ricevuto con estrema gentilezza e mi ha fatto assaggiare dell’uva della Villetta…». Verso sera il romanziere racconta di essere entrato nella «cattedrale bianca e nera costruita in bande orizzontali». Qui vide «il quadro di Giulio Romano, di cui i genovesi ammirano soprattutto la testa rifatta a Parigi da Girondet». A testimonianza dell’opulenza delle chiese genovesi paragona o confonde S. Stefano, dove è custodito il capolavoro del Romano, con S. Lorenzo, la cattedrale.

“Panorama dalle trifore della Torre della Cattedrale di San Lorenzo”. Foto di Leti Gagge.

Prima di partire, Stendhal si recò al Carlo Felice per assistere ad una rappresentazione teatrale.”. Qui, durante lo spettacolo venne a conoscenza che «Genova possiede un gabinetto letterario dove si leggono i giornali; cosa davvero sorprendente».

“Il Teatro Carlo Felice”. Foto di Leti Gagge.

Il racconto della sua visita a Genova termina con una considerazione molto acuta sull’essenza dei genovesi: «credevo che i genovesi amassero soltanto il denaro; amano anche, mi dicono, la loro indipendenza. Ciò che mi ha fatto nascere questa riflessione politica, è che sono stati costretti a dare il nome di Carlo Felice al bel teatro che si sono costruiti. Hanno comperato e demolito molte case per costruire una piazza davanti al teatro e una strada che continua la bella strada dai tre nomi: Balbi, Nuova e Nuovissima».

Un Veneziano a Genova…

“Le Memoires, l’opera autobiografica di scritta in onore del re di Francia Luigi XVI”.

L’opportunità per Goldoni di raggiungere derivò dal fatto che la compagnia detta di “San Samuele”, con la quale il commediografo stesso stava collaborando, doveva lanciare proprio nel capoluogo ligure, nella primavera del 1736, ben sei nuovi attori e poi trasferirsi a passare l’estate lavorando a Firenze.

Nelle “Memoires” Goldoni scrive: “… Si trattava di andare a vedere due tra le più belle città d’… E avevo le spese pagate (…). Il viaggio fu felice, sempre bel tempo; traversando quell’alta montagna che si chiama la Bocchetta (…). Traversato il ricchissimo e deliziosissimo villaggio di Sampierdarena, scorgemmo Genova dalla parte del mare. Che incantevole e meraviglioso spettacolo! È un anfiteatro semicircolare, che da una parte forma il vasto bacino del porto, e dall’altra si alza gradatamente sul pendio della montagna, con immense costruzioni che da lontano sembrano poste le une sopra le altre e terminano con terrazze, con balaustrate, o con giardini che fanno da tetto alle varie abitazioni. Davanti a queste file di palazzi, di dimore nobiliari e borghesi, gli uni incrostati di marmi, gli altri decorati di pitture, si vedono i due moli che formano l’imboccatura del porto; opera degna dei romani, perché i genovesi, nonostante la violenza e la profondità del mare, vinsero la natura che si opponeva al loro stabilimento. Scendendo dalla parte della Lanterna per raggiungere la porta di San Tommaso vedemmo l’immenso Palazzo Doria, dove tre principi sovrani furono ospitati contemporaneamente; poi andammo alla locanda di Santa Marta, aspettando l’alloggio che ci era destinato”.

“Bussolotti utilizzati per le estrazioni “

A questa descrizione della Genova geografica di allora, Goldoni fa seguire una parentesi che non si può trascurare, almeno nella parte sostanziale, relativa alla genesi di un gioco ancora oggi molto diffuso:

”che in Italia è chiamata lotto di Genova, e a Parigi la lotteria reale di Francia, non era ancora stata introdotta a Venezia. C’erano però dei ricevitori clandestini che accettavano giuocate per Genova e io avevo in tasca una ricevuta per una giuocata che avevo fatto a Venezia. Questa lotteria è stata inventata a Genova, la prima idea fu fornita dal caso. I genovesi tirano a sorte due volte l’anno i cinque senatori che devono sostituire gli uscenti. A Genova si conoscono tutti i nomi che sono nell’urna e che possono essere tirati fuori: i cittadini cominciarono a dire tra loro: “Scommetto che nella prossima estrazione uscirà il tale”; e un altro diceva: “Io scommetto per il talaltro”; e la scommessa era pari (…). Oggi questa lotteria di Genova è diventata pressoché universale (…). È una bella rendita per il governo, un’occupazione per gli sfaccendati, e una speranza per i disgraziati. Quanto a me, questa volta mi parve piacevolissima, ci guadagnai un ambo di cento pistole che mi fece assai contento”.  Le “cento pistole” vinte da Goldoni vanno intese in senso numismatico e tradotte in “cento scudi” del suo tempo, naturalmente d’oro e quindi di valore significativo.

Ma a Genova la vita del commediografo cambiò davvero. Prosegue infatti nelle “Memoires”:

“Statua di Goldoni”.

“A Genova ebbi una fortuna assai più considerevole, e che fece l’incanto della mia vita: sposai una giovane savia, garbata, graziosa, che mi compensò dei tanti brutti scherzi fattimi dalle donne, e che mi riconciliò con il bel sesso. Sì, caro lettore, mi sono sposato, ed ecco come. Il direttore ed io avevamo alloggio in una casa attigua al teatro. Avevo visto alle finestre dirimpetto alle mie una giovane che mi pareva bellina e avevo voglia di conoscerla. Un giorno che era sola la salutai teneramente; lei mi fece una riverenza e scomparve subito, né più si lasciò vedere. Eccomi punto dalla curiosità e nell’amor proprio cerco di sapere chi sta di casa dirimpetto al mio alloggio: è il signor Connio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro deputati al Banco di San Giorgio (…)”. Goldoni cerca di sapere che tipo è il suo futuro suocero. Va a cercarlo al Banco di San Giorgio e lo trova… occupatissimo. Fa la coda e finalmente riesce a parlargli. L’accoglienza di Conio è molto cordiale, al punto che lo invita a uscire con lui e gli propone di andare insieme a prendere un caffè. Appreso che Goldoni si occupa di teatro, gli chiede che parti sostiene recitando e, naturalmente, viene così corretto: “Gli dissi chi ero e che cosa facevo; lui si scusò, gli piaceva il teatro, ci andava spesso, aveva visto i miei lavori, era felice di aver fatto la mia conoscenza, e così io di aver fatto la sua.

Eccoci amici; lui veniva da me, io andavo da lui; vedevo la signorina Connio, ogni giorno di più mi pareva piena di grazie e di virtù. In capo a un mese domandai al Connio la mano di sua figlia”. Non ci furono difficoltà. Anzi il Connio stesso dichiarò che non temeva un rifiuto da parte della ragazza e si disse favorevole alle nozze. Però chiese tempo e, ottenutolo, cercò informazioni sul conto del Goldoni, chiedendole per iscritto soddisfazione senza che fosse seguita da un dispiacere?

“La Targa in Vico S. Antonio che ricorda la dimora genovese del commediografo e il matrimonio con Nicoletta Connio”.

La prima notte di matrimonio ecco che mi piglia la febbre, e il vaiuolo che già avevo avuto a Rimini da ragazzo viene ad attaccarmi per la secondo volta. Pazienza! Per fortuna non era pericoloso, e non divenni più brutto di quello che già ero. La mia sposina pianse molto al mio capezzale; era la mia consolazione e tale è sempre stata. Finalmente partimmo, la mia sposa ed io, per Venezia ai primi di settembre. Cielo! Quante lacrime sparse, che crudele separazione per mia moglie! Doveva lasciare di colpo padre, madre, fratelli, sorelle, zii e zie…Ma se ne andava con suo marito”. Si potrebbero chiudere qui la “genovesità” di Carlo Goldoni, ma Genova presenzia in altre citazioni nei suoi “Memoires”. Ad esempio la “parte seconda” dell’opera finisce proprio con un ritorno dei coniugi Goldoni nel capoluogo ligure, perché lo preferirono a Torino quale ultima tappa italiana di un viaggio in Francia.

Correva l’anno 1762 e Carlo ne aveva ormai cinquantacinque. Così lui descrive e commenta la partenza da Genova: “Passammo otto giorni allegrissimi nella patria di mia moglie, ma le lacrime e i singhiozzi non finivan più al momento della partenza; la separazione era tanto più dolorosa in quanto i parenti disperavano di rivederci. Promettevo di ritornare in capo a due anni; non ci credevano. Finalmente, tra addii, abbracci, pianti e grida ci imbarcammo sulla feluca del corriere di Francia, e facemmo vela per Antibes, costeggiando quella che gli italiani chiamano riviera di Genova”.

Le dimore di Falstaff…

scelse non solo per il clima, il mare o la bellezza in generale della città, ma soprattutto per la riservatezza dei suoi abitanti che, pur ammirandolo come venerabile Maestro, non furono mai invadenti della sua sfera privata.

I primi tempi, durante il soggiorno genovese, prendeva alloggio all’, nella zona di Caricamento.

“Torre Morchi e Palazzo Passano. L’edificio in cui aveva sese l’Hotel della Croce di Malta”.
“La targa che attesta gli illustri ospiti dell’albergo”.

La Croce di Malta, il principale albergo dell’epoca, si trovava a Caricamento, in Vico dei Morchi: viene ricordato così nelle parole di Henry James, uno dei suoi illustri ospiti: “un palazzo gigantesco ai limiti del porto formicolante e non troppo pulito, un edificio immenso, solo il piano terra avrebbe contenuto dodici caravanserragli americani”.

Nel 1859, in una delle sue frequenti passeggiate con la moglie Giuseppina Strepponi, si spinse fino al Mandraccio, zona del porto antico, dove fece amicizia con l’ing. Giuseppe De Amicis, cugino del più celebre Edmondo, l’autore di “Cuore”, al quale confidò il suo desiderio di procurarsi una dimora stabile in città.

“Villa Sauli Pallavicini nell’odierna Via Corsica”.

Cosa che, finalmente, avvenne nel 1866 quando il compositore si trasferì in affitto in Via San Giacomo in Carignano.

Insieme al noto direttore d’orchestra, il ravennate Angelo Mariani e grazie all’amicizia con la Marchesa Sauli Pallavicini, Verdi era riuscito ad esaudire il suo sogno di prendere casa nella Superba.

Andò ad abitare al piano nobile di Villa Sauli in Carignano mentre Mariani si sistemò nell’ammezzato. Divisero l’onere dell’affitto: 400 lire per Mariani e 3000 per Verdi.

In una lettera, infatti, indirizzata al conte Oprandino Arrivabene, datata 16 marzo 1867, così scriveva: “Ricevo ora la tua lettera e ti ringrazio. Parto per S. Agata, ma ritornerò qui per allestire un appartamento che non ho comprato ma affittato in Carignano, Palazzo Sauli Pallavicino. L’appartamento è magnifico e la vista stupenda e conto passarvi una cinquantina d’inverni”.

Da un’altra missiva datata 26 novembre 1874, diretta sempre allo stesso conte, si deduce che il Maestro in tale data aveva già lasciato l’appartamento di Villa Sauli in Carignano: “non so se tu sappia, che io non sto più in Carignano, ma nel Palazzo del Principe Doria, per cui manda in avvenire a questo indirizzo la tue lettere”.

”. Foto dell’autore.
“Cartolina della Villa del Principe con gli appunti di un viaggiatore francese che indica le finestre abitate dal Maestro”. Immagine di Giorgio Corallo.
“Lapide esterna alla Villa che attesta la presenza dell’illustre ospite e gli conferisce la cittadinanza onoraria”.

Inizialmente occupò l’ammezzato in alto, ma nel 1877 i coniugi Verdi scesero ad occupare il piano nobile della principesca dimora.

Il musicista usciva di casa per fare i suoi acquisti quotidiani. Non mancano gli aneddoti in proposito. Un giorno si recò a comprare dei pesci in “Chiappa”, il vivace mercato del pesce che era situato nei pressi di piazza Cavour, e si sentì dire dal pescivendolo: “Maestro, questa sera nell’Aida farò il comprimario nella parte del re”. Verdi gli rispose ironico: “Però guadagna molto di più qui che sul trono del Carlo Felice”.

Verdi fu invitato alla prima rappresentazione del Falstaff a Genova, ed egli accettò con lettera del 6 aprile 1893, specificando però che non voleva andare nel “palco reale”, perché non voleva essere considerato come ospite d’onore ma come artista fra gli artisti.

Il biglietto autografo di Verdi presso la pasticceria Klainguti”.

Falstaff si chiamano anche le brioche predilette, ripiene alla pasta di nocciola, che il Maestro era solito gustare presso la Pasticceria Klainguti in Campetto. Ancora oggi dietro al bancone del locale campeggia orgoglioso il suo biglietto autografo. “Cari Klainguti, grazie dei Falstaff. Buonissimi… molto migliori del mio!”

Il grande affetto che unì l’illustre compositore alla nostra città traspare anche nelle sue disposizioni testamentarie. Il testamento olografo, datato 20 maggio 1900 conteneva un allegato in cui disponeva 50000 lire ad enti genovesi, così suddivisi: 20000 agli Asili Infantili di Genova; 10000 a favore dell’Istituto dei ciechi; 10000 a favore dell’Istituto Liberti per rachitici; 10000 a favore dell’Istituto di via Fassicomo.

Gente di mare…

“La copertina di Suspense il romanzo di intrighi napoleonici ambientato fra e l’Elba”.

Nel 1914 lo scrittore polacco capitò a Genova rimanendone profondamente colpito. A tal punto da ambientarvi lui, uno dei più importanti autori legati al mare, un romanzo rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1925, intitolato “Suspense”.

Conrad infatti fra il 1878 e il 1894 aveva a lungo navigato sui velieri britannici e avuto occasione di frequentare il nostro mare e la riviera di levante. Così descrisse nel romanzo il panorama del porto della Superba.

“Un cupo bagliore porpureo arrossava le facciate marmoree dei palazzi inerpicati sulle falde delle montagne sassose i cui crudi contorni si profilavano alti e spettrali nel cielo che si andava oscurando.

Il sole invernale tramontava sul golfo di Genova. Oltre la costa a oriente il cielo era come vetro scuro… Le vele di alcune feluche alla fonda apparivano rosee e allegre, immobili nell’oscurità crescente. Tutte puntavano verso la Superba. All’interno del molo, che era lungo, e terminava con una tozza torre quadrata, l’acqua del porto si era fatta nera. Un veliero più grande volgeva la prua al disco rosso del sole”.

“Il Faro del Mandraccio noto anche come il Lanternino. Probabilmente l’autore nel suo racconto fa riferimento a questa torre costruita nel 1820 e abbattuta nel 1929”.
“La Torre dei Greci in primo piano sul Molo Vecchio. Costruita nel 1324 fu demolita nel ‘600 a causa di lavori di ampliamento dei moli”.”.

Il centro storico, la zona di caruggi intorno all’Annunziata e i quartieri del Molo Vecchio, dove un tempo sorgeva la Torre dei Greci, diventano protagonisti del racconto. Forse davvero il protagonista immaginando una misteriosa torre quadra nella zona di levante del porto ottocentesco, o conosceva la precedente esistenza della sorella della Lanterna o, molto più probabilmente, si riferiva al Lanternino del Mandraccio.

“A uno slargo al quale convergeva una selva fitta di vicoli si fermò e guardandosi intorno si chiese se tutti quegli imponenti palazzi erano disabitati o se invece era lo spessore dei muri ad impedire che vi trapelasse il pur minimo segno di vita; non poteva credere, infatti, che a quell’ora gli abitanti fossero tutti sprofondati nel sonno”.

“Foto che ritrae il celebre autore di Cuore di Tenebra”.

Il vecchio lupo di mare proseguì il suo percorso nell’intricato dedalo medievale meravigliandosi della silenziosa magnificenza delle dimore patrizie.

Il fascino di Genova ha incantato ancora.

“Qui la bellezza nasce sul posto”…

Albert Camus s’infatuò di Genova perché, grande ammiratore di Nietzsche, decise di seguirne le orme e ripercorrerne le tappe in Italia. Come non sostare quindi nella città dove il filosofo tedesco, ascoltando la “Carmen”di Bizet aveva maturato il suo distacco da Richard Wagner e, soprattutto, aveva composto il suo capolavoro “Così parlò Zarathustra”?

Tra l’8 e il 15 settembre del 1937 per la prima volta il celebre letterato franco algerino approdò a Genova e, in una delle sue prime raccolte intitolata ”Nozze”, annotò:

”Ma è facile perdere la felicità perché è sempre immeritata. Così per l’Italia. E la sua grazia spesso improvvisa, non sempre è immediata. Perché fin da principio essa prodiga poesia per nascondere meglio la sua verità. I suoi primi sortilegi sono riti di oblio: gli oleandri di Monaco, Genova piena di fiori e di odori di pesce e le sere turchine sulla costa ligure. Poi Pisa finalmente e con lei un’Italia che ha perso il fascino volgare della riviera”.

Quel “volgare” di primo acchito sprezzante, è da intendersi invece nel significato di “verace”, “primitivo”, “spontaneo”.

Lo scrittore, futuro premio Nobel per la Letteratura nel 1957, tornerà  dopo la guerra nel nostro Paese per un ciclo di conferenze programmato a Torino, Milano, Roma e, nell’inverno del 1954, proprio a Genova.

Di quel soggiorno Camus nei suoi taccuini annotava:

”Lunga passeggiata per Genova. Città affascinante e assai simile a quella che ricordavo. I monumenti sontuosi esplodono da uno stretto busto di viuzze brulicanti di vita. Qui la bellezza nasce sul posto, irradia nella vita di ogni giorno. Ad un angolo di strada un cantante improvvisa sugli scandali d’attualità. E’ il giornale cantato. Piccolo chiostro di san Matteo. Il vento schiaccia la pioggia a raffiche sulle grandi foglie del nespolo. Un breve attimo di felicità. Ora bisogna cambiar vita. Sera; partenza per Milano sotto la pioggia”.

“La Morte Felice”. Romanzo d’esordio di Camus pubblicato postumo.

Nel suo primo romanzo, pubblicato postumo, “La morte felice” il poeta ci regala una descrizione che è un acquerello della Superba, al tempo del suo primo viaggio, degli anni Trenta:

“Decise di raggiungere Algeri da Genova. Sul treno che lo portava a Genova attraverso l’Italia del nord ascoltava le mille voci che dentro di lui cantavano verso la felicità. Sentiva ancora la sua debolezza e la sua febbre. Subito man mano che il sole si avanzava nel giorno e si avvicinava al mare, sotto il gran cielo fiammeggiante e ansante che riversava fiumi d’aria e di luce sugli olivi frementi, l’esaltazione che agitava il mondo si univa all’entusiasmo del suo cuore. Il rumore del treno, il cicaleggio puerile che lo circondava nello scompartimento stipato. tutto ciò che rideva e cantava intorno a lui ritmava e accompagnava una specie di danza interiore che lo portò per ore immobile ai confini del mondo e finalmente lo scaricò giubilante e interdetto in una Genova assordante, che scoppiava di salute davanti al suo golfo e al suo cielo in cui fino a sera lottavano il desiderio e la pigrizia. Aveva sete, fame di amare, di godere e di baciare. Gli dei che gli bruciavano dentro lo gettarono in mare, in un angolo del porto dove assaggiò un miscuglio di sale e di catrame e perse l’orientamento a furia di nuotare. Si smarrì poi nelle strade strette e piene di odori della città vecchia, lasciò che i colori urlassero per lui, che il cielo si consumasse sopra alle case sotto il suo peso di sole e che i gatti si riposassero per lui nell’immondizia e nell’afa. Andò sulla strada che domina Genova e lasciò salire verso di lui in una lunga lievitazione, tutto il mare carico di profumi e di luci.

Chiudendo gli occhi stringeva la pietra calda su cui stava seduto e poi li riapriva su questa città in cui l’eccesso di vita urlava in un esaltante cattivo gusto. Nei giorni seguenti gli piaceva anche sedersi sulla scalinata che scende al porto e a mezzogiorno guardava passare sulla banchina le ragazze di ritorno dall’ufficio. Coi sandali ai piedi, i seni liberi nei vestiti leggeri e sgargianti, lasciavano a Mersault (il protagonista del romanzo) la lingua arida e il cuore in subbuglio per un desiderio in cui ritrovava al tempo stesso libertà e giustificazione. Di sera incontrava per strada le stesse donne e le seguiva, con nelle reni la bestia calda del desiderio che si muoveva con selvaggia dolcezza. Per due giorni bruciò in questa inumana esaltazione. Il terzo giorno lasciò Genova per Algeri”.

“Albert Camus”.

Di sicuro aveva valutato, in maniera meno romantica ed elegante rispetto a Dickens, la bellezza delle dame genovesi.

D’altra parte come poteva il filosofo con un passato da portiere di calcio nella squadra del Racing universitario algerino, esperienza dalla quale aveva tratto l’arguta similitudine sportiva – “Ho capito subito che la palla non arriva mai da dove te l’aspetti. Mi è servito più tardi nella vita, soprattutto a Parigi, dove non ci si può fidare di nessuno”- non apprezzare quel sano individualismo genovese tanto ammirato dall’illustre predecessore tedesco?

“Questa intera contrada trabocca, nel suo crescere, di questo magnifico, insaziabile egoismo…” (IV libro della Gaia Scienza) aveva scritto Nietzsche nel 1882.

 

“Lo scrittore nei panni del portiere ai tempi in cui militava nella selezione universitaria del Racing di Algeri”.

Camus scrisse nel 1947 “La Peste”, forse la sua opera più celebre, ma Genova da tempo lo aveva già contagiato.

 

“… Non esiste un altro luogo nel mondo…”

Il grand tour nella nostra penisola era di gran moda presso i nobili anglosassoni a cavallo fra ‘600 e ‘700, un viaggio in era tappa obbligata nel percorso formativo culturale di ogni patrizio che si rispetti.

Nel suo “Diario” il viaggiatore britannico John Evelyn così annotava a proposito della Superba:

Di Negro, detta dello Scoglietto”.
“Cartolina dei giardini alle spalle di Villa Rosazza”.
“Una delle 139 stampe che costituiscono l’opera in due volumi I Palazzi di di . Pubblicato per la prima volta ad Anversa nel 1622”.

“La città è costruita all’estremità di una collina, il cui dislivello è molto ripido, alto e roccioso: così, se la si guarda dalla Lanterna o dal Molo con lo sguardo rivolto verso le colline circostanti, la città ha la forma di un anfiteatro. Le strade sono così strette e i palazzi così alti uno sopra l’altro, come i posti di un nostro teatro: ma a causa del meraviglioso materiale con cui sono costruiti, per la bellezza e la loro posizione, non si è mai vista una scenografia artificiale altrettanto splendida; non esiste sicuramente un altro luogo nel mondo, ricco di Palazzi così ben disegnati e posizionati; si può facilmente concludere che quel grande volume composto di grandi fogli, che il grande Virtuoso e Pittore Paolo Rubens, ha pubblicato, contiene solamente (i prospetti dei palazzi) una strada e di due o tre chiese. Il primo palazzo degno di nota che andammo a visitare fu quello di Geronimo di Negro, e per raggiungerlo dovemmo attraversare il porto con una barca. Questo Palazzo Di Negro (oggi Villa Rosazza) è ricco di quadri più preziosi e di altre straordinarie collezioni e arredamenti. Ma non v’è nulla che mi deliziasse più del parco, un giardino collinoso, con un boschetto di alberi maestosi, popolato di pecore, pastori e animali selvatici, intagliati nella pietra grigia, da apparire così reali in mezzo alle fontane, rocce e a un laghetto, che gettando il tuo sguardo in una direzione potresti immaginarti immerso in una campagna selvaggia e silenziosa, ai due lati nel cuore di una grande città e alle spalle nel mezzo del mare. E ciò che è più ammirevole è che tutto questo si trova all’interno di un terreno ampio appena un acro, il più delizioso e stupefacente del mondo intero.

In questa casa notai per la prima volta i pavimenti di stucco rosso, che sono fatti in maniera così resistente e così ben lucidati, che talvolta uno li potrebbe scambiare per pezzi di porfido…

“Statua del Nettuno, opera di Taddeo Carlone”.
“Uno degli sfarzosi arazzi fiamminghi del  che illustra le storie di Alessandro Magno”.

Vi sono in questa città innumerevoli altri palazzi di particolare interesse, poiché i nobili sono incredibilmente ricchi, benché come i loro vicini Olandesi, non possiedono proprietà molto grandi su cui estendersi; perciò collezionano quadri e tappezzerie, case di marmo e ricchi mobili.

Una delle citazioni di maggior rilievo di tutto il viaggio riguarda la Villa del Principe Doria, che si estende dalla scogliera fino alla cima di una collina. Il Palazzo è senza dubbio magnificamente edificato, e non meno splendidamente ammobiliato, con ampi tavoli e lettiere di argento massiccio, e altri di agata, onice, cornalina, lapislazzuli, perle, turchesi e altre pietre preziose. A questo palazzo appartengono tre giardini, il primo dei quali si affaccia meravigliosamente sul mare grazie ad una balconata di piloncini di marmo. Vi è inoltre una fontana decorata con aquile e animali marini di Nettuno ed un’altra del Tritone (del Montorsoli), più a monte, tutt’e due del più puro marmo bianco che il mio occhio abbia mai osservato. E in un lato del giardino si trova un Uccelliera come quella descritta da Sir Francis Bacon nel suo saggio “Of Gardens”, in mezzo ad alberi di circa 70 cm. di diametro, oltre a cipressi, mirti, lentischi e altri arbusti (la gabbia era lunga 130 passi, ampia 22 e alta oltre sei metri), che serve come nido e posatoio per ogni tipo di uccello, che qui può trovare aria e spazio a sufficienza sotto una protezione metallica, sostenuta da un’enorme costruzione in ferro battuto, mirabile sia per la fattura sia per il peso che deve sopportare. Gli altri due giardini sono ricchi di alberi d’aranci, limoni e melograni, fontane, grotte e statue. Tra queste spicca un Giove di colossale magnificenza (la statua in stucco raffigurante Andrea Doria in realtà nelle sembianze di Ercole, soprannominata il “Gigante”, fu demolita negli anni ’30 del secolo scorso), ai cui piedi si trova il sepolcro di un cane beneamato (il Gran Roldano), per il cui mantenimento la famiglia riceveva dal re di Spagna e per tutta la durata della vita del fedele animale, 500 corone all’anno”.

“La statua di Giove, detta del Gigante alla cui base era sepolto il Gran Roldano”.

Il viaggiatore inglese era rimasto quindi incantato dal paesaggio, dai marmi, dai palazzi sopraelevati, dai giardini, dalle statue e da tutte le meraviglie possibili e immaginabili ma in una lettera indirizzata ad un suo amico, il Dottor Burnet rivela: “I Genovesi sono la peggiore gente di tutta Italia poiché generalmente i più corrotti nei costumi, in quanto ricettacoli di ogni sorta di vizi”. Una rivisitazione in chiave più moderna della celebre invettiva dantesca “Ahi Genovesi uomini diversi…”.