“Così parlò Zarathustra”…

 

Nietzsche soggiornò più volte a e lungo la riviera di Levante. Qui visse i suoi anni più felici e creativi dove nei periodi di tregua che la malattia gli concedeva trascorreva il suo tempo indisturbato intento a comporre i suoi scritti.

Fu così che durante uno di questi soggiorni alla fine di novembre del 1882 partì per Santa Margherita e tornò a Genova solo nel febbraio dell’anno seguente. L’euforia degli ultimi due anni era svanita: gli restavano pochi amici, il suo malessere fisico peggiorava e, dopo essere stato respinto dall’amica Lou, cominciò la stesura del manoscritto del “”.

“Salita delle Battistine”. Foto di Leti Gagge.

Si accentuava la sua alienazione, voleva nascondersi dal resto del mondo. In una lettera del 22 febbraio 1883, spedita da Rapallo, scrive all’amico Franz Overbeck: “Sabato partirò per Genova, lì il mio indirizzo sarà (per favore non darlo a nessuno): Genova (), Salita delle Battistine 8 (interno 6)”.

“Il portone del civico dove dimorò il filosofo”.

A scuola nessuno me lo aveva raccontato ma l’opera che forse più di ogni altra ha influenzato il pensiero occidentale del Novecento “Così parlò Zarathustra” appunto, è stata ispirata da Genova e concepita proprio davanti al suo mare. Forse se da ragazzo lo avessi saputo avrei affrontato lo studio di questo filosofo con tutt’altro interesse e solo da adulto, con questa consapevolezza, mi sono cimentato nel leggere sul serio le sue opere.

A raccontarlo è lo scrittore stesso che così descrive nei suoi appunti durante una passeggiata tra Zoagli e Portofino il magico momento della creazione:

“La mattina andavo verso sud, salendo per la splendida strada di Zoagli, in mezzo ai pini, con l’ampia distesa del mare sotto di me; il pomeriggio, tutte le volte che me lo consentiva la salute, facevo il giro di tutta la baia di Santa Margherita, arrivando fin dietro Portofino. Questo luogo e questo paesaggio sono diventati ancora più vicini al mio cuore per il grande amore che l’indimenticabile imperatore tedesco Federico III ha avuto per essi; per caso mi trovavo di nuovo su questa costa nel’’autunno 1886, quando egli visitò per la prima volta questo piccolo dimenticato mondo di felicità. – Su queste due strade mi venne incontro tutto il primo Zarathustra, e soprattutto il tipo di Zarathustra stesso: più esattamente, mi assalì…”

“Passeggiata a mare di Zoagli”.
“Scorcio di sentiero nei dintorni di Zoagli”.

Spesso frequentava la passeggiata a mare “Principessa di Piemonte” (oggi Anita Garibaldi) di Nervi e prendeva appunti seduto sugli scogli.  Durante la permanenza nella nostra regione compose numerose poesie ispirate da Genova e, oltre al “Così parlò Zarathustra”, anche alcune delle sue altre principali opere che sarebbero poi diventate pietre miliari dello spirito occidentale quali: “La Gaia Scienza”, “Gli idilli messinesi” e “Aurora”.

Non ultimo “L’Ecce Homo” pubblicato postumo, una sorta di biografia e sintesi del suo percorso umano e filosofico, che profuma di mare:

“Quasi ogni frase del libro Ecce Homo è stata ideata, pescata in quel guazzabuglio di scogli vicino a Genova, dove io stavo solo e scambiavo ancora segreti col mar”.

“Come un sogno Genova si sprofonda nel mare”…

giunse in nel 1901 alla ricerca d’ispirazione dato che non aveva ancora deciso se intraprendere, come i suoi genitori l’attività di musicista, o quella di pittore. Le impressioni dell’artista  al suo arrivo a   sono annotate in un libercolo intitolato “Diario Italiano” composto fra l’ottobre del 1901 e il maggio del 1902.

“Del mare avevo un’idea approssimativa, non però della vita in un porto. Vagoni ferroviari, minacciose gru a vapore, carichi di merce e uomini lungo argini di solida muratura, funi da scavalcare. Sfuggire ai barcaioli: «Giro del porto, panorama della città!», «Le navi da guerra americane!», «I fari!», «Il mare!». Sedersi sui grossi cavi di ferro. Clima insolito. Piroscafi da Liverpool, Marsiglia, Brema, la Spagna, la Grecia, l’America. Rispetto per la grandezza del globo terrestre. Centinaia di vapori accanto a innumerevoli vaporetti, velieri, rimorchiatori. E gli uomini, poi? le figure più strane, col fez. Qui, sugli argini, emigranti, italiani del Sud, accoccolati al sole (come lumache), gesticolare da scimmie, madri con lattanti al petto, i bambini più grandicelli che giocano e si bisticciano. Un vivandiere si fa largo con un recipiente fumante di «frutti di mare». Colpisce l’odore d’olio e di fumo. Donde proviene? Poi gli scaricatori di carbone, belle figure robuste, il torso nudo, agili e veloci, col carico in groppa (in testa un fazzoletto, a riparo dei capelli), sulla lunga passerella su al magazzino, per la pesatura. Poi, liberi, per un’altra passerella giù al piroscafo, dov’è pronta un’altra cesta piena. Così in incessante giro, uomini abbronzati dal sole, neri di carbone, rudi, sprezzanti. Lì un pescatore. L’acqua schifosa non può contenere nulla di buono. Non pesca nulla, e neppure gli altri. Gli arnesi: una corda, con un sasso attaccato, una zampa di gallina, un mollusco.
Sugli argini case e magazzini. Un mondo a sé. Noi semplici oziosi. Eppure fatichiamo, almeno con le gambe”.

“Castello e Sole”. Tela del 1928 di Paul Klee.

“Case alte, fino a tredici piani, vie strettissime nella città vecchia, fresche e maleodoranti, di sera una fitta folla, durante il giorno quasi solo bambini. I loro panni sventolano come bandiere di una città in festa. Cordicelle tese da una finestra a quella di fronte. Durante la giornata sole pungente in quelle viuzze, riflessi metallici del mare, dovunque una luce abbagliante. Con tutto questo, le note di un organetto, un mestiere pittoresco. Attorno bambini che ballano. Il teatro nella realtà. Ho portato molta malinconia oltre il San Gottardo. Dioniso non ha effetti semplici su di me”.

“Il pittore fotografato nel suo studio”.

Il viaggio per mare è stato un avvenimento. Come andava gradatamente sparendo lontano, la grande Genova notturna, disseminata di luci, assorbita dal chiaro di luna, così come un sogno trapassa in un altro! […] Come un sogno Genova si sprofonda nel mare. Sono morto per questo mondo, dileguato con l’ultima luce? Oh, fosse così! Sarebbe possibile?

L’immagine onirica di Genova che “come un sogno si sprofonda nel mare” è, a mio modesto parere, quanto mai pertinente e suggestiva: uno splendido dono che i genovesi hanno voluto contraccambiare nel 1967 intitolando al pittore il principale liceo artistico cittadino.

Ma non solo poichè a progettare nel 2005 il museo di Berna a questi interamente dedicato è stato il nostro apprezzato architetto Renzo Piano.

 

“Genova è magnifica… il bacio dell’Italia”…

Attratti dal clima mite e dalla varietà dei panorami l’ fu per i russi quasi una seconda patria: dalle montagne più impervie alle sinuose colline della Toscana, dalle Alpi con i laghi alle riviere distese sul mare. Artisti, scrittori, diplomatici, politici, rivoluzionari infatti, avidi di sole e mare, frequentavano il Mar Ligure, il Tirreno, il golfo di Napoli.

A questo intimo bisogno non si sottrasse nemmeno Nikolaj Vasil’evič ucraino di nascita ma russo di cultura. Anch’egli travolto da questo romantico sentimento di cui soffriva ogni spirito libero ansioso di visitare e conoscere la cultura, l’arte e la bellezza italiche.

Nelle lettere spedite in patria dalla città eterna, sotto forma di racconto con protagonista sé stesso, così raccontò il suo incontro con l’Italia il cui primo impatto avvenne proprio a :

“Genova è magnifica, moltissime case somigliano piuttosto a palazzi, adorne di quadri dei migliori pittori italiani, però le strade sono così strette che due persone affiancate non riescono a passarci. In compenso, sono lastricate di marmo e molto pulite.”

“Statua del poeta a Mosca”.

Il protagonista si sente avvolto da una sensazione molto spirituale, dovuta al profumo molto intenso, che proviene dalle porte aperte delle chiese, l’aroma d’’incenso che emana dalle stesse: “Ricordò che già da anni non era stato in chiesa… entrò silenzioso e s’inginocchiò vicino alle splendide colonne di marmo e pregò a lungo, incosciente lui stesso dell’oggetto delle sue preghiere; pregò di essere accolto dall’Italia, che gli venisse concesso il desiderio di pregare, che l’anima sua era allegra ora e questa sua preghiera davvero era migliore”.

E ancora…

“Gogol’ ritratto da Moller, 1840, Galleria Tret’jakov Mosca”.

Era difficile descrivere il sentimento che lo colse alla vista della prima città italiana, la magnifica Genova. Si innalzarono su di lui i suoi campanili policromi, le chiese rigate di marmo bianco e nero e tutto il suo anfiteatro turrito che all’improvviso lo circondò da ogni parte, nella sua raddoppiata bellezza, quando il piroscafo giunse al molo. Non aveva mai visto Genova prima di allora. Quel gioco di case, chiese e palazzi dai mille colori nell’aria tersa di un cielo che brillava di un incredibile azzurro, era unico. Sceso sulla riva, si ritrovò all’improvviso nelle buie viuzze lastricate, strette e meravigliose, con in alto un’esile striscia di cielo azzurro. Lo colpì questa vicinanza tra le case, alte, enormi, l’assenza del rumore delle carrozze, le piccole piazzette triangolari e tra di loro, simili a stretti corridoi, le linee sinuose delle vie, riempite dalle botteghe degli argentieri e orafi genovesi. I pittoreschi veli di pizzo delle donne, appena mossi dal tiepido scirocco; le loro camminate decise, il fragoroso vocio nelle vie; le porte aperte delle chiese, l’odore di incenso che ne usciva, tutto ciò fece soffiare su di lui una brezza di cose lontane e passate. […] In poche parole, egli ripartì da Genova con il ricordo di una bellissima sosta: era lì che aveva ricevuto il primo bacio dell’Italia.

“Genova è la più tortuosa”…

è il viluppo topografico più intricato del mondo e anche una seconda visita vi aiuta poco a dipanarlo. Nelle meravigliose strade genovesi curve, tortuose, ripide, vertiginose, misteriose, il visitatore è realmente e totalmente immerso nel tradizionale bozzetto italiano”.

Così annotava nella sua raccolta di scritti di viaggio dedicati all’, composti fra il 1872 e il 1909.

“La targa che attesta gli illustri ospiti dell’albergo”.
“Torre Morchi il cui interno ospitava l’Hotel Croce di Malta”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.

Henry James nel 1877 soggiornò a Genova dove prese alloggio all’Albergo Croce di Malta. Ce lo ricorda una lapide posta all’angolo tra i portici di Sottoripa e vico Morchi, ai piedi dell’omonima Torre al cui interno si trovava l’hotel che lo ospitò. Scolpiti nel marmo gli altri illustri viaggiatori che, con la loro presenza, nobilitarono la pensione: tra gli altri, Giuseppe Verdi, Stendhal, Mary Shelley, Mark Twain e, appunto, Henry James.

Lo scrittore rimase affascinato dalla singolare morfologia dei caruggi, dalla magnificenza e dagli attrii misteriosi dei palazzi e dalla straordinaria vitalità delle persone che vi abitano, prosegue infatti:

“Le alte palazzate e le tinte pastello di Via Porta Soprana”. Foto di Leti Gagge.
“Salita Inferiore di San Rocchino a Castelletto”. Foto di Leti Gagge.

“Come ho accennato, Genova è la più tortuosa e incoerente delle città; distesa qua e là sui fianchi e sulle creste dei dodici colli, è segnata da precipizi e burroni che sono irti di quegli innumerevoli palazzi per i quali, fin dalla prima volta che ci siamo stati, abbiamo udito che il luogo è famoso. Questi grandi edifici, con quelle forme variegate e un po’sbiadite, innalzano i loro enormi cornicioni ornamentali ad altezze vertiginose, dove, in un certo modo indescrivibilmente disperato e pieno di desolazione, sorpassandosi l’un l’altro, sembrano riflettere lo sfavillio e lo splendore del caldo Mediterraneo. Giù a pianterreno, nelle vie strette e senza sole, la gente si muove di un moto perpetuo, andando e venendo, oppure fermandosi sugli ingressi cavernosi o sulla soglia dei negozi bui e affollati, parlando, ridendo, chiacchierando, lamentandosi, vivendo la propria vita in quel modo fatto di conversazione che è tipicamente italiano”.

“Ritratto di Henri James”.

Henri James americano di nascita ma inglese di cultura si lasciò infine andare ad una profonda riflessione forse in antitesi con la sua formazione intellettuale in cui si abbandonava ad una romantica considerazione:

“Camminai per lungo tempo a caso attraverso le tortuose stradine della città, dissi a me stesso, non senza un accento di trionfo privato, che qui almeno c’era qualcosa che era pressoché impossibile modernizzare”.

Il fascino di Genova aveva fatto breccia nell’animo del romanziere.

“Il Campo fortificato di Satana”…

Durante il viaggio intrapreso in nel 1857 raccolse le sue impressioni, sotto forma di appunti, redigendo il “Diario Italiano”.

A l’autore di “Moby Dick” stanziò solamente tre giorni, dall’11 aprile al 14 aprile. La sua descrizione è frettolosa, quanto il soggiorno in città per questo commette anche errori cronologici di registrazione ma la sua sinteticità è efficace e trasmette le impressioni che gli ha suscitato mentre la scruta passeggiando per le strade.

Ne esce un quadro non del tutto lusinghiero dove le erte strade gli ricordano la Scozia e i palazzi tanto decantati lo deludono. In compenso il panorama dalla Lanterna ed i percorsi lungo le mura lo affascinano non poco.

Sabato: “Alle dieci preso il treno per Genova, più di cento miglia. Piacevole per qualche tempo. Attraversata una contrada piacevole. Molto popolosa e intensamente coltivata. Ci avviciniamo agli Appennini, paesaggio stupendo. Strade costruite con grande abilità e alto costo. Numerosi finché arriva il grande tunnel – lungo due miglia – Arrivato a Genova con la pioggia alle tre del pomeriggio. La valigia è caduta dalle spalle di un facchino maldestro ho avuto paura di guardare cos’era successo agli oggetti di Kate.

“Herman Melville”.

Sono sceso all’Hotel Feder sul lungomare. Passeggiato per la Strada Nuova. I palazzi son meno belli di quelli di Roma, Firenze e Venezia. Una caratteristica sono i dipinti di architetture invece che della realtà. Ogni sorta di elaborata architettura è rappresentata negli affreschi – Il detto di Machiavelli secondo il quale l’apparenza della virtù può essere vantaggiosa quando la realtà lo sarebbe meno – Strade come quelle di Edimburgo, soltanto più erte e aggrovigliate.

“La Torre dei Morchi sede un tempo del prestigioso Hotel Croce di Malta”.

Mi sono arrampicato per una di esse per via del paesaggio – mangiato alla table d’hotel. Bella sala. L’hotel occupa un antico palazzo. A sera a spasso lungo la passeggiata presso il porto. Hotel di molti piani. La torre dell’Hotel Croce di Malta. Vista sulle colline in lontananza”

Domenica: “Fatto colazione al caffè. Cioccolata. Alla passeggiata pubblica sui bastioni. Si guarda all’ingiù. Soldati. Una brigata di uomini tutt’altro che eleganti. Alla Cattedrale. Marmi bianchi e neri in disposizione alternata. Il bassorilievo a “graticola” – bello l’interno. Torre.

“Il Bassorilievo della Passio di S. Lorenzo nella lunetta della cattedrale”.

Il Palazzo Ducale.Tutti in piazza. Schiere di donne. L’acconciatura genovese. Ondine e fanciulle. Semplice e grazioso. Ricetta per rendere attraente una donna senza particolari doti. Preso l’omnibus (2 soldi) fino all’estremità del porto. Il faro (alto 300 piedi). Ci son salito. Vista superba. La costa verso il sud. Un promontorio. Tutta Genova e le sue fortezze, la loro esterna solitudine. La desolazione, l’aspetto selvaggio delle valli che intercorrono sembrano fare di Genova la capitale e il campo fortificato di Satana; fortificato contro gli Arcangeli. Le nuvole che si addensano sui bastioni sembrano immaginarie. Sono andato sulla parte orientale del porto e ho cominciato il giro della terza linea di fortificazioni.

“La Lanterna”.

I bastioni guardano a picco sul mare aperto, arcate lanciate sugli scoscendimenti. Bei paesaggi di parti della città. Su e su. Penitenziario per galeotti. Le grate si aprono sulla vista del mare – sull’infinita libertà. ho continuato sempre il giro. Bloccato. Andato alla passeggiata pubblica. Mi sono arrampicato per un sentiero scosceso fino a una chiesetta (bella vista del mare dal portico). Di là più in alto e sono giunto ai bastioni. Magnifica veduta della valle profonda che sta dall’altra parte – di Genova e del mare. Su e su, sempre più bello, fino a che ho raggiunto la vetta. Ho visto le due vallate intorno e il crinale nel quale si congiungono per formare il sito delle fortezze più alte. grande popolosità di queste vallate. Solitudine di alcune delle fortezze più in alto. i terreni inclusi nella terza linea di fortificazione. Vallette scoscese prive di vegetazione. Polveriere solitarie. Desolato come una valletta dell’altopiano di Scozia. Disceso con grande fatica attraverso un sentiero irregolare e giunto presso il Palazzo Doria. Un greco vicino a me. Di fronte a me delle persone che ridono sguaiatamente. Passeggiata al porto. Mi sono fermato con il greco al caffè-giardino. Bel posto con fontane, archi eccetera. A letto alle otto e mezzo. Per tutto il giorno sembrava che stesse per piovere, ma ha tenuto”.

“Il perimetro delle seicentesche Mura Nuove”.
“Genova dalle alture”. Foto di Leti Gagge.

Lunedì. – Cioccolata al caffè. Antico muro della dogana. Ho visitato i palazzi. Stile differente da quelli di Roma. Grandi atrii che precedono i cortili. Ma vedi la guida. Mi hanno mostrato in gran fretta alcuni palazzi, il Palazzo Rosso in particolare. Vento forte. Presto in albergo, risultato dello sforzo di ieri.

A pranzo ho incontrato il Commissario del ” Constitution”. A letto alle otto”.

Martedì – Ho preso il treno alle sei antimeridiane diretto ad Arona sul Lago Maggiore. Ho incontrato il tenente Fauntleroy alla stazione. Piacevole viaggio attraverso un paese nuovo. Alle due del pomeriggio imbarcato ad Arona su un piccolo vapore[…]”.

Buon viaggio Capitano Achab!

“Genova vista dal mare…”

All’apice del successo, lo scrittore nell’autunno del 1889 intraprese, a bordo del suo panfilo “Bel Ami II”, il suo ultimo viaggio in , una traversata che dalla Francia lo avrebbe condotto in Toscana passando dalla .

Durante la navigazione sostò a Porto Maurizio, Bordighera, Sanremo, Savona, , Portofino, Rapallo e Santa Margherita.

Della visita alla Superba il ricordo fu contraddittorio: se da un lato la passeggiata, a parte l’opulenza dei palazzi, deluse il poeta, dall’altro rimase piacevolmente sorpreso e incantato dalla città vista dal mare:

“Il celebre scrittore francese Guy de Maupassant”.

“Quando si entra in queste magnifiche residenze signorili, che i discendenti dei grandi cittadini della più fiera delle repubbliche hanno dipinto di colori chiassosi, quando se ne paragona lo stile, i cortili, i giardini, i portici, le gallerie, le superbe decorazioni con l’opulenta barbarie delle belle dimore della Parigi moderna, appartenenti a milionari capaci di incassare soldi ma non di concepire e realizzare una cosa nuova e bella, si comprende che nella nostra società democratizzata, composta da ricchi finanzieri senza gusto e da parvenu privi di tradizioni la distinzione data dall’intelligenza, il senso della bellezza delle forme, quello della perfezione nelle proporzioni e nelle linee sono scomparsi”.

“Genova vista dal mare è una delle cose più belle che si possano vedere al mondo.
La città si innalza in fondo al golfo, come se uscisse dai flutti, ai piedi della montagna. Lungo le due coste che si arrotondano intorno a lei per racchiuderla, proteggerla e accarezzarla, vi sono quindici cittadine, serve e vassalle, che riflettono nell’acqua le case dai colori chiari. A sinistra della loro grande patrona ci sono Cogoleto, Arenzano, Voltri, Pra’,Pegli, Sestri Ponente, San Pier d’Arena; a destra, Sturla, Quarto, Quinto, Nervi, Bogliasco, Sori, Recco, Camogli, ultima macchia bianca sulla punta di Portofino, che chiude il golfo a sud est.
Sopra al suo immenso porto, Genova si stende sui primi mammelloni delle Alpi, che si innalzano dietro, curvi e allungati in una gigantesca muraglia. Sul molo, la torre alta e quadrata del faro, detto ‘la Lanterna’, sembra una candela smisurata”.

“Genova vista dal mare è una delle cose più belle che si possano vedere al mondo”. Dal canto loro, circa cent’anni dopo Ivano Fossati e Fabrizio De André avrebbero interpretato la stessa emozione e meraviglia componendo i versi di “Chi guarda Genova” con l’omonimo ispirato incipit del titolo “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare…”.

“Con la noncurante maestà di una Regina”…

Quando nel 1841 Alexandre Dumas (padre), all’età di 39 anni, giunse a era già uomo di un certo successo.

E pensare che non aveva ancora scritto i suoi capolavori e nemmeno fatto amicizia con il Generale Giuseppe Garibaldi per il quale nutriva una profonda stima.

L’autore de “I Tre Moschettieri” e “Il Conte di Montecristo”così annotava nei suoi appunti raccolti in “Genova la Superba”:

“Genova viene, per così dire, incontro al viaggiatore … Una città che s’è data da sola il soprannome di “Superba” e che da sei o sette leghe già si scorge all’orizzonte, distesa in fondo al suo golfo con la noncurante maestà d’una regina … Quale fu la causa del lusso quasi incomprensibile di palazzi che il viaggiatore trova sparsi sulla sua strada con la stessa profusione delle villette nei dintorni di Marsiglia? Furono le leggi sumptuarie della Repubblica [di Genova] che proibivano di dar feste, di abbigliarsi di velluti e di broccati e di portar diamanti; tali leggi non si estendevano oltre le mura della Capitale e perciò il lusso di quei turbolenti ed orgogliosi repubblicani si era rifugiato in campagna.

“Dumas racconta Garibaldi. Gli dedicò due libri: Memorie redatte nel 1860 e I garibaldini scritto, l’anno successivo, al seguito della spedizione dei Mille”.

In data 28 maggio 1860, il cinquantottenne Alexandre Dumas, da Genova – dove era giunto dodici giorni prima a bordo della sua goletta “Emma” -, annotava in una pagina di diario che poi avrebbe riportato nel volume Les garibaldiens:

“L’Hotel de France in Via al Ponte Reale”. Cartolina tratta dalla collezione di Stefano Finauri.

“Avevo appena messo la parola fine alle mie Memorie di Garibaldi; e quando dico “fine” è chiaro che alludo solo alla prima parte. Infatti, con l’andatura che ha preso, il mio eroe promette di fornirmi materia per una lunga serie di volumi! Appena sbarcato, appresi che Garibaldi era salpato alla volta della Sicilia nella notte tra il 5 e il 6 maggio: prima di partire aveva lasciato degli appunti per me all’illustre storico Vecchi, nostro comune amico, e aveva pregato Bertani, Sacchi e Medici di darmi a voce altri particolari che non aveva avuto il tempo di dettare. Ecco perché mi trovo da dodici giorni all’Hotel de France, dove lavoro sedici ore su ventiquattro; il che, del resto, non si discosta molto dalle mie abitudini”.

Sotto le finestre dell’Hotel lei, incomparabilmente affascinante, “distesa in fondo al suo golfo con la noncurante maestà di una regina.

“Genova come Istanbul”…

“Mi sono perso nel dedalo del centro storico di , lungo i caruggi che sono simili ai vicoli della mia Istanbul più segreta, più nascosta. Ho ritrovato gli stessi odori e gli stessi profumi un po’ aspri e pungenti portati dal mare, che balugina con improvvisi lampi di luce lontano fra le case simili a quelle che si affacciano sul Bosforo o sul Corno d’Oro. Case un po’ scrostate, ma anche palazzi orgogliosi e monumentali, che hanno le stesse persiane verdi, gli stessi grandi portali, imponenti e pomposi, o gli stessi modesti portoni, i cui anditi sono invasi da muffe umide. Case e palazzi che custodiscono storie antiche e accolgono un’umanità che ha attraversato le acque del Mediterraneo, in fuga da paesi bruciati dal sole dove il terrore e la fame sono in agguato. Anche i gatti sono simili a quelli di Istanbul. Indolenti e sornioni, si lasciano accarezzare e poi scompaiono quasi per incanto, persi nelle loro cacce imperscrutabili”.

-prosegue-

durante la conferenza anella sala del Minor Consiglio a Palazzo Ducale”.

“Anche i suoni che ho ascoltato nei vicoli e delle strade di Genova avevano armonie comuni a quelle di Istanbul. Erano quelle delle musiche che scendevano dalle finestre aperte fino sull’acciottolato. Erano canzoni che parlavano di amori lontani e della nostalgia per la propria terra, contrappuntate dalle parole agglutinate delle mille lingue del Mediterraneo. Poi ci sono le parole che Genova condivide da secoli con la Turchia portate e contaminate da marinai e mercanti: mandilli, i grandi fazzoletti che servono anche a coprire il capo delle donne; camallo, il facchino del porto; gabibbo, il forestiero indesiderato; giöxìa, la persiana, l’imposta, la gelosia, nata per tenere nascosta la bellezza delle donne pur permettendo loro di guardare all’esterno.

Ho ritrovato nella cucina genovese i sapori dei cibi che più amo: i minestroni di verdure, densi e spessi, come quelli che preparava mia madre; le acciughe fritte e croccanti come quelle che si gustano nei ristorantini sotto il Ponte di Galata; le torte pasqualine infarcite di verdure dell’orto che ricordano nella loro preparazione in modo impressionante il nostro börek.”

Così Orhan Pamuk, scrittore turco Premio Nobel per la Letteratura nel 2006, ha descritto la Superba paragonandola alla sua natia Istanbul, la città da sempre finestra sull’oriente, confine tra mondo occidentale e mondo arabo.

La porta attraverso la quale nel corso dei secoli cristiani e musulmani si sono a volte tesi la mano, ma più spesso sferrati un pugno.

“I tetti di Genova”. Foto di Leti Gagge.

Ospite a Genova nel maggio 2011 per una conferenza a Palazzo Ducale ha trascorso il suo tempo libero passeggiando, come un turista qualunque, per i vicoli del centro cittadino.

Autore di numerosi libri di successo quali “La Nuova Vita”, “Il Castello Bianco”, “ La Casa del Silenzio”, “Il mio nome è rosso”, “Neve”, “Istanbul” solo per citare i titoli più noti della sua feconda produzione. Si tratta di pubblicazioni, romanzi e saggi che hanno tutti come comune denominatore un amore viscerale e smisurato per la vecchia Bisanzio e la Turchia del passato.

Un mondo ricco di personaggi e suggestioni utilizzati come poetica chiave di lettura per comprendere e spiegare quella del presente e del futuro.

“Istanbul tra antico e moderno. Al centro svetta la Torre Galata, la torre dei genovesi”.

Genova, come Istanbul, capitale del Mediterraneo.

Altro che Montmartre…

L’anno in cui lo scrittore visitò per la prima volta  è il 1814. Arrivò nella città ligure il 31 agosto di quell’anno e venne accolto nella villa della marchesa Teresa Pallavicini tra Quinto e Nervi (oggi Via Giannelli). fu suo ospite fino al 18 settembre. Poi partì per Livorno. In una sua lettera, datata 24 settembre 1814, il romanziere infatti raccomanda alla sorella Pauline «d’inviare cinquanta piante di pesche delle migliori specie – le piante acquistate al vivaio di Lione – alla signora marchesa Pallavicini a » per ringraziarla della sua cordialità.

Appena conclusosi il soggiorno presso la marchesa, lo scrittore scrisse altre lettere, raccolte in un volume dal titolo “Journal”. In una di queste, datata 22 settembre 1814 Stendhal fa un elenco molto preciso degli “oggetti d’abbigliamento” che acquistò nella città ligure: «ho fatto fare tre gilet, quattro pantaloni e due o tre paia di scarpe. In più ho acquistato un cappello e libri (le opere complete di Fénelon e De Brosses) per 48 franchi».

Stendhal parla di Genova anche in “Journal d’un voyage en Italie et en Suisse, pendant l’année 1828”: una sorta di “quadernetto propedeutico al viaggio in ” di 37 pagine. Si tratta di una vera e propria guida turistica, in cui fornisce particolari descrizioni della città e consigli utili al cugino Romain Colomb che, per rimettersi da una malattia, si stava preparando ad un viaggio in . Colomb partì da Parigi il 14 marzo 1828 ed aveva in tasca il “vademecum” scritto sotto il dettato di Stendhal.

“La Borsa di Genova. La Loggia dei Banchi”. Foto di Leti Gagge.

Per quanto riguarda il mezzo di locomozione più efficiente per intraprendere il viaggio, lo scrittore afferma in proposito: «si potrebbe andare a Genova con la diligenza, ma è molto meglio prendere un vetturino , c’è il vantaggio di vedere da vicino quattro o cinque italiani e di conoscerli più a fondo di quanto non si farebbe con cinquanta visite… Durante il viaggio la scelta dell’albergo spetta al vetturino». Arrivati in città, Stendhal consiglia di «prendere una stanza alla pensione Svizzera, vicino ai Banchi (la borsa ha questo nome) e qui bisogna chiedere la camera 26 al quarto piano, dalla quale si vedono il porto e la montagna. Bisogna dire: “Mi dia la camera che un russo ha occupato per 22 mesi”. Costa un franco e venticinque al giorno. Di fronte c’è un ristorante dove si può mangiare scegliendo una lista».

“Palazzo Reale”. Foto di Leti Gagge.

Inoltre il libretto cita anche i monumenti e i palazzi della città ligure degni di visita, ad esempio: «Vedere la cattedrale e il famoso quadro di Giulio Romano; vedere l’Albergo dei Poveri: bassorilievo attribuito a Michelangelo; vedere il palazzo del Re; quattro collezioni di quadri in palazzi della via principale; vedere la sala del ricevimento di Palazzo Serra e la passeggiata d’Acquasola dove la sera si può ammirare uno stupendo tramonto».

“L’antica passeggiata dell’Acquasola”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.
“L’Albergo dei Poveri”. Foto di Leti Gagge.
“Torre Morchi il cui interno ospitava l’Hotel Croce di Malta”. Cartolina tratta dalla Collezione di Stefano Finauri.

Tuttavia l’opera di Stendhal che maggiormente ha contribuito ad una descrizione più precisa e dettagliata della Superba è “Mémoires d’un touriste” pubblicato nel 1838. Qui l’autore spiega, fin dalle prime pagine, il motivo di questo suo nuovo viaggio nell’Italia che ha sempre sognato: un viaggio semplicemente di “piacere” che poté permettersi dopo sette anni passati, come lui stesso dice, “ai ferri”. In questo libro, Stendhal ricorda di essere arrivato nella città ligure alle cinque del mattino a bordo di un imbarcazione: il “Sully “ e di avere espresso subito la volontà di passare un’intera giornata a visitare Genova, prima di proseguire alla volta di Marsiglia.

“Notturno di Via Aurea, oggi Garibaldi”. Foto di Leti Gagge.

Stendhal ebbe modo, in quell’occasione, di soggiornare nell’albergo definito da lui ironicamente «il più grande e alla moda presente in città»: La Croce di Malta; qui infatti, come già si aspettava, non trovò nessuna comodità. Nel corso delle diciannove ore che passò a Genova, l’autore riporta di aver cambiato tre volte camera tanto che il cameriere non sapeva più in quale stanza l’illustre ospite si trovasse. Comunque, la prima impressione che lo scrittore provò ad una visita ancora “acerba” della città non fu negativa e può essere ben esemplificata dalle parole che qui riporto tradotte: «la città è mirabilmente situata ad anfiteatro sul mare. Fra la montagna, alta quattro volte Montmartre e il mare non c’è stato spazio che per tre strade orizzontali: una a otto piedi di larghezza ed è quella del grande commercio dove si trova del buon caffè; l’altra, dietro il porto, è riservata ai marinai; la terza, quella più vicina alla montagna e che porta successivamente i nomi di Via Balbi, Via Nuova e Nuovissima, è una delle più belle strade del mondo».

“La Basilica di Carignano”. Foto di Leti Gagge.

Stendhal rimane letteralmente affascinato dall’architettura di quest’ultima strada, «ardita, piena di vuoti e di colonne che ricorda gli scenari della Scala di Milano». Dopo aver errato un’ora da palazzo a palazzo in questa bella strada, lo scrittore francese racconta di essersi fermato per cercare un caffè; ad una prima impressione, egli esprime tutta la sua incredulità, notando che, nonostante la ricchezza della città, i caffè «sono tutti brutti e poveri». Con l’aiuto di un artigiano genovese trasformatosi in una “guida” improvvisata in quel labirinto di vicoli, Stendhal arriva di fronte alla porta di un «buio, composto di due stanze sudice. Era realmente il caffè alla moda». Lì, dopo aver consumato un caffè e latte, l’autore mette in evidenza la profonda differenza col lusso di Milano e Venezia e ricorda tristemente i versi di Montesquieu sul piacere di lasciare Genova: «mare senza pesci, donne senza bellezza, ecc…». Nonostante la cattiva impressione ricevuta, lo scrittore afferma di essere tornato più volte, durante la giornata, in quel caffè «triste» per bere «una bibita molto particolare chiamata acqua rossa, con cinque o sei ciliegie in fondo al bicchiere e il profumo delizioso dei noccioli…». Questa buonissima bevanda riuscì quantomeno a mitigare il generale giudizio negativo di Stendhal sui caffè genovesi. Durante la mattinata, come primo edificio, lo scrittore visitò il palazzo della Borsa, poi si recò verso la Chiesa di Carignano. Per arrivarvi, Stendhal ricorda come sia stato necessario, in passato, far costruire un ponte che passasse «su una fila di case per cui si cammina a trenta, quaranta piedi al di sopra dei comignoli». La particolarità della visita di Stendhal a Genova è che questi preferì visitare subito i monumenti, senza l’ausilio di libri esplicativi e di leggerne la sera la descrizione sulla guida della città per poi riandare a vedere, la mattina successiva, i monumenti più significativi.

“Ritratto di Geronima Brignole sale con la figlia Maria Aurelia.” Anton Van Dyck Collezione di Palazzo Rosso Genova.

La Chiesa di Carignano colpisce lo scrittore, egli riconosce di essere davanti ad un «capolavoro di gravità e nobiltà» ma, nonostante tutto, la giudica come un chiesa non molto affascinante anche se costruita in una posizione stupenda: «un monticello che interrompe la curva dell’anfiteatro di Genova verso il mare». Per “dovere di viaggiatore”, Stendhal salì sulla cupola di tale chiesa, nella cui navata poté ammirare il San Sebastiano di Puget di pulito e vigoroso stile. Dopo questa sua visita, lo scrittore racconta di essersi recato, per burocratici problemi di passaporto, nel palazzo sede del municipio, «una vasta costruzione di marmo bianco male adoperato», con una facciata del 1760, «epoca in cui la povera architettura era maltrattata in Italia come in Francia». Vistato il passaporto, Stendhal andò a visitare tre gallerie di quadri famosi in Via Balbi.

“La Statua del Gigante a monte dei giardini della Villa del Principe”.
“La bucolica cascata dei giardini di Villetta Di Negro”. Foto di Leti Gagge.
“Chiesa di S. Stefano”. Foto di Leti Gagge.
“Decollazione di S. Stefano di Giulio Romano”.

Qui vide dei Van Dyck magnifici il cui aspetto “dolcemente imperioso” lo affascinò moltissimo. Dopo un breve tour all’interno dei palazzi di Via Balbi, lo scrittore andò ad ammirare la colossale statua del famoso giardino Doria e di lì è salito alla Villetta, nel delizioso giardino del Marchese Di Negro che lo accolse molto volentieri nella sua dimora. Così ricorda Stendhal: «mi ha ricevuto con estrema gentilezza e mi ha fatto assaggiare dell’uva della Villetta…». Verso sera il romanziere racconta di essere entrato nella «cattedrale bianca e nera costruita in bande orizzontali». Qui vide «il quadro di Giulio Romano, di cui i genovesi ammirano soprattutto la testa rifatta a Parigi da Girondet». A testimonianza dell’opulenza delle chiese genovesi paragona o confonde S. Stefano, dove è custodito il capolavoro del Romano, con S. Lorenzo, la cattedrale.

“Panorama dalle trifore della Torre della Cattedrale di San Lorenzo”. Foto di Leti Gagge.

Prima di partire, Stendhal si recò al Carlo Felice per assistere ad una rappresentazione teatrale.”. Qui, durante lo spettacolo venne a conoscenza che «Genova possiede un gabinetto letterario dove si leggono i giornali; cosa davvero sorprendente».

“Il Teatro Carlo Felice”. Foto di Leti Gagge.

Il racconto della sua visita a Genova termina con una considerazione molto acuta sull’essenza dei genovesi: «credevo che i genovesi amassero soltanto il denaro; amano anche, mi dicono, la loro indipendenza. Ciò che mi ha fatto nascere questa riflessione politica, è che sono stati costretti a dare il nome di Carlo Felice al bel teatro che si sono costruiti. Hanno comperato e demolito molte case per costruire una piazza davanti al teatro e una strada che continua la bella strada dai tre nomi: Balbi, Nuova e Nuovissima».

Un Veneziano a Genova…

“Le Memoires, l’opera autobiografica di scritta in onore del re di Francia Luigi XVI”.

L’opportunità per Goldoni di raggiungere derivò dal fatto che la compagnia detta di “San Samuele”, con la quale il commediografo stesso stava collaborando, doveva lanciare proprio nel capoluogo ligure, nella primavera del 1736, ben sei nuovi attori e poi trasferirsi a passare l’estate lavorando a Firenze.

Nelle “Memoires” Goldoni scrive: “… Si trattava di andare a vedere due tra le più belle città d’… E avevo le spese pagate (…). Il viaggio fu felice, sempre bel tempo; traversando quell’alta montagna che si chiama la Bocchetta (…). Traversato il ricchissimo e deliziosissimo villaggio di Sampierdarena, scorgemmo Genova dalla parte del mare. Che incantevole e meraviglioso spettacolo! È un anfiteatro semicircolare, che da una parte forma il vasto bacino del porto, e dall’altra si alza gradatamente sul pendio della montagna, con immense costruzioni che da lontano sembrano poste le une sopra le altre e terminano con terrazze, con balaustrate, o con giardini che fanno da tetto alle varie abitazioni. Davanti a queste file di palazzi, di dimore nobiliari e borghesi, gli uni incrostati di marmi, gli altri decorati di pitture, si vedono i due moli che formano l’imboccatura del porto; opera degna dei romani, perché i genovesi, nonostante la violenza e la profondità del mare, vinsero la natura che si opponeva al loro stabilimento. Scendendo dalla parte della Lanterna per raggiungere la porta di San Tommaso vedemmo l’immenso Palazzo Doria, dove tre principi sovrani furono ospitati contemporaneamente; poi andammo alla locanda di Santa Marta, aspettando l’alloggio che ci era destinato”.

“Bussolotti utilizzati per le estrazioni “

A questa descrizione della Genova geografica di allora, Goldoni fa seguire una parentesi che non si può trascurare, almeno nella parte sostanziale, relativa alla genesi di un gioco ancora oggi molto diffuso:

”che in Italia è chiamata lotto di Genova, e a Parigi la lotteria reale di Francia, non era ancora stata introdotta a Venezia. C’erano però dei ricevitori clandestini che accettavano giuocate per Genova e io avevo in tasca una ricevuta per una giuocata che avevo fatto a Venezia. Questa lotteria è stata inventata a Genova, la prima idea fu fornita dal caso. I genovesi tirano a sorte due volte l’anno i cinque senatori che devono sostituire gli uscenti. A Genova si conoscono tutti i nomi che sono nell’urna e che possono essere tirati fuori: i cittadini cominciarono a dire tra loro: “Scommetto che nella prossima estrazione uscirà il tale”; e un altro diceva: “Io scommetto per il talaltro”; e la scommessa era pari (…). Oggi questa lotteria di Genova è diventata pressoché universale (…). È una bella rendita per il governo, un’occupazione per gli sfaccendati, e una speranza per i disgraziati. Quanto a me, questa volta mi parve piacevolissima, ci guadagnai un ambo di cento pistole che mi fece assai contento”.  Le “cento pistole” vinte da Goldoni vanno intese in senso numismatico e tradotte in “cento scudi” del suo tempo, naturalmente d’oro e quindi di valore significativo.

Ma a Genova la vita del commediografo cambiò davvero. Prosegue infatti nelle “Memoires”:

“Statua di Goldoni”.

“A Genova ebbi una fortuna assai più considerevole, e che fece l’incanto della mia vita: sposai una giovane savia, garbata, graziosa, che mi compensò dei tanti brutti scherzi fattimi dalle donne, e che mi riconciliò con il bel sesso. Sì, caro lettore, mi sono sposato, ed ecco come. Il direttore ed io avevamo alloggio in una casa attigua al teatro. Avevo visto alle finestre dirimpetto alle mie una giovane che mi pareva bellina e avevo voglia di conoscerla. Un giorno che era sola la salutai teneramente; lei mi fece una riverenza e scomparve subito, né più si lasciò vedere. Eccomi punto dalla curiosità e nell’amor proprio cerco di sapere chi sta di casa dirimpetto al mio alloggio: è il signor Connio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro deputati al Banco di San Giorgio (…)”. Goldoni cerca di sapere che tipo è il suo futuro suocero. Va a cercarlo al Banco di San Giorgio e lo trova… occupatissimo. Fa la coda e finalmente riesce a parlargli. L’accoglienza di Conio è molto cordiale, al punto che lo invita a uscire con lui e gli propone di andare insieme a prendere un caffè. Appreso che Goldoni si occupa di teatro, gli chiede che parti sostiene recitando e, naturalmente, viene così corretto: “Gli dissi chi ero e che cosa facevo; lui si scusò, gli piaceva il teatro, ci andava spesso, aveva visto i miei lavori, era felice di aver fatto la mia conoscenza, e così io di aver fatto la sua.

Eccoci amici; lui veniva da me, io andavo da lui; vedevo la signorina Connio, ogni giorno di più mi pareva piena di grazie e di virtù. In capo a un mese domandai al Connio la mano di sua figlia”. Non ci furono difficoltà. Anzi il Connio stesso dichiarò che non temeva un rifiuto da parte della ragazza e si disse favorevole alle nozze. Però chiese tempo e, ottenutolo, cercò informazioni sul conto del Goldoni, chiedendole per iscritto soddisfazione senza che fosse seguita da un dispiacere?

“La Targa in Vico S. Antonio che ricorda la dimora genovese del commediografo e il matrimonio con Nicoletta Connio”.

La prima notte di matrimonio ecco che mi piglia la febbre, e il vaiuolo che già avevo avuto a Rimini da ragazzo viene ad attaccarmi per la secondo volta. Pazienza! Per fortuna non era pericoloso, e non divenni più brutto di quello che già ero. La mia sposina pianse molto al mio capezzale; era la mia consolazione e tale è sempre stata. Finalmente partimmo, la mia sposa ed io, per Venezia ai primi di settembre. Cielo! Quante lacrime sparse, che crudele separazione per mia moglie! Doveva lasciare di colpo padre, madre, fratelli, sorelle, zii e zie…Ma se ne andava con suo marito”. Si potrebbero chiudere qui la “genovesità” di Carlo Goldoni, ma Genova presenzia in altre citazioni nei suoi “Memoires”. Ad esempio la “parte seconda” dell’opera finisce proprio con un ritorno dei coniugi Goldoni nel capoluogo ligure, perché lo preferirono a Torino quale ultima tappa italiana di un viaggio in Francia.

Correva l’anno 1762 e Carlo ne aveva ormai cinquantacinque. Così lui descrive e commenta la partenza da Genova: “Passammo otto giorni allegrissimi nella patria di mia moglie, ma le lacrime e i singhiozzi non finivan più al momento della partenza; la separazione era tanto più dolorosa in quanto i parenti disperavano di rivederci. Promettevo di ritornare in capo a due anni; non ci credevano. Finalmente, tra addii, abbracci, pianti e grida ci imbarcammo sulla feluca del corriere di Francia, e facemmo vela per Antibes, costeggiando quella che gli italiani chiamano riviera di Genova”.