Genova per Faber

Genova. Che cosa significa, per me? Ho avuto la fortuna di nascere in questa etnia, in questo piccolo mondo dove si parla una lingua diversa, che faceva parte di uno stato molto più grande ma con un idioma, una cucina, una cultura autonomi. Questo ti fa sentire così vicino a queste persone che condividono la tua diversità, ti senti a tua volta differente dal resto del mondo, sei membro di una grande famiglia di settecentomila persone che ha usi e costumi tutti suoi. E se arrivi a Milano, ci arrivi come un immigrato dal Sud.

Cit. Fabrizio De Andre’.

In copertina: Via Luccoli. Foto di Pippo Ingrassia.

Sui canali della Darsena

No, non ci troviamo sui canali di Venezia ma in darsena, nel cuore antico del medievale della Superba.

Qui un tempo sorgeva la vera e propria costruita dopo il 1284 con i proventi della vittoriosa battaglia della Meloria contro Pisa.

La originaria (dall’arabo dār-ṣinā῾a “casa dell’ industria”, quindi “fabbrica” in genovese) era divisa in tre specchi d’acqua complementari: darsena delle barche, olio e vino destinata alle imbarcazioni di piccolo cabotaggio; darsena delle galere ricovero delle grandi navi mercantili e da guerra; arsenale spazio di costruzione e armamento delle galee da guerra.

Nel 1312 a sua protezione venne progettato un imponente sistema di fortificazioni che prevedeva l’erezione di maestose. Due poderosi torrioni ne delimitavano l’accesso.

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Veduta dei nel 1481 realizzata da Cristoforo Grassi nel 1597. Al centro del quadro custodito al Museo si riconoscono le e i poderosi torrioni dell’arsenale.

Per tutto il Medioevo il manterrà questo assetto polifunzionale e solo con la caduta della gloriosa marinara nel 1797 la verrà completamente militarizzata.

Nella seconda metà del 800 poi, durante il Regno Sardo, con il suo interramento si rinuncerà definitivamente alla vocazione militare dell’arsenale. Al suo posto verrà costruito un nuovo grande bacino di carenaggio maggiormente idoneo alla ricezione dei nuovi colossali bastimenti trans oceanici.

Alla fine dello stesso secolo il porto diviene proprietà comunale e assume la conformazione, con i suoi silos e magazzini, di emporio commerciale denominato Portofranco.

L’omonimo quartiere riveste oggi, grazie all’Acquario, al museo Galata e alla rivitalizzazione del Porto Antico, grande interesse e importanza in ambito turistico.

Non va tuttavia dimenticata, in virtù della presenza in loco della facoltà di Economia e Commercio, anche una significativa impronta di stampo culturale e universitario.

Un panoramico appartamento sui canali di Ponte Morosini era stato scelto negli anni ’90 da Fabrizio De Andre’ come “buen ritiro” e nido sul mare natio.

La Grande Bellezza…

In copertina: canali in Darsena. Foto di Leti Gagge.

A Dumenega…

“A Dumenega” scritto a quattro mani da Fabrizio De Andre’ e Mauro Pagani più che una canzone è una colorita istantanea che descrive in maniera sagace un’usanza tutta genovese, ovvero lo scandaloso quanto ipocrita “rito” della passeggiata domenicale delle prostitute.

A costoro infatti che per tutta la settimana erano relegate a esercitare la loro professione in un quartiere ben delimitato della città, quello del Monte Albano alle pendici del Castelletto,solo alla domenica veniva concesso di passeggiare liberamente e di partecipare alle funzioni religiose.

De Andre’ racconta gli atteggiamenti della gente al passaggio di queste prostitute e descrive le reazioni dei vari personaggi, tutti accomunati dall’incoerenza e dal finto moralismo perbenista: da chi grida loro qualsiasi epiteto sconcio la domenica e poi le frequenta durante la settimana facendone “le pubbliche mogli”, al direttore del porto, che è felice di tutto quel ben di Dio a passeggio che porta tanti soldi nelle casse del Comune, finanziando la costruzione di un nuovo molo ma, per non essere da meno rispetto agli altri, comunque le insulta.

In molti hanno ritenuto questi versi poco più di una piccante quanto suggestiva licenza poetica priva di fondamento storico, frutto del genio narrativo dei suoi due autori.

De Andre’ e Pagani avevano invece trascritto in modo poetico e canzonatorio un’accurata ricerca avvalorata da diversi studi quali ad esempio la “Città portuale del medioevo” dei professori Bianchi-Poleggi che confermavano come, a partire già dal 1339, effettivamente quegli introiti avessero contribuito alla costruzione di calata Cattaneo.

Quegli stessi introiti che avrebbero concorso nei secoli successivi a finanziare anche i lavori di restauro della Cattedrale di San Lorenzo, della Porta del Molo e della costruzione di molti nobili palazzi cittadini.

Addirittura nel 1418 venne istituita un’apposita magistratura con relativo Podestà, preposto alla riscossione delle decime, una tassa di cinque soldi da pagarsi mensilmente, sostituita successivamente da un più pratico obolo forfettario.

“Scena in bordello medievale”.

Nel 1461 inoltre si stabilì che le bagasce dovessero essere foreste e che si abbigliassero, per non confonderle con le donne “comuni et honeste”, in maniera diversa dalle stesse.

Era vietato loro, per non distrarre i marinai dalle loro faccende, avvicinarsi ai moli e chi le molestava in pubblico rischiava il carcere.

A metà del ‘500 il quartiere a loro riservato venne raso al suolo per far posto alla strada dei signori, la moderna e lussuosa Strada Nuova, nota anche come via Aurea, odierna via Garibaldi.

Con le pietre recuperate dalla demolizione l’architetto perugino Galeazzo Alessi edificò la maestosa cupola della basilica di Carignano.

La zona dei postriboli era ubicata nelle contrade che dal quartiere militare del Castelletto degradavano in San Francesco, Piazza Fontane Marose e Maddalena.

“Alla voce Postribolo pagina. 189 la conferma della notizia storica”.

Tornando ai personaggi della canzone, che dire poi della tragicomica, per non dire patetica, macchietta del rozzo bigotto che, per legge di contrappasso, anche lui, per essere conforme al “branco”, inveisce contro le bagasce, ma sembra essere l’unico a non a non riconoscere fra queste anche la propria moglie.

Quandu ä dumenega fan u gíu
cappellin neuvu neuvu u vestiu
cu ‘a madama a madama ‘n testa
o belin che festa o belin che festa
a tûtti apreuvu ä pruccessiún
d’a Teresin-a du Teresún
tûtti a miâ ë figge du diàu
che belin de lou che belin de lou

e a stu luciâ de cheusce e de tettín
ghe fan u sciätu anche i ciû piccin
mama mama damme ë palanche
veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín
e ciû s’addentran inta cittæ
ciû euggi e vuxi ghe dan deré
ghe dixan quellu che nu peúan dî
de zeùggia sabbu e de lûnedì

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

e u direttú du portu c’u ghe vedde l’ou
‘nte quelle scciappe a reposu da a lou
pe nu fâ vedde ch’u l’è cuntentu
ch’u meu-neuvu u gh’à u finansiamentu
u se cunfunde ‘nta confûsiún
cun l’euggiu pin de indignasiún
e u ghe cría u ghe cría deré
bagasce sëi e ghe restè

e ti che ti ghe sbraggi apreuvu
mancu ciû u nasu gh’avei de neuvu
bruttu galûsciu de ‘n purtòu de Cristu
nu t’è l’únicu ch’u se n’è avvistu
che in mezzu a quelle creatúe
che se guagnan u pan da nûe
a gh’è a gh’è a gh’è a gh’è
a gh’è anche teu muggè

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxellu

a Ciamberlinú sûssa belin
ä Fuxe cheusce de sciaccanuxe
in Caignàn musse de tersa man
e in Puntexellu ghe mustran l’öxelluLa Domenica, traduzioneQuando alla domenica fanno il giro
cappellino nuovo nuovo il vestito
con la madama la madama in testa
cazzo che festa cazzo che festa
e tutti dietro alla processione
della Teresina del Teresone
tutti a guardare le figlie del diavolo
che cazzo di lavoro che cazzo di lavoro

e a questo dondolare di cosce e di tette
gli fanno il chiasso anche i più piccoli
mamma mamma dammi i soldi
voglio andare al casino voglio andare al casino
e più si addentrano nella città
più occhi e voci gli danno dietro
gli dicono quello che non possono dire
di giovedì di sabato e di lunedì

a Pianderlino (via e zona sopra San Fruttuoso e Marassi) succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

e il direttore del porto che ci vede l’oro
in quelle chiappe a riposo dal lavoro
per non fare vedere che è contento
che il molo nuovo ha il finanziamento
si confonde nella confusione
con l’occhio pieno di indignazione
e gli grida gli grida dietro
bagasce siete e ci restate

e tu che gli sbraiti appreso
neanche più il naso avete di nuovo
brutto stronzo di un portatore di Cristo
non sei l’unico che se ne è accorto
che in mezzo a quelle creature
che si guadagnano il pane da nude
c’è c’è c’è c’è
c’è anche tua moglie

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello

a Pianderlino succhia cazzi
alla Foce cosce da schiaccianoci
in Carignano fighe di terza mano
e a Ponticello gli mostrano l’uccello.

Preghiera in gennaio

Quando Tenco posava sotto la Lanterna, sguardo triste e assorto, abito scuro in stile esistenzialista alla Jean Paul Sartre.

Nel 1967 di ritorno dal suo funerale De Andre’ compose questa straordinaria poesia per raccomandare l’amico al Signore.

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

D’ä mæ riva

Di fronte ad un panorama come questo non è difficile immaginare quanto dovesse essere duro per il navigante genovese abbandonare la propria città.

Allora si comprende come in quel fazzoletto chiaro sventolato dalla moglie ci sia tutto il dolore del distacco e come questo, con quella foto di ragazza dentro quella berretta nera, si trasformi in speranza del ritorno.

D’ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d’ä mæ riva
‘nta mæ vitta

u teu fatturisu amàu
‘nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su

e u so ben t’ammii u mä
‘n pò ciû au largu du dulú
e sun chi affacciòu
a ‘stu bàule da mainä

e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
dui cuverte u mandurlin
e ‘n cämà de legnu dûu

e ‘nte ‘na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
‘nscià teu bucca in naftalin-a.

Traduzione per i foresti:

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita

il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole

e so bene stai guardando il mare
un po’ più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio

e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro

E in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora Genova
sulla tua bocca in naftalina.

“D’ä mæ riva” brano tratto dall’album “Creuza de ma” del 1984 di Fabrizio De Andre’.

Foto di Lino Cannizzaro.

Bacan d’a corda…

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä”.

“Padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare”.

Cit. da “Creuza de mä” 1984 di Fabrizio De Andrè.

“Bacan” non significa solo “padrone” in senso materiale ma anche, e soprattutto, “responsabile” in senso etico e morale.

Siamo tutti, noi genovesi, responsabili di questa gomena che ci lega, ci unisce in un caruggio di mare, per renderci partecipi dei nostri destini.

Responsabili di portare la nostra barca ad ormeggiare sicura in porto.

“Creuza de mä”. Foto di Leti Gagge.

A mio modestissimo parere i più bei versi mai scritti su Genova capaci di racchiuderne in poche parole l’essenza più intima e profonda.

La Grande Bellezza…

Partimmo in Mille

…”cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro giù sulla terra
amammo in cento l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli..”.

Cit. da Il Testamento di Fabrizio De Andre’.

La Grande Bellezza…

“Venite in Paradiso”…

Dalla spianata, dove un tempo sorgeva il temuto Castelletto, si gode senza dubbio del panorama più affascinante della città: sullo sfondo di una distesa di mare turchino si ha l’impressione di accarezzare con lo sguardo un tappeto di tetti d’ardesia.

Campanili che, come diceva Faber, “segnano il confine tra la terra e il cielo”, torri insolenti che sfidano il firmamento e palazzi da re, in una città che di re non ne ha mai voluti.

“L’ascensore di Castelletto”.

Davanti a cotanto spettacolo Giorgio Caproni compose la sua celebre lirica nella quale immaginava di salire in paradiso a bordo dell’ascensore che lì lo aveva condotto. Eh si perché Genova nell’immediato dopoguerra, con le macerie dei bombardamenti, proprio un inferno  doveva apparire. Un paesaggio desolato che mano a mano che il poeta completava la sua ascesa svelava la sua incomparabile bellezza tramutando l’inferno in paradiso.

“Lapide posta all’interno dell’ascensore”.

Costruito nel 1909, completamente in stile liberty (le cabine son state rifatte nel 2010 in occasione dei suoi cento anni), copre un dislivello di 57 metri, dalla spianata di Castelletto fino a piazza del Portello. Nella seconda strofa de “L’Ascensore” (1948) Giorgio Caproni verseggiava:

“Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore notturne,
rubando un poco
di tempo al mio riposo”.

“Suggestivo scorcio di paradiso”. Foto di Leti Gagge

E un inferno certamente era sembrata la Superba a Hermann Melville che così annotava nei suoi appunti nella primavera del 1857:

“La costa verso il sud. Un promontorio. Tutta Genova e le sue fortezze, la loro esterna solitudine. La desolazione, l’aspetto selvaggio delle valli che intercorrono sembrano fare di Genova la capitale e il campo fortificato di Satana; fortificato contro gli Arcangeli. Le nuvole che si addensano sui bastioni sembrano immaginarie. Sono andato sulla parte orientale del porto e ho cominciato il giro della terza linea di fortificazioni”.

“La Lanterna vista dalla spianata”. Foto Danilo Lo Re.

E nell’Inferno il Sommo Dante aveva collocato i genovesi: fra i traditori pose, infatti, Branca Doria ancor vivo, reo di aver fatto a pezzi il suocero Michele Zanchè per impossessarsi dei suoi possedimenti sardi.
Come racconta il Foglietta nei suoi resoconti il Poeta, giunto nella Dominante, “fu solennemente bastonato sulla pubblica via dagli amici e dai servi di Brancaleone.
Da questa offesa, non potendo il Sommo, vendicarsi con le mani, si vendicò con le parole e la penna”. Da qui la celebre invettiva scolpita nel Canto XXIII dell’Inferno, versi 151-153:
“Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?”.
Il “Ghibellin fuggiasco” prende inoltre a modello, dopo averla attraversata entrandovi da Lerici, l’aspra nostra terra, per descrivere la montagna del Purgatorio:
“Tra Lerice e Turbia la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole ed aperta”.
(Canto III del Purgatorio, verso 49-51).

E se avesse ragione Faber nei versi di “Preghiera in Gennaio” dedicata all’amico Tenco, morto suicida?

“Venite in Paradiso
Là dove vado anch’io
Perché non c’è l’inferno
Nel mondo del buon Dio”…

“Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura”.

Venite a Genova, venite in Paradiso!

“A l’è cheita ‘na bagascia in maa…”

sensa bagnase…

“Le prostitute non potevano entrare nel porto, o salire a bordo delle navi: avrebbero distratto i camalli o i marinai” (definizione tratta dal Dizionario Italiano Genovese).

 Per questo pratico motivo quando si ritiene che una cosa sia impossibile e che non possa mai accadere si dice: “Una prostituta è caduta nel mare (del porto) senza bagnarsi”. Eppure grazie ai proventi del loro operato Genova nel ‘600 come, oltre ai libri di storia, ci ricorda Faber in “A Dumenega”, si è costruita il molo nuovo:

“Quandu ä dumenega fan u gíu
cappellin neuvu neuvu u vestiu
cu ‘a madama a madama ‘n testa
o belin che festa o belin che festa
a tûtti apreuvu ä pruccessiún
d’a Teresin-a du Teresún
tûtti a miâ ë figge du diàu
che belin de lou che belin de lou

e a stu luciâ de cheusce e de tettín
ghe fan u sciätu anche i ciû piccin
mama mama damme ë palanche
veuggiu anâ a casín veuggiu anâ a casín
e ciû s’addentran inta cittæ
ciû euggi e vuxi ghe dan deré
ghe dixan quellu che nu peúan dî
de zeùggia sabbu e de lûnedì

“e u direttú du portu c’u ghe vedde l’ou
‘nte quelle scciappe a reposu da a lou
pe nu fâ vedde ch’u l’è cuntentu
ch’u meu-neuvu u gh’à u finansiamentu
u se cunfunde ‘nta confûsiún
cun l’euggiu pin de indignasiún
e u ghe cría u ghe cría deré
bagasce sëi e ghe restè”.

“Le signorine aspettano i clienti nei bassi della Maddalena”.

Le Bagasce che popolano la galleria di personaggi di De Andrè non sono semplici comparse ma assurgono al ruolo di protagoniste assolute.

Il viaggio inizia con la bucolica fanciulla di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers ” in cui…

“Veloce lo arpiona la pulzella
repente una parcella presenta al suo signor
“deh, proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire, è un prezzo di favor”.
“E’ mai possibile, porco d’un cane,
che le avventure in codesto reame debban risolversi sempre con grandi puttane”.

Prosegue in “Via del Campo”, dove s’incontra…

“una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano”.

Continua poi con la pubblica moglie della” Città Vecchia” in cui

“una bimba canta la canzone antica
della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai
solo qui fra le mie braccia

E se alla sua età le difetterà la campetenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere
anche un po’ di vocazione?

Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può dare
una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo
pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo
alle tue voglie.

Tu la cercherai tu la invocherai
più d’una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto
al ventisette
quando incasserai delapiderai
mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire
“micio bello e bamboccione”.

Abbandonati momentaneamente i caruggi si sale a S. Ilario per incontrare Maritza una bella istriana.

“La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

C’è chi l’amore lo fa per noia
Chi se lo sceglie per professione
Bocca di rosa né l’uno né l’altro lei lo faceva per passione”.

Ma Fabrizio non si accontenta della cruda realtà e confeziona  un vestito per la sua “Marinella” del tessuto più prezioso, la dignità…

“Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella,

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.

“Fondi nei caruggi”.

Si vaga nella casbah di un qualunque porto mediterraneo il regno dell’esotica mulatta Jamina, la sultana delle bagasce…

“Lengua ‘nfeuga Jamin-a
Lua de pelle scûa
Cu’a bucca spalancà
Morsciu de carne dûa
Stella neigra ch’a lûxe
Me veuggiu demuâ
‘Nte l’ûmidu duçe
De l’amë dû teu arveà
Ma seu Jamin-a
Ti me perdunié
Se nu riûsciò a ésse porcu
Cumme i teu pensë

Destacchete Jamin-a
Lerfe de ûga spin-a
Fatt’ammiâ Jamin-a
Roggiu de mussa pin-a
E u muru ‘ntu sûù
Sûgu de sä de cheusce
Duve gh’è pei gh’è amù
Sultan-a de e bagasce
Dagghe cianìn Jamin-a
Nu navegâ de spunda
Primma ch’à cuæ ch’à munta e a chin-a
Nu me se desfe ‘nte l’unda

E l’ûrtimu respiu Jamin-a
Regin-a muaé de e sambe
Me u tegnu pe sciurtï vivu
Da u gruppu de e teu gambe”.

Un viaggio che termina con l’amaro in bocca sul lungomare di Bahia:

“E io davanti allo specchio grande
Mi paro gli occhi con le dita a immaginarmi
Tra le gambe una minuscola fica…

Nella cucina della pensione
Mescolo i sogni con gli ormoni
Ad albeggiare sarà magia
Saranno seni miracolosi

Perché Fernanda è proprio una figlia
Come una figlia vuol far l’amore.

E allora il bisturi per seni e fianchi
In una vertigine di anestesia
Finché il mio corpo mi rassomigli
Sul lungomare di Bahia…

Sul palcoscenico della mia vita

Dove tra ingorghi di desideri
Alle mie natiche un maschio s’appende
Nella mia carne tra le mie labbra
Un uomo scivola l’altro si arrende”.

Perché De Andrè in fondo, sapendo che le donne sono diamanti plasmate nel letame, riscatta e nobilita la figura della prostituta dipingendola con grande umanità…

“Mentre lui le insegnava a fare l’amore
lei gli insegnava ad amare”.