Storia di un melograno…

… di una leggenda… e di una profezia..

In Piazza al Civ 2, oggi sede di un grande magazzino, si trova il Casareto De Mari, meglio noto come del Melograno.

“Il Melograno”. Foto di Nino Nicolini.

Commissionato dalla famiglia Imperiale all’architetto Bartolomeo Bianco nel 1586 è passato nei secoli nelle mani dei prima, dei De Mari poi e, dei Casareto infine.
Al suo interno possiamo ammirare, fra le tante opere d’arte in esso custodite, un Pregadio di e una statua di di Filippo Parodi, oltre ad affreschi, purtroppo in gran parte andati perduti, di Domenico Piola.
Intorno all’etimo di questa dimora patrizia sono sorte nei secoli diverse leggende:
La prima narra l’episodio secondo il quale un De Mari avrebbe vinto il al gioco puntando tutti i suoi averi proprio sulla carta del melograno.
La seconda invece, più intrigante, racconta di un seme di melograno trasportato, quattrocento anni fa, da un vento di tramontana e germogliato sul timpano del portale del palazzo.
La pianta ha superato indenne guerre, rivolte e bombardamenti…
e, ancora oggi, fiorisce e gode di ottima salute.
Per noi Genovesi è intoccabile anche perché la sua sopravvivenza è legata ad una profezia che ha vaticinato, con la scomparsa del melograno, la fine della Superba.

… Quando presso Ponte…

Federico Guglielmo, attuale Stazione Marittima, si incrociavano migliaia di persone… gente che partiva in cerca di fortuna verso l’altra parte del globo… e gente che arrivava, magari solo in transito, speranzosa di un futuro migliore… con le stesse emozioni… le stesse valigie cariche di ricordi… gli stessi occhi gonfi di lacrime… e gli stessi sogni da inseguire…
Il futuro oltre il mare….

emigranti
“Emigrati all’imbarco.”

 

… Quando Via Gramsci…

si chiamava ancora Carlo Alberto… quando Torre non aveva dovuto ancora assistere sgomenta e impotente alla costruzione dell’orrendo palazzone sul fronte mare… quando non era difficile intuire perché la strada intitolata al Re sabaudo era nominata “la Carrettiera”… quando in mezzo alla via circolavano cavalli, muli e asini… rispetto ad oggi non è cambiato molto… solo agli asini quadrupedi si sono sostituiti quelli a due o quattro ruote….

… Quando sotto il castello Mackenzie…

c’era la Porta di San Bartolomeo… uno dei varchi minori aperti fra il 1626 e il 1639 durante l’erezione delle Nuove… era dotata di un ingegnoso ponte levatoio e doveva il suo nome alla vicinanza con l’omonima chiesa degli Armeni, intitolata appunto all’apostolo Bartolomeo (la chiesa che custodisce il “Sacro Mandillo”).
Oggi la Porta sconosciuta ai più, raggiungibile da una stradina fra il castello e Via Cabella, giace tristemente dimenticata, in uno stato di incuria latente, confusa con un anonimo sottopasso.

San Bartolomeo
“La Porta così com’è oggi, sembra un anonimo tunnel abbandonato.”

 

… Quando a Murta…

fin dall’epoca romana, l’origine dell’etimo rimandava al mirto (murtin in genovese) che su questa collina cresceva spontaneo… quando Murta era orgogliosa di aver dato i natali a Giovanni, secondo Doge della Repubblica… quando alcuni suoi figli si distinsero contro i Pisani alla Meloria e, come sulle principali chiese genovesi, ne appesero le catene del porto, a mò di trofeo sulla loro…
San Martino Murta
“Chiesa di San Martino Monumento ai caduti”.
quando, in seguito all’insurrezione del 1746, i polceveraschi cacciarono gli austriaci dalla valle… quando lo Schulemberg, generale delle aquile bicipiti occupò Villa Clorinda, attendendo invano di riprendersi Genova… quando il parroco del paese mise al sicuro dal saccheggio foresto la Pala di San Martino opera del Van Dick… quando la comunità, prima in Liguria a farlo, volle omaggiare, con apposito monumento, i propri caduti durante la prima guerra mondiale… la collina di Murta, a partire dall’800 è stata, come testimoniano le sue numerose ed eleganti dimore, meta di villeggiatura estiva… oggi, tra una mostra della zucca e l’altra, è una apprezzata e ricercata zona residenziale immersa in un bucolico contesto…
Cartolina di copertina tratta dalla collezione di Stefano Finauri.