“La leggenda del Gigante Addormentato”…

C’era una volta, tanto tanto tempo fa, un buon vecchio gigante. Era seduto sul cocuzzolo di una montagna lungo le coste della nostra penisola, ed i suoi piedi si bagnavano nel mare. Se ne stava così seduto, con il gomito sul ginocchio ed il mento nella mano, pensando al suo triste destino. Era l’ultimo della sua specie, aveva girato il mondo in lungo ed in largo, ma non aveva trovato più nessuno come  lui.

Era rimasto solo e per di più la gente aveva paura di lui per via della sua mole. Non che fosse cattivo, anzi, era un gran bonaccione e gli sarebbe piaciuto parlare con la gente e avere amici, ma tutti fuggivano appena sentivano avvicinarsi il suo passo rimbombante.

Era ancora immerso nei suoi pensieri quando si rese conto che in mare, tra i suoi piedi, infuriava una tempesta e che una piccola goletta, sballottata dalle onde e con le vele strappate, rischiava di affondare.

Spinto dal suo buon cuore il gigante allungò istintivamente una mano e sollevò la barca per salvarla dalla furia delle onde. Ma i marinai, quando videro quel gran faccione che li guardava, si misero a correre urlando sul ponte, e qualcuno si sarebbe anche buttato di sotto se in quel momento non fosse uscita dalla cabina la figlia del capitano, che vide l’espressione benevola sul volto del loro salvatore e gridò all’equipaggio: “Ma che razza di uomini siete! Non fatevi prendere dal panico, non capite che questo, qualunque cosa sia, ci ha salvati dal naufragio? Dovremmo essergli grati”A quel punto tutti si calmarono e cominciarono a guardare quell’enorme mole con curiosità mista a timore, ma quando il gigante aprì l’enorme bocca in quello che doveva essere un sorriso amichevole, la paura si placò, e tutto l’equipaggio rispose con altrettanto amichevoli gesti delle mani.

La goletta rimase sul palmo di quella grossa mano per il tempo necessario alla riparazione dei danni allo scafo ed alle vele. Era una grande piazza d’armi quella mano, e ogni tanto qualcuno scendeva da bordo per sgranchirsi le gambe tra un lavoro e l’altro e intanto, alzando la voce il più possibile, scambiava due parole con quella montagna umana, che raccontò a tutti la sua storia e che ora non faceva più paura a nessuno.

La tempesta si era placata ed i danni erano ormai riparati, ed era giunto quindi il momento di ripartire, ma sembrava che nessuno avesse fretta. La figlia del capitano, che era una ragazza molto intelligente, trovò il modo di fare tutti contenti. Era molto benvoluta, sia a bordo che a terra, e sapeva che la sua decisione avrebbe trovato tutti d’accordo, quindi propose al gigante di seguirli verso nord, alla terra dei Liguri, dove loro vivevano in un paese chiamato Camuli.

Il gigante, contento di avere trovato degli amici, rispose di sì con un gesto della testa ed una risata di contentezza che fece traballare la barca, mandando più d’uno a gambe all’aria sul ponte, poi scese in mare fino alla cintola, seguendo la barca e soffiando dolcemente nelle vele per rendere più facile il viaggio.

Nel piccolo villaggio di pescatori tutta la popolazione si era radunata sul molo ad attendere la goletta, che era stata data ormai per dispersa, ma quando videro da cosa era seguita, tutti si  misero ad urlare per lo spavento tra un fuggi fuggi generale.

La ragazza saltò velocemente sul molo e richiamandoli indietro a gran voce, disse: “Non fuggite, questo è l’ultimo dei giganti ed è buono, ha salvato le nostre vite. Potrà restare qui con noi e sarà un amico per tutti”. Gli abitanti rimasero un po’ perplessi, poi qualcuno si fece coraggio e batté le mani, presto seguito dagli altri e tutti insieme fecero festa al nuovo e insolito amico.

Stanco per il viaggio e per le emozioni  il  gigante  di potersi riposare. La ragazza lo guidò in fondo alla grande spiaggia dove lui si coricò, la testa verso il mare e le gambe verso la collina, e quando fu sistemato stese la grossa mano e sollevò fino alla sua fronte colei che lo aveva salvato dalla solitudine. La figlia del capitano lo baciò dolcemente e lui si addormentò felice.

Allora, nella notte, una fata buona lo trasformò in una montagna, coperta di alberi bellissimi e di piante rare, perché gli abitanti di quel villaggio di pescatori potessero, nei secoli, godere della frescura e del verde di quel monte, farvi belle passeggiate nelle calde giornate estive e vedere la sua cima coperta di neve in qualche fredda giornata invernale e, soprattutto, perché il buon gigante potesse rimanere per sempre con quella brava gente che lo aveva accolto con tanto affetto.

Quel villaggio di pescatori si chiama ora Camogli e il gigante addormentato viene chiamato “” e domina la cittadina. Ancora oggi, guardando la montagna dal mare, si può vedere chiaramente la sagoma del gigante, con la testa verso il mare, il grosso naso prominente, il pancione, ed i piedi verso la collina.

Splendida leggenda frutto della fantasia della scrittrice Annamaria Mariotti.

 

 

Mampae e Giöxîe… e luce sia…

Una volta erano costruite con due semplici elementi: un telaio di legno e un lenzuolo bianco, che catturava e rifletteva la luce che filtrava tra i palazzi. Più tardi si sono evolute e sono diventati pannelli di lamiera, che funzionavano come uno specchio e favorivano meglio l’illuminazione delle stanze.

Un geniale tipo di serramento rivestito di lamiera  lucida al suo interno e scura all’esterno, utilizzato dai genovesi per strappare un po’ di sole e calore fra gli angusti tetti dei caruggi. Serviva infatti per catturare la luce dall’alto del vicolo verso l’interno della stanza. Alla sera i pannelli venivano ritirati verso la finestra fungendo, inoltre, da protezione.

Quei pannelli, protesi in fuori sono le , termine che deriva dallo spagnolo “mampara” e che significa paravento, all’interno sono foderate in lamiera in modo da agevolare il riflesso della luce.

“Mampae chiuse in Via di Mascherona”. Foto di Leti Gagge.
“Le stesse mampae riprese da un’altra angolazione”. Foto di Leti Gagge.

Le mampae costituiscono tenace testimonianza della capacità di adattamento e dell’ingegnosità dei nostri avi. Un oggetto pratico e funzionale di cui ormai non se ne trova quasi più traccia. Le ultime sono in Piazza degli Embriaci, in e presso i Macelli di Soziglia.

“Le mampae nella moderna versione di ”. Foto di Leti Gagge.
” “Giöxîe, le persiane genovesi”. Foto di Leti Gagge.

 

Nel 1992 Renzo Piano ha voluto omaggiare questo singolare arredo riproponendolo in chiave moderna nell’edificio dell’Expo che da Via della Mercanzia si affaccia su Piazza del Mandraccio.

“Immagini riflesse fra le persiane di una finestra in Piazza Lavagna”.Foto di Leti Gagge.

Più recenti e diffuse anche ai giorni nostri sono invece le persiane, le rudimentali tapparelle a listarelle, simili a stuoie dette, in genovese, “giöxîe” (gelosie), quel particolare tipo d’imposta atta a proteggere dalla luce e dal calore senza impedire la circolazione dell’aria. Come la maggiorana l’erba aromatica, nella nostra lingua, si dice “persa” perché proveniente da quelle terre lontane, allo stesso modo il termine persiana, deriva dal francese “persienne”, (relativo alla Persia) perché originario di quegli stessi luoghi.

Mampae e “giöxîe” anche nel modo di procurarsi o proteggersi dalla luce, i Genovesi hanno saputo trasmettere i segni distintivi del proprio carattere… “Ahi Genovesi uomini diversi…. “ verseggiava Dante.

Il Caruggio degli Scriba occidentali…

Storia di un caruggio… di una farmacia… di edicole… di un ninfeo… di una bomba…

Anticamente era conosciuto, per via del fatto che qui si redigevano gli atti notarili (i più antichi documenti e cartolari privati occidentali di cui si abbia notizia), come il “caroggio di scriven” e si diramava fino al piano di S. Andrea. Oggi costituisce solo un breve tratto che collega Canneto il Lungo angolo Vico delle Erbe fino alla farmacia Tettoni.

Con le demolizioni di inizio Novecento la via si è allargata e divisa su due livelli per permettere a Piazza Matteotti lo sbocco di Via Meucci con Via Dante. E’ scomparso così il millenario Borgo Sacco o Sacherio con il Vico Paglia, il “Carrubeus Sant’Ambroxi” delle mappe medievali. Così tutta la via fino alle torri ha assunto il nome di via di Porta Soprana.

“La farmacia del Ducale. Nei due tondi le sagome in ferro battuto”. Foto di Leti Gagge.

All’esterno della farmacia Tettoni fondata nel 1725 ad opera dei gesuiti (di stanza nella vicina chiesa del Gesù) con il nome di “Spezieria Monastica”, sono poste due nicchie con peducci in pietra nera di Promontorio che contenevano, un tempo, due secolari anfore ad uso dei monaci farmacisti, ora sostituite da sagome in ferro battuto.

“L’edicola dell’Assunta”.

In Via della Porta Soprana al civ. n. 1 la scenografica edicola della Madonna Assunta. Il tempio di forma neoclassica è del XVIII-XIX sec. La statua invece è anteriore del XVII-XVIII sec. Un chiaro omaggio all’Assunta del Puget della ex chiesa dell’Albergo dei Poveri. Due cariatidi femminili sorreggono il timpano triangolare. La statua che rappresenta la Vergine posta su una nuvola con angeli e cherubini è protetta da un vetro. Una raggiera le incornicia la testa. Alla base portava in origine l’epigrafe: “HORNATUS HIC / Et PIETATE  Et PLACIDO / Et Ad BENEPLACITUM ILL. DD. COMIS. 1852”.

L’edificio, detto casa Massuccone, venne progettato dopo il 1776 da un giovanissimo emergente architetto, Carlo Barabino. Sul trave del portale marmoreo con semicolonne doriche l’epigrafe: “Animus Aequus Satis”.

“Il loggiato nel cortile del civ.n. 5 di ”.

Al civ. 5 dentro ad un anonimo portone ornato da una cornice marmorea con ovale del trigramma di Cristo, si percorre uno stretto ed angusto corridoio che conduce ad un ampio quanto impensabile cortile privato con quattro ordini di logge. Sul fondo il ninfeo con la statua di Nettuno. Non si conosce l’architetto di tale dimora ma si sa che, datato metà del ‘500, è molto simile allo stile adottato per il Palazzetto Criminale di Via Tommaso Reggio. Lo scalone che si arrampica lungo i piani loggiati offre scorci, punti di vista e giochi di luce assai suggestivi.

“Il ninfeo con la statua di Nettuno”.
“Edicola della Madonna Immacolata al civ. n. 19”.

Al civ. n. 19  l’edicola della Madonna Immacolata del sec. XVIII-XIX scolpita in una nicchia con con cornice a delicati motivi floreali.

Nell’atrio del palazzo al civ. n. 23 è custodita, incastonata nel muro, una palla di cannone la cui sottostante lapide recita:

“Palla di cannone e lapide nell’atrio del civ. n. 23″. Foto tratta da XIX TV.”

“Questa Palla fu Lanciata in / Questa Casa dalla Batteria della / Lanterna dai Soldati del Generale / Alfonso La Marmora / il 5 Aprile 1849”.

“Primo piano della palla di cannone”.

Tangibile monito e ricordo di quello che è passato alla storia come il sacco di Genova. In quell’occasione i Savoia con l’aiuto dal mare della flotta inglese bombardarono la città. Scagliarono 30000 bersaglieri contro i suoi 90000 inermi abitanti che erano insorti contro il loro malgoverno. A nulla valsero gli eroici atti di resistenza della Guardia Civica comandate dal capitano De Stefanis. I Piemontesi entrarono con l’inganno e ripristinarono l’ordine.

Questa è una delle innumerevoli che per 36 ore consecutive ferirono la Superba, distrussero interi quartieri e causarono migliaia di vittime. La furia omicida dei soldati di Vittorio Emanuele II, agli ordini del generale Alfonso La Marmora, non risparmiò nemmeno, sventrato da 16 devastanti proiettili, l’ospedale di Pammatone.

prende nota ma… non dimentica…

… Quando c’era il Mercato dei Fiori…

Quando prima che diventasse Piazza delle Americhe in un tripudio di bandiere sventolanti… lo slargo che interseca la fine di Via Tolemaide con Via Tommaso Invrea era la sede del Mercato dei fiori.  Concepito in Piazza Verdi nello stesso stile e nello stesso periodo, quello fascista, del mercato del pesce, venne costruito nel 1934 e demolito negli anni ’80.

La Torre e la Virtù degli Spinola…

All’angolo con Vico Dietro il Coro di San Luca i resti della Torre della famiglia degli . Le tracce degli archi in pietra e della cornice di archetti, interrotti da finestre posticce, si alzano fino al terzo piano.

“Il Vicolo con i resti della torre”. Foto di Leti Gagge.

Alla base è murata una colonna ottagonale in conci bianco e neri con capitello. Di fronte alla torre i resti di un’edicola in stucco a tempietto che, un tempo, conteneva un dipinto protetto da una grata. Il sacro contenuto è stato, insieme alla cornice e alla base che conteneva un cartiglio, brutalmente asportata. Restano menomato ricordo tracce di due teste di cherubini alati.

“La Virtù degli Spinola. Tutt’attorno cavi elettrici penzolanti”. Foto di Leti Gagge.

In Vico della Torre di San Luca al civ. n. 6 si trova uno splendido sovrapporta marmoreo del sec. XVII detto delle “Virtù degli Spinola”. Al centro una ghirlanda con il trigramma di Cristo e corona, sorretta da due angeli alati, affiancati da due armigeri con gli scudi del Casato. Ai lati le nicchie con due statue femminili che rappresentano le virtù della famiglia: Carità a sinistra e Fede a destra. Gli stipiti del portale hanno la cornice lavorata che presentava dei medaglioni imperiali, oggi scomparsi, perché rubati. Il portale sembra in pietra nera di Promontorio, in realtà è solo ricoperto di fuliggine, poiché di marmo bianco.

L’angolo fra i due vicoli che si contendono la torre, un tempo vanto degli Spinola, versa nel più completo degrado, in balia di topi sempre più intraprendenti  e nella sporcizia più diffusa.

“Il Portale della Virtù degli Spinola”. Foto di Leti Gagge.
“La torre vista dal basso”. Foto di Leti Gagge.

Un altro esempio dell’abbandono e dell’incuria in cui, purtroppo, versano opere d’arte che altrove sarebbero ammirate in un museo, qui invece sono annerite dallo smog e incorniciate da fili elettrici penzolanti.

Genovesi svegliamoci!

… Quando a Priaruggia…

… non c’erano ancora le ricche villette della borghesia… quando il tram scandiva i tempi degli spostamenti, da e verso … quando la spiaggia era dominio indiscusso dei pescatori e ricovero dei gozzi… non come oggi un compromesso fra bagnanti e marinai…

Quando non era chiaro se il toponimo derivasse dal nome del torrente che le scorre attorno o se, al contrario, il rio dovesse il nome alla nobile famiglia dei Pietra Roggia che anticamente aveva possedimenti in zona e vi abitava… o ancora se traesse origine da uno scoglio in pietra rossa, oggi scheggiato dalle libecciate, sito davanti alla baia. Certo è che “” significa pietra da dove scaturisce l’acqua…  e questa di certo non scarseggia…

La Torre dei Maruffo…

Imbucato il budello di Canneto il Lungo all’altezza del civ. n. 23 s’incontrano la Torre e il Palazzo dei Fieschi. Due pezzi di Medioevo difficilmente, per via dello stretto caruggio, individuabili. I resti di quest’imponente edificio si estendono anche sul lato di Vico Valoria.

“La Torre Maruffo o dei Maruffi”. Foto di Leti Gagge.
“Primo piano della Torre”. Foto di Leti Gagge.

I Fieschi, conti di Lavagna, erano una delle più nobili e antiche famiglie genovesi il cui prestigio e potere affondava le sue radici al tempo in cui era ancora legata alle ripartizioni imperiali. I Maruffo invece, di origine spezzina, avevano importanti possedimenti a Sestri Levante. Dopo il 1100 si trasferirono nel ponente genovese (Voltri, Rivarolo, Coronata) e si distinsero nelle guerre contro Pisa e Venezia. In virtù del prestigio conquistato, acquisirono proprietà anche nel centro storico. Ne sono testimonianza l’omonima piazzetta (dietro la chiesa di San Giorgio) il Palazzo in Canneto e, soprattutto, la poderosa torre eretta nel XIII sec. Persino l’Archivolto Baliano che comunica con Piazza Matteotti, un tempo era chiamato dei Maruffi.

Al piano strada si nota una finestra chiusa da un’inferriata in ferro battuto proprio sul basamento in pietra dell’antica torre alta ben 40 metri. Due arcate ogivali tamponate e un grande pilastro ad angolo delimitano quella che un tempo era una loggia aperta. Sopra di essa sono presenti fregi e archetti in pietra e laterizio. Il primo piano nobile è in laterizio con archi di pietra bicroma, ormai tamponati. Verso l’angolo spunta una colonnina marmorea. Anche verso la torre al secondo piano risalta una colonnina mezza intonacata con un accenno di arco con cordonatura.

“In primo piano la Torre dei Maruffi, sullo sfondo in lontananza, quella degli Embriaco. Ognuna al suo posto sembrano osservarsi con reciproco rispetto”. Foto di Leti Gagge.

La rappresenta una metafora della città; se vuoi scoprirla, devi alzare lo sguardo. Se non la cerchi non la trovi.

La chiesa del Gesù…

In Piazza Matteotti, accanto al palazzo Ducale, si affaccia la chiesa insieme all’Annunziata, più importante del Barocco europeo, la . Dentro a questo edificio sono racchiusi capolavori secenteschi da far invidia a qualunque museo.

“Il fastigio sopra il portone che attesta le opere di ristrutturazione dei Gesuiti”.
“Statua di Sant’Ambrogio”.
“Statua di Sant’Andrea”.

In realtà il nome completo dell’istituto è chiesa dei Santi Ambrogio e Andrea. In origine venne costruita nel ‘500 d. c. dai vescovi milanesi in fuga dalla loro città minacciata dai longobardi.

“Le cupole interne affrescate in ogni cm. disponibile”.

Il Vescovo Onorato nel 569 trasferì la diocesi lombarda al sicuro fra le mura di Genova stabilendosi sul Brolio, accanto al piano di S. Andrea e intitolando la chiesa al patrono di Milano, S. Ambrogio. Circa un millennio dopo nel 1552, la chiesa passò nelle mani del più influente ordine del tempo, quello dei Gesuiti, la cui potenza e ricchezza erano in continua espansione. Dal 1589 assunse le forme ancora attuali, facciata a parte, che venne ridisegnata nel sec. XIX dopo la demolizione della cortina di protezione del palazzo Ducale (il palazzo ducale comunicava quindi non solo con San Lorenzo, la cattedrale, ma anche con la chiesa del Gesù, il fulcro del potere gesuitico) e la relativa risistemazione della piazza. I disegni del prospetto esterno realizzati da Rubens vennero dall’artista stesso inseriti nel suo celebre trattato sui palazzi di Genova.

La classica facciata sulla quale spiccano le due statue dei santi del 1894 del Ramognino non rende giustizia su quale sfarzo e opulenza vi si possa trovare all’interno:

“La navata affrescata dai ”.

Cupola e navata principale sono affrescati da Giovanni Carlone e Giovanni Battista Carlone, mirabilmente inserite in un contesto di decori, stucchi e ori abbaglianti. Sull’altare principale campeggiano “La Circoncisione di Gesù”, capolavoro di , “La Stage degli Innocenti” del Merano e “La Fuga in Egitto” di Domenico Piola.

“La Crocifissione del Vouet”.

Nella navata di destra, nella prima cappella, affreschi del Galeotti e il dipinto “S. Ambrogio caccia l’imperatore Teodosio” di Giovanni Andrea . Le statue delle nicchie sono del Borromeo e di Domenico Casella.

L’affresco della seconda cappella è opera di Lorenzo de Ferrari ed una “Crocifissione” del Vouet. Lunette dell’arco esterno affreschi e statue del Carlone e della sua bottega.

“Il Presepe dell’Orsolino”.

Sotto l’altare Tommaso Orsolino hanno scolpito un meraviglioso presepe marmoreo.

“Il Miracolo di Sant’Ignazio (di Loyola fondatore dell’ordine gesuitico) di Rubens”.

Sull’arco della terza cappella “L’Assunzione” di Guido , affreschi del De Ferrari ed altre statue dei De Ferrari.

“L’altare con la Circoncisione di Rubens”.

 

“L’Assunzione di Guido Reni”.

Dal lato opposto, nella quarta cappella della navata di sinistra “Il Martirio di S. Andrea” del Piaggio e di Andrea Semino, tela cinquecentesca, nella terza cappella gli affreschi del Carlone e “Sant’Ignazio guarisce un ossessa” di Pieter Rubens.

Nella seconda cappella “Il Martirio di San Giovanni Battista” di Bernardo Castello, “Il Battesimo di Cristo” di Domenico Passignano e statue rappresentanti Elisabetta e Zaccaria di Taddeo Carlone. Nella prima cappella affreschi di Lorenzo De Ferrari e il “San Francesco Borgia” di Andrea Pozzo.

Nella cantoria infine oltre all’organo, sono presenti sculture della bottega dei fratelli santacroce e altre opere di Domenico Fiasella e, nella cappella di testata a sinistra, di Valerio Castello.

“Bagliori e giochi di luce della Circoncisione”.

Non un solo centimetro risulta non stuccato, decorato, dipinto. Un trionfo di luci ed ombre con giochi di chiaroscuri mai visti prima, che trova il suo apogeo nella Circoncisione di Rubens. Il morbido e sensuale dipinto che sembra brillare di bagliori ultraterreni.

“Ne sciurtimmu da u ma”…

Due grandi marinai, esploratori della vita che, ciascuno nel proprio campo, hanno saputo tenere ben saldo il timone fra le avversità e le tempeste. Troppo grandi per non affacciarsi al mondo, si sono fatti onore ovunque con la loro arte. Troppo legati a questa città, madre severa ma pur sempre madre, per non farne punto di riferimento e porto sicuro al ritorno da ogni viaggio. Fabrizio e Renzo, a cui noi tutti genovesi siamo debitori: per le inimitabili poesie del primo e per la rivitalizzazione del Porto Antico, del secondo. Renzo ha ancora grandi sogni e progetti per la sua città e Fabrizio, anche se non c’è più, sicuramente con la sua musica è lì che li accarezza come una fresca brezza di mare. Con il vento in poppa, avanti tutta!

“Umbre de muri, muri de mainé”…

SS. Cosma e Damiano…

Si tratta indiscutibilmente di uno dei luoghi di culto più affascinanti della città. Collocata sotto la collina di castello, a ridosso del Mandraccio, la chiesa dei nella sua lineare architettura romana, gioca a nascondino fra i caruggi.

“Il prospetto della chiesa”.

Un tempo la zona era nota con il nome di “contrada serpe” ed era puntellata di abitazioni turrite, dimore strategiche delle famiglie più in vista dell’epoca: Malloni, Della Volta, Della Chiesa, Zaccaria, Castello.

“L’altare principale collocato nell’abside spoglia”.

La struttura, come del resto gran parte della zona, venne pesantemente danneggiata durante il bombardamento del re Sole del 1684, il chiostro distrutto. I bombardamenti dal 1942 al 1944 completarono lo scempio causando la perdita d’importanti dipinti, come elencato nell’inventario della chiesa, di Giovanni Roos, Domenico Castello e Domenico Fiasella

Interessanti sono le sculture poste sul portale datate intorno al 1155, le più antiche dell’edificio. L’architrave è il reimpiego di una cornice romana arricchita da un motivo a mosaico in marmi policromi. Particolari poi, sui capitelli del vestibolo di destra, le sculture di una sirena-uccello e di una sfinge dal volto femminile. Il resto della costruzione è risalente al ‘200.

La storia di questa chiesa risale alla notte dei tempi, intorno al VII sec. d. c. quando venne intitolata una cappelletta al vescovo di Pavia San Damiano. La fabbricazione vera e propria del tempio avvenne, come testimoniato dai documenti di fondazione, solo nel 1049. Durante il secolo successivo la chiesa raggiunse il suo apogeo con la costruzione del portale, l’erezione della terra nolare e l’inserimento del rettore fra gli aventi diritto alla votazione per l’elezione del Vescovo.

Nel 1296 le famiglie Mallone e donarono le reliquie, provenienti da Costantinopoli, dei due fratelli martiri, Damiano e Cosma che divennero così i santi cointestatari dell’edificio. Essendo i due i patroni dei chirurghi e dei barbieri, dal 1476 le relative corporazione vi stabilirono la comune cappella della propria consorteria.

“Le colonne a lesene bianco nere”.
“Il Presepe ricavato all’interno della tomba del Barisone”.

La facciata a capanna, in pietra, tripartita da lesene nella parte superiore, presenta in basso un basamento nel quale sono ricavate tre tombe ad arcosolio con arcate a tutto sesto del XII sec. ed una con arco acuto retto da colonnine gotiche, con decorazione a bande bianche e nere, detta “tomba del Barisone”, realizzata durante la ristrutturazione del XIII sec. Durante l’anno è spesso abbellita da addobbi floreali, nel periodo natalizio nobilitata da un grazioso presepe.

Nella facciata si aprono due monofore in alto un finestrone semicircolare, realizzato nel XVII sec., quando venne costruito il tetto in muratura in sostituzione di quello originario a capriate lignee, distrutto dal bombardamento francese del 1684.

“La Madonna del Soccorso di Barnaba da Modena”.
“La secentesca tela dell’Assereto”.

Nella parte superiore della facciata restano tracce del primitivo rosone. L’interno a tre navate puntellate da sei colonne bianco nere, in marmo di Carrara e di pietra di Promontorio con capitelli a forma di foglia di acanto, si presenta spoglio ed essenziale. I mattoni a vista sono frutto d’interventi settecenteschi posteriori al bombardamento.  Lo scarno aspetto non deve trarre in inganno perché sotto le navate sono custodite pregevoli opere d’arte quali: “La Madonna del Soccorso” del XIV sec. di Barnaba da Modena, autore anche della più nota “Madonna del Latte” ricoverata oggi in San Donato, “Ester e Assuero” del XVI sec. di Bernardo Castello, “La Madonna col Bambino e i Santi Cosma e Damiano che guariscono i malati” di Gioacchino Assereto e “Il Transito di San Giuseppe” del XVII sec. di Giovanni Andrea De Ferrari.

“Il fonte battesimale medievale”.

Nell’abside di sinistra è situato il fonte battesimale medievale scolpito nel marmo mentre sull’altare spicca la statua marmorea della Madonna Immacolata del XVII sec. del marsigliese Pierre Puget, apprezzato autore di simili opere nell’Albergo dei Poveri e nell’Oratorio di San Filippo Neri.

Per gli amanti della musica merita menzione il settecentesco organo a canne.

Sul pavimento si nota un disegno particolare: il teschio e le tibie incrociate il simbolo del jolly roger adottato dai pirati.

“La Madonna della Misericordia”.
“Sovrapporta con San Giorgio che uccide il drago”.

Ma le sorprese non finiscono qui perché una volta usciti nella piazza al civ. n. 2r ecco un antichissimo sovrapporta con San Giorgio e il drago in pietra nera di Promontorio. Il rilievo purtroppo risulta ormai abraso mentre la cornice marmorea con motivi floreali risulta ben conservata. Passato l’archivolto che conduceva un tempo allo scomparso chiostro si notano due nicchie vuote e, svoltando a sinistra s’incontra una lapide del XVI sec. raffigurante due angeli nell’atto di sorreggere un medaglione col volto di un santo non ben identificato. Imboccato il Vico dietro il Coro ecco due edicole: la prima, al civ. n. 6r quella del XVII sec. della Madonna della Misericordia. La Vergine che appare al Beato Botta è contenuta in un rilievo tondo delimitato da una pesante cornice alla cui sommità  campeggia un cuore elaborato con fregi e riccioli con al suo interno il trigramma di Cristo e il monogramma di Maria con la corona. Poco dopo, la seconda, una Madonna di città in un tabernacolo a tempietto marmoreo classico, con una volta arcuata e testina di cherubino alato. Ai lati delle lesene decori con ampi riccioli e fogliami. La statua della Madonna è mancante.

Ai SS. Cosma e Damiano il gioiello incastonato nella pietra, dove un tempo l’onda frangeva sulla scogliera, si respira ancora l’odore di salsedine e si raccontano ancora  storie di pirati.